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-|-|-» [ RECENSIONI / Review ]

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- SUPREME COURT / HYPOCRITES + SAINTS -

EBM pura e adrenalinica tracciata sul sentiero che accomuna Hocico e la scena teutonica più dura e affilata: una buona riconferma per questa band anche se dovendo cercare geniali innovazioni dovrete bussare altrove.
Se invece cercate atmosfere cupe e urbane che si intreccino con voci filtrate e battiti poderosi che facciano da contraltare ad elettroniche subdole e taglienti questo è il vostro CD. Sin dalle prime note di 'Jealous Man' (finalmente una band che ci risparmia le solite insipide intro..) è indubitabile il riferimento di fondo agli Hocico che significa garanzia di ballabilità all' insegna di EBM di buon livello. Altri brani significativi sono a mio avviso 'Rush Of Blood', 'Traitors and Cowards', 'Carefully Deceived', 'Dreams to Share' e 'Hide in Fear'. Come detto non siamo tuttavia di fronte a un CD epocale: per quanto il genere non consenta infatti particolari voli pindarici per motivi prettamente strutturali questo non deve rappresentare un pretesto per dedicarsi all' ordinaria amministrazione.
-|-|-» Nel complesso un buon lavoro anche se alla lunga risente di una certa staticità. Si può innovare di più.

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- BRILLIG / THE PLAGIARIST -

Buon vecchio Goth finalmente rinfrescato da verve e originalità che negli ultimi anni sovente latitano nel genere.
I territori esplorati si snodano tra Cure e Suede senza eccessivamente indugiare tra facili malinconie retrò regalando un' ottima impressione sin dal primo ascolto. Questo EP presenta differenti sfaccettature: racchiudendo due brani dal prossimo album e due dal precedente vuole infatti rappresentare una testa di ponte per il mercato oltreoceano. 'Truth or Dare' conquista subito l' attenzione con l' alternarsi di voci ben orchestrato da un' ottima chitarra lungo le spire di riff gradevoli e vivaci. Atipica 'The plagiarist' che s'incammina piacevolmente sul sentiero del dark pop fruibile. In 'Nihilist' mi convince la musica ma meno la voce che si concede eccessivamente ad una teatralità che sarà anche emblema della band ma rischia, se eccessiva, di soffocarla sotto spire di deja-vu. 'Escher' lascia più spazio a uno strano connubio di synth vintage, chitarre e viola e si delinea su orizzonti più evocativi.
-|-|-» I Brillig sono una band non banale dal potenziale camaleontico che sarà interessante attendere al varco dell' imminente full length 'Mirror on the Wall'

- VNV NATION / JUDGEMENT -

Ecco una recensione che mette in difficoltà: non è infatti mai semplice giudicare una band che ha significato e significa molto per la scena e per la quale l' attesa per il nuovo lavoro era notevole. Diciamolo subito: a mio modo di vedere 'Judgement' è migliore del precedente lavoro ma inferiore, seppur di poco, alle mie ( forse troppo elevate) aspettative.
Se infatti è vero che alcuni brani ci restituiscono i migliori VNV Nation è altrettanto insindacabile che altri appaiono a guisa di una sorta di riempitivo come se non si sapesse come ultimare un lavoro ottimamente cominciato. Va aggiunto comunque che il contenuto a livello di songlyrics é sempre di prim'ordine e le tematiche ambientaliste e intimiste sono sempre esplicitate al meglio! Un pregio di questa band è sicuramente il non dormire sugli allori: i VNV hanno sempre cercato nuove soluzioni stilistiche imponendosi di non divenire i cloni di qualcun altro o ancor peggio di se' stessi. Questo da un lato ci salva da alcuni rischi ma per altri versi espone alla possibilità di seguire percorsi sbagliati. Sperimentare a volte significa sbagliare ma almeno col coraggio e la voglia di rimettersi in discussione: non siamo di fronte ad un album da primo ascolto, questa musica va infatti capita e poi assimilata, non bisogna limitarsi come molti fanno a recensire d' impulso basandosi sul primo input assorbito.
Venendo al dettaglio: 'Prelude' è l' evitabile intro che apre 'Judgement': non sarebbe stato meglio un 'vero' pezzo in più ? 'The Farthest Star' rappresenta invece l' anima positiva dei VNV Nation: grandi linee melodiche ariose e orecchiabili con testi e suoni nella miglior tradizione della band. 'Testament' è accattivante e originale e contribuisce a dare ottima linfa a tutto il lavoro, cosa che non posso invece dire per 'Descent' che risulta un po' avulsa dal contesto e incapace di conquistare e per 'Monumentum' che appare per così dire un po' estranea rispetto al sound tradizionale della band per quanto alcune soluzioni sonore siano certamente all' altezza del compito. 'Nemesis' invece riporta l' album su grandi livelli con una carica dirompente che affascina e percuote ricordandoci nel testo che l' uomo è l' artefice del suo destino: ottimi riff e dancefloor pieno garantito!
Purtroppo a questa esplosione d' energia fa seguito 'Secluded Spaces': noiosa e poco significativa. Con 'Illusion' poche note bastano a riportare 'Judgement' al suo climax: uno splendido testo cesellato su atmosfere tristi e malinconiche regala una chicca di romanticismo in chiave synthpop. A seguire 'Carry You' che considero il capolavoro tra i 10 brani: anche se quà sembra che siano i VNV a scopiazzare certe atmosfere degli ingiustamente criticati Pride And Fall emerge cionondimeno un encomiabile capacità di imporsi come band di riferimento della scena attraverso melodie immortali e ammaliatrici. 'As It Fades' chiude tra atmosfere ovattate e nebulose come se si volesse lanciare il messaggio che l' uomo ha ormai perso la sua chance di salvare la natura e quindi di salvare se' stesso.
-|-|-» Album controverso ma di qualità che sono sicuro susciterà giudizi opposti e contrastanti ma che non potrà togliere alla band quel posto significativo che conserva nell' universo dell' elettronica più ricercata.

