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-|-|-» [ RECENSIONI / Review ]

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- EXPERIMENTS IN DARKNESS - 'From The Heart' -

La provenienza stilistica del belga Bart Piette, aka EID, riconduce ad un cifrario da opera classica commisto a malinconiche influenze gothic. Differentemente dal suo side-project Dead Man's Hill, l'artista assume una natura rivolta verso sonorità di carattere martial/electro/neoclassic contaminate da interszioni death-industrial: mi occuperò in seguito di questa evoluzione recensendo lo split album "Dead:Meat" realizzato in dualismo tra DM'sH e gli austriaci Hrossharsgrani. Tornando all'iniziale soggetto EID, posso asserire che la relativa discografia arretrata conta un solo album su cd-r limited edition risalente al 2007 intitolato "New World Rising" ed un mini di tre tracce edito in tiratura ancora più ridotta denominato "The Decay Reached Not Only Their Flesh" del 2008. Quest'ultimo lavoro ora in esame, "From The Heart", è licenziato dalla label cinese Midnight-Poductions operante nell'area neofolk, dark-ambient e industrial. Come recitano le note descrittive all'interno del digipak, le musiche di questo album sono state concepite e realizzate in un periodo particolarmente triste della vita di Bart, epoca in cui la fisionomia della solitudine si è trasmutata spontaneamente in note e paradigmi vocali colmi di profonda afflizione. "Our Happiness" è il pezzo introduttivo che conduce l'ascolto in un mondo di solenne Oscurità, in questo caso corrispondente ad un melodramma composto da passionali orchestrazioni di piano, bells, key ed un registro vocale inquieto, struggente. "The Inside Of Me" sposta l'asse sonoro indirizzandolo verso forme pseudo-sinfoniche di tastiera e vox, mentre le penombre di "The Death Of The World" prediligono cupi atteggiamenti di neoclassicismo apocalittico basati su meste liriche affidate ad un supporto tastieristico permeato di drammaticità. Ancor più sinistra "Filled With Frenzy" espone un testo curvato verso lo sgomento ed attraversato dal cristallino tintinnare del synth che parallelamente tesse lugubri accordi: ecco l'ingresso della successiva "All The Happiness In The World" che contrariamente al titolo appare come una desolata recitazione canora densa di invocazione e tristezza sfiorata da una leggera carezza tastieristica. Avvincente e suggestiva, "Fireworx Of Inhumanty" convoglia il proprio sound in un intrico di key, clavicembalo, percussività marziale e vocals che si stemperano nella tenebra, così come la traccia finale "The Bottomless Pit Of Sorrow" predilige una supplichevole e addolorata litanìa vocale musicata su una umbratile monocromia di cornamuse synthetiche e piano. Le sette tracce di "From The Heart" esibiscono tangibilmente un melodismo depresso, che segna l'anima, un suono dominato dallo smarrimento e da una nobile interpretazone del concetto sad-music. L'unica ed eventuale limitazione per alcuni potrebbe scaturire proprio dall'impostazione vocale spesso inscenante plateale enfasi e sottoposta a continue intonazioni di palese tragicità: tutto ciò, per altri, potrebbe invece costituire il vero motivo per cui scegliere di accostarsi ad un album comunque fortemente emozionale e abbandonato alla disperazione. Qualsiasi sia stato l'evento sperimentato da Bart in passato, esso ha ispirato in lui queste musiche cariche di sgomento, facendogli comprendere contemporaneamente e in profondità il significato del dolore.
-|-|-» Sinceramente espressiva, questa release spalanca i cancelli del sentimento esplorandone gli ambiti più avviliti e combinando uno spartito sinfonicamente neoclassico a perturbate poesie pronunciate con romantica struggevolezza. Se siete alla ricerca di tormento, l'impeto angoscioso insito in "From The Heart" vi rapirà concedendovi di ammirarne le adamantine forme e la sua travolgente, innata passione. Per spiriti che vagano solitari.

- HROSSHARSGRANI + DEAD MAN'S HILL - 'Dead:Meat' -

Come accennato nella recensione riguardante Experiments In Darkness, ecco in azione il side-project principale di Bart Piette, ora protagonista di un sound ricco di riferimenti martial/dark-ambient/neoclassical simboleggianti lo stile Dead Man's Hill. Ancor prima è tuttavia opportuno introdurre nell'analisi la prima metà dei rappresentanti inclusi in questa mini raccolta intitolata "Dead:Meat", ovvero gli austriaci Hrossharsgrani, anch'essi normalmente dediti ad un genere differente da quello riportato nella loro quì presente interpretazione di cinque tracce intitolata "From The Ashes" che costituisce il capitolo iniziale dello split di due atti licenziato dalla Steinklang Industries. Di fatto la band capitanata da Alex Wiser fa del Viking Metal il proprio emblema, non disdegnando comunque la sperimentazione di ulteriori forme musicali come l'obscure-ambient, espresso, oltre che in questo frangente, anche nelle loro piattaforme parallele chiamate Uruk-Hai e Hugin. Il suono d'avanguardia elaborato dagli Hrossharsgrani potrebbe essere considerato come l'antitesi ai loro fondamenti Metal, essendo esso costruito attorno a glaciali flussi di rumore elettronico strutturalmente indefinito, tastiere e percussività in assetto marziale con atmosfere ambient traboccanti di mistero, disposte su un impianto di voci alternativamente corali o trasformate in abissali litanìe. Inoltrandomi tra le creazioni di "From The Ashes" incontro l'agghiacciante opener, "Come My Phoenix", una traccia dalla musicalità trasversale edificata su incalzante drumming dalla timbrica soffocata, guitar-sound proveniente dal sottosuolo e dilatazioni vocali diabolicamente deformate dal vento apocalittico. Solidità martial di tamburi e keys, sibilline curvature di canto trasformato via via in fosca coralità: tutto questo in "Nischy Jih", oltrepassata dall'ombrosa destrutturazione di "Countless Bathory", cover dei Venom, in questo frangente riedizionata in versione dark attraverso militareschi echi percussivi, vocals inumani ed un background tastieristico denso di minacciose architetture ambient. Le buie alchimie degli Hrossharsgrani proseguono con "Warriors Of The Wasteland", inusuale ma interessante esercizio dalle gotiche melodie di violino assemblate ad uno sviluppo di prorompenza percussiva, austeri ricami di pianoforte, keys di acciaio e vocalizzi loopati, per una song dalla plurima identità martial/neoclassical tenebrosamente sinfonica. Chiude il circolo la suggestiva "Down There", traccia originariamente dei finlandesi Beherit quì totalmente scomposta e ricostruita in una sorta di tribal-ambient dal tambureggiare delle percussioni, dai rarefatti arpeggi chitarristici e da un sinistro dialogo udibile nel trittico vox, viola e key. Come dichiarato in apertura, la seconda sequenza dello split è ora affidata all'inventiva di Bart Piette alias Experiments In Darkness, quì impegnato nel solo-project Dead Man's Hill, autore di questo cupo ep di cinque tracce denominato "Apocalyptic Reporters". Lo schema pianificato per l'occasione risponde anch'esso a multiple discipline suddivise tra dark-ambient/industrial e classicismo marziale, richiamando in larga parte le inquietanti soluzioni espresse nel precedente atto degli Hrossharsgrani ma congiugendole a stratagemmi ben più carichi di phatos ed orchestralità biblica. Infatti il sentore di tragicità e tensione è percepibile fin dall'apertura siglata da "The Birth Of Death", un buio corridoio di sounds, echi, rari interventi di tastiera militaresca e, soprattutto, algidi soffi di aria processata. "Mother Destruction" propaga le spettrali liriche proferite da Koen Osier, alias Cold Flesh Colony, che si disperdono in una traccia dalla musicalità catastrofica, veemente, che pare fuoriuscire dai varchi divelti di nubi color tenebra preannuncianti carestia ed arcana distruzione. Sonorità tesissime, pads deformati con l'indicibile potenza dall'Apocalisse, vocals distorti, flagellati e poi irradiati da una terrificante tempesta di synths e percussioni in "And Nature Created Yellowstone", succeduta dall'altrettanto esiziale "The Dangerous Emptiness", similmente disposta su un tuonante basamento ritmico e circondata da crescenti e decrescenti trasposizioni di key. Discordanze tonali di voce e risonanze sintetiche, come se una forza occulta ne rallentasse le procedure, si ascoltano in "All Saints Day Ritual:To Baron Samedi", finale dedicato alla livida divinità haitiana. Contenuti di grande effetto, malsani, incombenti. Ambedue gli interpreti di "Dead:Meat" svolgono perfettamente il ruolo di messaggeri inviati ad annunciare al Mondo la sua imminente, inevitabile Fine. Quando arriverà il giorno, sentirete nell'aria questo suono e saprete cosa attendere.
-|-|-» Algoritmi disturbati, cicloni di gelida materia tastieristica, interludi di allarmante attesa verso qualcosa di innominabile e devastante, voci originate da dimensioni sconosciute e lugubri. Tutti questi suggestivi elementi vengono liquefatti e trasportati all'interno di tracce sonore dal profilo decisamente austero, declamatorio, a vantaggio di sinfonie colme di solenne catastrofismo: l'estemporaneo binomio Hrossharsgrani/Dead Man's Hill ha saputo decifrare musicalmente il concetto di soprannaturale. Disco imperdibile.

