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-|-|-» [ RECENSIONI / Review ]
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—- AHNST ANDERS - Many Ways -—
Sinuoso, oscuro, misterioso. Un distillato di finezze elettroniche ed impalpabili configurazioni sonore da laboratorio: è ciò che si rileva durante l'ascolto di questa quarta realizzazione dal 2007 a cura del tedesco AA, protagonista nell'anno successivo di un bell'album creato in collaborazione con i conterranei Config.Sys, "Boiling The Ocean", a suo tempo da me recensito in queste pagine. La geniale Ant Zen recluta quindi l'artista licenziando per la prima volta sotto il proprio marchio questo "Many Ways", così attiguo al sound cerebrale, cartesiano, pianificato e tipico della label, un melange di dark-ambient composto da tocchi cristallini di laptop, sussurri, espansioni di acustiche sintetizzate tra atmosfere catartiche e visionarie. Nove tracce in toto delle quali "Something There" funge da opener impiegando stridule emissioni tastieristiche, gocce di synth ed algidi aliti vocali in un immobilismo sonico che induce alla meditazione. "Crushed", non da meno, concatena mute intermi
ttenze computerizzate a percussività dalla timbrica attenuata, mentre "Dust" fa sgorgare rombanti flussi di materia inorganica dalla temperatura antartica. Il lungo, inespressivo accordo presente in "Silent Whisper" si interseca a scricchiolanti procedure ritmiche ed al sottile gioco di programming, così come la tenebrosa sperimentazione che transita in "Hybrid" crea un incorporeo, estatico insieme di diffusioni di laptop e rumoreggi sotterranei. "Phonique" intesse un fine drumming IDM, leggere intersezioni di tastiera ed acquosi loops di sottofondo, anticipando "Forrest" ed il suo scrosciante background disseminato di synthetici interventi di origine silvestre. "Still Here" è una esangue, pallida creatura sonora che nell'intro emette solo spettrali respiri di tastiera al cui successivo sviluppo si addizionano le piene pulsazioni di una percussività intelligente ed evoluta giungendo infine alle echeggiate cyber-risonanze di "Night & Day", delicata e progredita costruzione elettronica
che ripartisce glaciali filamenti di synth ed una asciutta texture di drum-programming. Album impossibile da valutare in termini superficiali proveniendo esso da una corrente di natura fortemente specifica, dove la sperimentalità e le complesse alchimie costituiscono gli elementi base del corpus insito nelle tracce, rendendo questo particolare ascolto un'esperienza unica, riservata ad un pubblico radicamente intransigente nei confronti delle ovvietà dei suoni convenzionali. Tutto ciò che sfiora la Ant Zen si tramuta sistematicamente in diamante.
-|-|-» Un artista ed una label che continuano a tenere attivo e ben visibile il vessillo elettronico, offrendo vitale nutrimento alle menti più tecnologicamente avanzate. L'orgoglio e la capacità di differenziarsi. |
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—- P24 - Stimmen Bleiben Stumm (Remixed) -—
Iperattivo protagonista della scena electro tedesca, il berlinese Rico Piller si è distinto fin dal 1995 sia per le sue innate capacità di remixer dei Camouflage, Distain!, Light Of Euphoria, che per il suo contributo come compositore dei D-Pressiv, suo iniziale progetto, abbandonato per conseguire nel 2003 con Daniel Lemke (Page Of Quire) alla piattaforma P24 aggiungendo alla line-up nell'anno 2005 l'elemento Maik Pollex e realizzando nel 2006 per la Calyx Records l'album Gedanklicher Freiraum", prontamente recensito all'epoca dal sottoscritto nelle pagine Dsidiane. Separatosi dai due componenti, Rico attualmente ritorna l'unico rappresentante del congegno P24 incidendo nel 2008, dopo numerosi tours europei e collaborazioni, il fortunato full-lenght "Stimmen Bleiben Stumm" piazzandolo all'ottava posizione delle charts alternative tedesche, accentuandone ulteriormente i contenuti con questa rassegna di remixes, sedici in tutto ed anch'essi editi per la label Phobotaxis Media, ora sottoposti alla mia attenzione. "Geldgier (C-LineZ Remix)", apre la track-list con il fermo proposito di elaborare un ipnotico electropop danzereccio similmente alla seguente "Neid (Monophone Struktur Remix)", assai orecchiabile, ballabile e ricostruita con dovizia armonica assemblando fini strategie elettroniche. "Nur für einen Moment/feat. Feric (Teerdiktat Remix)" si presenta morbidamente adagiata su un melodico manto di keys, prog in modalità slow-dance e femminei vocalizzi, contrariamente alla ben più cinetica "Genug ist genug (Renegade of Noise Mix by Daniel Myer)" entro cui scorre vivido il teorema dance-floor di squisita impronta Haujobb. "Der Himmel ist frei (F.P. Remix)" è un classico brano di matrice electropop germanico-malinconica, mentre la susseguente e clubby "Haferschleim und Müslibrei (Static Violence Remix)" vivacizza gagliardamente, con turgidi bassi e synthetimi accattivanti, i canoni riempipista che ogni scaltro d.j. conosce per natura. Identico concetto per l'ottima "Freiheit aus Träumen (Ohrenfleisch Remix)", techno-pop dalle irresistibili pulsazioni da ballare con energica passione, oltrepassate dal sentimentalismo elettronico di "Auf und davon feat. ClangReich (Marcel Holick Remix)", traccia di per sè poco appetibile e di relativa importanza. Di nuovo "Neid", ora in versione Keen K Remix, ripropone la song arricchita di leggiadre sonorità tastieristiche ed