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-|-|-» [ RECENSIONI / Review ]
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—- NERONOIA / IL RUMORE DELLE COSE -—
Album euritmico, volutamente discostato da pretese riguardanti vendite favolose: ci addentriamo con i NN entro una difficile, introspettiva dimensione dark-rock-doom, arricchita da fraseggi interpretativi e traboccanti dell'amarezza tipica di una poesia ferita, in stile Canaan/Colloquio che ne costituiscono inoltre le stesse generalità. Edito dalla Eibon Records, questo prodotto è il puro distillato di un grande lavoro posto nell'edificare atmosfere significativamente dense di emozione. Il risultato è ben tangibile, l'obiettivo è raggiunto, ma l'udito dell'ascoltatore meno accorto rischia una pericolosa assuefazione dovuta alla ripetitività delle strutture vocali e strumentali. L'intera title track che consta di 10 tracce, non presenta nessun titolo paricolare. Solo una numerazione romana dal XI al XX scandisce l'identità di ogni song. La voce roca di Gianni libera lo spettro maledetto intrappolato in "XI". Drumming obscure-rock, testo sciorinato cupamente: meditazione obbligata. "XII " secondo capitolo, si erge principalmente su guitar noise psichedelico e ritmiche lente, unitamente a liriche un pò troppo rindondanti per quanto efficaci nell'esposizione del testo. "XIII" emana un sinistro senso di vuoto interiore che si fa percepire nitidamente ad ogni singola scansione, complici i vocals meditabondi del singer ed un'intelaiatura di solido dark-rock. "XIV", più melodica delle precedenti, rivela il proprio lato estrinseco nella sua stessa natura umbratile e profonda, con drumming al minimo, tastiere volatili e guitars poste strategicamente al giusto punto. "XV" recita lo stesso schema fin'ora intrapreso ribadendone le caratteristiche ma senza innalzarne nessun lato particolare. "XVI" interpreta magnificamente un tormentato dialogo con la propria anima, con chitarre pizzicate e vento tastieristico perfettamente intessuto tra esse. L'ossessiva circolarità delle trame vocali di Gianni non impedisce che molta dell'essenza dark di "XVII" oltrepassi le barriere semi-in espressive di un modulo stilistico che, come dichiarato all'inizio, rimane volutamente monocorde e privo di ogni qualsiasi elasticità. "XVIII", di canto suo, emana fitte nebbie alcaline di chitarre d'atmosfera manovrate con metodo e drum beats legati ormai indissolubilmente ad estensioni lentissime. Sempre una slowdark ballad costituita da "XIX" non sbalordisce per originalità ma riesce tuttavia ad offrire interesasanti spunti meditativi che rendono la traccia gradevole all'ascolto e perfino al riascolto. "XX" non differisce dal resto dell'album in quanto a musicalità, che resta perpetuamente fedele ad un baricentro doom-rock oascurato da imponenti venature dark. I testi, ed unicamente essi, hanno caratterizzato l'intima essenza di ogni traccia. Ardimentosa opera che potrebbe risultare poco considerata a causa di una consapevole, eccessiva linearità del suono. Di ciò, i NN sono del tutto consci e noi apprezziamo lo stoicismo con cui hanno edificato questo lavoro, limitandone la frui zione ad una ristretta schiara di adepti che guardano i giorni con occhi differenti da quelli dell'uomo qualunque, occhi che considerano ogni angolazione alternativa alla quotidianità. Chi volesse regalarsi quaranta minuti e quaranta secondi di fascino acustico da ascoltare con una responsabile dose di apertura verso schemi non usuali, si faccia avanti. Ne restino diametralmente lontani coloro che esigono un'immediata assimilabilità dal cd acquistato.