- NO-XYGEN - 'Entry To A Defiled Reverie' -

Gli ellenici Manos F. (synthetic devices/loops/samples) e Thanos M. (sounds/loops/field recordings) caratterizzano dal 2007 questa piattaforma sonica di ordinamento dark-ambient/industrial sperimentale. Latitano le principali indicazioni biografiche del progetto, ridotte quasi escusivamente a brevi cenni sull'operato discograico che annovera tre sole releases: il sette tracce "U-235" del 2010 anticipato dal mini "Towards The Sun" del 2008 e l'attuale oggetto di recensione, l'ep "Entry..." quale prodotto più recente. La label Webbed Hand Records promuove questa tracklist di quattro episodi che inocula nel sistema uditivo tetre espansioni di suono plutoniano elaborate dai laptop ed excursus tra i meandri di un universo ossessivamente malinconico, in un disco dal portamento solenne, cupamente lisergico. Le premesse sono quelle di un opera in linea col repertrio obscure-ambient di media astrazione, senza eccezionali impennate di stile ma decisamente efficace sulla funzionale trasmissione di karma sotterraneo. La title-track si apre con il sound iperdilatato di "The Desert", obbediente ai più rigorosi dettami dark-oriented che richiamano ad essi fumosi accordi tastieristici, prolungamenti di field recordings, rumoreggi di sottofondo ed ancora, ampissimi respiri dalla timbrica notturna. "Shadows Of Oblivion" aggiunge allo schema un ulteriore ampliamento di keys emananti colonne di gelo cristallizzato punteggiate da distaccate battute percussive. La modalità chorus della tastiera diffonde uno spettrale rettilineo sonoro che attraversa interamente la struttura di "Move To An Entry To A Defied Reverie", anticipante la conclusiva "Surrounded By Solitude", un tempio di acustiche buie mescolate a dissonanti campane e noises provenienti dal sottosuolo industrial. Opera lodevole, che drena ispirazione dall'immota corrente dark-ambient, nonchè risultato di un'indiscutibile capacità appartenente ai No-Xygen nel saper trasformare tangibilmente il suono in sensazioni angosciose, opprimenti, che si insinuano nella mente ad una velocità sorprendentemente rallentata. Due nuove anime sedotte dall'oscurità.
-|-|-» Fredde risonanze e nebulose propagazioni dark. La combustione tra questi due elementi origina contaminanti esalazioni che, una volta riversate dai diffusori, ottenebreranno irreversibilmente la vostra percezione acustica. Sperimentatene gli effetti.

