Telecamere ip

Le telecamere ip sono dispositivi elettronici utilizzati per la videosorveglianza. Sono apparecchi relativamente costosi in relazione ai precedenti modelli analogici, anch’ essi molto utilizzati per il controllo di case, negozi ecc. Le telecamere ip sono dotate di particolari sensori che catturano le immagini, le quali vengono convertite direttamente in formato digitale.

Come si usano le telecamere ip

Le fotocamere ip sono modelli di apparecchi elettronici dal design e dalle prestazioni tecnologicamente molto avanzate. Possono essere montate ovunque siano presenti una presa di corrente, per collegare il cavo di alimentazione, e una connessione a una rete dati. Sono utilizzabili sia in interni che in esterni. Le telecamere ip da esterno sono appositamente realizzate in materiali impermeabili e resistenti alle variazioni di temperatura.

Le ottiche possono variare a seconda dei modelli, come pure la qualità delle immagini, anche in base al formato digitale in cui vengono convertite. I dispositivi fish eye consentono di visualizzare a 360 gradi lo spazio sorvegliato. Le telecamere ip necessitano di un apposito software perché possano essere utilizzate. Le immagini digitalizzate sono immediatamente fruibili in rete e tramite lo specifico software esse sono accessibili da qualsiasi postazione, purché fornita di una connessione a una rete dati.

Caratteristiche tecniche

Le fotocamere ip possono disporre o meno di memoria interna o di spazi di archiviazione. Si rivelano un validissimo strumento per il controllo di abitazioni private, uffici, giardini e quant’altro, in special modo nel caso di lunghe assenze, in quanto riescono a trasmettere, in tempo reale, i dati digitali ai dispositivi loro connessi via rete, ovunque essi si trovino. questo li rende perfetti per chi per lavoro è costretto a trascorrere lunghi periodi lontano da casa ad esempio. possono essere molto utili, nei periodi di assenza, a coloro i quali posseggono un animale domestico come un gatto, al fine di verificarne le condizioni di salute e poter prontamente inviar loro soccorso in caso di bisogno, anche da lontano.

Le telecamere ip sono davvero dispositivi efficientissimi nello svolgere le mansioni cui sono deputate e per le quali sono state progettate e realizzate. Rappresentano un’alternativa tecnologicamente superiore alle classiche telecamere di sorveglianza analogiche poiché possono fare molto di più di quanto non potessero fare quest’ultime. Per tutti coloro che desiderano avere la massima sicurezza in casa e al lavoro, questi prodotti rappresentano una valida alternativa agli strumenti di sicurezza tradizionali e – per certi aspetti – la loro efficacia è decisamente superiore.

I segreti della vita subacquea

Da quando abbiamo evoluto linguaggio e pensieri complessi ci siano messi a documentare la biodiversità della Terra. Il problema é che non siamo stati molto bravi per quanto concerne gli oceani. Ci sono solo 230.000 specie marine descritte contro 1.3 milioni di specie terrestri. Significa forse che gli oceani hanno meno biodiversità della terraferma?

La vita negli oceani

Sembra un po’ strano dal momento che siamo certi che la vita egli organismi complessi si siano evoluti prima di tutto negli oceani. Le specie marine hanno avuto un tempo molto più lungo per diversificarsi in confronto a quelle terrestri (diversi miliardi di anni contro poche centinaia di milioni). C’è uno spazio vitale molto più grande negli oceani rispetto alla terra. Ma perché c’è questa grande differenza numerica tra le specie registrate? La risposta ovvia é che più del 90% degli oceani è tuttora sconosciuto e non è stato mai visitato da esseri umani. Si pensa che ci possano essere centinaia di migliaia – forse milioni – di specie marine ancora sconosciute. C’è una ulteriore complicazione che gli scienziati della biodiversità spesso dimenticano. Dei 36 gruppi tassonomici di animali, chiamati phyla, tutti a parte due hanno un rappresentante negli oceani. Di questi 36, 19 si trovano solo negli oceani.