-|-|-» Album rivolto esclusivamente ad estimatori dell'ombra. I Neronoia potrebbero allo stesso modo stupirvi o risultare coerenti con il proprio nome. |
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—- KIETHEVEZ / NON-BINARY -—
Album denso di accattivanti atmosfere electro acustiche questo "Non-Binary" a cura degli svedesi KieTheVez che non transiterà certo inosservato a chiunque abbia la fortuna di ascoltarne anche qualche flebile, distratta nota. Una formazione che possiede insitamente un eccellente potenziale espressivo unitamente ad una professionalità non affatto comune, anche in un panorama vasto quanto quello dell'attuale synthpop, inteso in tutte le sue progressive evoluzioni. Undici tracce mature, caratterizzate da linee tastieristico/vocali che allargano il nostro margine di ammirazione nei loro confronti, ampiamente supportato dal valore stesso della band, complice anche una mirata distribuzione da parte dell'icona americana A Different Drum. Un flusso ininterrotto di malinconia avvolge "One world for the next" song d'apertura, sospinta da una musicalità atmosfericamente coinvolgente e dai vocals di Tomas. "A million Days" svolge perfettamente il suo ruolo di synthpop song di interessante spesso re. "M" di canto suo, riflette una slow song strappalacrime. Nulla di strepitoso ma si incastona mirabilmente nel contesto dell'album. "End of a bright night" è una ballata electropop che denota la caratteristica di relazionarsi ottimamente con l'ascoltatore tramite melodie non eccessivamente mielose ma allo stesso tempo cariche di sentimento. Stesso tema per "How are we doing today?" che forse potrebbe risultare un pò incolore ai primi ascolti. "Non compost mentis", invece, esterna balances melodico-vocali di eccellente fattura synthpop. "Niahm", traccia un percorso controllato e slow tempo senza troppe pretese d'effetto. "Always a Boy", brano "light", non è appesantito da gratuiti e pomposi interventi di arricchimento ma, al contrario, denota una snella struttura ritmica ed un lineare appoggio strumentale. "Three", a nostro giudizio, avverte un certo calo ispirativo rivelando un'anima pop priva di quella presa indispensabile a farne uno strumento di seduzione. "Be alone Together" genera allissi di pop sintetico in perfetto rigore KieTheVez, così come "26" non tradisce affatto gli aficionados del quartetto svedese che ricercano nel sound prescelto una tranquilla sezione ritmica ed arie che trascendono dall'ovvietà. Un prodotto, infine, che riaccende piacevolmente le luci sull'aciclica produzione di una tra le bands più accreditate del synthpop scandinavo. Enunciamo questo nuovo teorema che se, obiettivamente valutato nella sua validità, si collocherà immediatamente tra i più piacevoli electro albums di questa parte dell'anno.
-|-|-» La sottile discrezione del suono e della grazia melodica. Non risulterà difficoltoso amarli |
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—- REACTIVE BLACK / UPCOMING EVIL -—
I credits li danno attivi fin dal 2005 ma il debut album della band tedesca è arrivato solo ora. Goth rock - metal energico che fa viaggiare i testi attraverso i cieli plumbei dei disagi sociali, delle ancestrali paure, l'irrefrenabile tendenza suicida dell'umanità intera ed i consueti scenari apocalittici che ne conseguono. Nulla di eccezionale da segnalare sul fronte dell'innovazione, solo un rock abbastanza scuro ed abbastanza buono da essere catalogato tale, ma oltre ciò, non sussistono i presupposti per elevare i RB verso gloriosi traguardi. "Days of Decay", opening track, rimane probabilmente una delle migliori performances dell'album aprendosi con una robusta chitarra di base e voce adeguatamente evocativa. "Dancing on your Grave" rileva vividamente la tangibile inclinazione goth rockeggiante che però rimane esangue ed incolore: una guitar noise song come tante altre sul generis, senza una paricolare personalità. Il giudizio si discosta in meglio di qualche lunghezza con "Dev il Drug", traccia psichedelic-dark con organo e chitarre elettriche su quasi tutta la linea, vocals psicotici e drumming possente. "Drifters" è poco più di un rock carino e leggero da mainstream mentre "Endless" propone nient'altro che un discreto argomentario chitarristico. ""Evil is" si pone meritatamente come una delle più meritevoli tracks le cui strumentazioni acustiche compongono una suite dark rock di un certo pregio. "My Darkest Dreams" mantiene l' atteggiamento apocalittico dietro ogni sua angolazione: guitars tesissime e vocalizzi sofferti. "My Memories" gioca su incerte linee vocali, drumming mid tempo e chitarra ritmica. Ne scaturisce comunque una cavalcata rock dall'identità opacizzata. "Place of my Refuge" espande una tastiera d'apertura spazzata via da un marmoreo sviluppo guitar in equilibrio, con i successivi passaggi ritmici e vocali, con il copione fin'ora esaminato. "When I'm Dreaming" chiude la title track con una placida e strumentale electro song d'atmosfera in teramente gestita da keyboard e sequencer. I RB, a nostro parere, non riescono ad abbinare gli apprezzabili intenti ad una soddisfacente qualità del risultato. Rimane latente un'impronta di decisiva personalità che avrebbe arricchito di valore l'album. Prima occasione sprecata. Peccato.