- EISHERZ - 'Kalte Zeiten' -

Electro-industrial duo attualmente svincolato da ogni label con interpreti i tedeschi Kai Eisherz e Sebastian Eisherz. Il progetto assembla corpose ed oscure sonorità technologiche a visuals che, sia nel dvd relativo all'omonimo singolo "Eisherz", (disponibile ora anche sul web in versione video), che nel booklet di questo album, magnificano una dissoluta dimensione in black & white, inquieta proiezione della sfera emozionale dei due artisti vissuta soprattutto nel video, ambito in cui gli Eisherz donano corpo ad un mini-film dalle immagini sado-fetish il cui concept sfocia in un finale dal significato palesemente diabolico. La cupa freddezza del suono contenuto in questo full-lenght autoprodotto è una tesa combinazione di organ, synths pronuncianti accordi dai toni drammatici, ritmiche e programming di matrice indus-ebm la cui velocità raramente oltrepassa battute mid-tempo e vocals teutonici che personalmente, giudico poco esaltanti, specie se proporzionati alla consistenza dell'impianto strumentale. Globalmente, l'impressione esercitata dal disco è di un'insieme circoscrivibile in un range largamente da perfezionare, anche se non latitano songs dotate di buona inventiva e fascino noir. "Ouvertüre" è la prima delle quattordici tracce disponibili, offerta come un'ossessiva, severa monotonia tastieristica di due accordi che cedono presto il passo a "Die Nacht Ist Deine Freundin", brano colmo di elettronica depressa, atmosfericamente ipnotica. La citata "Eisherz" possiede una struttura percussiva di netta provenienza industrial incupita dal synth e sostenuta da vocals filtrati che rivestono, purtroppo, un ruolo marginale; "Paris Bei Nacht" privilegia uno spoglio modulo dark-electro ben scandito dal prog e da partiture di organo così come "Nervenheilanstalt" mescola la tenebrosa persistenza delle tastiere ad una circolare replicazione ritmica. "Wind" non trascende dallo schema obscure-electro fin'ora intrapreso proponendo malinconiche melodie trainate da un più veloce insieme di e-drums voce e synth, elementi che, una volta rallentati e resi maggiormente austeri, edificano la successiva "Der Rächer". Una plumbea densità di synth appartenente a "Beziehungs-Weise" incastona nella sua emissione dapprima secche sferzate percussive ed in seguito uno sviluppo tastieristico piuttosto prevedibile ma, soprattutto penalizzato vocalmente. L'alienata musicalità di "Der Weg Zurück" propone un contesto electro-minimale attraversato da atmosfere glacialmente disposte su sorde pulsazioni ritmiche e vocalizzi semi-isterici, mentre "Illumination" orienta le sue arie verso un oppiaceo modulo di synth dalla stesura dark-ambient. "(Exitus)" è un'interessante concatenazione di percussività industrial incorporata ad un tetro apparato electro-gothico di organo e vox che anticipa la successiva e dinamica "Ihre Welt", anch'essa concepita sulle sperimentate basi elettroniche tendenti al dramma oscuro. Quasi al termine incontriamo l'infinita struggevolezza emanata dalle elegiache tastiere insite in "Abschied" e, in ultimo, la fantasmagorica figura di "Heilung", modulare ed esangue combinazione tra il synth ed il buio di una notte senza luna. Release episodica in cui risiedono contemporaneamente attimi di distinta creatività ed altri dai contenuti meno definiti ma sicuramente recuperabili non solo con un migliore assetto della sezione vocale ma, più radicalmente, con un futuro reclutamento presso una label. Ciò costituisce di fatto l'elemento chiave per liberarsi dall'involucro embrionale tipico delle autoproduzioni, dettaglio che spesso limita le potenzialità artistiche di protagonisti sotterranei che, come nel caso di questo project, sono possessori di idee degne di attenzione. Giunti a questo punto, l'imperativo per gli Eisherz è allontanarsi il più possibile dalla zona d'ombra, differenza tra emersione o l'eterna condanna nell'anonimato.
-|-|-» Album dai predomini armonici tipicamente germanici sottoposti ad uno stadio intermedio tra l'electro-dark ed un rinnovato schema di gothicismo sintetico. Il calcolato perfezionamento di questi elementi otterrà con ogni probabilità un più concreto e totalmente convincente esito. Affido al tempo questa mia ottimistica previsione.

- ACRIFOLIA - 'Lament' -

Piattaforma ambient/electronica di Manchester impersonata da Martin Corral e Duncan Meadows, quest'ultimo aderente inoltre all'equipe electro/sperimentale denominata Marconi Union, nonchè ex collaboratore del celebre trombettista e compositore Giorgio Li Calzi. Addentrarsi nel sound degli Acrifolia significa assaporare un distensivo elisir tastieristico pregno di atmosferici pads, cristallizzati rivoli di toccante dream-sound e quella prorompente malinconia che pervade l'anima, formula sonica intrapresa dal recente debut ep "Infinite Still" e proseguita ora con questo primo full-lenght auoprodotto, "Lament". Sei lunghe suites costituiscono la sua track-list assumendo le eteree forme di un pallido arcobaleno orchestrato da armonie cariche di indicibile delicatezza e attraversato da un oppiaceo romanticismo che infonde un senso di smisurata tranquillità: "Peace Within", opening track, sembra essere stata concepita appositamente per questo fine, ovvero incantare lo spirito attraverso flussi di incorporea materia sonora e malinconiche toccate di piano. Le infinite-keys di "Inscape" pennellano di grigio-fumo una catartica dimensione rendendola quasi immota, simile al regolare respiro di un dormiente, attendendo la successiva ed altrettanto soporifera "Caldera", traccia dal key-sound espanso come la bruma mattutina, articolato su pochi accordi dalla lunga percorrenza. Di nuovo il pianoforte bacia meste note mescolate in seguito ad una riflessiva mixture di guitar e synth impostato su una monolitica timbrica, tutto ciò in "Cyclic" oltrepassata successivamente dalla crepuscolare musicalità di "Slowave", anch'essa congruente con lo stile nostalgico intrapreso fin'ora; identica traslazione etesa pure nell'omonimo episodio conclusivo intitolato appunto "Lament", culmine di sofferta passionalità ambient-tastieristica eguagliante una soundtrack d'autore dalle sfumature surreali e seducenti, adatta a solitari ascolti immersi nella struggevolezza più lacerante. Release ispirata e di elevata qualità nella cui sotterranea aura risplende, attendendo di essere intensamente abbracciata, una costellazione di puro, confortante sentimento. Raggiungetela con gli occhi velati di lacrime.
-|-|-» Sofisticate partiture di keys e soluzioni armoniche di irreprensibile valore edificano quest'opera degna di essere conosciuta da coloro i quali sanno percepire l'emozione e l'incanto racchiusi nel lento scorrere della goccia di pioggia su una foglia color tramonto d'Autunno. Disco semplicemente magnifico.

