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-|-|-» [ RECENSIONI / Review ]
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—- RETRO GRAD - Retro Grad -—
Ex chitarrista, manipolatore del suono ambient-classical di matrice minimalista, il serbo Srdjan esordisce quale titolare di un ep autoprodotto che rivela un corroborante blend composto da cristalline soluzioni di laptop, atmosfere trasognanti ed arrangiamenti che, per quanto semplicistici, regalano fugaci attimi di dolcezza melodica da ascoltare prevalentemente come disimpegnato sottofondo. Le nove tracce, tutte strumentali, esordiscono con "Rising", breve intro dalle garbate partiture elettroniche che proseguono con "The Great Lightness", anch'essa di ridotto minutaggio e basata essenzialmente su limpidi distillati di computer e drum machine. "The End Of A Story" addiziona key e samples ad un asciutto tappeto ritmico in anticipo sulla spensierata tecnologia di "A Beautiful Emptiness", esteticamente pulita, delicata, percossa da un più energico gioco di electro-drumming miscelato a fascinosi tocchi di laptop. Le attutite ritmiche di "A Full Circle" si accorpano a stridule scie di synthetic-sound mentre "The Penguin" musica una modulare fluttuazione pianistica traboccante di malinconia autunnale. Sonorità metropolitane, eleganza ed aura molto cool in "Dolphin's High Way", perfetta per un ascolto notturno con vista sulle luci della città attendendo la successiva "Orbital", inaspettatamente "wave" con un danzabile intro di guitar, drum machine e nello sviluppo piano, prog, key. "Black Keys" chiude la sequenza degli episodi proponendo le sperimentate traiettorie tastieristiche basate prevalentemente su lunghi accordi dal carattere sensibile, composto. Musica per sognatori, lontana da speculazioni soniche o virtuosismi: RG suona per passione e si sente. Ciò che rende piacevole lo stile del solo-project impersonato da Srdjan è la propensione alla tranquillità esecutiva, la leggerezza ed un'accresciuta intuizione nelle armonie che non risultano mai tediose a qualsiasi livello di ascolto.
-|-|-» Una più distinta professionalità nello spartito e più convinzione conferirebbero alle esecuzioni maggior prestigio ed appetibilità dissipando ciò che ancora resta di quel sentore di "home made". L'auspicato album, tenendo conto di questi fondamentali aggiustamenti, potrebbe rappresentre un buon investimento per una label rivolta all'ambient di nuova concezione. Scommettiamo su Mr.Srdjan? |
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—- DECADES - Secrecy -—
Nonostante l'album in questione sia stato pubblicato tempo addietro vale assolutamente la pena recuperarne le caratteristiche ed esprimerle sottoforma di recensione. I tratti distintivi dell'electro trio berlinese sono la feschezza esecutiva, la passionalità dei vocals, le melodie sempre curate e gli encomiabili arrangiamenti. La formazione bilaterale Stefan (vox) e Thomas (machines) progettò nel 2003 un ottimo ep, "Deluxe", raffinato nelle stesure electropopper e convincente in ogni particolare, seguito nel 2005 dal debut album "Cold Comfort", assai melodico e superiore per il livello espressivo maturato durante lo spazio temporale di due anni. Il concomitante sodalizio con il drummer Bert completò la line-up concedendo alla band nuovi sbocchi verso sonorità synthetiche ma nel contempo "umanamente ritmate", conferendo alle songs una sfumatura di calore dissipandone la freddezza. "Secrecy" richiama a sè le innovative strategie intraprese dal terzetto tra le quali spicca l'importante inflessione vocale di Stefan, sempre signorile e passionale, fornendo rinnovata prova di ottimo senso armonico e di finezza estetica: ne è un primo esempio il breve intro "If", su key e vox, seguita dalla bellissima "Rat Star", pietra angolare dell'opera e godibile anche in video. Nella traccia si denotano chiaramente gli accattivanti accenti del singer unitamente ad un'elogiativa scelta delle musiche in perfetto equilibrio tra electropop ed uno splendido climax post-wave. "Kite" propone una carismatica synth-song sorretta sempre dal bel canto del vocalist e da un'aggraziata disposizione strumentale conducendo in seguito al secondo brano per importanza: "Motorcycle Ride", calda e nobile nelle esposizioni delle liriche, catturante negli accordi di synth e programming, decisamente adatta per ascolti plurimi nell'abitacolo dell'auto. "Summer Monkeys" combina emozionali sezioni di vocals ad avvolgenti cosmi tastieristici intercalati da drumming mid-tempo mentre "Central Dazzling Starlight #2" opera su veloci traiettorie di programming ed electro-melodia da canticchiare parallelamente al singer. Un pulsante apparato percussivo/sequenziale orienta il suono verso le futuristiche soluzioni dance-minded di "Chemicals", pianificata appositamente per le piste e più avanti con la stralunata "100 000 Volts". Riaffiora il dominio melodico nella forbita "That Was Yesterday", traccia impregnata di sentimentalismo e rifiniture di synth dalla natura retrò oltrepassati dalla lenta electro-dinamicità appartenente a "Undercover" ricolma di tecnologica malinconia rasentante sonorità simil Depeche Mode. "Black Humour" manifesta corpose elaborazoni di synth-bell connesso ad un ritmato background entro cui il protagonismo vocale di Stefan esprime appieno la popria supremazia. Un album riuscito, solido e coinvolgente dove logica e calcolo matematico abbandonano l'algida natura che li contraddistingue disegnando un tracciato sonico relegato più all'anima che alle funzioni cerebrali. Chi sa apprezzare la spazialità del pop elettronico congiunto ad un canto flessuoso, espressivo, troverà più di una ragione per innamorarsi di "Secrecy". Perdutamente.