Sorge una domanda: uno qualsiasi di questi, ad esempio un particolare verme marino, vale di più in termini di biodiversità che migliaia di scorpioni della foresta pluviale?
Se non si conoscono i nomi, anche la conoscenza delle cose svanisce. In altri termini, il vero valore degli inventari non è la lista in sé, ma la conoscenza che rappresenta. Quel verme marino particolare, forse una sola specie, potrebbe rappresentare una conoscenza biologica unica maggiore delle migliaia di scorpioni della foresta pluviale. Non solo la spesso evocata ‘cura per il cancro’, ma la chiave di una visione integrata delle origini, diversità, funzioni e resilienza dell’intero ecosistema dei nostri oceani.

Come sono distribuiti e collegati gli organismi marini?

Le specie non sono distribuite in ohni luogo sul pianceta. Durante il viaggio per le isole e continenti, i naturalisti del XIX secolo come Charles Darwin e Alfred Russel Wallace sono stati ispirati dalle barriere ecologiche nella formulazione delle loro teorie evoluzionistiche. Le barriere geografiche creano isolamento riproduttivo e permettono quindi alle specie di evolversi. Ma queste idee iniziali sono state guidate per la maggior parte da osservazioni terrestri: gli oceani erano appunto le barriere.

Gli scienziati hanno iniziato a chiedersi, come sono distribuite le specie marine? Se assumiamo che gli oceani siano barriere par le specie terrestri, e la terraferma lo sia per le specie oceaniche, la risposta é ovvia. Dal momento che tutti gli oceani sono corressi tra loro, le specie
dovrebbero avere una distribuzione molto pià grande di quelle terrestri.

L’ultima battaglia dei templari

Agosto 1179. Al Guado di Giacobbe un manipolo scelto dell’Ordine dei cavalieri templari sta costruendo una mastodontica fortezza. Qui un fiume strategico attraversa il cuore della Terra Santa. Saladino, il grande condottiero musulmano, indignato, ordina l’attacco: è una carneficina. Di recente, tra le rovine del castello, un team di archeologi ha scoperto i resti dei crociati brutalmente uccisi. Testimonianze del massacro che, secondo la leggenda, ha segnato l’inizio della fine dell’Ordine dei cavalieri templari.

Sul luogo dello scontro che ha fatto epoca

Una brulla collina lungo il fiume Giordano 160 chilometri a nord di Gerusalemme. Testi musulmani di epoca medievale parlano di 800 soldati cristiani morti in sei giorni di feroci combattimenti. Per i ricercatori la prova di questo bagno di sangue è sepolta sotto le antiche rovine del castello al Guado di Giacobbe. Dopo 14 anni di scavi, il campo di battaglia ha iniziato a svelare alcuni dei suoi macabri segreti. Netta LevTov Gitana è una bioantropologa: Questo luogo è stato teatro di scontri violenti e sanguinosi con moltissime vittime. I reperti vengono analizzati in un laboratorio a ovest di Gerusalemme. Sui resti ci sono enormi ferite, compatibili con violenti colpi inferti di taglio. Sono numerosi i crani aperti, con fratture anche molto profonde.

In alcuni casi mancano interi pezzi, in altri ci sono tagli molto marcati. Evidentemente il modo di combattere all’epoca consisteva nel colpire e colpire ancora, con armi pesanti, continuando senza sosta fino a quando l’avversario non era a terra. La catastrofe è arrivata all’improvviso. Qualcosa di paragonabile a Pompei. È come una fotografia di quell’evento fermo nel tempo. Basandosi sulle dettagliate cronache musulmane, l’archeologo Ronnie Ellenbloom dirige da oltre 10 anni la campagna di scavi al Guado di Giacobbe. Si tratta di uno dei siti archeologici più ricchi di tutto il Medio Oriente.