- ACT NOIR - Shape A New Start -

Gradito ritorno sulla scena per la piattaforma denominata AN, dislocata tra Bologna e Ferrara e costituita da Sergio Calzoni al quale è affidata la sezione elettronica, dal chitrrista Stefano Nieri, dal drummer Claudio Pilati e dal bassista Michele Gozzi ; coerentemente con le descrizioni, la formula sonica interpretata dalla band collima adeguatamente con la definizone "electro/rock", ovvero un equilibrato melange tra synthetismo ed una corposa risonanza di drum-guitar effettivamente ispirata allo stile Radio Head/Nine Inch Nails con tenui ma percepibili interventi depechemodiani. La discografia dell'ensemble consta di un promo di cinque tracce realizzato nel 2003, "Cosmo Minimized", composto con l'introduzione del vocalist danese Nicholas Hill proveniente dai The Univerzals: il disco fu accolto positivamente dalla critica specializzata incoraggiando nel 2005 l'intoduzione dell'ufficiale "Automatisme Psychique", primo debut-album distribuito in tutto il mondo. Gli AN apparirono in qualità di openers presso concerti tenuti da altisonanti artisti quali John Foxx e Clan Of Xymox, oltre alla partecipazione a edificanti, successivi disegni, come nello splendido album "Si Muove E Ride" del progetto Colloquio, ambito in cui Sergio e Stefano si adoperarono svolgendo il ruolo di chitarristi. Questo nutrito entourage di esperienze permise loro di essere introdotti nell'orbita della label Eibon Records a cui è affidato anche il secondo album "Shape A New Start" ora in esame, entro cui spicca l'azzeccato reclutamento del new vocalist Gaetano Notarnicola, elemento maggiormente adatto ad impersonare il particolare carattere dell'AN's sound. La title-track dell'opera si articola in dieci episodi di coerente rock technologico dalle liriche ed atmosfere spesso ammantate da una percepibile velatura malinconica, atteggiamento che conferisce alle una certa intrinseca ricercatezza. Le songs sono inoltre rese non usuali una scelta melodica che rifugge da moduli semplicistici, dettaglio che tuttavia non ne diminuisce l'assimilazione che rimane pressochè costante in tutta a percorrenza del disco pur denotando una diffusa rindondanza nei moduli sonori. La track-list si evolve direttamente con l'opener "Shatterproof Beauty", più inlclinata verso depresse e pesanti coniugazioni rock-minded, mentre il programming introduttivo di "Set Fire" calcola il ritmo unitamente alle pulsazioni di basso al cui sviluppo si sommano le trame del vocalist supportate da un corposo sostegno di guitar. "2008" miscela in parti uguali una soffusa linea elettronica di synth/progs, nostalgiche armonie vocali e un'educato pentagramma di corde, contesto quasi identicamente ripetuto nella struggente "Wrong Places". Il cadenzato dialogo tra guitar-bass-percussion e voce origina la flessuosa struttura di "Redemption", traccia successivamente oltrepassata dalla spigolosa superficie che riveste "See The Truth", nelle cui movenze si avverte una maggiore spinta sad-rocker. Un retrogusto amaro caratterizza il suono prodotto in "Closed City", brano dal complesso, vibrante reticolato strumentale down-tempo con vocals tendenti all'introspezione, analogamente alla successiva "Taiming Silence", anch'essa piegata verso melliflue, psychedeliche parentesi di canto e vigorosi refrain chitarristici. L'assetto dell'omonima "Shape A New Start" non differisce sostanzialmente da quello udito nelle precedenti tracce rimanendo esso devoto a robuste emissioni di rock abbattuto che conducono al segmento di coda, "The Higher I Went, The Deeper I Fell", dalla musicalità riflessiva, come quella che potrebbe altresì scaturire dai Radio Head più tormentati. Album interpretato con passione e buona disinvoltura: unica pecca, a mio parere, è la replicata varietà di suoni e ritmi che finisce col rendere stereotipato e speculare il contesto della maggior parte delle tracce, dettaglio che potrebbe causare in alcuni listeners una leggera incrinazione alla longevità d'ascolto. Per ciò che invece concerne la release nel suo aspetto più globale, posso asserire che essa presenta i necessari connotati per essere considerata positivamente nonchè collocabile in un punto intermedio tra il new-rock alternativo di intelligenza evoluta ed un diafano registro elettronico. Stile comunque attraente e comunicativo: mi compiaccio.
-|-|-» Riconosco alla band il merito di possedere carisma e competenza in un ambito musicale arduo, ipersfruttato, dove emergere è sinonimo di caparbietà e distinzione. Ciò che ci si attende dal loro operato, ora più che mai, è quella auspicata, onesta continuità troppo spesso smentita da molti artisti, traditi da effimeri e controproducenti richiami commerciali. Che il fato preservi in futuro gli AN da qualsiasi peccaminosa tentazione.

- AES DANA - 'Perimeters' -

Individuale progetto electro-ambient del francese Vincent Villuis, musicista e sound designer nonchè progenitore assieme a Charles Farewell della piattaforma Asura. A seguito del promo-raccolta del 2001 realizzato con Mahiane, Jean-Michel Blanchet, Solar Fields e H.U.V.A. Network, unitamente agli albums "Season 5" del 2002, il buon "Aftermath" del 2003, "Memory Shell" registrato nel 2004 e "Leylines" del 2009 masterizzato da Magnus Birgersson alias Solar Fields, artista con il quale Vincent condivide il side-project H.U.V.A. Network, ecco giungere questo nuovo "[Perimeters]", grandioso album realizzato con la collaborazione di Huby Sea, fantasioso tecnico del suono e poliedrico compositore. La release merita concretamente, oltre che per i validi contenuti sonori, una lode rivolta all'accuratezza impiegata nell'artwork, caratteristica orgogliosamente insita nella filosofia della label di supporto, l'estetica Ultimae Records, la quale libera tutto il potenziale grafico sia nella nella sleeve, sempre cromata da tonalità avveniristiche, sia nel booklet, ove l'ingegno artistico del team di fotografi costituito da Particula, Sylvi, Bechle, Judigrafie, Seraph, Benecus, Re84, YiariK, Nautilus e Hindermitt, svolge un lavoro che rasenta il sublime. Le undici tracce dell'album, interamente strumentali, rivelano prestazioni di splendido valore elettronico, con numerose punte di eccellenza e soluzioni elaborate con grande maestrìa tecnologica: questi concetti si riscontrano dapprima nelle struggenti atmosfere downtempo di synth-violin e programming appartenenti a "Anthrazit", traccia realizzata con la partecipazione dell'electro-compositore tedesco Christoph Berg ed il suo disegno Field Rotation. "Snöflinga" segue la mesta scia della precedente, convertendo le emozioni in soffuse ed eleganti calligrafie trascritte su un affascinante nucleo percussivo ed ampi respiri tastieristici. Estendendo il percorso si incontra l'omonima "Perimeters", episodio ipnoticamente sequenziato sotto l'influsso di una plumbea key. "In Between" propone sonorità complesse da sottofondo idm, suddivise tra drumming nervoso, gassose sospensioni tastieristiche ed effimeri interventi pianistici, attendendo il successivo ingresso di "Xylem", surreale espressione nocturne-ambient simile al tocco di una nuvola. Il trend dell'album vira sulla splendida "Resin (Overspring edit)", esplorando con questo brano sofisticati cosmi sonori dalla percussività piena, assolutamente danzabile, deposta su un areato manto di synths armonizzati con la seguente ed ancor più strepitosa "Heaven Report", cerebrale, dinamica, dalle alchimie synthetiche che riflettono finissimo gusto, specialmente nella catturante programmazione del comparto e-drumming. Fumosa musicalità ambient contraddistingue "Antimatter (Ante)" integrata alla successiva "Antimatter (Post)" alle cui espansioni AD aggiunge un disciplinato segmento percussivo. Si giunge a "The Missing Words", dapprima impalpabile come la nebbia e successivamente articolata da un modulare sostegno ritmico immerso in una soporifera dimensione di key. "Currents" chiude il circolo della track-list presentandosi in un'onirica uniforme ambient-minded composta da essenziali aliti elettronici. Disco di caratura superiore che agisce contemporaneamente su due fronti: uno prettamente percettivo, in cui l'essenza di "[Perimeters]", incanalata nel sistema uditivo, conduce l'ascoltatore in uno stato d'estasi. L'altro più spirituale, in cui il legame psichico con il sound concepito da AD diviene assoluto. Una volta ascoltato questo album, se predisposti a sonorità tecnologicamente avanzate, diverrà pressochè impossibile separarsi da esso. Acquisto inevitabile.
-|-|-» La Ultimae Records opera notoriamente su livelli anticonvenzionali selezionando con estremo scrupolo artisti di comprovata abilità nel congegnare e comporre prodotti sonori di importante profilo. Il risultato di tale impegno non può che produrre la distinzione presente nel progetto AD, così infinitamente suggestivo, dal fascino cartesiano. Superate le vostre incertezze e garantitevi un suono che infrange i consueti perimetri.