-|-|-» Sufficientemente incisivi, sufficientemente gothrock, sufficientemente convincenti. Insufficienti per il nostro metro di valutazione. |
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—- THE THIRSTY COFFIN / LETTERS FROM DUSK -—
Un vocalist, Marco Massaro, un batterista, Alessio Urso, un drummer, Fabio Pipitone ed una percettibile influenza che amalgama il Gothrock alla New Wave, il "decadente" agli 80's più scuri. In sintesi ecco i palermitani TTC che dal 2006 incuneano le trame della letteratura gotica in una vena artistica ancora da affinare ma non affatto marginale. Quattro tracce nel demo che rimandano, e quì sta l'essenza del lavoro svolto, alla cupezza resa musica, alle arie spesso vigorosamente dark-rock imbevute del fine veleno delle liriche. Certo, a nostro giudizio sussistono i presupposti per rilevare alcuni aspetti da correggere al più presto come ad esempio l'impronta vocale che, per quanto di buona fattura su base timbrica, risulta un pò troppo in "presa diretta" in sede di ascolto. Analizzando la prima traccia titolata "And Nothing More" da cui sgorgano fluidi giri bass line ed un pregevole lavoro di batteria-sequencer. La chitarra di Marco arricchisce la suite lunga oltre sei minuti che tutt avia regge all'insidiosa e sempre presente prova noia. "The Darkest Secret" cavalca l'intramontabile wave inglese molto 80's che aderisce ad ogni angolatura della song mediante guitar noise a tratti distorto, drumming incalzante unitamente a vocals gothicheggianti. "Every Dawn and Every Light" offre spunti meditativi scurissimi nel primo tratto, rischiando una certa eccessiva lungaggine, ma recuperando dal sesto minuto in poi attraverso un eccellente duello in velocità lineare tra drum machine/sequencer e la suggestiva chitarra di Marco. "Somebody is Praying" cede alle inflessioni stilistiche tipiche dei The 69 Eyes e Type 0 Negative ed a un certo oscuro romanticismo soprattutto nell'interludio incastonato tra le severe note chitarristiche ed il granitico basso. Non saranno quattro brani a spedirli negli Olimpi dorati delle charts, ma rileviamo nel nerbo della band un certo mestiere ed una tenacia che potebbe far molto più di loro. Esortiamo il trio siciliano ad una più attenta anali si del quadro vocale nel suo aspetto in sede di incisione ed un potenziamento della qualità del suono. L'esperienza farà nel tempo il resto.
-|-|-» Style work perfettamente inquadrabile in un contesto romanzesco alla Poe. Auspichiamo un imminente album che ci stupisca. |
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—- THE SAND / DEMONS OF NOONTIDE -—
Abbiamo lasciato il riminese Umberto Marconi nel Marzo del trascorso anno con il buon cd "Red Riding Hood" e rieccolo ora e di nuovo all'orizzonte con un album dai risvolti se non inediti, almeno gradevoli. La "sabbia" scorrendo nella clessidra incantata, ha fatto sì che il livello di maturazione artistica dell'unico componente del progetto The Sand avanzasse nel naturale processo evolutivo. Così è stato, anche se la strada da percorrere per un risultato più apprezzabile è ancora lunga. La linea stilistica intrapresa accomuna un electro-goth-rock a liriche pronunciate senza troppe finezze che si appiattiscono a volte senza emanare un granchè di stimolante, anche se spesso gestite in modo sufficientemente vivido ed evocativo. "Demonology" opening track, rimanda nelle stesure iniziali e di successiva apertura, a qualche felice episodio Joy Division con drum machine secca, vocals disperati e chitarra sintetica in primo piano. "Act" eleva fiammate sequenziali nello spiraglio introduttiv o che si snodano nei minuti seguenti delineando una song nervosa che risente, come gran parte dell'album, della mancanza di un intervento strumentale da parte di altri musicisti. "The Roman Catholic Church", differentemente, propone un veloce e snello goth rock abrasivo e dance oriented. Con "The Pact" la musica cambia apparentemente aspetto, assumendo connotazioni più new wave sempre sorrette da drumming scarno e da chitarra di accompagnamento. "Ma Way" è una bellissima traccia in cui la voce di Umberto gioca un ruolo decisivo. Una futura modifica dell'assetto vocale potrebbe rendere song simili ad un passo dall'eccellenza. In "Under the Red Lamp" riscontriamo una lunga sequenza tastieristica introduttiva che prende poi corpo replicandosi unitamente alla drum machine mid tempo con testi e tonalità vocali tendenti al malinconico seppur non privi di evidenti imperfezioni. Inflessioni stile Sisters of Mercy e bahuausiane svettano su "A quiet Night", che eccelle tanto sul versante evoca tivo quanto su quello squisitamente goth. Molto interessante l'episodio intitolato "Rome in Winter" che sostiene nelle volte tastieristico-sequenziali una melodia densa di phatos e di sorprendente carica darkwave. Un brano di spicco nell'intero concept. Incontriamo quindi "Hate Feed" che edifica architetture scurissime di post punk attiguo ai Sisters mediante tenebrose bass lines e coperture di keyboard congiunte a psicotiche inflessioni vocali. Spettrale traccia è "A House in the Darkness" che come da titolo emette colonne d'aria intrise di tossiche particelle dark sempre legate ispirativamente alla band di Andrew Eldritch. Quì e nella traccia precedente, Umberto rivela un canto più dinamico, mirato. "Demons of Noontide" arpeggia nel tratto iniziale con basso, keyboard e chitarra per una song dalle sfaccettature monocromatiche, modulari, che non lascia spazio a easy melodies ma si mantiene su un fronte esplicitamente di marmoreo dark-rock. Keyboard impostata su organo e piano introd ucono la melodrammatica "At the End" che fa susseguire una nebula di disperazione vocale a ritmica da marcia. Doveroso segnalare l'intervento di Morrigan nella stesura dei testi nelle tracce 1, 2, 10 e 11. Complessivamente l'album rilucida reminescenze 80's riedificandone parzialmente le strutture ed offrendo quindi un prodotto attraversato da una corrente nostalgica ed un'altra invece legata fortemente alla necessità di esternare un messaggio più attuale. Avanti così Umberto e non scordare le migliorìe negli arrangiamenti sia vocali che strumentali. Il buono c'è.