All’esperta di armi Santi Kate Raphael si devono alcune importanti scoperte: spade, punte di frecce, lance. Queste sono le armi da combattimento ravvicinato che abbiamo trovato dentro il perimetro della fortezza. Fino al rinvenimento di numerosi scheletri, le reali dimensioni della battaglia erano a lungo rimaste avvolte nel mistero. Il solo modo per capire ciò che è accaduto ai Templari, è riportare alla luce i loro resti. Dopo settimane di duro lavoro sotto il sole rovente, i ricercatori hanno iniziato a sentire la presenza dei cavalieri sepolti qui. È come essere con loro e sentirne le grida.

Difesa a oltranza

A storia della caduta dei Cavalieri templari inizia ottant’anni prima della battaglia del Guado di Giacobbe, dopo la riconquista di Gerusalemme strappata ai musulmani nella prima crociata. Per i cristiani è un successo incredibile, quasi miracoloso. Contro ogni previsione, riescono ad arrivare in Terra Santa e a riprendersi Gerusalemme. Ma ora la regione deve essere difesa dai prevedibili contrattacchi dei musulmani. I Templari sono ufficialmente riconosciuti nel 1129 come un umile ordine di monaci guerrieri.

Prendono voti di povertà e castità, e rispondono solo al papa. Istituiscono il loro quartier generale sul Monte del tempio, a Gerusalemme, in cima a uno dei luoghi più sacri e ricchi di storia. Era in un’area dove i crociati ritenevano fosse il tempio di Salomone. Qui i Templari avevano i loro alloggiamenti. È da questo luogo che prendono il nome di Ordine del tempio. Devono proteggere i viaggiatori cristiani dalle incursioni dei musulmani lungo le vie che conducono a Gerusalemme. Malgrado la loro presenza, però, cristiani e musulmani intraprendono in quel periodo una fitta rete di relazioni diplomatiche.

Il sale e la sua composizione

Il sale è indispensabile per la vita umana. Nel nostro corpo regola lo scambio di acqua tra le cellule: composto di sodio e cloro, svolge ruoli fondamentali nel cuore, negli impulsi nervosi e nella digestione delle proteine necessarie per costruire il corpo.

Da cosa è composto il sale?

Data l’abbondanza del sale in natura e la quantità che ne mangiamo ogni giorno, potremmo pensare di sapere quasi tutto sulla sostanza che ha formula chimica NaCI. E invece no. Si riteneva comunemente che il sale 2, fosse l’unico composto che si potesse ottenere a partire dai cuoi costituenti: sodio (Na) e cloro (CI). Le leggi della chimica descrivono il fatto che i composti tendono a formare il legame più forte possibile: per esempio, nella sua struttura chimica il sodio ha un elettrone che vuole perdere – avendo carica formale +1 — mentre il cloro ha spazio per un elettrone (ha carica -1 ).

Così il sodio è ben lieto di dar via un elettrone che il cloro accetta. Il risultato è un composto neutro elettricamente e quindi stabile chimicamente: non può cioè tornare
a decomporsi nei suoi elementi o in altri composti. O almeno, è quello che pensavamo finora.

La chimica riformata

L’anno scorso un gruppo di scienziati in Cina, Russia e Stati Uniti ha esercitato una pressione enorme su minuscoli granelli di sale: un carico maggiore di un ordine di grandezza della pressione sul fondo dell’oceano. Hanno scoperto qualcosa di completamente inatteso: il materiale ha cominciato a formare i cosiddetti “composti proibiti”, che gli scienziati sperimentali non credevano esistessero.Questi studi cambieranno il modo in cui si insegna e si usa la chimica, secondo Artem Oganov della State University di New York, uno dei principali autori della ricerca.