- AntiQuark - 'SkyDancer' -

Funzionale piattaforma electro/technopop/ebm sperimentale fondata originariamente nel 2001 a San Diego dalla key-girl italiana Ant Dakini con la collaborazione del drummer Harrito e Maren alla voce. Nel 2006 il progetto intraprese un nuovo percorso reclutando solo il vocalist Sergio Ordonez il quale si adopera tutt'oggi anche nel settore percussions e programming siglando definitivamente con Ant l'attuale assetto della line-up. L'operato della band menziona due albums autoprodotti, tours dalla comprovata presa scenografica vissuti tra Europa, USA e Messico, nonchè significative partecipazioni a compilations. In riferimento a queste ultime, si evidenzia particolarmente la loro presenza con il brano "Nothing To Do With Th Dog" nella track-list del tribute "CHybernation", raccolta dedicata al duo italiano Krisma, autore di ottimi prodotti imperversanti nell'area 80's synthpop. Il trascorso artistico degli AntiQuark conta inoltre eloquenti live-sessions con projects quali Orgy, Pigface, Red Flag, Godhead e The Last Dance, a dimostrazione di una costante esigenza di visibilità e crescita professionale incrementata in buona misura anche dalla presenza di Marc Urselli, Chris Reynolds, Steve Morell e Giulio Maddaloni nel ruolo di remixers ai quali sono state affidate le tracce dai connotati più clubby. "SkyDancer", album ora in esame, non costituisce di per sè una recente produzione, tuttavia lo si potrebbe definire come il meritato ingresso ufficiale degli AntiQuark sullo sfondo dello scenario elettronico alternativo; licenziata nel 2009 dalla label newyorkese Hungry Eye Records questa release incorpora le multiple ascendenze di carattere electro, ebm, wave, frequentemente utilizzate nei dancefloors, recuperando nel contempo sia elementi strumentali tipici della "prima ondata" synthpopper che impostazioni globali provenienti, sotto alcuni aspetti, dalla scuola darkwave europea. La title-track dell'opera esordisce con "The Man From Mars", dinamica electro-song dalle atmosfere malinconiche a cui segue la non meno riflessiva "Shameless", accentata da soluzioni obscure-synthpop entro cui i vocals di Sergio O accarezzano morbidamente le linee di progs ed un sobrio supporto di key. Di indirizzo più dance-oriented "Planet X" tratteggia il suono mediante snelle strategie elettroniche tendenti al dark, così come la successiva "Drawner 4" propaga un'aura densa di phatos canoro, percussività ipnotica e sound-system alienante in una traccia perfetta per danze cyber-collective. La tribale percussività di "La Fine" propone un vivace basamento di sperimentazione vocal-ritmica interpretata dal guest Napali al quale è affidata la sezione tahitian-drums attorno a cui gravitano campionamenti di megattere e rane. Crepuscolare e rarefatta, "Aldilà" si offre come un'incorporea, essenziale emissione di note provenienti dal synth che, volteggiando, incontrano gli estatici sussurri di Ant. Assoluto silenzio per l'interludio non titolato, "...", oltre cui si staglia il pulsante programming del remake relativo a "The Man From Mars" riedizionata dal producer-remixer palermitano Giulio Maddaloni il quale trasforma la traccia in un ottimo dancefloor, unitamente a "Shameless", anch'essa riedizionata da Maddaloni in versione ultra-dance. Il suono si adorna di ulteriore ballabilità attraverso le rielaborazioni del progetto electro/indus/metal M.E.M.O.R.Y Lab impersonato da Marc Urselli, a cui è affidato il remix di "Planet X", mentre il californiano D. Bene Tleilax, artista elettronico multimediale interprete del progetto The Tleilaxu Music Machine, riassembla "Nuklear Suicide" in versione Blue Mix. La bella voce di Ant scivola sensuale nella ricostruzione della già affascinante "Aldilà", ripresa in veste Mixed Signals da Derek Whitacre, quì attivo come Moscow Coup Attempt, il quale aggiunge all'originale cliché un sottile filamento percussivo. Diversamente da altre realtà emergenti, gli AntiQuark non fossilizzano il proprio stile in ripetitivi moduli o in emulazioni prive di identità propria, edificando un sound interessante che, se abilmente perfezionato, potrà essere valutato con criteri decisamente superiori. Da ciò che ho riscontrato in "SkyDancer" l'ambìto traguardo non appare distante.
-|-|-» L'intraprendenza degli AntiQuark è sostenuta da buone intuizioni ed una personale, intelligente vena creativa fortunatamente priva di virtuosismi. Prossime allo zero le imperfezioni e le incertezze tipiche di molti pionieristici progetti, elementi che se completamente neutralizzati, unitamente ad un maggiore potenziamento delle composizioni ed una più strategica diffusione, condurranno obbligatoriamente il duo verso il successo. Entertainment e fascino tecnologico per danze oltre il blu del cielo.