atmosfere trasognanti attendendo il buon dinamismo dance-oriented di "Geheimnisvoll/feat. Mic R. & DosUnit (Kontrollverlust OST Remix)". Ancora electro-materia per i i clubs alternativi con "Zu weit weg (Griti´s Streifenhörnchen Mix)", traccia dal refrain che permane a lungo nella memoria e più avanti con "Hallo Gewalt (Version 0.3)" e le sue procedure tipicamente "tanz!". Nessuna variazione stilistica nella title-track: la ripresa di "Freiheit aus Träumen", quì in veste E-Mind Remix, riconferma i fondamenti dance onnipresenti nell'album; le elementari scansioni del sequencer di "Geldgie r (Superikone Remix)", a sostegno di robotici vocals, anticipano i secchi impulsi high-energy dell'ottima rivisitazione di "Blickfeld" remixata da Henrik Iversen (Sonic Decoy) conducendo infine al techno-rock di "Ausgeklinkt (Access Denied Remix)". Disco assolutamente nella media ma saturo di dettagli utili per essere impiegati nelle playlist dei d.j.'s più recettivi al comprovato sound proveniente dalle lande tedesche. Why not?
-|-|-» Se ancora vi è ignoto l'operato dell'electro-man Rico Piller testatene la validità attraverso un preventivo ascolto di "Stimmen...". Se ciò vi aggraderà ampliate la vostra conoscenza in materia con questo compendio di remixes che potrà riservarvi ulteriore, danzabile goduria. Garantisce P24. |
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—- ELEGANT FORM - Progression -—
Rentrée sulle scene electro-industrial di Jan Pollok, aka EF, attraverso il suo terzo album, una release concepita quattro anni dopo il debut "Endzeit" susseguito da "Infaust", quest'ultimo da me recensito nel 2009, servizio entro cui è disponibile anche la biografia relativa al progetto tedesco. La label Elfo Electronix Records si occupa della distribuzione di quest'ennesimo maglio da pista che accomuna le principali caratteristiche sonore di Jan inclinate verso un massiccio impiego di percussività dancefloor infranta su un gelido pack di soluzioni industrial perfettamente integrate in un contesto di elettronica made in Germany. La title-track dell'album in esame contiene diciassette tracce, molte delle quali iper-ritmate e martellanti, come ad esempio "SAW Blast" che costituisce l'opening: schema tattico d'assalto, progs impostati su ritmica pulsante e sibilanti loops vocali rappresentano l'intelaiatura della traccia e, di conseguenza, del resto della concatenazione che prosegue con l'aggressiva "Dead End (Remix For Dekadenz Regiment)", dalle potenti battute per minuto del tutto simili a fustigate. La natura hard-dance insita in EF obbliga il registro a pesantissimi interventi di drumming meccanizzato e cinetico come in "Traumazerrer Deutschland (Exclusiv Version)", susseguita dall'electro-militaresca "Die Schlacht Um Kharkov" dalle infette procedure ritmiche tra le quali infuriano perentori proclami in tedesco ed un rombante background di synth. La seconda edizione di "Traumazerrer Deutschland (Edit Exit Version)" ripropone la traccia senza particolari variazioni sul trend ascoltato, mentre "Der Sozialist" irrompe in tutta la sua possenza industrial forgiata per essere ballata con energia, analogamente a "Dein Herz", ipnotico quanto gelido congegno da pista strutturato su ripetizione ritmico-sequenziale ed un ossessivo, lungo accordo di synth. "Rettung! (Indus Remix For Silence Death)" adopera le medesime strategie basate essenzialmente sul modulare apporto di percussività dance-oriented, fraseggi loopati e velatura tastieristica, così come la più finemente costruita "Kleines Mädchen (By C.A.V.)" concede una temporaea tregua alla robustezza technologica che ha caratterizzato fin'ora la title-track elaborando una traccia elettronicamente meno irruenta che anticipa il remake di "Trust Me", quì riprogrammata in veste Mindtrust Remix dai May Fly, artefici di un ordigno dance-minded che, c'è da scommetterci, colmerà di avventori ogni possibile spazio nelle piste dei clubs alternativi. "Forever In My Heart (Synthetic Instrumental)" scandisce velocipedi impulsi di prog e fluidità tastieristica, "Sex Auf Abruf! (Remix For Hammerschlag)" trafigge l'udito mediante secche ed implacabili circoscrizioni di laser-drum, vocals in modalità "parlato" e dolorose lamine di sequencer, mentre la meccanizzata "Paranoia" corrode il suono utilizzando acidità percussiva ed acuminati tocchi di tastiera. "Rotensburg" rinuncia alle frenetiche incitazioni hard-industrial per assestare la propria impronta in una mixture electro-dark coposta di vocalizzi campionati inrodotti in un torbido contesto di interferenze e rumoreggi elettronici, parallelamente a "Bis Das Herz Ihn Ruft", song rarefatta e d'atmosfera con tanto di femminea coralità lirica. "Schmerz", sul medesimo imprint, armeggia con il sound oscuro al limite del gothic, sfruttando violino, basse frequenze tastieristiche ed un suggestivo, lieve apporto di female-vocals schiudendo letteralmente l'uscio dell'intro appartenente a "Outdoor", breve electro-appendice strumentale senza particolare valore e designata a traccia conclusiva. Replico le mie impressioni già suscitate nel precedente album che assestano l'EF's sound decisamente adatto ad una contemporanea, efficace funzione industrial-dance, che dovrà prima o poi tener debito conto del fattore longevità senza farsi inoltre sopraffare da moduli sonici già ampiamente sfruttati. Emergere per originalità dall'attuale technomassa rimane comunque ancora mera utopia.