-|-|-» La competenza tecnica dell'artista ha iniziato a germinare. Le prossime evoluzioni dovranno obbligatoriamente superare di parecchie lunghezze questo pur sempre apprezzabile lavoro |
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—- MEDEA / IN UN GIORNO QUALUNQUE -—
La Alkemist Fanatik licenzia questo album siglato con il nome della protagonista della tragedia ambientata a Corinto. Medea, appunto. Un progetto nato nel 2003 e autore del buon "Demoni e Dei" del 2006. Complessivamente si può tranquillamente collocare la band in un contesto prettamente "rock" attiguo allo schema ipersfruttato dei Litfiba e successivi emuli. Non mancano spunti di dichiarata autonomia stilistica, tuttavia il lavoro non si distanzia troppo da un discreto esercizio che non lascia di sè una particolare impronta di originalità. Il quintetto torinese impersona un buon rock concept sanguigno ma giunge troppo spesso a compromessi con una riproduzione espressiva fine a sè stessa. "Colpo su Colpo" esordisce con guitar noise introduttivo a cui fa seguito la voce di Stefano che fraseggia liriche in realtà troppo banali per una musicalità di distinto spessore come quella scaturita. "Aspettando Medea" estende un "Pelù's style" che risulta convincente solo in pochi cenni. Segue "M edea", un rock gagliardo che però si spegne tristemente sempre sull'eccessiva leggerezza dei testi. Con "Al di là del tramonto" si avverte l'identico senso di "vuoto" che contraddistingue molte proposte stile radio FM. "Dentro un'arena" carica possenti riff chitarristici unitamente ad una robusta ossatura rockeggiante, mentre "Perfetta" inquadra nient'altro che un copione dal profilo sempre tendente al Litfiba's sound, sudato e rabbioso, così come "56 Ore", nella sua disarmante semplicità, offre un "rockettino" innocente, mosso da vocals buoni ma mai eccelsi e guitar noise sempre nella norma di un concetto che di innovativo dichiara ben poco. "Sogno Reale" si affida, come nelle precedenti songs, alla sei corde di Giampaolo e Federico per un sound coriaceo di sana matrice rocker. Si prosegue con "Zapping", interludio di brevissima durata che con flashes di trasmissioni tv introduce "T.V Spenta": per quanto valida sotto il profilo tecnico, non resce altresì a trarre il massimo profitt o dagli elementi a disposizione: stesura del testo sempre troppo banale ed eccessiva ripetitività modulare che non distingue questa traccia dal resto dell'album. "Settembre" è un'interessante rock ballad mentre "La mia Mente" sfrutta mirabilmente nel suo lungo segmento d'apertura la scarna combinazione voce-guitar-drum per riprendere in seguito con il classico schema intrapreso fin'ora. Valutando il contenuto di "In un giorno qualunque" secondo i nostri parametri, denotiamo una certa capacità d'azione da parte della band che tuttavia si espone eccessivamente a riferimenti stilistici già troppo sfruttati, soprattutto nelle liriche assai prive di mordente. Poca fantasia e buona preparazione, infine. Che combinazione è mai questa?...