- AWEN - 'The Bells Before Dawn' -

La pur ricercata definizione "ancestral-ambient", coniata dall'ensemble di Dallas per definire il proprio stile, non apporta modifiche alla mia oggettiva impressione scaturita dopo l'ascolto di questo album per il quale mi riservo di elaborare un giudizio non totalmente positivo. Unico ma non secondario capo di imputazione che determina questo verdetto è il fronte vocale di qualità discutibile quanto sterilmente enfatico appartenente al front-man Erin Powell (vox/lyrics/acoustic intruments) affiancato da Eric ristoffer (electro-composition/ guitars/backing-vox) titolare del disegno electro-industrial texano denominato Unitcode: Machine, Kathrin X (backing-vox/percussions) e Sam (electric bass/guitar). La band ripropone in questa sede la versione digital audio del vinile omonimo pubblicato posteriormente nel 2009; "Awen", termine di provenienza celtico-insulare britannica, significa letteralmente "ispirazione": questa premessa permette di accedere idealmente al sound creato dal progetto che si propone di simboleggiare le leggendarie figure appartenenti ad epoche remote raffiguranti il legame di sangue che unisce indissolubilmente l'identità di ogni singolo uomo al suo stesso progenitore. Affidato alla label Triskele Recordings, "The Bells..." racchiude nell'elenco tre live bonus tracks non presenti nella precedente versione lp, esibendo in totale quindici episodi di altalenante interesse, brani troppo spesso sottoposti ad un soverchiante, cavernoso phatos vocale che, secondo la percezione individuale, può risultare eccessivamente pre-impostato ed innaturale. "Ode To A Briton", traccia di apertura, espone un atavico cantico femminile struggente ed impalpabile come la nebbia sassone oltrepassato in seguito dall'impostazione baritonale del singer in "Helith's Hills", voce che non dona particolare fascino al lento, minimale background percussivo punteggiato dal double bass di Sabrina Steiner. Le musiche, comunque atmosferiche ed affascinanti, riscattano in larga parte i delitti vocali edificando ora la valida "Little Edelweiss", neofolk-ballade entro cui la voce di Erin non si eleva quanto dovrebbe, è suonata con la string-guitar arpeggiata da B9 InVid del progetto Luftwaffe nonchè ex-collaboratore con gli Awen in trascorse produzioni. Una percussività attenuata supporta la scarna sezione string-guitar della gotica "Woden Within" che cede il passo alla folkeggiante oscurità di "Unter Den Linden" con la partecipazione di Pedro In Portugal. Traccia a metà tra dark-ambient e sperimentalismo apocalittico, "The Cairn At The Crossing" diffonde elementi sui quali il vocalist consuma, annientandola, la propria carica evocativa, mentre la successiva "Take Courage!" assume le fattezze di un autoritario proclama di battaglia. "Empire, Night & The Breaker" richiama la tensione delle discipline obscure-ambient mediante un cupo tambureggiare, keys adombrate e loops guerriglieri succeduti dal sound freddo ed immoto appartenente a "Sacrifice" in cui il vocalst si atteggia da meditabondo commentatore. Il climax del disco si evolve tra turbolenze ritmico-tastieristiche e venti di guerra con "Call To Arms", capitolo dalla brumosa musicalità in anticipo sulla susseguente tensione strumentale di "Needful Death" dai connotati fortemente martial-ambient. "Dream Of An Omen" è una gelida costruzione di key dalla sonorità monolitica attorno a cui aleggia la bassa frequenza vocale di Erin simile ad una litanìa rocamente mormorata che concede successivamente la via al nudo e monotono ritornello appartenente alla prima delle tre bonus live track, "Cernunnons Chant (live-Elysium, Austin TX)" ed in seguito alla risibile recitazione di "Tree Of Sacrifice (live-Good Records, Dallas TX)". Ultima della track-list, "The Bonds Of Blood (live-Scandalnavia Studios)" offre un ben più convincente corredo di suono selvaggiamente dark-folk-ambient con femminei echi, percussività tribale ed impostazione vocale quasi sciamanica. Album spesso inconsistente, adatto esclusivamente ad un ascolto impartecipe e non continuativo. Esistono in circolazione prodotti infinitamente migliori.
-|-|-» L'accettabile disposizione musicale viene penalizzata dalla scarsa incisività della voce, elemento basilare per l'esaltazione di un suono come quello degli Awen. Ciò finisce con l'illanguidire l'omogeneità dell'album che, privato della neccessaria sinergia tra vocals e note strumentali, offre un insieme di tracce poco appetibili e controverse. Passate oltre senza rincrescimenti.

- CORAZZATA VALDEMONE - 'Adunate' -

La definizione "industrial totalitario" scelta da Gabriele Fagnani per catalogare il proprio suono mi aggrada; tuttavia, a mio avviso, le acustiche prodotte dal disegno messinese CV sfuggono ad una precisa collocazione stilistica costituendo una sorta di ibrido sperimentale poliforme integrante in un unico corpus, marziali sfumature folk, paradigmi power-noiser, inflessioni dark-ambient, vaghi ma presenti accenti industrial e nostalgiche retrospettive corali accorpate ad atmosfere belliche. Concepito nel 2003 parallelamente ai Kannonau, il side-project ora in esame si differenziò repentinamente dalle creazioni tipiche dell'originale matrice operando verso la ricerca di un sound contaminato da una straordinaria varietà di elementi: dalla spiritualità a riferimenti giapponesi, non trascurando le ispirazioni provenienti da illustri scrittori, temi di evidente disagio sociale, dissacranti provocazioni, accostamenti militareschi, nazionalsocialisti e, non in ultimo, l'imperante mass-control a cui è sottoposta l'umanità. Ritengo doverosa, al fine di far meglio conoscere il temperamento artistico del progetto, la descrizione storica e controversa relativa alla sua discografia che conta inizialmente il non ufficiale e raro demo su cd-r del 2007 di tre episodi, "Propaganda", il debut "Heil Darkness" licenziato dalla label cinese Z-Bugle Rec. prodotto in limited edition. La track-list dell'album era incentrata su sonorità attigue ai primordiali Von Thronsthal, Atrax Morgue, Der Blutharsch, Sala Delle Colonne, adoperando attivamente lo sperimentalismo radicalmente totalitary-power-electronics: l'opera di otto passaggi non venne adeguatamente distribuita penalizzando fortemente la diffusione della piattaforma. Seguì nel medesimo periodo il contributo con la song "Berlin Caput Mundi" alla compilation "Donec Ad Medam"; l'anno seguente CV pubblicò coraggiosamente il secondo full-lenght, "Madre Patria" per la germanica Skull Line Rec. stampato in very limited edition. Sempre nel 2008 l'estinta label texana Third Position Recordings accettò di ristampare il debut in sole 100 copie che, per contenuti grafici, riferimenti ideologici e successivi pregiudizi limitativi, vennero irrimediabilmente blindate dalla censura europea che ne decretò la dissoluzione. "Corazzata Valdemone Ha Sempre Ragione" è il quarto album ricolmo di maggiore aggressività power-electronics la cui edizione fu affidata nel 2009 alla cinese Marks Of Deceased Prod. etichetta destinata all'identica sorte della precedente label di supporto. Anche questo lavoro non fu oggettivamente distribuito, aspetto che condannò l'opera ad un assoluto anonimato. La caparbia spinta creativa di Gabriele si rinnova nel 2010 attraverso una collaborazione con il noiser italiano Flukte, evento da cui è scaturito l'album "Manipulations" licenziato in soli trentotto esemplari editi dalla Toxic Industries e ritenuto più concentrato verso una esplorazione alchemica del concetto sonico che alle tematiche marziali e totalitarie tipiche del repertorio di CV. La recente release "Adunate" ora nel mio lettore consta di sette estese tracce pubblicate dalla label tedesca Castellum Stoufenburc e tutte inclini ad uno spartito pregno di reinterpretazioni di inni risalenti a periodi conflittuali, atmosfere ambient palpabilmente inflessibili, traverse power-electronics ed un morboso sentore di drammaticità retrò. La stesura dell'album elenca inoltre una nutrita serie di guests a rafforzamento sia della sezione strumentale che canora: "Romana", opener, si avvale in fase introduttiva dell'apporto vocale di G\ab Svenym proveniente dai Deviate Damaen al cui sviluppo sopraggiungono le cavernose, inquietanti liriche proferite direttamente da Gabriele dispiegate su un manto di suono gassoso, privo del più remoto senso del calore. Le riedizionate "The Last Battle", oscuro proclama sequenziato da nubi elettroniche, e la marmorea "Berlin Caput Mundi" sono tratte dal primo demo: in particolare quest'ultima ospita nell'apparto martial-percussvo Daniele Giustra, militante nei progetti The Well Of Sadness e Kannonau. Il brutale sadismo scenico udibile nell'iniziale minutaggio di "The Punishment" si eleva successivamente utilizzando un testo recitato con glaciale fermezza, circondato da tenebrose folate di e-noises. La colorita, attempata marcetta di tendenza "Ei Fu" riporta a ritroso verso periodi storici italiani nerovestiti, mentre gli influssi noise di Flukte diffondono algido rumorismo vaporizzato ed un sotterraneo drumming in "Requiem Della Casamatta". La rinnovata collaborazione con Mirella Nania e Daniele Giustra dei Kannonau cementa la mercuriale struttura di "Kollaps (R.I.P.)" dalle cromature dark-ambient entro cui imperversano militareschi e perentori testi in nazi-germanico. La solenne orchestralità di tromba della classica "Il Silenzio", udibile con l'identica timbrica "consumata" della versione d'epoca, chiude simbolicamente la title-track di un album interessante, inusuale, riservato a quella ristretta fascia di pubblico in linea sia con una torbida forma di suono artificiale che con il palese significato ideologico di cui sono permeati i testi e, conseguentemente, tutto il restante concept. Quando atavici spettri mai esorcizzati ritornano a ghermire.
-|-|-» Atmosfere da retroguardia storica unitamente ad una considerevole verve creativa caratterizzano questa particolare release interpretata con il criterio informale di chi compone esclusivamente per passione e mosso da una profonda forza ispirativa. Il cammino sarà ostico e disseminato di insidie, ma, alla fine, la sagoma della Corazzata si staglierà orgogliosamente all'orizzonte.