- LADY MORPHIA / ESSENCE AND INFINITY -

Secondo effettivo full lenght per i britannici LM generato dopo sette anni di dignitoso silenzio infranto solo da sporadiche apparizioni su compilations e fugaci collaborazioni con bands del calibro di Werkraum. La band con questo sforzo discografico gestisce perfettamente un proprio meccanismo stilistico che non si lascia quasi mai irretire da semplicismi e banalita'espressive. L'intenzione resta quella che li ha resi noti ovvero un dark sperimentale vibrante e spesso arricchito da azzeccatissime trovate orchestrali stile early In the Nursery e solide ballate simil Death in June. 'Essence and Infinity' costituisce una rentrèe buia quanto basta per siglare un meritato buon ritorno sulla scena ed intelligente abbastanza per giustificarne il perpetrato silenzio. Il cd ,edito per la Surgery/Tesco si articola perlopiu'attraverso un dedalo di dark acustico e tenebrosi ed energici episodi rock. L'edizione include un booklet di 16 pagine con ampi riferimenti all'artwork riflettente il contesto de l lavoro ed i testi delle songs, inoltre è d'obbligo sottolineare il contributo ispirativo della band al filosofo tedesco Oswald Spengler secondo il quale i concetti di cultura e civilizzazione convergono in un unico principio di processo storico, pensiero che potrà costituire valore aggiunto all'apprezzamento del disco per coloro che ne condividono l'astrazione. Definirei questo un buon prodotto. La formazione, attiva da 1996, prende il nome da un poema di Robert Graves ed ostenta con il proprio sound il conflitto tra un mondo considerato imperfetto ed il disperato bisogno di sconfinare dai dettami da esso imposti, il risultato che ne deriva è un assemblaggio di atmosfere che desiderano condurci presso angoli inviolati per toccare con mano le grandi verità metafisiche che regolano la nostra temporanea esistenza. Oltre tutta codesta imponente riflessione ed analizzando il contesto melodico del cd, possiamo confermare che la voce di Nick Nedzynski, (male vocals-acoustic guitars-bass-keyboard s-piano), crea un intreccio di crepuscolari armonie ed interessanti spunti di riflessione dark. L'intro rarefatta è costituita da 'Im Schob der welt' in cui gli algidi interventi della vocalist Woodall aprono in seguito il percorso ad una ballata, 'Ancestral Memories', sorretta da chitarre classiche, piano e vocals che ammiccano alla band di Douglas Pierce. 'Fallen Empires' propone quelle sezioni rockeggianti impregnate di tetra malinconia insite nel gruppo. 'Sterbende Landschaft' di canto suo replica a tratti le sonorità intraprese dai conterranei ITN in un epoca ormai lontana ma capaci ancor oggi di riverberarne i precetti. Un gagliardo trinomio chitarra-voce-keyboard edifica 'Turn to the Silver' supportata dall' ottima cooperazione percussiva di Chris Nedzynski. 'Carmen ad Occidentem' si erge tra impavidi loops obscure rock, giri di basso, rallentamenti e nervose rullate di drums. 'Widerstand' recupera l'ineffabile fascino delle precedenti ballads offrendo pindalici voli da sogno a sostegno della successiva ed intricata 'Sturmjahre', glaciale teoria istituita da drumming ondeggiante ed esplorazioni lirico-sinfoniche. Il cupo piano mosso da Nick ci conduce ad una lentissima 'A Faustian Summer', tre minuti e dieci secondi di autentica delizia per le anime più inclini ai melodrammi onirici che ci separano dall'epilogo rappresentato da 'Tides', poema dalle sfumature new folk incastonate perfettamente tra soavi spire chitarristiche screziate da keyboards sapienti, ma soprattutto dai vocalizzi del singer Nick che anche in questo episodio confermano la loro indispensabile partecipazione. L'imperativo da imporre all'ensemble è di perseverare in questa direzione completando il cerchio con un'ulteriore perfezionamento in fase editing e, non in ultimo, di non farci attendere altri sette anni per proporci una terza missione per cui esultare.
-|-|-» Il sottile pensiero di Oscar Spengler vi incuriosisce? 'Essence and Infinity' ve ne svelerà l'essenza...'