-|-|-» Release che non desidera imporsi con veemenza ma con innato garbo. La sua acquisizione è graduale, distillata nel tempo; le tracce si susseguono con discrezione ed in ognuna di esse risiede un affascinante richiamo difficilmente evitabile. Bello a non finire. |
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—- IN FALLEN - Three Days Of Darkness -—
Il Mondo è perduto. L'Uomo sfida Dio ed Egli castiga L'Uomo. La trama portante dell'album di Doyle Finley (fondatore del solo-roject electro-sperimentale Invercauld) e Kevin B.Scala, dislocati tra il Texas e l'Illinois, svela il forte simbolsmo spiritual-cristiano che sottolinea il dilagante stato di depravazione della quale l'umanità intera è schiava. Dio stesso punisce gli ingrati occupanti della Terra infliggendo loro tre lunghi giorni di terrificante tribolazione liberando demoni, causando sconquassamenti tellurici, scatenando la furia degli elementi, provocando il più cupo terrore ed indirizzando alla volta dell'Uomo la tanto temuta Apocalisse. Tre giorni di buio totale entro i quali la non-musicalità tipica del dark-ambient attiva un senso di inquietudine reso maggiormente percettibile dalla sepolcralità proveniente dal laptop e dai minacciosi significati ultraterreni. In veste digipak limited edition a sole mille copie promosse dalla First Fallen Star, l'opera si avvia al suo percorso con "Prologue (Inner Locution)" dalle tetre dilatazioni di sound oscuro ampliate dalle macchine e predisposte su distanti battute ritmiche opacizzate da un continuo, potente ruggito elettronico. Tenebra, glacialità, angoscia. La notte cala implacabilmente e con essa gli incubi di "Darkness Descends", traccia entro cui il ribollire synthetico del laptop emana sconfinati campi di magnetismo antelucano travolgendo ed annientando ogni concetto di luce. Ed il giorno arrivò: "Day One (Outside The Righteous)", fredda scia di suono cristallizzato su pochi, eterni accordi anteposti a "Day Two (Gnashing Of Teeth)" ove gelidi soffi tastieristici inscenano sofferenza spirituale e, forse, profondo pentimento. "Day Three (Closing The Well)" iberna i sensi, pietrifica l'ascolto attraverso lunghe espansioni di rumore artificiale suggestionando l'immaginazione ed inducendo immensi scenari di devastazione. L'impeto è terminato, ogni cosa su cui si posi lo sguardo è dilaniata dall'ira divina che ora si tramuta prodigiosamente in luminosità simboleggiando la nuova alleanza: "Light Returns" dirada l'impenetrabile compattezza del buio proiettando fasci di un sole ancora troppo freddo ma in grado di rischiarare il Mondo ottenebrato da un castigo inimmaginabile: sequenze di suono gassoso, impapabile, eppure così vividamente soggiogante, dipartono dai computers lasciando intravedere la provvidenziale ed agognata speranza."Epilogue" emette rarefazioni di dark-sound elementare, privo di articolazione, battuto da solenni, meccanici contrappunti di drum machine concedendo la conclusione affidata a "New Dawn" raffigurante l'albeggiare di un Mondo nuovo, dove il peccato è stato radicalmente sconfitto ed estirpato da forze oltre la concezione umana, particolari orchestrati da un lacerante modulo di laptop linearmente ininterrotto che si protrae irradiando di immenso la Nuova Via. Album evocativo, dal suono vitreo, perfetto per i cultori dell'obscure-ambient più radicale. Che la Provvidenza possa risparmiarvi.