Oganov e i suoi collaboratori hanno scoperto che quando si sottopone il sale a una pressione attorno ai 20 gigapascal (Gpa, un multiplo dell’unità di misura della pressione), cioè circa 200mila volte la pressione atmosferica, aggiungendo una piccola quantità di sodio e cloro, si potevano formare composti come NaCI3 e Na3C1 che non hanno una carica neutra e si ritiene che abbiano rispettivamente di -2 e +2, in teoria escluse dalle regole usuali della chimica. Anche se gli scienziati non sono sicuri del perchè esattamente si formino questi composti e sanno solo che la reazione si verifica nel corso di un paio di secondi, ipotizzano che le leggi della chimica cambino in presenza di pressioni elevate.

Come funziona la retina?

La retina é uno speciale tessuto fotosensibile situato all’interno dell’occhio, talmente simile al tessuto cerebrale da essere considerato parte del sistema nervoso centrale. Se paragoniamo i nostri occhi a una macchina fotografica, allora la retina é la pellicola. Questa membrana, tuttavia, non si limita a inviare una foto al cervello: deve anche comprimere le immagini per consentirne il trasporto attraverso il nervo ottico, visto che i fotorecettori situati sulla retina possono immagazzinare una quantità di informazioni superiore a quella trasmittibile dal nervo ottico. Scopriamo insieme tutto quello che c’è da sapere sulla retina e sul suo meccanismo di funzionamento.

Struttura e caratteristiche della retina

Benché si presenti come una struttura monostrato, la retina è in effetti molto complessa ed é costituita da dieci livelli di cellule nervose, tutte interconnesse tramite sinapsi. All’interno di ciascuno strato sussistono diversi tipi di cellule: i fotoricettori (coni e bastoncelli, le cellule gangliari fotosensibili, le cellule bipolari e altre che regolano l’ammissione della luce, oltre a elaborare e trasmettere immagini.

I bastoncelli e i coni svolgono funzioni specifiche: i primi sono più sensibili agli stimoli luminosi e soso responsabili della visione notturna e periferica; ciascuno di essi risponde a un singolo fotone, o particella luminosa. I coni, invece, operano in condizioni di elevata luminosità e sono deputati al riconoscimento del colon, dei particolari e dei movimenti rapidi.

Il nervo ottico e il punto cieco

Fino agli anni Novanta, si pensava che le cellule coinvolte nel processo visivo fossero soltanto i coni e i bastoncelli. Poii invece, i ricercatori hanno scoperto altre cellule fotosensibili, molto più rare, chiamate gangliari. Queste contribuiscuno alla regolazione del diametro della pupilla e all’alternanza di luce e buio, alla base dei ritmi circadiani che scandiscono la nostra esistenza. La luce colpisce i coni e i bastoncelli dopo aver attraversato strati trasparenti composti da cellule nervose. Quando raggiunge questi fotorecettori, causa reazioni chimiche.

I dati visivi ‘grezzi’ si propagano attraverso strati di cellule nervose, che elaborano e codificano le immagini prima di inviarle al cervello attraverso il nervo ottico. Tutti abbiamo un punto cieco, o scotoma, una regione retinica priva di cellule fotorecettive in grado di percepire la luce. In questa parte del disco ottico, il nervo ottico attraversa la retina, diretto verso il cervello. Benchè si tratti di una zona piuttosto ampia non ne siamo consapevoli: il motivo è che quest’area lacunare é situata in punti diversi in ciascun occhio, e dunque, l’altro occhio ne ri-compensa i vuoti.

Il livello del mare aumenta: cosa succede?

L’incremento del livello del mare sta accelerando? Si, e quasi certamente continuerà. C’e una considerevole varietà da luogo a luogo per via di maree, temporali, geologia mutevole e correnti oceaniche. Ma i livelli dei mari in media stanno aumentando in un modo senza precedenti di 3,3 cm a decennio, il doppio di quanto accadeva nella seconda metà del XX secolo.

Perchè il livello del mare cresce?