-|-|-» Senza alcuna pretesa di giudizio definitivo diremo che I Medea dovranno lavorare diversamente per ottenere quel consenso tanto agognato - |
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—- SUTCLIFFE JUGEND / PIGDADDY -—
Sutcliffe Jugend nasce all'inizio degli anni ottanta, progetto parallelo di Kevin Tomkins, ex membro di una band britannica di Power Electronic Noise: i Whitehouse. Il nome del progetto deriva da Peter Sutcliffe (The Yorkshire Ripper) ossia il famoso Assassino di Yorkshire, un serial killler degli anni 70 che uccise all'incirca tredici donne, per lo piu prostitute, nel Nord Inghilterra prima della sua cattura nel 1981. Questo album è una rimasterizzazione della prima edizione del 1997 che a sua volta raccolse brani dei primi vinili degli anni 80. Oltre a queste gaie informazioni di background, è necessario dire anche che l'album è stato prodotto dalla Cold Spring records. Visti i presupposti, non dovrebbe essere una sorpresa sapere che questo CD contiene tracce zeppe di Noise e urla strazianti. C'è poca diplomazia in questo lavoro: semplicemente la musica sottometterà l'ascoltatore con cacofonici, duri colpi martellanti, fino allo stremo. La voce grida e blatera come una dozzina di lunatici folli in attesa di sangue (con occasionali momenti, probabilmente non intenzionalmente ilari, stile Monty Python). State pur certi che se in questo album fosse stato utilizzato un qualsiasi strumento tradizionale, sarebbe stato maltrattato senza esclusione di colpi e senza pietà. Anche ad orecchio militante..i 45 minuti hanno pochissime variazioni. Se siete seguaci del movimento Power Electro, sopratutto di fasce estreme dove l'essenza è uguale a sofferenza.. allora Pigdaddy è fatto per voi.
-|-|-» Assolutamente sconsigliato ai deboli di cuore.
»------------ English Version ------------«
Sutcliffe Jugend date back to the beginning of the 80's, and were created as the side project of a certain Kevin Tomkins, a former member of UK power electronic noise group, Whitehouse. The project were named after Peter Sutcliffe (aka the Yorkshire Ripper), a serial killer in the 70's who killed at least 13 women, predominantly prostitutes, in the North of England before his capture in 1981). The band released a set of 10 cassettes titled "We Spit On Their Graves", which was then bootlegged into a 10 vinyl boxed set, now changing hands for 3 figure sums. For the first time, the original tapes were digitally remastered for the CD format in 1997. With this cheery background information in mind, you also need to know that this album is released by Coldspring. It should come as no surprise then that this CD contains tracks filled of noise, grinding rhythmic noise, and a great deal of screaming. There is little tact or subtlety in this album, it merely bludgeons the listener into submission with a cacophony of noise that would be well suited to a torture session. The voice screams and rants like a dozen raving lunatics, all of them baying for your blood (with occasional Monty Python inspired moments, probably unintentionally funny). Static and feedback reign, and if there were any traditional instruments used in the making of this album, rest assure they were maltreated and harmed. The 45 minutes contained with have little variation, even to the trained ear. If you are a fan of the whole power electronic movement, but in its more extreme forms where its very essence is suffering, then I guess Pigdaddy is for you.
-|-|-» Not for the faint-hearted. |
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—- DER FEUERKREINER / UNSERE ZEIT -—
Industrial, eso-industrial, neofolk: comunque lo si voglia definire il genere di appartenenza dei DF è e rimane legato indissolubilmente ad una matrice palesemente marziale, disciplinata, ma nel contempo accarezzata da sonorità vocal-strumentali che ne stemperano l'eccessiva rigidità. Edito per la Neuropa Records, questo cd album disponibile in tiratura di 1000 copie, racchiude nove tracce di granitico underground industriale, heavenly voices e qualcos'altro che sfugge ad ogni possibile catalogazione. Il duo di Recanati vanta un trascorso artistico assai apprezzabile che include tra gli altri ottimi lavori anche un significativo 12" del 2004 intitolato "La 'Nvidia" che costituisce un piccolo motivo di orgoglio nella collezione discografica degli adepti del generis. Addentrandoci nell'opera incontriamo l'opening track affidata a "Nimm die Schatten", umbratile e dalla ritmica contaminata da drum beats sporchi, frammisti da sporadici interventi vocali femminei e piano in lontananza. Ke yboards solenni e i vocalizzi di Valentina sorreggono "Unsere Zeit" dove il suono del progetto crea evocative lagune di melodia decadente a cui confluiscono importanti inondazioni ritmiche stile In the Nursery. "Abkern von Macht" sospinge una cavalcata caratterizzata da larga leggibilità espositiva e privata