- DPERD / 3NON -

Dalla scissione dei Fear of Storm, band militante negli anni'90, si generò un'ulteriore diramazione costituita da un duo dotato di innato moto artistico tendente all'oscuro. Il cd che andiamo ad analizzare è il terzo in ordine di apparizione ufficiale relativamente alla band ennese che dopo una autoproduzione di 9 tracce battezzata con lo stesso anno di pubblicazione ovvero '2003' ed un successivo cd compilation 'United Forces of Phoenix' del Settembre 2006, pubblica questo '3non' dalla duplice fisionomia. Globalmente definirei la band molto capace di inserire elementi di gran valore artistico, la voce di Valeria Buono (vocals-keyboard) è evocativa quanto basta per dare slancio alla struttura del disco, manca tuttavia una preziosa incisivita'nell'espressione, come se qualcosa di indefinito non permettesse loro di toccare vertici piu'elevati. Non reputerei affatto ciò ad un'insufficienza creativa, infatti la band sa muoversi meravigliosamente sia tra le armonie malinconiche che tra gli accordi pregni di solennità, attraverso scie tastieristiche di effetto e reticoli basso-batteria mai scontati; semplicemente latita una dose più lauta di coraggio e precisione compositiva. Le idee non mancano, 'Prima dell'alba' track di partenza, distende un tracciato davvero suggestivo, questo episodio accomuna in sè, a mio avviso, il meglio dell'intero lavoro. In 'Non resisto', la voce di Valeria non esprime il massimo potenziale che avrebbe conferito alla song un sostegno più grandioso, complici ottimi riffs di chitarra e basso ben spiegato. Orchestrale e struggente 'Her' denota un accresciuto miglioramento esecutivo, se solo il timbro delle drums fosse stato maggiormente profondo e la chitarra più amalgamata all'insieme saremmo innanzi ad un piccolo capolavoro di cold-obscure wave. 'Domani' è una song da immagazzinare all'interno dei nostri circuiti mnemonici per ricordarne poi il testo nelle notti che precedono avvenimenti importanti, oppure in seguito a situazioni apparentemente senza alternative. Quì l a base piano-drum e' gestita egregiamente ed i vocals riverberati di Valeria vi si amalgamano pregevolmente. Interessante ma incapace di spingersi oltre ciò, 'Ghostown' incanala un organo inquieto in un, forse, un pò troppo pretenzioso dramma di impatto. 'Non ancora' risalta per il turbine emotivo avvolgente e per la sinuosa pacatezza iniziale che si stempererà man mano che la song prende corpo:la voce, questa volta meno indiretta, la chitarra, ed un buon piano, architettano un plan sonico bello tanto da non farsi dimenticare troppo repentinamente. 'Sadness' costituisce una traccia intrigante, gli interventi vocali di Carlo Disimone (keyboards-guitar-bass-percussions) sarebbero in una certa misura da raffinare, ciò nonostante si erge un brano che il dhuo dovrebbe tenere in viva considerazione e da elaborare in un eventuale futuro remix, magari affidato alle cure di una band blasonata che ne colga il quid per elevarlo ai massimi livelli. 'Lacrime' non desta particolari sensazioni, per quanto la vivace e scarna batteria sia ben programmata: la cadenza non regolare di essa conferisce alla song una apprezzabile struttura ritmica non valorizzata però dal resto dell'intelaiatura sonica che ne rende insipide le trame. Una lunga 'Non vado via' riscatta in larga parte il desiderio e la capacità di comunicare passione, il connubbio vocal-drum-piano-sax (..o synth?..) origina una lenta ballata ben cadenzata e tutt'altro che sottintesa. La succinta versione 'piano' di 'Her' dona valore aggiunto ad una song dalle movenze già regali, Valeria insegue le note del piano con eleganza ed avvinta raffinatezza, per un minuscolo gioiello da amare. Due bonus tracks, rispettivamente le reprise versions di 'Non resisto' e 'Non ancora' performed by Nent.e. propongono uno spaccato electro di buona fattura, i synths orchestrati nel primo evento ondeggiano fluidi caricando il brano di fascinosa energia. Questo progetto necessita di ulteriore maturazione unitamente ad un processo di perfezionamento tecnico..la conseguente affermazione sarà inevitabile.
-|-|-» Pretendiamo a gran voce che gli intenti dichiarati in '3non' subiscano un avanzamento entro un breve arco temporale. Promesso?...