-|-|-» Nel progetto In Fallen spicca la precisa conoscenza del catastrofismo biblico nonchè una particolare predisposizione ad animarne i tratti utilizzando l'efficacia e la densità del suono processato. Il messaggio espresso è di abbandonare stili di vita lascivi e peccaminosi in cambio della Salvezza ed un imperativo monito a redimersi in attesa dei fatidici "Tre Giorni Di Buio" che si avvicinano inesorabili: non fatevi cogliere impreparati. |
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—- LAST REFLECTION - Open The Gates -—
Nuovo progetto tedesco quello composto dall'eclettico artista Alex Bemme (vox/lyrics/music) e Karlos Kespohl (lyrics). La carriera compositiva di Alex incominciò anni addietro con ideazioni in equilibrio tra elettronica e gothic, assemblando convergenze provenienti dall'immortale scuola dei Sisters Of Mercy alla tecnologia degli Skinny Puppy, Depeche Mode, Invisible Limits e Psyche, arricchendo nel decorso degli anni i suoi feedbacks con valide esperienze nei clubs e numerose sessions in terra teutonica fino ad improntare definitivamente il sound in un contesto electro-dark orientato verso soluzioni molto apprezzate dai d.j's. Il debut album in esame propone dodici interventi non eccezionali per originalità o per robustezza ma pur sempre dignitosi e capaci di offrire qualche occasione di good listening. "Leave The World Behind", apertura, dispone il teorema che sarà replicato nell'interezza del lavoro tessendo ballabili trame di synth/prog ad una voce dalla tonalità profonda ma spesso rindondante, come nel poweropop-noir "Devil Is Watching (Anyway)". Ancora sonorità electro di cultura sotterranea nell'ipnotica "No Tomorrow", decadenze techno-gothic in "Look Into The Dark" e danzabili sospensioni di arte notturna nella più convincente "Yearning For The Light" che dispiega uno spartito maggiormente apprezzabile sia nel canto che nella varietà degli accordi. La claustrofobica "Shadows" propaga una convulsa retta percussiva e vocals che incominciano a risultare appesantiti da una certa ripetitività rischiando di neutralizzare l'interesse maturato fin'ora, dettaglio che tuttavia esclude la vivace "Living For The Future", traccia interessante, dall'efficace carisma electro-danceable. L'omonima "Open The Gates" si rivela un energico technopop oscurato da pungenti emissioni di synth e pulsante registro di programming anticipando la velocità sequenziata di "The Ocean And The Ice World", altro episodio degno di menzione, ritmatissimo e solido nella strumentalità ed in qualche misura minore nella vocalizzazione che dovrebbe, a mio giudizio, rinunciare alla sua eccessiva rigidità cercando intuizioni più naturali e meno schematiche. "Robotermann", coerentemente al titolo, si permea di arrangiamenti post-Kraftwerk e melodie assai accattivanti anteposte alla successiva inquadratura electro di "When Love Ends" di buona costruzione ma in sofferenza di verve vocale. "Swallow My Tears" chiude la tracklist scolpendo una canzone lettronicamente scura, dalle textures percussive asciutte come frustate che ben si adattano alle malinconiche partiture di synth. Full lenght dalla resa altalenante: un'impostazione vocale meno monocromatica avrebbe accentuato notevolmente lo charme di quest'opera che poteva rivelarsi molto più catturante, soprattutto in virtù delle sue buone costruzioni strumentali. Uno tra gli infiniti astri nascenti dell'universo tehno-dark che potrebbe rivelarsi una fugace meteora.
-|-|-» Musicalità clubby e qualche apprezzabile traccia possono rendere stuzzicante "Open The Gates" che sento di consigliare ad un corrispondente raggio d'ascolto non particolarmente esigente, più attento alla forma che alla sostanza. Solo se la vostra collezione lo richiede. |
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—- TEATRO GROTESCO - At The House Of Dolls -—
L'inesistente biografia del progetto portoghese TG non mi permette divagazioni sul loro operato concedendomi solo di confinarne lo stile ad uno sperimentale contesto industrial-ambient di introversa concezione. Il debut album autoprodotto è disponibile sia in digital che, come in questo caso, su cd in very limited edition a 33 copie dal packaging cartonato artigianalmente proponente una fredda successione di cinque tracce strumentali il cui concetto gravita attorno l'inquietudine del subconscio e dei pensieri umani, l'implacabilità del decadimeto fisico ed i dilaganti disagi sociali, introducendo sonorità torbide intaccate da sezioni di drum, sounds, kantele ed immoti flussi di key ("Doctor Faust") o ossessive turbolenze di rumorismo metallico, glockenspiel, gemiti e bells ("Pornography, The Cult Of The Body And The Death Of Eros"). Echi di drones, kantele e vox si ammassano nell'oscurità ("MMXII") arroventando le successive traiettorie soniche nelle direttamente fiamme ("Through The Fire") strutturando samples, sounds ed incorporee intromissioni di electric guitar chiudendo con una progressiva replicazione di stridore processato, drones e kantele dall'effetto ipnotizzante ("MCCXX"). Release nata in penombra che richiede integralmente un ascolto maturo capace di spiccate interazioni con l'immaginario. La porta della "casa delle bambole" si chiuderà minacciosamente alle vostre spalle.