abilmente da quelle astrusità che rendono certe opere contestuali molto meno fruibili. Il piano e le strumentazioni manipolate da Federico incrociano i pads maestosi disseminati con metodo lungo tutto il percorso sonico della traccia, la voce della singer ricopre costantemente un ruolo fondamentale, ora suadente, ora rigorosa. Macchina ritmica formulata per trafiggere i sensi quella mossa in "Wissen ist Macht", mediante timbriche velenose high speed, attivanti nel contempo ingranaggi vocali harsch psicotici e glaciali, filtrati da distorted effects in perfetto tracciato Industrial. Architetture percussive sempre schematiche, addolcite da un sitar modulare compongono "Die Erde und der Krieg" che rende operativa nelle battute successive una battente scia di riff vocali forse in questo capitolo eccessivamente rindondanti. "Du, unsere Zeit", proietta paesaggi sonici cristallizzati, come se osservati dall'alto di un'enorme distanza per una ballata neofolk d'avanguardia pervasa da austero drumming. Il concetto di un algido poema sciorinato da Valentina con metro impietoso lo rileviamo in "Bitte", cupa nella sua densissima foschia tastieristica. L'assenza di ritmica ne incrementa notevolmente il phatos, offrendo quindi una traccia spoglia ed ossessivamente drammatica. "Gerechtigkeit!" dispiega un tracciato percussivo industriale irto di macropulsazioni che bombardano l'encefalo come ordigni bellici di ultima generazione, perfetti per una cyberdance sfrenata sotto un plumbeo cielo post-nucleare. Opposta atmosfera quella che riveste l'effimera "Am Abend" dagli apollinei segmenti vocali cadenzati dal tipico martial beat che ne edifica l'ossatura. Album maturo ch e potremmo definire "paradigma" nell'attuale discografia del progetto e che difficilmente deluderà, in quanto costruito con meticoloso metodo compositivo depennando quasi ogni negatività che avrebbe potuto insidiare un genere ostico come quello in esame. I DF elevano tutto il concept ad una graduatoria tendente all'alto senza compromessi di sorta. Sommando accuratamente le caratteristiche da noi riscontrate, non possiamo che esprimerci in termini più che elogiativi.
-|-|-» Atelier orchestrale bilanciato tra impetuosi stereogrammi industrial e melodie che oltrepassano l'inconscio, per musica riservata ad una ristretta cerchia di èlite. |
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—- CELL DIVISION / CHYMEIA -—
Quartetto svizzero animato da impeto stilistico polifunzionale i Cell Division licenziano per la T:d:M Thunderdome il loro quarto album distanziato di ben otto anni dal primo effettivo capitolo del loro percorso che fu "Dissolve". Il lavoro svolto riflette sonorità care a cult bands come Massive Attack, New Model Army e perfino qualcosa dei Cure, quindi sound incentrato su Trip-Hop, club dance e dark rock con qualche lieve sfumatura jazzata. L'indagine del disco incomincia con "Jaded" sorretta dalla splendida voce di Gelgia C. che evoca atmosfere ipnotico-darkeggianti stile Siouxsie in un non innovativo ma sempre valido contesto goth-rock. "White Pain" ostenta rievocazioni allineate sullo stesso tema mediante guitar noise manovrato da Mirjam e drumming affidato a Dani T. La track listing si snoda con "Wasteland", disponibile anche free download sul sito della band, che innerva un solido Trip-rock privo di ogni alchimia ipersofisticata e prosegue mediante "Dirge For The Doomed", tracc ia che trae spunto da influenze marcatamente New Model Army che irradiano la song di luce oscura. Un'introduzione di sola chitarra slow tempo anticipa le schegge acuminate goth-rock malinconico di "The Dead Rose" che si dilunga monotona oltre il limite consentito, mentre "Shut Up" arpeggia un buon suono rock brillante da mainstream dal refrain d'effetto senza tuttavia mai raggiungere punte d'eccellenza. In "Sould I" entra in ruolo un drum programming e vocalizzi fascinosi per una pop song carina e nulla più. Un jazz rock di qualità superiore caratterizza "Dreams", sensuale, ben costruita ed attigua a "Überdimensional", electro-track dall'indice di gradevolezza pressochè immediato anche se non eccezionale. "Twilight" impersona una bella dark-rock ballad estesissima e troppo inoffensiva per stupirci davvero, pur evidenziando doti canore della singer Gelgia C non affatto usuali. Innegabilmente l'ammirazione verso i CD è incrementata dalla capacità quasi unica di eclettismo compositivo, dote che la band ha sempre saputo apporre come un sigillo in ogni album, risultato delle molteplici correnti ispirative insite nel patrimonio genetico della line up. Una massiccia dose di ulteriore perfezionamento compositivo farà della band una futura icona del dark rock elvetico. Tenendo comunque conto di albums precedenti del calibro di "Tsunami" del 2004 o di "Dirge for the Doomed" dell'anno successivo, non possiamo che dichiarare il progetto in questione come tra i più interessanti nel suo ambito.