- COLLECTION D'ARNELL-ANDREA / EXPOSITION, eaux fortes et méandres -

Stimato ed atteso ritorno sulle scene della band capitanata dal polistrumentista Jean-Christophe d'Arnell e la singer Chloé St. Liphard con un album che non passerà certo inosservato se vagliato attentamente tra le incalcolabili similar-produzioni che opprimono un mercato già di per sè saturo, asfissiato ed ipercreativo. Il duo resetta la propria impronta stilistica e conduce l'ascoltatore oltre le barriere rockeggianti innalzate in precedenti episodi, per seguire le pulsioni originali che hanno improntato, a partire dal 1986, la propensione della band verso ineffabili territori gothic. Dai lontani preludi segnati dal 12' 'Autumn breath for Anton's Death' (1988-Valotte Records) la band ha arricchito gli archivi sonori di molti con lavori di ragguardevole fattura intervallati da apparizioni incise su almeno 30 compilations (..'Fairy World', 'Elegy Sampler', 'Zillo Romantic Sounds'...). La label Prikosnovénie specifica sui generi Heavenly voices e Medieval music, promuove l'ennesimo sforzo dei fra ncesi che lo separa di due anni dalla ristampa del loro secondo cd album 'Au Val des Roses'del 1990. 'Exposition..' trae vitale ispirazione, a cominciare dalle origini del titolo stesso in riferimento ad un prodotto del compositore russo Musorgsky, da undici dipinti del Diciannovesimo e Ventesimo Secolo avvalendosi inoltre di un booklet di dodici pagine contenente i testi. Non sfioriamo culmini qualitativi da sogno, tuttavia il cd manifesta carattere e personalità degni dell'effige impressa sul marchio CdA-A. Dopo il ben poco convincente 'The Bower of Despair' del 2004 intriso di inspiegabili movenze rock oriented, la formazione riorganizza se stessa incentrando l'impronta verso una maggiore definizione goth, descrivendo una parabola avvincente densa di raffinatezza, eleganza e scuola, lo si denota già dall'apertura costituita da 'Les Sombres plis de l'ame' dove l'arco manovrato dallo strumentista Thibaud d'Aboville solletica ossessionatamente la viola, unitamente al cello orchestrato da un gra ndioso Xavier Gaschignard. La voce di Chloé è suadente, il ritmo è angoscioso, tormentato, sensuale. 'The monk on the Shore' non eccede in originalità ma libera inquieti spettri dark rock perfettamente incastonati nell'ambito del disco. Perveniamo a 'Les herbes mortes', un inno maturo ed eloquente orchestrato dalle tastiere di Carine Grieg e dall'immancabile voce della St. Liphard congiuntamente ad alchimie chitarristiche affidate a Vincent Magnien ed allo stesso Jean-Christophe d'Arnell. 'Les Méandres' si snoda in prolungate rifrazioni chitarristiche, pause meditative e tratti vocali richiamanti certe referenze Cranes. Una drum machine ipnotica introduce 'The long shadow' che viene avviluppata dal basso di Franz Torres-Quevedo e dal sequencer per dare luce ad una song danzabile in ogni club abbastanza fosco da considerarlo una sorta di fortuito riempipista. 'I can't see your face' si regge su una ritmica vivace ed un apparato vocale che rimanda ad un Siouxsie-style discretamente emulato. Viola, drum machine e voce sospingono una decadente 'Les catacombes' presso esplicite condotte goth che nel segmento finale accrescono l'impeto per mezzo degli additional vocals inscenati da Jean-Christophe. 'Into flowers' esercita un fascino ambiguo sulla stessa falsariga sonica del precedente brano mantenendone quasi identiche le caratteristiche, mentre 'Crowns of golden corn' riesce ad articolarsi superbamente attraverso strategie sature di chitarre e gradevoli electro-arie che rendono tuttavia la song ballabile quanto innocua nonostante gli impennanti riffs voice-guitar tentino di spezzarne la monotona linearità. 'L'eau des Mauves' mostra ancora una volta un sound trafitto dalle velenose quanto sensuali vibrazioni vocali di Chloé accostabili per effetto a certune produzioni Sophya.Il lavoro si conclude con una magnificente 'The island of the dead' (ispirata al dipinto di Bocklin), una traccia dall'ambigua e fredda estetica electrodark coniugante sia la voce della singer che quella del leader Jean-C hristophe. Senza elevare laudi e mantenendo una linea di giudizio responsabile, definirei questo cd un rimpatrio del duo verso l'unità metrica a loro più adatta attraverso la quale poter enunciare le inesplicabili afflizioni intrappolate nei meandri di certe visionarie acquaforti.
-|-|-» Disillusa esplorazione attraverso imperscrutabili tele e sibillini tratti pittorici. Très intéressant...