Questo incremento è tra i segni più chiari del fatto che il mondo si sta scaldando. Ci sono due motivi principali. II primo è una dilatazione fisica, perché gli oceani sono scaldati dall’atmosfera. E l’altro è l’acqua aggiuntiva che entra negli oceani dai ghiacciai e dagli strati di ghiaccio sulla terraferma che si stanno sciogliendo (i ghiacci galleggianti, come quelli dell’Artide, non innalzano il livello dei mari, così come un cubetto di ghiaccio che si scioglie non fa traboccare un bicchiere).

Un’altra causa è il pompaggio verso la superficie di riserve di acque sotterranee, che in genere finiscono negli oceani. Nessuno sa come andrà a finire. Ma la maggior preoccupazione per il futuro è il destino degli enormi strati di ghiaccio che coprono la Groenlandia e l’Antartide. La Groenlandia, in cui si trova tanto ghiaccio da sollevare il livello dei mari di circa 6 metri, ha perso nell’ultimo decennio sei volte più ghiaccio che nel precedente.

Cosa succederà in futuro?

L’Antartide, che potrebbe aggiungere fino a 60 metri al livello dei mari, ne ha perso cinque volte tanto. Il ghiaccio sull’Antartide occidentale è particolarmente instabile, secondo i glaciologi: lo strato sovrasta un arcipelago di vette montuose sommerse, tra le quali fluisce acqua tiepida sotto il ghiaccio. Con la possibile eccezione dell’Antartide occidentale, ci vorrebbero secoli perché spariscano questi strati d ghiaccio, ma il timore è che siamo vicini a un punto di non ritorno.

Gli approfondimenti sul loro scioglimento e sulla possibile instabilità fisica hanno convinto di recente l’Intergovemmental Panel on Climate Change (IPCC) delle Nazioni Unite quasi a raddoppiare le sue stime del possibile innalzamento dei mari in questo secolo: fino a un metro. Le regioni costiere di tutto il mondo dovranno rafforzare le proprie barriere. Alcune aree densamente abitate scompariranno. Le minacce più immediate di allagamenti sono date da eventi quotidiani come i temporali e innalzamenti temporanei del mare.

All’aumentare dei livelli medi dei mari crescono i rischi di questi eventi. Il riscaldamento globale provoca i fenomeni metereologici estremi a cui stiamo assistendo e secondo gli esperti le estremità – considerate in termini di eventi climatici – sono destinate ad aumentare mettendo in serio pericolo la stabilità e la sicurezza degli uomini sulla terra.

Conoscere le illusioni ottiche

Le illusioni ottiche sono divertenti. Ma sono anche istruttive perché è difficile immaginane qualcosa di meglio per sollevare il velo sulla complessità della percezione. Tant’è vero che dal 2005 ogni anno si svolge una competizione internazionale tra psicologi, neuroscienziati, artisti e matematici che escogitano nuove illusioni ottiche.

I maestri dell’illusione

Dietro l’iniziativa c’è la Neural Correlate Society, il cui scopo è promuovere la comprensione scientifica della percezione e dei processi cognitivi. Maestro in questo campo fu Richard L. Gregory, professore di Neuropsicologia e direttore del Braian and Perception Laboratory dell’Università di Bristol. Scomparso nel 2010 all’età di 87 anni, nel suo ultimo libro, datato 2009, Gregory traccia quella che amava definire la “Tavola periodica” delle illusioni ottiche, in analogia con la tavola periodica degli elementi chimici di mendeleev.

L’illusione delle illusioni è che vedere sia un’operazione semplice che ci mette in contatto diretto con la realtà. Non è così. Metà della corteccia cerebrale – la cui estensione è paragonabile a quella di un fazzoletto spesso 3 millimetri con lati di 40 e 50 centimetri – è impregnata nell’interpretazione delle immagini. Questa attività da sola assorbe un quarto dell’energia consumata dal cervello e il 4% di tutta l’energia fornita dal cibo.