-|-|-» Prodotto allineato a quell'ampio segmento ambient-experimental che attualmente imperversa su scala planetaria, offrendo agli accoliti la possibilità di visualizzare emozioni, forme e significati incorporati in un singolare contesto sonoro dalla musicalità inesistente. Per intenditori e visionari. |
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—- TWICE A MAN - Icicles -—
Aspettavo da tempo l'ufficiale rientro nelle scene del duo svedese Dan Söderqvist/Karl Gasleben confidando ciecamente nelle loro mirevoli capacità tecniche che da parecchi anni hanno incantato una platea d'ascolto attenta ai fenomeni poco chiassosi, ancor meno pubblicizzati, ma assolutamente concorrenziali alle realtà più osannate. Ed ecco quindi "Icicles", full lenght che propone i TAM nella consueta uniforme darkwave elettronica recuperante l'indelebile impronta tenebrosa delle esecuzioni strumentali aggiungendo suoni ed intuizioni scaturite da equipaggiamenti più aggiornati e registri rivolti a verso acustiche maggiormente attuali. Tutta la track-list, dieci tracce in tutto, inscena le realizzazioni effettuate negli ultimi due anni affidando il patrocinio della pubblicazione alla label AD Inexplorata. Il concept dell'opera rispecchia il grande gelo nordico, le emozioni, la depressione, la disperazione, quel senso di abbandono che si percepisce nell'anima osservando il biancore delle lande immerse nel prolungato buio dell'inverno scandinavo, elemento di inesauribile ispirazione di artisti provenienti dalle latitudini più settentrionali. I brani, permeati di innato ipnotismo, incominciano con l'arabeggiante sostegno di synths e programming di "A Letter" sulla quale si articolano vocals alienanti che trasportano verso l'ignoto. "Everything Is Possible" predilige movimenti ritmici e vocali più sinuosi intervallati da sounds e lisergici chiaroscuri di progs, così come "Wandering", misteriosa ed affascinante, impiega nei testi le liriche dell'artista statunitense Mach Feedback assemblandole ad un sostenuto corpus di synths/e-drums. La deprimente vocalità di "Walls" ben si abbina al proprio background strumentale electro-psychedelico, mentre l'artista giapponese Linda Bjalla musica le sospensioni pianistiche e, unitamente al singer, il chorus dell'intensa "Tranquil Moonlit Lake", traccia dedicata alla scrittrice inglese Virginia Woolf. "Follow A Simple Path" propaga vocals insoddisfatti e richiami ad un raffinato pop-wave dalla natura umbratile, "Something Else" si offre come un innovativo affresco post-Fad Gadget con testi vocalizzati amaramente e linee di fredda, insondabile elettronica arpeggiata da un'impalpabile chitarra. Pallide fluttuazioni tastieristiche ricoprono le malinconie appartenenti a "Where Are You Now", remake dell'omonimo brano del '91 e pietra carmica emanante flussi di energia electro-dark alla quale succede la sofferta meditazione dell'intro di "Fearless In The Rain", elegante nella calligrafia vocale e nobile nelle partiture di sequencers parallelamente ai quali scorre una torbida scia di synth e piano. Conturbanti progressioni ritmiche stratificano il basamento della conclusiva "Moon", eterea, straordinaria nella sua afflizione esaltata da una finezza strumentale avvolgente e toccante. Un progetto di culto, complesso ed impegnato. Relazionare con la musica dei TAM non è immediato nè, tantomeno, opera semplice, ma proprio
in virtù di ciò estremamente appagante e durevole: per quanto mi concerne è assai difficile non eccedere sul versante elogiativo cercando di descrivere solo le molteplici caratteristiche incluse in questa release: limitarmi a ciò senza esaltarmi oltremisura è motivo di grande sforzo. "Icicles" è un album che considero imperdibile.