- LES JUMEAUX DISCORDANTS / LES JUMEAUX DISCORDANTS mcd -

Prodotto di non facilissimo approccio quest'ultimo ideato dal disegno LJD, come del resto esige la loro impronta fin dalle origini generate nel 2005, ma è noto che l'originalità stilistica cammina parallelamente ad una sorta di pseudo isolamento dalle masse, da sempre poco avvedute nei confronti di artisti 'ostici' da assimilare fulmineamente ed è anche grazie a questo non comune contrassegno che nel presente lavoro risiede tutta la mia stima. Roberto del Vecchio ex Gothica, elemento del duo principalmente legato all'astrazione musicale e l'emblematica Aimaproject, inafferrabile art worker in grado di conglobare suggestivi impatti visivi multimediali a manipolazioni canore di prim'ordine, offrono incommensurabili orizzonti da penetrare con metodo. Incominceremo ad anatomizzare questo mini CD gradendone le fattezze sin dal formato con cui si è presentato in redazione, un cartonato black impreziosito da argentee incisioni delle liriche unitamente al logo della band, dettagli non trascurabili considerandone le finalità promo, la versione ufficiale conta solo 100 copie licenziate dalla Misty Circles-HR!SPQR distribution, numero assai contenuto ma probabilmente proporzionato all'utenza prevista. La tracklist esibisce sei movimenti riconducibili al substrato dark ambient, che necessitano di un ascolto ben ponderato per coglierne tutta la tormentata essenza trascinata dalla torbida corrente di quel buio naviglio che la band ha deciso di percorrere. Si incomincia con la lunga introduzione di 'Malediction' dalle colte curvature irreprensibilmente Dead can Dance, ottimamente cadenzate da drumming oscuro, sfiorato e synths perfettamente armonizzati all'accento francese della singer, un lembo di buio interiore ritagliato attraverso keyboards in crescendo e vocals carichi di componimento drammatico. 'Almus Spiritus' è rappresentata in latino ed assume la conformazione stilistica della song precedente,trama narrata, dialogata freddamente, un bel synth iniziale apre all'incedere sepolcrale e psic otico di Aimaproject, artefice di prolungate emissioni cariche di tormento ed inquietudini che la drum machine orientata in mid-slow tempo traccia impeccabilmente. 'Betrayed Bride' interpreta un lugubre valico organo/voce che nonostante la scarna essenzialità evoca ogni sorta di spettrali atmosfere, la song costituirebbe una perfetta soundtrack per qualsiasi futuro work cinematografico ispirato a Poe. Si continua con una 'Etrè' che nonostante si identifichi ottimamente con l'intero ambito non lascia una significativa testimonianza di sè, il phatos vocale è notevolmente ridotto e la copia in mio possesso rileva un'eccessiva saturazione del suono che contamina il periodo semifinale, il più significativo a mio giudizio, dimezzandone l'effetto. Breve ma tesissima 'Le destin' si manifesta rigorosa nella sua gelida e spoglia veste keyboard/french-vocals, indirizzo ben radicato nel concept del duo che utilizza questa sottile strategia con l'intento di scardinare ogni possibile opposizione mirando sv uotare le anime. Il mini cd si conclude con un sussulto strumentale granitico ed opprimente'The white Room' realizzazione keyboards/drum machine, ammiccante a certi progressivi esperimenti This Mortal Coil oriented di assoluto pregio stilistico, disvelando una sensibilità decadente di non usuale riscontro. Concludo l'analisi incoraggiando, come spesso mi accade, una più curata nitidezza del suono, elemento indispensabile per il raggiungimento emozionale definitivo. Il progetto è inoltre presente nella nostra Italian Obscure Compilation [ELECTA VIA Vol I ] con la traccia 'Le Destin', a deposizione di un sagace ed intuitivo underground music-screening coordinato della redazione Dside fruibile da tutti coloro che hanno conservato la capacità di apprezzare e sostenere l'esangue turbamento sgorgante dall'oscuro.
-|-|-» Riteniamo lecito attendere un full lenght di medesima levatura, confidiamo in un eccellente seguito. Le probabilità che ciò accada sono elevatissime.