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- DND - 'Kill Machine Kill' -

Come puntualizzato nell'analisi del precedente "Slaves Built In Series", oltre lo pseudonimo DND (Digital Noise Distortion) si cela l'identità del lombardo Luca Carlozzo, artefice di un sotterraneo progetto di cruda natura power-noise/hard industrial. Anche in questo frangente il sound trasmesso dalle apparecchiature descrive apertamente il conflitto uomo-macchina che tormenta l'animo del noiser, concetto decodificato e riversato in queste cinque tracce seviziate da un circuito acustico-synthetico traboccante di saturazioni, torsioni elettroniche e sinistre deflagrazioni che assumono la forma di un proclama inumano e provocatorio. Il contenuto della track-list non differisce sostanzialmente dal modulo ascoltato in passato aderente agli schemi tattici del genere in questione, ma in questo "Kill..." si denota un'accresciuta e debordante rabbia espressa nelle composizioni, tutte sostenute da superforze ritmiche sommate ad un background siderurgico di intermittenze e macropulsazioni distorte. "Drow", come spesso accade nelle opere soniche di DND, è introdotta da un loop corale di ere trascorse subito assaltato dalla pneumatica malevolenza della drum-machine che traccia un lungo segmento di e-beats ad alto voltaggio. La contaminante "Noisecore" diffonde laceranti stridori e gorghi di noises flagellati dalle impietose bpm di scuola industrial. "Agonyfobos" delinea un grafico sonoro destrutturato, basato su basse modulazioni, informi sub-oscillazioni e formule espanse dalla timbrica glaciale oltrepassate dalla bellica irruenza di "Rotative Lokomov", rovente traccia edificata da lente, pesantissime eruzioni di suono artificiale ritmato sinistramente da un drumming d'acciaio distorto. Militaresca introduzione vocale per la conclusiva "Mass Destruction", contratta ed ipnotica nella sua robotizzata percussività inizialmente down-tempo che cede il passo ad una successiva fase martellante e velocizzata sulla quale Luca scolpisce con lucida follia marmoree textures ed uricanti rumori tecnologici. Disco estremo, relegato ai soli adepti di un suono oggettivamente aggressivo, infervorato e, per chi ne sa trarre l'opportno significato, perfino comunicativo: la temuta ipotesi di un imminente conflitto uomo-macchina assume in questo disco effetti più veritieri e meno remoti. Siatene semplicemente terrorizzati.
-|-|-» Delirio sonico-cerebrale per androidi incardinato digitalmente in questa release attraversata da futuristiche liturgie power-noise e contrappunti di provenienza aliena. Durante l'intera percorrenza delle tracce dominano incubi fusi a freddo da iper-frequenze e rifrazioni acustiche provenienti dalla più disparata angolazione. L'ombra dell'automa domina il presente.