La vista è un’illusione reale

Intorno a noi — poniamo ci sono alberi, case, persone che riflettono la luce di una giornata di sole. La luce del mondo finisce la sua corsa sulla retina, lo schermo della nostra camera oscura. Qui i fotoni modificano le molecole di rodopsina che a loro volta generano impulsi elettrici. Convogliati nel nervo ottico, gli impulsi arrivano principalmente alla regione occipitale del cervello ma la loro interpretazione interessa molte altre parti cerebrali e ovviamente le nostre esperienze precedenti, i nostri ricordi, le conoscenze che abbiamo accumulato nel corso della nostra vita.

Nel cervello non ci sono alberi né case né luce né tanto meno uno schermo. C’è una fitta pioggia di impulsi elettrici. Le illusioni ottiche possono nascere in un qualsiasi punto di questo percorso. Alcune derivano da fenomeni fisici connessi alla natura della luce: i miraggi sono luce che ha subito una rifrazione in strati di aria con temperatura e densità diversa. Altre illusioni sono geometriche, prospettiche, di colore, contrasto e completamento. Altre ancora si devono a uno spiazzamento cognitivo prodotto da figure ambigue o impossibili pur essendo realistiche. Una prima classificazione può distinguere le illusioni tra errori fisiologici nella elaborazione dei segnali ed errori nella loro interpretazione. In entrambi i casi si è dinanzi un’illusione.

Percepire gli odori e i sapori

L’odorato è uno dei sensi più importanti, in grado di influenzare le nostre scelte in fatto di cibi da consumare e persone con le quali relazionarci.

Tra sapori, odori e gusti

L’olfatto o odorato è un senso molto diretto poiché comporta l’effettiva inalazione di microscopiche particelle della sostanza annusata. Queste colpiscono l’epitelio olfattivo, una membrana mucosa all’interno della cavità nasale, che contiene milioni di neuroni recettori. Ognuna di queste cellule sensoriali è ricoperta da strutture ciliari, che reagiscono agli stimoli olfattivi e inviano segnali al nervo olfattivo, il quale li trasmette al cervello, dove vengono percepiti come odori.

Gli umano sono in grado di riconoscere circa 10 mila odori diversi, e la percezione di ogni singolo individuo è diversa da tutte le altre. Generalmente, si conviene che noi umano sappiamo riconoscere cinque sapori sensoriali: il quinto è stato riconosciuto soltanto di recente. A dolce, amaro, acido e salato, nel 2002 si è aggiunto il gusto sapido. Inoltre, sono state identificate diverse altre sensazioni percepibili dalla lingua, non classificate però come gusti. Il gusto dolce è associato essenzialmente ai carboidrati semplici, di cui il più comune è lo zucchero. Il sapore dolce viene riconosciuto attraverso un procedimento completo, e soltanto da poco è stato proposto e accettato l’attuale modello, che prevede siti di legame multipli tra recettori e sostanze zuccherine.

Le differenze tra i gusti

Il gusto dolce di una sostanza presuppone un elevato contenuto energetico: alcuni studi hanno dimostrato nei neonati, che necessitano di un elevato apporto calorico per crescere, una spiccata preferenza per concentrazioni zuccherine ancora più elevate di quelle del lattosio, contenuto nel latte umano. Il gusto amaro è rilevabile anche se presente solo in tracce, ed è generalmente percepito come deciso e sgradevole. Molte sostanze tossiche presenti in natura sono amare, e alcuni scienziati evoluzionisti hanno avanzato l’ipotesi che la sensibilità a questo sapore sia nata come meccanismo di difesa.

Gli umani, però, hanno via via sviluppato varie tecniche per rendere edibili sostanze amare originariamente non commestibili, riducendone la tossicità grazie alla cottura. Il gusto salato è dato dalla presenza di iodi di sodio, o altri metalli alcalini affini. Il potassio e il litio producono un sapore in quanto chimicamente più prossimi al sodio. Il gusto aspro segnala l’acidità di una sostanza. Il grado di acidità si determina titolando le soluzioni acide rispetto a diluizioni di acido cloridrico.