- MISSION / GOD IS A BULLET -

Certi artisti si aspettano al varco. Quelli che abbiamo considerato una interessante novità, quelli che amiamo senza condizioni di sorta, quelli che hanno fatto la storia e ritornano con una nuova produzione. Indubbiamente l’ultimo cd dei Mission, 'God is a bullet', è fra quelli che hanno agitato i cuori di tanti gotici della vecchia guardia. Qualche bocconcino ci era già giunto attraverso il DVD live di un anno e mezzo fa, 'Lighting the candles'. La sete è stata sapientemente alimentata, anche perché la nostra scena è abbastanza povera di produzioni di valore. L’attesa purtroppo è stata solo in parte ripagata. Forse non ha senso chiedere al vecchio leone di ruggire e graffiare ancora. E in tutta onestà si può anche limitarsi ad apprezzare la qualità degli arrangiamenti, la pulizia del suono, l’impegno del vecchio rocker che si mette ancora in gioco tra tanti ragazzini mascherati e scalpitanti. Sì, ma la vecchia passione, che vorremmo ancora bruciante, fa appena capolino nei brani più riusciti. Il resto è una piacevole linea piatta che non impressiona e non scuote.
Mi sforzo di trovare i lati positivi di questo CD, perché il mio amore per i Mission mi impedisce di cestinarli tout-court. L’attacco, ad esempio, di 'Still deep waters', prima traccia del CD, è bellissimo e invitante, note orientaleggianti e seducenti che avevamo già avuto modo di apprezzare negli anticipi e in qualche live. La canzone è fondamentalmente una bella ballata che ricorda i vecchi Mission. Insolito che una canzone così soft apra un cd. 'Keep it the family' è arrangiata bene ma stenta a decollare. Solo alla terza track 'Belladonna', cominci a sollevare il pollice e a sperare bene. 'Belladonna' ha tutto il bel vecchio ritmo che ha contraddistinto la carriera di Hussey e co. Peccato che già alla traccia seguente si ricada in un rock poppeggiante e melodico a tratti perfino un po’ imbarazzante. Ma, insomma, su 15 tracce ancora qualcosa di buono ci sarà, proseguiamo. Saltiamo un po’ di tracce, che hanno ben appreso la lezione di questa rinnovata (e spesso banalotta) ondata 'soft-goth-new-wave-anni-80' che va tanto di moda adesso, e arriviamo a 'Chinese burn' che ci regala una bella intro di chitarra à la Mission. Ci piace. Una ballad molto dark, 'Father', spezza l’atmosfera del CD. Si sente una sorta di influenza U2, sia negli accordi che nella voce di Wayne. Poi un’altra canzone valida, dal titolo impronunciabile, 'Hdshrinkerea', che non brilla certo di originalità, ma quantomeno ha un sound potente che ricorda tanto un pezzo storico come 'Deliverance': si va sul sicuro. Le altre canzoni sono autocitazioni o episodi trascurabili fino all’elettrica 'Dumb', un brano soft sferzato di un particolare riff di chitarra che gli toglie quella sospettabile patina di miele. 'Absolution' ha un attacco quasi post-punk, è sicuramente la track meno in linea con tutto il disco (e potrebbe essere quasi un complimento). La ballad finale ci lascia quasi indifferenti. E ora? Perché i musicisti sono validi, e Hussey ha sempre una voce fantastica, uno di quei timbri che non puoi scordare. Ma temo che troverei difficile far apprezzare questo CD a qualcuno che non ami già i Mission in partenza. Il loro vecchio spirito si è volatilizzato, lasciando solo delle vaghe rimembranze che si ripetono traccia dopo traccia, eccezioni citate escluse. Sarebbe già accettabile una totale, energica, drammatica riesumazione del vecchio sound, che per quanto priva di originalità potrebbe forse rassicurarci e accontentarci, come le lasagne della nonna: sempre le stesse ma sempre buone. E invece, con nostro sommo rammarico, assistiamo un po’ alla diluizione della 'missionaria' passione in 15 canzoni che vanno bene per essere dimenticate alla svelta.
-|-|-» Un’occasione mancata per un grande gruppo e per tutti i fans che ne hanno atteso il ritorno per tanto tempo.