-|-|-» Degno sequel di un album in asse con i più classici ordinamenti industrial, nulla che possa essere inteso come travolgente e test atto a misurare il grado di inventiva di un ennesimo pioniere dell'emisfero tedesco il quale pare rimanere devoto, per ora, ad un comprovato concetto elettronico privo di sorprese ma saldamente ancorato al sound richiesto e ballato dall'instancabile popolo underground. Potrà in futuro Jan Pollok regalarci le più vivide emozioni che attendiamo? |
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—- ARGINE - Umori D'Autunno -—
E' assai insolito recensire in giornate come questa un album dai marcati simbolismi autunnali, ora che l'estate e la calura spingono oltre le finestre ed il concetto di foglie ingiallite o piogge simili a lacrime sono ancora remoti ricordi di una stagione lontana, eppure così vicina, imminente. Il nuovo album degli Argine, distanzia di sei anni l'apprezzato "Le Luci Di Hessdalen" predisponendo nuovamente per la label Ark Records tredici tracce petaliformi, dai colori bruciati, ispirate interamente all'arco temporale più significativo dell'anno solare. Esperti compositori forgiati in Conservatorio ed in seguito inclini ad uno stile plurimo basato su sapienti miscele di wave, folk, classical, acoustic e post punk, Corrado Videtta (vox-guitar), già ospitato nelle nostre pagine in occasione di un'intervista con il sottoscritto, congiuntamente al celebre violinista Alfredo Notarloberti, Michele De Finis (bass) e Alessio Sica (drums), descrivono la loro personale visione dell'Autunno espressa sottoforma di meditabonda melodia, testi educati, signficativi e linee acustiche sempre suggestive, mai marginali. Visitando la track-list scorpriamo con "Dentro" quanto un dialogo di plettro possa apparire dolce e direttamente in contatto con l'anima, anticipando le arie folkeggianti, traboccanti di poesia ed antiche memorie appartenenti ad episodi come "Novecento", strutturata su un nobile registro di piano, chitarra e basse tonalità vocali che accolgono parole screziate di nostalgia. "Risveglio" integra i medesimi fondamenti della precedente song, apportando ulteriori cromature rosso-tramonto ad una traccia mesta, down tempo, esaltante i preziosi profumi della chitarra classica e del violino susseguiti dalle accigliate atmosfere di "Lontano", appoggiata inizialmente su una malinconica pavimentazione di voce, corde ed arco, sospinti in seguito da un corposo intervento di batteria. "Pioggia" assume la morfologia di uno sperimentale proclama neo-folk, mentre il recupero di sobrie armonie chitarristiche e delicate evoluzioni vocali poco più che sussurrate inebriano il suono di "Distesa". Fascinosi arpeggi e ricami violinistici ornano le liriche dell'omonima "Umori D'Autunno", carezzevole in ogni sua evoluzione ed in grado di evocare nitidamente i sapori e la spiritualità del rito di passaggio che precede l'immobilità del gelo; rarefatta sonorità bell-drum-guitar, rumoreggi, riflessioni dettate da un animo introspettivo e sensibile in "Insofferenza" succeduta dal breve, pensieroso minutaggio chitarristico di "Ad Una Finestra". Classicismo ed umbratile vena poetica carica di intensità per "Parole E Segnali Conosciuti" oltrepassata dalla psychedelia post-rock di "Dicembre", traccia irrobustita da un più corposo sostegno di drumming, bass ed electric guitar al quale fa seguito il minimale volteggio di corde classiche de "Il Lungo Viaggio Di Una Foglia Cadente". Ciò che anima l'umore autunnale si tuffa nella placida musicalità di "Blu Luce", capitolo di chiusura dalla soporifera tenuità vocale che sfiora l'inconscio. Album forbito, appagante, architettato con mirabile senso estetico. Se ciò che ascoltato rappresenta concretamente il preludio del prossimo Autunno, siatene certi, non esisterà stagione che amerete più intensamente.