Il meccanismo alla vase del riconoscimento del gusto aspro è simile a quello utilizzato per il salato: infatti, il sapore è dato da una concentrazione di ioni, in questo caso di idrogeno. Il gusto sapido è il più recente tra i sapori primari identificati, ed è caratteristico di cibi invecchiati o fermentati. Il glutammato tipicamente dà origine a questo gusto, ed è per questo che il sapido è considerato fondamentale per la cucina asiatica.

I nuovi orizzonti della lotta contro il cancro

Prevenzione, se possibile, altrimenti spazio a radioterapia dedicata e farmaci molecolari in grado di intercettare selettivamente i target da distruggere. Come dmni che vanno a caccia di terroristi in un quartiere pieno di civili incrini. La lotta al cancro segue oggi due direttrici ben precise: la tecnologia medica e la genonfica. Difficile dire se una di queste “armi” o entrambe, combinate, possano portare in Muro all’agugnata quota di mortalità zero, ma è incredibile la velocità con cui si stanno compiendo progressi.

Prima di parlare delle soluzioni, però, cerchiamo di capire a che punto siamo nello studio e nella comprensione dei meccanismi che regolano nascita e proliferazione della materia oscura. Il tumore è un nemico globale, centinaia di laboratori e centri di ricerca di tutto il inondo sono arruolati nella santa crociata. Tra questi l’Italia che schiera in campo alcuni dei suoi migliori “cervelli”.

La risposta dei geni

Risale a poco tempo fa la pubblicazione su Nature Medicine di uno studio condotto dall’Istituto San Raffaele di Milano in collaborazione con l’Harvard Medical School di Boston. In esso si analizzano le cellule tumorali del sangue che sopravvivono nonostante abbiano il DNA fortemente danneggiato (condizione tipica di tutti i tumori) e della mancata risposta dell’organismo che non si adopera per riparare quei danni come invece fa quando si trova in presenza di cellule sane. Che cosa accade esattamente?

Succede che le cellule malate mantengono e accumulano danni al DNA per crescere e sopravvivere alla chemioterapia, spiega a BBC Science la bostoniana Francesca Cottini, prima firmataria del paper. Abbiamo scoperto che le cellule tumorali del sangue sono in grado di farlo grazie al blocco di espressione del gene sentinella YAP1. Dunque se riattiviamo YAP1 tramite un’altra proteina, la STK4, possiamo ristabilire la normale risposta al danno del DNA e quindi uccidere il tumore. Ma YAP1 non è il solo a essere coinvolto nella battaglia al tumore. Viaggia sempre in coppia con un’altra proteina chiamata ABLI.

Così nasce il cancro

Quando si verifica il danno nella cellula ABLI si sposta all’interno del nucleo e li dovrebbe trovare ad attenderla la sua compare, YAP1. Se ciò non avviene il sistema va in fili e la difesa non scatta. Alla luce di questa scoperta è evidente che chemio o radioterapia, che hanno la caratteristica di azzerare massa malata e massa sana, non rappresentano più l’unica risposta possibile. Il sogno, invece, è creare in laboratorio un farmaco mirato che permetta di “riaccendere” STK, impossibilitato, nel caso illustrato su Nature Medicine, a svolgere il suo compito di oncosoppressore.

Individuato il targa, dunque, la scienza deve ora progettare il drone. STK4 è una chinasi, un sottogruppo di geni o proteine. Oggi esiste già una library farmacologica fatta di composti chimici o anticorpi monuclonali che vanno a incidere sulle chinasi. Vengono usati nel trattamento del tumore al polmone, al colon e alla mammella ma si confida che presto sarà la volta del sangue.