-|-|-» Musicalità di non facile decrittazione e strategie mirate per dialogare con i pensieri. Album che possiede l'attitudine di sondare i substrati dell'inconscio basando la propria natura su curvature dark-wave di grande attrattiva. Siate abbastanza curiosi da stabilirne quanto prima un contatto. |
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—- FRANCISCO LOPEZ - Amarok -—
Un'unica, estesissima traccia di 64 minuti e 07 secondi rappresenta l'ultima creazione dell'artista spagnolo FL il quale ha realizzato l'opera in più riprese dislocandone gli atti tra Madrid, Murcia, Riga, Belgrado, Tel Aviv e Amsterdam, probabilmente aggiungendo elementi provenienti dalle progressive esperienze accumulate nelle diverse destinazioni. "Amarok", dal nome del mitologico lupo gigante della cultura Induit, è licenziato dalla Glacial Movements Records e rappresenta quindi il risultato di un'accresciuta ed oscura predilezione di Lopez verso il dark-sound sperimentale di matrice ambient; cupe radiazioni di laptop si propagano nel primo tratto del percorso a seguito di un eterno spazio di silenzio. Nella successiva ripresa il gelido respiro di qualcosa di innominabile ammanta le distese circostanti ricolmandole di buio assoluto facendo susseguire un lungo flusso di rumore processato al quale si accorpa una tenebrosa espansione di densità elettronica, muta, monoforme ed algida. Di nuovo il silenzio ingloba il suono che in seguito riprende con un'eterna, cavernosa propagazione extraterrestre in crescendo il cui progressivo sviluppo diviene un assordante vortice sonico che divora famelicamente ogni elemento spazio-temporale. Ritorna il silenzio, gradualmente, un silenzo minaccioso che sa di freddo e sgomento. Un lavoro monolotico, indiscutibilmente particolare, senza compromessi. La totalità della traccia conduce a concetti sonori che necessitano un'integrale partecipazione da parte dell'ascoltatore il quale deve obbligatoriamnte accostarsi ad un simile prodotto con assoluta consapevolezza nonchè con ampia apertura verso la sperimentazione più radicale: diversamente, l'esito sarà di frustrante indecifrabilità.
-|-|-» Esclusvo ed inquietante, torbidamente elettronico. "Amarok" rappresenta un'occasione per spaziare tra le ombre di un tossico tecnicismo capace, con la debita predisposizione individuale, di visualizzare nitidamente le immagini che questa concezione sonica vuole comunicare. Per chi ha già elevato il proprio nirvana musicale verso dimensioni iper-alternative.
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—- ATMOGAT - Trigger Event -—
Questo primo album ufficiale nasce oltre una consistente scia di digital releases ed ep's dei quali "Neutro Bionic" rappresenta l'ultimo in ordine cronologico. Il duo berlinese Danny Pruseit/Toni Polkowski attivò la macchina sonica Atmogat nel 2001 influenzati dalle manovre electro-sperimentali di capistipiti quali Autechre, Bola, Funckarma, combinando un insieme intermedio tra l'IDM ed un'elettronica cupa e personalizzata. "Trigger Event" risponde ad un concetto di suono dall'indole scostante e distaccata mediante tredici atti strumentali di autentico buon gusto, come nella traccia iniziale "Battery's Low", down-tempo elaborato su un ipnotico meccanismo ritmico e scarni interventi di synth, analogamente alla pallida "Berlin 4 AM", dalla piattaforma percussivo-sequenziale squisitamente glitch. "Melophase" è una cerebrale scomposizione di ritmica robotizzata, synths soffocati ed intricatezza IDM, come la successiva "Shani" recupera soffuse note elettroniche circoscrivendole nel rigore metrico delle macchine, popagando un melange di sfumature dalla timbrica acquosa. "Turok" punteggia il ritmo con affilate textures in un dedalo di flussi tastieristici lontani ed incorporei concedendo l'ingresso alla susseguente "Eject 44", mosaico avanguardistico composto da tasselli di cristallo, lente sonorità processate e trafitte da migliaia di microimpulsi tecnologici. Si prosegue con le glaciali scansioni della sonnolente "Sleepless" e gli echi introduttivi della successiva "All The Hope", rarefatto campionario composto da tenui tocchi percussivi dall'incalcolabile tempistica, torrenti di sounds e repentini scatti di programming. Un reticolato ritmico pseudo-tribale sostiene "Indian Summer" che dispiega loops robo-sciamanici ed inquieti moduli high-tech precedendo la pungente forza motrice della e-drum di "Next Riot" entro cui riluce un'effervescente gioco di glitch. "Hwen" assembla complesse trame di elettronica ultra-avanzata incorporando interferenze, microscopici beats, s
cricchiolii sequenziati e fumosi interventi di synth giungendo in seguito al primo dei due remixes del tratto finale ovvero "Berlin 4 AM" riedizionato by Acces To Arasaka e "Melophase" riprocessato by Nikka. Album di elevata techno-culture la cui impeccabile cura nelle trasmissioni suscita piacevolezza all'ascolto ed ammirazione per gli equilibri tra dark-sound, IDM e lucida sperimentazione. Un'altra forma di super-intelligenza sonica da collezionare.