-|-|-» Stilisticamente poliedrici i Cell Division riescono nell'intento non affatto easy di accomunare più di un genere, dimostrando una grande versatilità e tenendo, nel corso degli anni, le distanze da numerose meteore in circolazione dal risibile ed inconsistente contenuto. |
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—- MIDNIGHT RESISTANCE / REMOTE -—
Distinto debutto per Nico alias MR, ex membro dei Reactivate ed attivo dall'inizio del 2007. "Remote", licenziato dalla A Different Drum, sperimenta una moltitudine di canali electronici percorrendo un tracciato ondivago che lo rende infinitamente gradevole, in un certo senso vario e squisitamente pulito da noiose incertezze espressive. Il progetto tutto tedesco alterna atmosfere danzabili e riflessive dall'alto potenziale comunicativo strutturando una magia estraniante che riscontriamo in quasi tutta la lunghezza dell'album. Opening track è "Edge of Time" dalle keyboards fluttanti accorpate ad una ballabilissima ritmica trance. Il timbro vocale di Nico risulta perfettamente inquadrato nell'intero contesto, regalando attimi di vivido e radioso futurepop. "Recall these Days" rappresenta un intelligente dancefloor mid speed impreziosita e sospinta da melodia accattivante. Electrokarma a profusione viene emanato da "Second Skin", in cui risiede un'ottima capacità di effigiare una punteg giatura ritmica che difficilmente lascerà indifferenti. "House of Cards" coinvolge l'anima con fascinose arie electromalinconiche, synths e tastiere che disegnano nell'aria struggenti figure melodiose. Drum beats e sequencers programmati al millesimo dispiegano l'elegante "Wide Awake" dalle inebrianti ed armoniose fattezze soniche che comunque non differiscono troppo da un contesto synthpop già ipersfruttato. Accediamo quindi alla bellissima "Phoenix" che detiene il merito di riuscire a raggiungere esattamente i punti chiave di un ambito electro-dance in modo da renderlo estremamente fruibile anche da parte di chi si accosti per la prima volta a questo genere. "A Tear in every Moment" è un altro gioiello che affida alla sezione synths-programming-voice la sua ballabile essenza, raggiungendo un'efficacissima capacità di attivare i sensori individuali deputati al godimento. Con l'omonima "Remote" l'album si arricchisce ulteriormente di atmosfere suggestive create attraverso meditati fl ussi tastieristico-chitarristici a cui fa seguito una scoppiettante e danceable "Cold Reading" dagli irresistibili ricami vocali sospinti dai secchi beats di una drum machine congegnata con metodo. "Scars from falling Down" non sovverte nessuno degli schemi adottati fin'ora ma gestisce un buon easy electrosound senza comunque mai cedere a vocalizzi eccessivamente leziosi. Le versioni extended di "Second Skin (Side Chain Mix)" e "A Tear in every Moment (People Theatre-Mix)", chiudono il diagramma "Remote" a cui siamo profondamente grati per aver raffigurato quell'interfaccia electro che vorremmo ascoltare senza interruzione. Sembra accertato che il futuro artistico di MR sarà quantomeno radioso.
-|-|-» Un altro grandioso electro set contenente espressioni dal calibro elevato. Impossibile opporgli resistenza.. |
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—- DPERD / REGALERO' IL MIO TEMPO -—
Secondo album per i Dperd, duo Mediterranean dark-wave, che riconferma senza troppa sorpresa, il progetto come tra i più validi attualmente in circolazione per impronta artistica che trae nutrimento perpetuo dalle diramazioni Cranes, Estasia ed in qualche misura anche dalle reminescenze This Mortal Coil. Carlo Disimone, polistrumentista, manovra mirabilmente Keyboards, bass, percussioni e chitarra, mentre la voce suadente di Valeria Buono intarsia le atmosfere di femminei cantici che imprime nella mente la sua sottile capacità vocale. "Cuore malato" emana evanescenti carezze sonore con piano, drumming articolato e, neanche a dirlo, i vocals della singer che rivestono un ruolo ben più che predominante. "Come sarà" si estende in un universo parallelo, psichicamente distante da quello che percepiamo realmente. Arpeggi di piano, guitar, intrecci canori e keyboards, tessono un diagramma dal fascino indiscutibile. "Per tutto quello" si apre all'anima con un connubbio piano-voce iniziale da vvero maturo che svilupperà in seguito una song leggermente imperfetta ma di sicuro rilievo. Quarta traccia è "Ali(de)", che attinge ispirazione dai Cure di "Faith", sospinta da una tastiera incessantemente inquietante ed un'aurea umbratile che rende la song tra le più quotate dell'album. Drumming rullante e riprese di piano annunciano "Il Buono, il Brutto e l'Oscuro" che si dispone dopo breve anche con frecciate