- DREAM METAPHOR - '[Contact] + [Sexta-Feira 13]' -

La line-up dei portoghesi DM si avvale dell'interazione tra Leonel Ranção (music/visuals), Joana Ranção (dance/live performances) e la vocalist Marta Oliveira. L'intuizione del front-man Leonel di istituire una propria identità sonica scaturì nel 2004 a seguito di una estemporanea collaborazione al demo del progetto conterraneo Ezylohm_Tek, operazione a seguito della quale l'artista decise di intraprendere un percorso musicale orientato verso tematiche future-ambient create con l'obiettivo di donare corpo ad una coreografia di movimenti, espressività e danze dalla natura malinconica e a tratti oscura. Due i lavori in formato ep quì in esame: il demo "[Contact]" ed il successivo "[Sexta-Feira 13]", entrambi autoprodotti e denotanti una mirevole capacità di amalgamare atmosferiche alchimie elettroniche a fugaci interventi vocali, componendo tracce dense di fascino e perfettamente integrate in un suggestivo contesto da palcoscenico. "[Contact]", primo esempio, totalizza cinque atti ai quali partecipò anche la dancer/synthesizer Dalia B. promuovendo nel tempo una lunga serie di live-acts multimediali estremamente vividi e passionali, interpretazioni artistiche di pregevole fattura che incantano lo spettatore per senso estetico, trasportandolo lentamente in un universo chimerico posto ai confini del tempo. La tracklist del demo-ep si apre con "First Contact (Angel Flesh)", un minuscolo torrente di prog percosso dal meccanico e-drumming tra loops e misteriosi aliti di synths che concedono il passo alla successiva "Slow Contact (Ice Isolation)", nostalgica electro-sinfonia di key, repentini scatti di drum-machine e aeree sfumature tastieristiche. Pads surreali e lenti riverberi percussivi nell'aggraziata "Out Of Contact (What God Thinks)", incontrando più avanti l'eleganza sommersa di matrice electronic-ambient appartenente a "New Contact (The Course Of The Future)", sinuosa ed incantevole come un corallo, musicata su morbidi accordi di synth flagellati da cupi battiti di e-drums. "Last Contact (We Are Already Dead)", degno finale, delinea tese textures di programming, vocals echeggiati ed orchestrazione tastieristica per un brano in stile epic-soundtrack. Sostanzialmente non dissimile dal precedente ep, "[Sexta-Feira 13]" predispone a sua volta sei tracce sul tessuto avant-garde tipico del team, aggiungendo in questo capitolo una maggiore corposità alle creazioni che si rivelano ancor più espressive e definite, integrando episodicamente sonorità ispirate alla tradizione del locale settore Nord-Est trasmontano ed abbandonando gran parte delle formule prettamente ambient: "The Prophecy", opening, diffonde scarne melodie di synth e piano su una ritmica down-tempo e femminei sussurri, donando alla song un portamento quasi world-music. Più dinamica, "Fear Is The Mind Killer" si avventura in danzabili territori electro mentre la seguente "Wires Inside My Head" professa loops e gelide melodie di key dominate da futurismo. Uno sciamanico respiro si percepisce nella rigorosa "Morte Santa", seguita dalle iterazioni electro-obscure di "Sacrifice", scandita meccanicamente dalla consueta e-drum. Solo dopo un esteso e muto minutaggio si giunge alla hidden-track non titolata che chiude l'ep, introdotta con un veloce segmento di sonorità da videogame seguito dal circolare modulo di e-beats, pause di silenzio e, ancora più innanzi sinfoniche riprese di solo programming. Releases come quelle quì ascoltate rappresentano segnali indicatori che testimoniano l'esistenza nel sottosuolo europeo di valide realtà che pur lottando controcorrente riescono ad esprimere creatività con talento e convinzione. Musica viva, coinvolgente, che ama osservare il vostro corpo muoversi ritmicamene al suo cenno.
-|-|-» Gli elementi valutati in entrambi gli ep's mi inducono a recensire i lavori con una considerazione di fondo pienamente positiva, soprattutto in funzione della potenziale magia emanata scenicamente dai DM nell'accorpamento music e live visuals. Protagonisti di un lungo, interminabile sogno.

- EGIDA AUREA - 'La Mia Piccola Guerra' -

Disegno neofolker genovese ideato nel 2006 da Diego Banchero (Il Segno Del Comando/Malombra/Zess/Recondita Stirpe) fiancheggiato dalla vocalist Carolina Cecchinato seguita dal fisarmonicista Fernando Cherchi, il chitarrista Mirko Giorgini ed il drummer Guglielmo Amore, tutti provenienti dal menzionato progetto Recondita Stirpe. L'impostazione stilistica della band vaga da un classico grafico folk alla sua stessa sperimentazione free-style, atto che coniuga aspetti canori legati alla matrice italo-popolar-mediterranea, forma episodicamente espressa con calcolata semplicità, utilizzando liriche ora malinconiche, ora colte, descriventi il decorso dei pensieri che come una sorta di cronaca riferiscono passione, dolore, drammi interiori ed ogni altro aspetto emozionale estrapolabile da un attenta interpretazione delle parole. Prommossa dalla label capitolina Hau Ruck!/SPQR la presente release distanzia di quattro anni l'ep-self titled autoprodotto e di tre sia la debut track ufficiale "Il Giorno Delle Chimiche Brume" inclusa nella compilation "Donec Ad Metam", che l'ep "Storia Di Una Rondine", lavori testimonianti una solida capacità di articolare vocals dalla timbrica decisa, melodie d'effetto e curati accordi strumentali dalla presa pressochè assicurata. Nove tracce compongono la track-list di un album squisitamente schietto, in perfetto equilibrio tra sobrietà ed una certa misurata raffinatezza ricercata in particolare nei testi: il primo approccio giunge con l'omonima "La Mia Piccola Guerra", un'interessante ballade suonata da percussioni, chitarra e fisarmonica, armonizzata mestamente dalla voce di Carolina. Da "Memorie Di Gesta" dipartono narrazioni epiche, arpeggiate con nostalgiche corde neofolk, seguite dalla funerea musicalità appartenente a "Il Passo Dell'Esule" che esprime con rigorosa compostezza liriche introverse e riflessive, connaturate al poetico refrain in lingua inglese. I soffi di fisarmonica, i pizzichi delle chitarre presenti in "Gli Sguardi Nel Sole" erigono un microscopico gioiello di neofolk mediterraneo dal canto terso come il cielo primaverile, aspetti oltrepassati successivamente dall'evocativa orchestralità Est-europea di "Lo Zar Non È Morto", vivace quanto accattivante interludio. "Epifania Di Una Chimera" perlustra orizzonti neo-classici di chitarra intercalati ad un soffuso sottofondo di fisarmonica e femminei vocalizzi dal sapore amaro fino all'avvento della susseguente "Egida Aurea", traccia fortemente improntata su accenti popular-folk, pervasi da liriche vissute che si cullano compostamente tra il pacato spartito acustico. Ancor più riflessiva, "Il Congedo" espone atmosfere autunnali mediante un severo rullìo di drums attorno al quale si dispongono disciplinatamente lo spartito chitarristico ed il meditabondo canto della singer. L'ultima traccia definita "untitled" chiude il disco offrendo un lento modulo di valzer sperimentale tessuto da testi screziati di malinconia folker. Opera onesta, dai tratti distintivi privi di asperità pur incentrando spesso le liriche su concetti assimilabili attraverso una significativa soglia di attenzione. Posso quindi asserire che, musicalmente parlando, la "piccola guerra" intrapresa dagli EA è stata dignitosamente vinta.
-|-|-» A riprova che nell'emisfero neofolk nulla trova una posizione definitiva, ecco apparire la sagoma poliforme di questa ensemble artefice di un album dalle fattezze non convenzionali, decisamente rivolte ad uno specifico bacino d'ascolto ma altrettanto desiderose di essere rivelate a chiunque sia incline ad un sound essenziale, distante dalle mode e privo di ristagni virtuosistici. Coglietene con spontanea naturalezza i suoi tenui profumi.

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