-|-|-» Impenetrabili trascrizioni computerizzate, stroboscopiche micro-frequenze, range complessivo tendente al futurismo: non un punto di svolta ma un evento superbo da ascoltare con mente libera da ogni rigidità. Un nuovo segmento elettronico vi incanterà col suo gelido tocco. |
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—- WULGATA - Echoes Of The Past...Not Far Away -—
La label polacca Beast Of Prey si occupa della pubblicazione di questa raccolta appartenente al progetto conterraneo :Wulgata: precedentemente al nuovo album "Resurrection Of Those Days...A Third Book Has Been Written". Otto suites di derivazione rhythmical/dark-ambient contaminate da elementi industrial si succedono in una track-list attigua a molte produzioni di provenienza Cold Meat che prevedono suoni epansi, atmosfere dense di buio, rumorismo e profondo simbolismo. 444 copie numerate è il limite oltre il quale il prodotto risulterà out of print invitando gli estimatori del genere ad accostarsi all'ascolto di questo distillato sonico impreziosito da una vibrante tenebrosità perturbata da incubi, come nel primo dei cinque consecutivi episodi quì inclusi estratti dal mini cdr "Echoes Of 3rd", ovvero la funerea "Abyssynthia", dove silenti ondate di laptop incontrano il greve tocco della campana e, proseguendo, le meccaniche scansioni di e-drum appartenenti a "Le Jour Du Soleil Noir", scura, spietata nella sua algida aura dark-ambient escoriata in lontananza da un ronzìo chitarristico attutito da vaporosi interventi di tastiera. "R.otten I.ra P.uryfication" intaglia ossessive simmetrie di suono elettronico su un glaciale backgound di progs e loops vocali sussurrati; in "Underain" ribolle un'indefinibile quantità di plumbea materia tastieristica alternata ad abrasivi getti di sounds mentre da "Echoes of 3rd" fuoriescono nere e pesanti emissioni di caligine computerizzata dal laptop, condensandosi rapidamente in una mercuriale dilatazione dall'incessante rombo. "Paincarnation-Reborn In Ash'Kelon Mix by Wulgata", estratta dall'album "Altered States" del progetto Multipoint Injector", implode nel suo stesso nucleo sonoro composto da oscuri riversamenti di key senza melodia, rumoreggi industrial, recordings ed un immoto senso di smarrimento che si tramuta in torbido psicodramma nella successiva "Semiase/Titanum Doll/", tratta da "City Songs no.7" in collaborazione co
n Lukasz Pawlak", manicomiale e anti-armonica, costruita su patologici effluvi di synth, distante percussività ed uno spartito impossibile da decifrare. "Ganges Flow", estrapolata dalla raccolta "Illuminations DCD", ultima la track-list attraverso etnici soffi di laptop ed una lenta ossessività spazzata dal vento artificiale proveniente da mondi paralleli. Compilation degna della label di appartenenza e sconcertante trip nelle gassose ionosfere di un sound estremamente ostico, settoriale, che non permette errori di accostamento a chiunque non risulti perfettamente idoneo al genere trattato, ovvero coloro i quali amano espressività immediata e musicalità. Per tutto il resto della platea Wulgata costituirà un ennesimo punto di riferimento.
-|-|-» L'estremismo del dark-ambient minimale ed una scheletrica alchimia industrial si fondono dando origine ad un prodotto interessante che tuttavia confino in un giudizio non particolarmente innovativo. Nonostante ciò gli irriducibili listeners di questo ambito non tarderanno ad appropriarsi delle copie disponibili placando la personale esigenza di tenebra e ghiaccio. |
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—- LES JUMEAUX DISCORDANTS - Sang Pour Sang -—
L'omonimo debut licenziato dalla Misty Circles mi aveva già permesso a suo tempo di identifcare quali fossero i cardini sui quali poggia l'intera struttura stilistica dei lombardi LJD nonchè di presagire un successivo e possibile sviluppo dei tratti allora esaminati. Accolgo quindi il nuovo album con la debita predisposizione d'animo che, come nel precedente episodio, esige scrupolosa attenzione, bandendo in toto la superficialità di un ascolto frettoloso e testimoniando nel contempo che l'immediatezza non sempre costituisce l'elemento base per un buon prodotto discografico. Il duo costituito da Roberto Del Vecchio, (Gothica/The Last Hour) ai progs, composition e sounds, in combinazione con Aimaproject alla quale è affidata la sensuale sezione lirico-vocale, realizza un'opera algida, introspettiva, oscurata da una malinconica melodrammaticità che spesso rasenta la disperazione stessa. La release si compone di due distinti atti, Katabasis e Anabasis, che, come il loro significato suggerisce, rivolgono metaforicamente all'ascoltatore le inquietudini di un arcano viaggio iniziato da un entroterra spirituale afflitto dalla mestizia e proseguito