-|-|-» Band ispirata, di comprovata bravura, diametralmente opposta ad ogni diktat di mercato. Pur senza verticalzzarsi verso l'immensità sonica, gli Argine riescono ad interagire sottilmente con i sensi, incantandoli con garbo, finchè gli inverni, le primavere e le estati prossime venture faranno dimenticare quanto sia sublime il canto della pioggia tra i rami lentamente spogliati di ogni effimera veste, a scorgerne la celata e più veritiera nudità. Da avere. |
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—- ELEVENTH FEAR - Spirit -—
Francese di Lille, Ludovic (vox-music-lyrics) impersona il solo-project EF, testimone del fervore e la creatività che ancora anima la scena darkwave-electro/goth europea più sotterranea. L'artista, il cui trascorso operato vanta i validi remixaggi delle tracce "The Silence Song" dei conterranei Curse Of The Vampire e "Neon Angels" dei Dark Instance, intraprende il percorso ufficiale con questo "Spirit" di dodici tracce licenziate dalla label Neris Records, opera la cui prima sezione risulta idonea sia all' ascolto che al ballo mentre la seconda, più marcatamente clubby, è rivolta in misura maggiore ai dancefloors. Analizzando la title-track si rileva un personale marchio espressivo che, per quanto ancora involuto, risulta legato ad una fragile originalità, specie negli artificiosi tratti vocali che, a seguito di filtraggi e dilatazioni, assumono la spettrale timbrica utilizzata da Ludovic in ogni sua tessitura. Esaminando lo specifico, si incontra inizialmente un classico, ombroso "Intro" composto da basse tonalità di viola succedute dalle miscele religious provenienti dall'organo di "Euphoria" subito raggiunte dalla folle modulazione vocale e dal pulsante programming. "Another Ghost" apre su malinconici accordi di synth e successivi, ritmati sviluppi elettronici, mentre "Vampire Rises" replica in piena sostanza le strutture della precedente, contrariamente alla successiva "Spirit", più ritmata ma non priva di tediosi prolungamenti. "Return To Life" espone un più convincente campionario di melodie ed atmosfere in equilibrio tra gothic e dark, così come "For Ever" struttura mesti accordi tastieristici d'apertura interrotti dall'e-drumming da pista e dagli allucinati proclami insiti nelle liriche, per una gagliarda traccia di darkwave danzereccia. Testo tratto da una funzione ecclesiastica e mescolato ad un pulsante disegno di prog per "Enrol", dall'azzeccata forma dance-oriented, ed in seguito con le vivide contaminazoni electro-dark di "I Feel On The Ground". Il cupo lampeggiare della sezione ritmica di "Flee" sostiene l'ormai consueto adattamento vocale che sortirebbe più effetto se non replicato in ogni occasione con le medesime cadenze. La venatura spiritual insita nello stile di EF lambisce l'introduzione di "The End", percossa infine dagli ipnotici impulsi electro-percussivi di "Despair" ed il suo assetto vocale in alcuni tratti solo parzialmente artefatto e combinato a più lente strategie di darkwave technologica. Il lavoro svolto risulta sufficientemente convincente ma in debito di varietà sul registro vocale che, scorporata l'apprezzabile personalizzazione, può alla lunga apparire sottotono e rindondante. Se per il darkofilo ciò non costituisce un particolare ostacolo, è egli invitato al party di Monsieur Ludovic. Le danze macabre sono assicurate.
-|-|-» Disco oscillante tra efficaci slanci e repentine cadute sul fronte dell'intrattenimento inteso come arte di catalizzare in toto l'attenzione dell'ascoltatore. Nulla di definivamente irreparabile, a patto che Ludovic, a mio giudizio, rinunci ad uno spartito spesso eccessivamente monocorde. Il ritmo oscuro, comunque e fortunatamente, non langue. |
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—- MT.SIMS - Revaluation -—
Notizie più dettagliate riguardo la biografia dell'artista berlinese le potrete attingere dalla scorsa recensione dell'album "Happily Ever After...Again": ciò che ascolterete inciso tra i solchi di questo dodici pollici limited edition promosso dalla Punch Records è una sequenza di remakes tratti dal citato full-lenght affidati a cinque diversi artisti i quali, apportando significative e plurime de-strutturazioni a due specifiche tracce più una, interpretano singolarmente i significati sonico-emozionali che i sei brani suggeriscono alle rispettive correnti ispirative. Apertura simbolica con l'original version di "Fragile Breaks Fragile", seguita dalla reinvenzione della stessa a cura dell'electro-worker francese Chrisopher Kah il quale ripropone la post-punk-song ulteriormente adornata da danzabili interventi elettronici da pista convertendola in A Passage In Time Remix. Statunitense dell'Illinois e dedito all'electro-grunge, Magas delinea per "Fall Back" una tesa versione Violent ARP Remix, processando ipnotiche accentuazioni synthetiche dal retrogusto inacidito, mentre il techno-man italiano Adriano Canzian tratteggia "Unwound" mediante scandite pulsazioni di programming e nevrotiche soluzioni electro-minded. Crossover rielabora spettralmente "Unwound" modificandola in larga parte nell'ossatura ritmica aggiungendo una più adombrata, claustrofobica sequenza di denso drumming da laboratorio e suggestive ripartizioni effects/echoes. Il techno-project texano Equitant remixa l'ultima traccia, nuovamente "Unwound", addizionando ad essa secche battute percussive ed un nebbioso apporto di key, trasformandola in un apprezzabile artificio electro-waver. Release di buono spessore e microscopico frammento da aggiungere al mosaico del solerte collezionista alternativo: sono sinceramente compiaciuto del flessibile registro di Matt Sims sempre colmo di non-ordinarietà: decisamente il degno proseguo di un album che ha convinto.