- EDGE OF DAWN / ENJOY THE FALL -

Mario Shumacher (Plastic Assault) e Frank Spinath (Seabound), dimostrano perfettamente da quasi un decennio come la sinergia tra due predisposizioni possa generare propellenti e smisurati effetti sull'udito umano. La benefica influenza Seabound è tangibilmente avvertibile sotto i substrati dei circuiti che regolano le oscillazioni di ogni singola traccia, elevando un suono capace, maturo e ricercato. Due diffusioni separate, rispettivamente a cura della Metropolis e della quasi compianta Dependent Records ne assicurano un eccellente numero di copie disponibili. Il paragone con supervalutati Covenant è quantomai d'obbligo, soprattutto se rapportato al primo maxi single 'The Flight [Lux] che introdusse nel 2005 il duo tedesco nell'infinità cosmica electro inquadrandone lo stile innegabilmente superiore. Filo conduttore virtuoso e trionfante di ogni elemento che Mr. Spinath tocchi è l'esaltazione psicologica delle tematiche trattate, l'intelligente analisi dei testi, le grandiose incastonature d i sussurri che centrano puntualmente i bersagli. Nulla è casuale, tutto è pianificato per stupire per dinamismo, per imporre meditazione, per condurre alle danze elettroniche. 'Enjoy the Fall' è un prodotto che polarizza l'attenzione degli estimatori del genere che non potranno sottrarsi alcerebrale fascino di questo lavoro irrobustito da solidissime strutture bassline e precisissimi interventi tastieristici. Il cd turbina su azzeccati archi gravitazionali electro, muovendone con innata naturalezza melodie che hanno la capacità di conficcarsi profondamente nei tessuti encefalici. 'All coordinates are wrong' preannuncia mediante un freddissimo mormorìo le strategie meccaniche che succederanno a breve, infatti 'Black heart' coniuga flussi cristallini di sequencers e pura essenza di disillusa elettronica, l'esito è indiscutibilmente positivo: la mente resterà impegnata a lungo nell'intento di rielaborare ogni singolo frammento di questa song che possiede la capacità di mesmerizzare i sensi. Ritmiche vivacemente programmate sostengono 'Damage' scolpita su formule vocali ben concepite, un fulgido esempio di moderna saggezza circoscritta nei rigorosi parametri electro concept. 'The Flight[Lux] (Version), trascina in un'avvolgente spirale dance godendo di gloria riflessa e percorsi tecnici già utilizzati in passato, ne consegue un mirabile insieme di calcolate parabole futuristiche raccomandate alle anime più algide. Giungiamo all'incantevole 'Descent' presente in due differenti, indimenticabili versioni anche nel precedente maxi single; permeata di aurea intellettuale ed interazioni fortemente electro-noise, la song rivela un'inaspettata energia sotterranea percepibile sin dal primo ascolto. 'Beauty lies within' è impossibile da evitare, frasi bisbigliate da Schumacher, combinazioni melodiche di prim'ordine, keyboards intercalate a synths mid tempo generanti l'inevitabile struggente effetto dipendenza. In 'Pray for love' non risiede un'inscalfibile tempra, riconosciamo lo sforzo ma ne discutiamo fo rtemente il risultato, uno scontato quanto stanco tentativo electro-melodico che nulla lascia eccetto una pallidissima immagine presto dimenticata. Inversa è invece l'opinione su 'Chamber six' ove la drum machine, i vocals di Spinath e i sequencers riscattano ampiamente il precedente brano, merito anche degli accattivanti additional vocals di Firoozeh Aryaie-Konig. Gli EOD riprendono la title track appartenente a 'The Flight [Lux] con una riedizione dance oriented di 'Elegance' (Version), supportata da una struttura di electronica formale, mai pomposa ma neppure particolarmente ricercata, semplicemente bella;un'ottima song che ogni buon club dovrebbe assolutamente includere nel proprio arsenale sonico. Analogo giudizio, maggiorato per impatto qualitativo, lo rivolgiamo a 'The nightmare I am' excursus sequenziale di distinta fattura dai catturanti vocalizzi Seabound's style e dalle partiture ritmiche rettilinee. La voce di Mario Shumacher modula un'interessante 'Isolation' spigolosa quanto basta per non rendersi sottintesa: il suono è dry,claustrofobico con poche ascese. Il refrain, pesante, ne esalta la gravosa essenza. La gelida, pacata cupezza di 'What if' chiude un album contemperante equilibrio melodico, proporzione nei contenuti e coerenza. Il booklet incluso contiene inoltre i testi e le conturbanti immagini dell'avvenentissima e misteriosa figura femminile ritratta nella sleeve. La buona sorte accompagni questa band intelligentemente distanziata dalle massificazioni sonore che caratterizzano lo status electro attualmente in corso.
-|-|-» Congegno sonico di comprovabile valore, continueremo a supportarne i meriti. Fino a prova contraria.