progressivamente verso le coste di una poeticità sublime, illuminata, per poi procedere in senso inverso. Perpetuamente. Il concept che accomuna le tredici tracce pubblicate dalla label fancese Athanor Records si ispira alla creatività del poeta Angelo Tonelli, ideatore della corrente Ritomodernista, avvalendosi inoltre della collaborazione di guests quali il cellista elvetico Zeno Gabaglio e Daniela Bedeski dei Camerata Mediolanense. Analizzando il primo atto, "Katabasis", colgo nell'opening "Malédiction" le severe, amare forme di recitato propagate dalla singer, testi declamati parallelamente ad un lento background di programming e sounds che strutturano una traccia austera e minimale. La cadenzata drammaticità di "Dynamische Befreiung" non si discosta dalla precedente avvicendandosi alle gelide evoluzioni vocali di "Foxy Tail" entro cui Aimaproject rivela il phatos e l'umbatile espressività di una poetessa reclusa in una torre dimenicata a confini della Terra. La scelta della lingua francese apporta un tocco di elegante fascino allo spartito, come riconferma la passionale "Le Destin" succeduta dall'epica orchestralità di "The Sailing Ship", traccia che sembra realmente ondeggiare nottetempo tra le acque color ebano di un mare in tempesta, flagellato dall'impeto di un vento che rapisce la straziata voce di Aimaproject, trasportandola sui suoi stessi vortici per poi innalzarla, supplicante, al cielo. L'incorporea "Être" rende omaggio alla più sofferta tenebrosità spirituale concedendo ad "Anabasis", secondo atto dell'album, di evolversi in suggestive forme d'arte canora accompagnate da un modulare supporto strumentale drama-oriented come in "Almus Spiritus" e nella susseguente "Sacrifice" che si offre intensamente come un rigoroso, oscuro poema. Percussività militaresca sgorga impetuosa dalla rilucente "Die Götter Sind Hier" conferendo alla stessa una granitica aura da cerimonia marziale accorpata ai femminei inni che nel refrain si intercalano a pause sussurrate. "Dèduke Mèn a Sélanna Kaì Pleìades" configura un ossessivo cantico dagli accenti sciamanici archeggiati dal cello e percossi da una lenta ritmica mentre una più limpida sezione di prog retroillumina "La Dea Bianca" dalle quali melodie si estende un filamento di percettibile amenità che ripaga qualsiasi desiderio di abbandono esaltato dalla coltissima poesia esposta nel testo. In proseguo a ciò "Dittico Orfico" rivela un'encomiabile significato contenuto nelle liriche recitate dal vocalist intrecciate armoniosamente agli estatici inteventi corali che precedono la conclusiva "Eterna Mutazione", splendido proclama musicato sia con leggiadra delicatezza elettronica che da una soave calligrafia nel canto. Stile, quello relativo ai LJD, mai sottomesso nè ad ovvietà nè a schemi facilmente circoscrivibili: per assimilare una simile quantità di autorevolezza occorre aver progredito di parecchie lunghezze nel proprio percorso musicale. Se questo dono vi è stato concesso ciò che trarrete da "Sang Pour Sang" sarà semplicemente indescrivibile.
-|-|-» Contesto sonico intricato e non dipanabile con disinvoltura. L'ascolto di questo album esige erudizione ed apertura verso una sperimentalità forbita ed assolutamente non convenzionale: sangue per sangue ed anima per anima. La materialità ed il trascendente hanno trovato quì un punto di contatto. |
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—- ION - Immaculada -—
Lo stile attuale dell'irlandese Duncan Patterson, ex protagonista della scena Doom Metal convertitosi in seguito ad un sound ben più pacato, è un crocevia tra neofolk gotico, ambient e World Music. Accantonate definitivamente le vulcaniche procedure metalliche degli Anathema, l'artista evolve in una multidimensione sonica dapprima spirituale ed atmosferica con la creatura Antimatter ed in seguito, nel 2004, nella definizione di "puro" in Galeico, ovvero Ion. Il debut album del 2006, di chiare intenzioni religious, "Madre, Protégenos", ebbe un discreto esito qualitativo da parte della critica, anticipando l'odierno full lenght "Immaculada" promosso dalla label Equilibrium Music. Il nuovo lavoro, concepito durante i trasferimenti di Duncan tra Irlanda e Grecia, accoglie una moltitudine di talentuosi guests tra i quali la goth-vocalist irlandese Lisa Cuthbert accomunando ricercatezza sperimentale a sonorità mediterranee e celtiche, racchiudendo il tutto in ballads finemente musicate da strumentazioni acustiche quali mandolino, flauto, pipes, cello, violino, chitarra, tastiera, piano e percussività etnica. Otto passaggi nella track-list annunciano in primis l'omonima "Immaculada", entro cui l'accurata scelta di misticismo ed armonia crea un suggestivo insieme orchestrato da scarni interventi di chitarra classica, key e