-|-|-» Sviluppo in più riprese di titoli fondamentali nella track-list appartenente alla precedente opera. Ora, dopo questa estemporanea sperimentazione su maxi ep, esigo da M.S un prossimo, adeguato banco di prova. Mi attendo qualcosa ai confini dell'eccellenza. |
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—- FOR GREATER GOOD - For Greater Good -—
Ensemble belga orientata verso uno stile di matrice dark-ambient con evidenti marcature di elettronica sperimentale, marzialità post-industrial, composta malinconia e metrica glacialità esecutiva. Questo melange origina quindi un'impronta sonica assai personalizzata, con atmosfere di svariata natura ma tutte obbedienti alla sobria linea espressiva emessa dalle tastiere ed all'impostazione del programming, sempre essenziale, che propaga unità ritmiche avviate dal principio alla fine verso fredde e ragionate percorrenze. Izzy (synths/composition) e Samdevos (synths/noise/loops/vox) in aggiunta alla live-crew Niels (guitar/ebow/effects), Deepartedveer (vj-ing/multimedia) e Wim De Vos (live sound mixing), rappresentano l'anima del congegno FGG attivato nel 2004 ed ora giunto al debut autoprodotto, un album intelligente, costituito da dieci tracce delle quali "Ossetian Ossuary" funge da opener con funeree melodie di violino campionato, cadenzati arpeggi di chitarra, velo tastieristico e meccaniche ripartizioni ritmiche. Un altrettanto mesto intro di synth si prolunga fino a trovare i severi vocals di Samdevos in "Le Jugement Du Roi En Jaune" e le sue arie di scuola early-In The Nursery succedute dalla catartica psychedelìa-ambient di "De Te Fabula Narratur", traccia gravida di metalliche estensioni di synths, rarefatti pizzichi di guitar e macchinoso sostegno di e-drumming. "Love Your Terrorist" predilige l'utilizzo di fraseggi loopati inseriti in un nebbioso contesto tastieristico scandito da pesanti interventi di tamburo, mentre "Dawn Over Dachau" offre un'algida visione del suono osservata oltre un cristallo color grigio-fumo, impiegando sotterranee rarefazioni di synth, brevi pause di silenzio ed electro-noise. Lo struggente pianoforte di "Rush Hour" sostiene un canto afflitto, mosso dalla disperazione ma modulato con regale compostezza, così come "Dogged" riprende il tenebroso tragitto dark-ambient attraverso lunghe espirazioni tastieristiche e femminei loops. "White Is The New Black" offre anch'essa bui scorci di materia sonora concedendo il passo alla successiva "Distress" che a sua volta emette marziali procedure di keys alternate alle pulsazioni industrial dei progs oltrepassate infine dal veloce gioco pianistico dell'appassionata "Spring Mechanist", delicata ed assieme austera, dalle raffinate armonie classicheggianti mescolate ad un impercettibile background elettronico. Ammiro nei FGG la non comune attitudine ad un sound opaco qual'è l'ambient, riuscendo tuttavia ad imprimere ad esso spessore ed un preciso marchio di riconoscimento rendendolo differente dagli innumerevoli cloni che popolano lo scenario europeo. Se amate il genere, includetelo con serenità alla vostra prossima lista degli acquisti.