di guitar, in una bellissima traccia accostabile decisamente ai Lycia. "Sogni Persi" fa proseguire le emozioni che sono assicurate da un assetto vocale fascinoso e molto ben modulato punteggiato da piano e taatiere, mentre la bellissima "Dimentica" si articola in sonorità che evocano molto dei Diaframma. Traccia lenta, intensa, che fa perdonare perfino qualche debolezza negli arrangiamenti. "Chiudo gli occhi" rimanda, nella sezione percussiva, ai This Empty Flow, forgiando una solida wave dall'esito incantevole. Valeria regala la sua voce malinconica alle trame di "Piango" dalle atmosfere notturne; un brano che contribuisce ottimamente all'esternazione dell'identità artistica dei Dperd. "Regalerò il mio Tempo" propaga suono d'organo nelle primissime battute per poi assemblarsi ad una keyboard struggente affrendo un suadente testo che incrementa sensibilmente il feeling tra l'ascoltatore e la song. Grazia melodica riveste "Stropicciala" ricorre ad espedienti sottilissimi per irretire i sensi legati sempre dalla qualità vocale della singer ed alle orchestrazioni mosse da Carlo. "Sogni Persi" edifica un placido Eden artificiale dalle sonorità electro-noise d'avanguardia, con la voce di Nen.T.e che arricchisce di effetti synthetici il percorso della traccia. Consideriamo positivamente la piattaforma Dperd che riesce a distanziarsi diametralmente da ovvietà stilistiche che imperversano, ora più che mai, anche in questo specifico settore dell'underground.
-|-|-» Possiamo prevedere con un minimo di approssimazione un radioso futuro che arride al duo siciliano |
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—- VLAD IN TEARS
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SEED OF AN ANCIENT PAIN
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Produzione familiare per tre quarti ad opera dei fratelli Kris (vocalist), Lex (guitar), Dario (bass) e del batterista Alexander, questi VIT esplorano un suono di chiara cadenza Dark-Goth-Metal. Il progetto, decollato nel 2005, spazia nel metallico magma ribollente rivestendosi di echi paralleli a Sisters of Mercy, Him, Crematory, Nightwish ma senza cedere troppo il passo ad inclinazioni eccessivamente speed. Infatti possiamo denotare una certa capacità di inserire nelle songs una passione per il sentimento decadente, in grado di rendere piuttosto gradevole l'ascolto di "Seed of..." perfino all'attuale dark generation. "Reveal", pezzo d'apertura, apre con un intro maestoso di keyboard per poi svilupparsi in una veloce cavalcata guitar-voice-drum intervallata da rapidi stacchi di drumming che preannunciano un refrain melodicamente metal. "Dark Theoreme" incanala una certa fantasia creativa e gagliardìa tecnica nella sua stesura, per una traccia dura come l'acciaio ma non troppo dissim ile da un'infinita moltitudine di cloni. In "Feedom from God" la voce di Kris affianca riti strumentali celebrati con guitar noise, batteria metal-rock e basso potente, edificando una traccia dall'espressività considerevole. "Woods of Madness" incomincia a soffrire di una certa ripetitività modulare ma si mette in salvo grazie ai crescendo vocali del singer. "My Curse" associa un romantico piano alla linea bass-drums. L'esito è una song dall'intelaiatura chiaramente goth-metal sfoggiante tuttavia un carattere mai troppo aggressivo e senza, nel contempo, apparire fastidiosamente educlorata. "Briar" si offre inizialmente come una malinconica slow-rock-ballad intrisa di suoni d'organo, drumming e voce impostata sul "tenebroso". Buoni arrangiamenti ed una disincantata mancanza di ingenuità caratterizzano "See Through the Darkness", song che nella sua epicità canora riesce ad esprimere uno struggente ed oscuro senso di smarrimento interiore. "As snow we'd Fall" è una buona traccia goth-ro ck simil Sisters, matura e professionale, mentre "After the End" ripropone lo schema melancholic hard-rock fin'ora espresso ma con un bell'assolo di chitarra che vale comunque la pena ascoltare. "My last Dawn" è incentrata esclusivamente su ricami di pianoforte suonato con garbo e sapienza. Un piccolo poema che costituisce la sezione finale di un album dall'assetto di un regolamentare epigono di antichi fasti metal ma dotato anche di una certa autonomia espressiva. Band intraprendente e non priva di talento che, tuttavia, dovrà ulteriormente affinare il proprio stile che risulta ancora poco disinvolto. Album destinato agli ultimi avamposti metal rimasti in sito.
-|-|-» L'imprint artistico a cui si ispirano si è irradiato in profondità manifestandosi ad ogni traccia. Alla band il dovere di mantenere la curva di gradimento in costante ascesa |
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