- ARTESIA / CHANTS D'AUTOMNE -

La scena neoclassic porge gli omaggi alle dame francesi autrici di un cd appassionato quanto basta per farsi apprezzare. Agathe M. (vocals-piano-keyboards-clavier), Gaelle D. (violin), Loic C. (guitar), riappaiono a distanza di un anno dal bellissimo 'Hilvern' (Nove-Prikosnovénie), il cd box che ha registrato in brevissimo tempo il sold out delle già scarse 100 copie rese disponibili, una sorta di riscatto nei confronti dello sfortunato cd demo 'L'aube Morne' del 2004 giudicato un flop clamoroso e subito ritirato dalla rete distributiva. 'Chants d'Automne' edito per la label Prikosnovénie rimarca le influenze very Arcana, very Dark Sanctuary, very Dargaard, per un prodotto affabile e struggentemente garbato rivolto ai cultori dello stile in questione. Una prima analisi globale non nobilita il cd per distinzione e per originalità: difatti l'intero concept non sfiora vertici stilistici eclattanti, pur mantenedosi quasi sempre su livelli espressivi più che lodevoli. Le atmosfere risentono non poco d ell'incessante sensazione di déjà vu caratterizzata da una moltitudine di clone bands recanti tutte il medesimo stereotipo sonico, concetto questo tangibilmente percepibile fin dalle prime note di 'Invitation', dall'intro orchestrale e dal seguito elegantemente soppesato. La voce di Agathe si muove flessuosa all'interno della song proiettata su schermi grigi come i cieli autunnali, una delle testimonianze più rappresentrative dell'intero work. Una buia immissione di viola introduce il brano che battezza la title track: 'Chant d'Automne' ispirata come molti altri brani del cd dalla potenza della natura e dalle lussureggianti foreste di lande sconosciute. L'intenzione di gestire il suono al pari di una soundtrack si rivela appieno in 'Terres Perdues' sorretta da un apparato strumentale ben architettato ed evocativo che denota una connaturale propensione delle signore verso arie malinconiche permeate di vento e di foglie caduche. Quasi totalmente corale 'L'appel des Esprits' emana magia avvolge nte e straniante mossa dalla combinazione tra voce + piano + keyboards. Gli archi accarezzati da Gaelle D. donano corpo alla breve 'Entrelacs' repentino sogno ad occhi aperti che instrada i sensi alla volta di 'La maison des Feins' capitolo strumentale clavier-tastiera-viola dai richiami epico-decadenti appropriato per supportare l'epilogo di una qualsiasi pellicola drammatica. 'Quand vient la nuit' ritrae un ennesimo affresco consunto dal tempo e proiettato sul tipico tema stilistico molto archeggiato ed abbattuto, forse dando il via ad un vago senso di monotonia e ripetitività che si consolida con 'Valsent les ombres', lentissima e triste attraversata a tratti da campionamenti di vento novembrino ed incipt orchestrali.'Sous la lune dansante',anch'essa fuggevole, armeggia con chitarre e ritmiche Dead can Dance oriented, mentre 'Le refuge' espone la serafica voce di Agathe M. come elemento trainante ad un seguito di note scaturite da keyboards e viola che comunque hanno ormai esaurito gran parte del proprio potenziale attrattivo. 'L'hiver est là' conclude il lavoro con delicatezza erigendosi degnamente all'interno della stessa formula espressiva che ha caratterizzato 'Chants d'Automne' fin dall'inizio. Un disco, insomma, che racchiude in sè i tratti di una buona capacità gestionale del suono intossicata da ripetitività ed un certo prevedibile dialogo che alla lunga tende a smorzare l'enfasi e le gagliarde promesse iniziali. Complessivamente lo giudichiamo un pregevole risultato di cui ogni sognatore dovrebbe conservare una copia da ascoltare mentre lo sguardo scruta malinconicamente oltre una solitaria finestra lo spettacolo perpetuo dell'Autunno che magnifica il concetto di decadenza in ogni forma che esso lambisce. Ci attendiamo in futuro un importante sequel che tenga conto dei suggerimenti proposti.
-|-|-» Perfettamente allineato ad avanguardie new classic: se aggiungessero ulteriori inserti meno statici e replicati potremmo descrivere le Artesia come rivestite di eccellenza. Fino a quel momento..

- ELUSIVE / LOCKED DOORS, DRINKS AND FUNERALS -

Dopo due album ben azzeccati sebbene ancora 'acerbi', avevamo riposto tutta la nostra fiducia in questi tre ragazzoni norvegesi. Purtroppo 'Locked doors, drinks and funerals' ci delude, e non poco. Non un brutto album, per carità. Molto scontato, molto loffio, questo sì. Invece di impegnarsi a spiccare il salto di qualità, gli Elusive si sono adagiati a strimpellare ancora una volta un rock goticheggiante, ripetitivo nei pattern musicali e nei concetti espressi, povero di idee, di suoni potenti, di passaggi musicali incisivi. 'Destination Zero' apre l’album ed è già una traccia stanca. Di solito la prima canzone dovrebbe avere un buon impatto per invogliarti ad ascoltare ancora. Il titolo, poi, è lo stesso del loro primo cd: nonsense o autocitazione? La prima track valida è 'Run away', potente ed efficace connubio tra rock e pattern elettronico, che ricorda qualcosa dei Sisters of Mercy cantato da un gruppo di cowboy moderni. Altro episodio notevole è 'So far away', che seppure pecca di mancanza di originalità (si sente tutta l’influenza dei padri putativi di questa band, Nephilim e Mission in primis) è accattivante. 'Dream on Sister' ha un bel ritmo, ma ricorda troppo altre loro canzoni. 'Another day' ha un buon ritornello che risolleva un inizio banale. Le ballads come 'The ghost of you' e 'Into your arms' si ascoltano con un certo disappunto, poi si vorrebbero subito dimenticare. Un album, dunque, che si regge su 3, 4 tracce, concettualmente esile, poco aggressivo, assolutamente troppo vicino allo stereotipo. Il fatto che alla fine si ascolti bene (al pari di tanta musica suonata oggi) non serve a scagionare i nostri vichinghi. La loro sarà una piccola colpa ma è ovvio che il genere di cui trattiamo, assediato dalla produzione massificata della così detta musica pop, dovrebbe invece sforzarsi di distinguersi per la qualità proposta, e per la passione.
-|-|-» Li rimandiamo a settembre, ovvero al prossimo lavoro, per un giudizio definitivo sulle loro reali capacità. Nel frattempo questo cd è consigliato solo a chi soffre della sindrome del cavaliere solitario, o a chi ascolta gothic rock edulcorato per scelta di vita.

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