-|-|-» Hypno-spirali tastieristiche, suoni che dispensano freddezza ma in ugual misura anche qualcosa di molto simile al sentimento. Un debut che si farà ricordare per un iprecisato numero di anni. |
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—- M² - Heliogabal -—
Il suono prodotto da Mathis Mootz, forse più noto con il suo progetto parallelo Panacea, è qualcosa che viaggia parallelamente all'anti-luminosità. Asettiche propagazioni di dark ambient e drones si accorpano in questa dodicesima realizzazione separata da un decennio dal debut "14id1610s" ed intercalata a presenze in almeno venti compilations oltre agli interessanti albums compresi nella discografia dell'artista tra i quali "War Of Sound" del 2003 e "The Frozen Spark" del 2005. Il matematico appellativo M² sta per "Squaremeter", il titolo della release prodotta dalla Ant Zen è "Heliogabal" ovvero "elagabal", termine coniato dai romani nell'Età Del Ferro e simboleggiante il decadimento della cultura e delle tradizioni insite nella società conservatrice romana insidiata dalle sempre più pressanti influenze orientali presenti all'epoca. Dieci episodi processati con assoluta freddezza compongono la track-list che apre con le profonde e lentissime emissioni di key appartenenti a "The Priests" ritmata da un ferrigno apporto di prog succeduto dal silenzioso rombo che percorre il primo minutaggio dell'aliena "Winds & Ruins" interrotto da lancinanti e monoformi stacchi tastieristici simili ad un terrificante alfabeto d'alri mondi. Altrettanto glaciale ed insondabile, "Heliogabal I" erutta impressionanti quantità di magma elettronico, noises, abissali stridori, echi sotterranei, mentre la spietata inespressività di "Relics Of The Undefeated Guard" cristallizza, raggela il suono con ruggiti di tastiera e crudeli vocalizzi extraterrestri. "The Sacred Shrine" prosegue con un dark-ambient polare, sinistro, prodotto unicamente da una muta sequenza percussiva ed un anoressico apporto di key-sound analogamente a "Reign", autentico distillato di suono inumano che si insinua con sorprendente efficacia tra le pareti cerebrali. Le stesse sonorità udibili percorrendo i corridoi di un'astronave pleiadiana le riscontro in "Deus Sol Invictus": synthetismi, radio-pulsazioni, intermittenze robotike, il tutto ammantato da un gelido apporto di key. Non da meno gli ultraterreni innesti di "Whores, Smoke & Shadows" inondano lentamente il suono facendolo precipitare verso l'oscurità, fino ad inesplorabili fondali oltre l'immaginazione, così come "Square-Dimensional Space" si riveste nuovamente di buio assoluto generando silenzi attraversati da improvvisi getti di tossico vapore di laptop e metallurgici rumoreggi di sottofondo. "Heliogabal II" chiude la sequenza della title-track apponendo ad essa un indelebile sigillo originato da tenebrose sospensioni, filtraggi vocali ed inquietanti flussi di key a conclusione di un album altamente specifico, innaturale e gelidamente elaborato. Arduo infine accomunare un significato di così antiche memorie come quello incluso nel concept di "Heliogabal" a soluzioni di elettronica futuristica come quelle ascoltate nelle dieci tracce; tuttavia lo sforzo impiegato per fondere i due elementi ha prodotto un esito semplicemente sublime. Le schiere di devoti al genere confermeranno.
-|-|-» Artista introspettivo, colto, acuto. Un album saturo di ghiaccio ed alienazione, architettato con maniacale lucidità. Accostatevi ad esso con reverenziale rispetto. |
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—- NO TEARS - Fragments -—
Schieramento triangolare parigino, discepolo di una forma di new wave/post punk innovativa ma contemporaneamente assoggettata a forti correnti 80's che trovano nei Joy Division e Killing Joke i principali elementi di riferimento, unitamente ad ulteriori influenze provenienti dalle più disparate scuole. Kristian D (vox/guitars/bass), Paul F (guitars/keys/drum-prog) e Rodolphe G (bass) dal 2003, indifferenti ai trend commerciali, sono parte di quel pulsante fermento alternativo francese riscontrabile nel genere indicato che trae vitalità da un datato stile musicale che ancor oggi pare non cedere minimamente alla spietatezza del tempo ma, al contrario, disegna parabole in costante ascesa. Editi dalla label Str8line Records i NT propongono quindi questa rassegna sonora di nove tracce avviate inizialmente dalla selvaggia danza underground espressa in "Brutal Killing" attraverso il suo nevrastenico dialogo drum-bass-guitar accorpato allo psicotismo del canto di Kristian. "La Foule Sage" rivolge all'udito un registro malinconico, potenziato da grintose sequenze di chitarra e drumming mid-tempo mentre "Noomo De Xut" articola pazzesche soluzioni di fiati ad una secca mescolanza di voce, batteria e stridente tensione chitarristica. Si prosegue con le autunnali cadenze di "Ireelle", entro cui si percepisce una vena di profonda amarezza esternata attraverso le lente procedure guitar-drum e, soprattutto, i mesti vocalizzi del singer oltrepassati in seguito dal serioso portamento strumentale di "Distance Du Silence" e dal suo lirismo afflitto, accentuato da venature post-punk cariche di alienazione. Il doveroso omaggio allo spettro di Ian Curtis rappresentato nell'ottima ricostruzione dell'immortale She's Lost Control" conferisce alla tracklist un'indiscussa continuità con le predisposizioni stilistiche fin'ora dimostrate, dettaglio analogamente presente nella early-waver "Your White Face With Red Lips", buon esempio di armonia sotterranea animata da percussività "piena", vocals echeggiati, bass-line ben definito e regolari punte di chitarra. "Miroirs Underground" recupera le nevrotiche inflessioni di un post-punk dal retrousto very 80's mediante uno scoppiettante terno bass-drum-guitar, così come la track di coda "The Last Day Of Joy" non cela gli ombrosi, introversi innesti vocali e strumentali di marcata discendenza Joy Division. Album preparato ad arte per ripercorrere con la memoria, a passo lento, periferici e fatiscenti vicoli urbani spazzati dal vento notturno, avvolti da grigi vapori e fioche luci al neon. Se avevate archiviato da tempo l'impermeable nero, è ora arrivato il momento di rispolverarlo.
-|-|-» Buone chances di apprezzamento per questa release edificata con artigianale caparbietà e dai contenuti che convincono. Avanguardia e retroguardia post-punk allo stato puro: da sperimentare. |
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—- LESBIAN MOUSE CLICKS - Low Dig Recording Sessions -—
I tratti biografici riguardanti il duo proveniente dall'Utrecht sono stati trattati in occasione del precedente "Music For Porn Movies", album precedente questo ep anch'esso licenziato dalla Wharf Records, distribuito dalla Enfant Terrible e disponibile in 250 esemplari stampati su vinile. Le quattro tracce contenute nel relativo promo cd ora sottoposto al laser del mio lettore comunicano una discreta electro-energia a testimonianza del cammino evolutivo intrapreso dai due protagonisi da cinque anni ad oggi, sforzo che potrebbe essere inoltre interpretato come la continua ricerca di uno stile definitivamente "proprio", una sorta di marchio di fabbrica LMC che funga da credenziale distinguendo il progetto dalla moltitudine di techno-replicanti presenti ad orde anche nelle lande olandesi. Presentato ufficialmente al Disko Resistencia presso Db's, Utrecht, "Low Dig..." inaugura la stringata title-track con la scattante "Losing It", electropop song rigida e ballabile, ed in seguito con le esplicite venature synthetiche di matrice 80's di "Picture On Your Wall" arrangiate con soluzioni percussivo-vocali genuflesse ai più attuali canoni dance-floor. "Mother & Father" rilancia il modulo elettronico altamente danzabile attraverso un pulsante tracciato ritmico-sequenziato e robotici vocalizzi mentre l'ultimo atto, "Medicine Man", dispiega un asettico canto mescolato ad asciutte atmosfere electropop tendenti al dark che risultano, se non eccezionali, dotate di buon entertainment. Anche se obiettivamente non percepisco una particolare linea che separi i LMC da ciò che si spintona nell'ormai popolosa electro-scena europea, ritengo questo ep una minuscola golosità per chiunque ami circondarsi di musica concepita con il sano presupposto di crescere per migliorarsi, finalità a mio avviso raggiunta dalla lasciva piattaforma Undrazz/Sololust. Tuttavia ciò non esclude affatto l'esplicito invito a fare di meglio.
-|-|-» Lavoro che rende manifeste le attitudini electro-dance e riferimenti 80's intraprese e perfezionate dai LMC mediante una saggia distribuzione di periodi vividamente ballabili e locazioni melodiche non appesantite da eccessive ovvietà. Siamo solo a metà percorso: l'imperativo, ora più che mai, è crescere e distinguersi. Ricevuto? |
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—- THIS MORN'OMNIA - Momentum Of Singular Clarity -—
Severa percussività ed incisive soluzioni electro-tibali costituiscono l'ossatura delle cinque tracce dell'ep dei ritrovati TM'0, triangolo belga la cui line up menziona M.Goedrijk ( ex Pow[d]er Pussy/Nebula-H/Adraculoid/Project Arctic), Sal.Ocin e Spike. Due anni separano l'attuale operazione sonica dall'antecedente album "Inferno" del 2008, offrendo un impegnativo trionfo di electro-ritmica d'acciaio e malignità vocale sussurrata con inquietante distacco. Licenziato dalla Ant Zen, "Momentum..." non spazia tra leggerezze da studio o sterili virtuosismi ma ripiega sull'efficacia emotiva di un sound evocante le apocalittiche prefigurazioni futuristiche di una umanità post-nucleare ridimensionata in danzanti tribù tecnologicamente avanzate. Il martellante pulsare del drum-programming affidato a "Momentum I" si eleva pesantemente scandendo le bpm in un tripudio di elettronica acre come esalazioni di plastica incandescente per poi assestarsi in una ritmica lineare, dalle cadenze decise, appoggiata su un background di loops vocali e torrenziali apporti di progs nella successva "Nuraghi". Drumming più attenuato ed elaborate strategie industrial si diramano dalla strumentale "Ananda", mentre dense frammentazioni di synth punteggiano l'acida seuenzialità di "Tellurian". Sostenuta magnitudo percussiva anche per la selvaggia e finale "Momentum II", traccia che riassume in sè gli intenti industrial-tribe oriented che si propagano ferocemente dai progs e dalle sibilline stesure vocali. Superfluo concludere questa recensione con un veritiero e per nulla sbrigativo "ottimo lavoro, ragazzi".
-|-|-» Diorama iper-tecnologico pregno di inquietudine e sagacia avanguardistica. Questa band sta rollando i motori preparandosi ad una successiva, altisonante fase di decollo. |
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—- SOMNIFERUM - Season Of Change -—
Il polistrumentista Brian G, unico componente della creazione Somniferum, proviene dal Kentucky e dal 2002 si identifica in un genere plurimo definibile acoustic-neofolk/ritual/ambient. Firmando per la label Before The Dawn Productions egli propone questo ep composto da sei scarne tracce unicamente strumentali e dalle cromature darkeggianti, dove la chitarra acustica si rende indiscussa protagonista. Lo schema impiegato nella stesura di "Season..." è decisamente minimale, con malinconici apporti di corde pizzicate ("Sturm") o con le stesse arpeggiate con maggior corposità, affiancate a mesti soffi di armonica ("The Aftermath"). Modulari accordi di guitar dal sapore notturno volteggiano meditabondi ("A Season Of Rebirth") incontrando in seguito trame altrettanto rarefatte, ricamate con semplicità su morbidi drappi di velluto chitarristico ("Renewal"). Di nuovo la mescolanza tra catartiche sospensioni di plettro e composta arte folk si uniscono generando minuscoli poemi dialoganti con lo spirito ("Twilight"), mentre un'orchestrazione muta, percorsa unicamente da un attenuato rombo di sottofondo battuto da irregolari, disadorne battute di piatto e tamburo concludono spettralmente l'opera ("Echoes From The Past"). Musica non interpretabile con leggerezza, musica dedicata esclusivamente all'ascoltatore il cui animo sa soffermarsi e riflettere su dettagli esistenziali invisibili agli occhi, intorpidito dal sonnifero somministrato ad esso da Brian. Buon riposo.
-|-|-» Concezione onirica del suono e pacato stile chitarristico si fondono totalmente in ogni atto del disco. Release da ascoltare raccolti in sè stessi, chiudendo il mondo fuori dal proprio universo. |
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—- DAEMONIA NYMPHE - Live At La Nuit Des Fées -—
Novanta minuti di suggestivo intrattenimento neoclassico quello organizzato, filmato e prodotto dalla Prikosnovénie nel borgo medievale di Clisson in occasione del festival settembrino battezzato "La Nuit Des Fées", quest'anno previsto per il 25 e 26 del medesimo mese. Il dvd ora oggetto di esame riporta le immagini in alta risoluzione tratte dall'ultima, acclamata edizione del 2009, attraverso le esibizioni affidate in particolare a tre capistipiti del genere: i greci Daemonia Nymphe, gli italiani Corde Oblique e l'avvenente, Djaima, interpreti di uno spettacolo dalle ancienti atmosfere sonore orchestrate da strumentazioni che rimandano ad epoche dove le note significavano leggiadra poesia. Evi Stergiou, Spyros Giasafakis ed il seguito di musicisti costituiscono il corpus DN, autori anche di un esclusivo video clip la cui visual-track-list consta di ben undici titoli: "Psyseos", "Daemonos", "The Bacchic Dance Of The Nymphs", "Divined By Trophonios", "The Calling Of Naiades", Summoning Divine Selene", Hymn To Bacchus", "Dios Astrapaiou", "Ecstatic Orchesis", "Tyrvasia" e "Dance Of The Satyrs", brani eseguiti magistralmente in un tripudio di costumi a tema, ombre e studiato background di luci color indaco. La lira, il canto, la chitarra, i giochi di pandoura arpeggiati da Evi si accorpano solenni ai vocalizzi emessi da Spyros ricamando un incantato spartito di bagpipes e chitarra. Quattro live-guests completano la line-up arricchendo le tracce con le tradizionali strumentazioni quali il dulcimer e percussioni (Evangelos Paschalides), barbitos (Maria Stergiou) e drums (Eleni Euthymiou). La seconda frazione delle video-tracks, in totale ventidue minuti, è orchestrata dai nazionali CO, super-progetto del front man Riccardo Prencipe, autori di sei episodi: "La Quinta Ricerca", "Captatio Benevolentiae", "Venti Di Sale", "Normandia", "Solo Edo Notarloberti" e "Flying (intro)". La chitarra di Riccardo dona straordinario appoggio alle magiche note che sgorgano dal violino del celeberrimo Edo Notarloberti, innalzando arie che si canalizzano in un continuo, appassionato torrente di pura grazia acustica. Completano l'organico il drummer Alessio Sica, l'eccellente vocalist Claudia Sorvillo ed il double-bass di Umberto Lepore, artefici di finissime architetture soniche esaltate dalla crepuscolare penombra delle immagini. Il violino e la voce di Djaima chiudono gli ultimi atti del dvd, dieci minuti, con "Horo" e "Mamo", due video-tracks di antica cultura danzereccia bulgara entro cui il cello di Karsten Hochapfel, i soffi di tromba di Nicolas Cambon, la chitarra di Aleksi Aubry-Carlson ed il drumming di Antoine Banville si rincorrono tra la scenografia trasognante di un palco dedicato all'immaginario, dove l'arte del suono neoclassico sposa felicemente una coreogafia profumata di antiche memorie, in un trionfo di buon gusto ed estetica medievale. Per la gioia degli occhi e la delizia dell'udito.
-|-|-» Visuals di grande effetto ed un trittico di artisti profondamente ispirati per abbandonarsi totalmente in una dimensione fatata. Risvegliarsi dopo tanta estasi potrà apparire impossibile. |
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