femminei sussurri. "Temptation" dipinge una colorita scenografia di accordi chitarristici arabeggianti, ritmica folk e phatos nelle liriche di Lisa, mentre la successiva "Adoration" accarezza soavemente zuccherose soluzioni vocali intinte in un background strumentale di chitarra classica, flauto e percussività down-tempo per un brano trasognante e morbido. Il tambureggiare dell'intelaiatura percussiva di "Damhsa Na Gceithre Ghaoth" incorpora un chorus tastieristico, distaccati arpeggi di chitarra e pittoreschi fiati, così come "Invidia" propaga un malinconico audiogramma nel quale la voce di Lisa si rende ancora protagonista, parallelamente al curato sostegno chitarristico ed al drumming etnicheggiante. Un'incorporea venatura folk-ambient percorre i tranquilli snodi vocali appartenenti a "Cetatea Cisnadioara", cantico notturno e misterioso, susseguito dalle oniriche espressioni vocal-piano-cello di "The Silent Star" ed infine dalle ipnotiche partiture di "Return To Spirit" e i suoi sibillini bisbigli intercalati a regolari battute percussive e crescendo tastieristico-corale. Musica tesa a trascendere dai consueti canoni quella creata dal progetto Ion, autori di questo album poco articolato ma denso di costruzioni dal buon potenziale di coinvolgimento. Se già conoscete ed apprezzate l'operato di Mr. Patterson, "Immaculada" costituirà il degno proseguo al precedente album donandovi una rinnovata carica emozionale e l'opportunità di sentirvi parte attiva di un lungo viaggio oltre l'immaginabile. Con un sottile tocco di grazia.
-|-|-» Tema saldamente ancorato a riferimenti che fanno della spiritualità l'elemento primario delle tracce, sempre docili all'ascolto e coinvolgenti nell'anima. Pur non rappresentando un punto di svolta posso definire valida la release analizzata, indicata soprattutto per coloro i quali amano una cultura neofolk eclettica, aperta ai suoni universali. Se vi identificate in questa specifica opzione per voi "Immaculada" è imprescindibile. |
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—- BLIND EFFECTS - Heartland Sound Formation -—
Quarta realizzazione per i BE, tedeschi di Weissenfels: "Heartland..." colma il vuoto temporale di due anni che lo separano dall'ep "Pain", pubblicazione preceduta a sua volta dall'album "Operation Beta" del 2005 e dal convincente debut "Distance/Existence" edito nel 2002. La line-up triangolare Andy (vox/lyrics), Lutz (progs/synths) e Stephan (guitars) si avvale di due ulteriori live-elements, Micha (samples/live synths) e Ini W (vox) a sostegno delle esibizioni dal vivo che pare siano sempre ed ottimamente corrisposte dal pubblico. Occasionali supporters dei Project Pitchfork con diversi remixes in attivo nonchè collaborazioni di prestigio tra le quali con i Mistery Of Dawn e Illusion Of Light, i BE si attivarono con l'intento di dare corpo ad un'innata passione per la musica sintetizzata scegliendo di appartenere ad un contesto electro/industrial aggressivo e clubby, prestando mirata attenzione a ritmiche d'assalto, vocalizzi incattiviti e solidità elettronica di prim'ordine. La Danse Macabre ufficializza quindi la pubblicazione di queste quindici tracce che aprono con la tellurica "Weapons In Paradise", song dai febbrili riff di electric guitar, muraglie percussive e dai graffianti apporti vocali, mixture concepita più come ordigno sonico da pista che da ascolto domestico. "Divide" emette kilotoni di impura high energy ebm-industrial che si sprigiona dal suo epicentro composto da ritmatissimi bpm e vocalizzi incalzanti; in "Assholes Like Me" la propulsione electro-dark è alimentata dalle lente cadenze dei progs e dalla capacità dei synths e della voce di Andy di circondare il suono con timbriche dense come il mercurio e come esso altrettanto fredde. Infuocata cavalcata avanguardistica "Bitch" ripaga ogni richiesta di danza spossante attraverso un duello progs-guitar cantato da vocals che spronano al movimento, mentre la belligeranza industrial di "Painkiller" carica con spietatezza un potente detonatore ritmico-vocale attorniato da acidi tocchi di synth. "(IAm) Violence", come titolo impone, non risparmia in cudeltà lirica e nemmeno in orchestrazioni di ampio respiro, edificando solenni textures tastieristiche supportate dalla voce del singer in parallelo agli elettrici accordi di chitarra anticipanti in seguito la disciplinata "(Only One) Possibility", macchia solare dal colore metallico disposto su metriche sezioni di programming, vox cavernosa ed acuminate punteggiature di synths. Una splendida ed ipercinetica "Salty Rain" arroventa i dancefloors facendo fuoriuscire litri di sudore dai pori dei più agguerriti cyber-dancers mediante una perfetta miscela di percussività da pista e soluzioni vocali impossibili da evitare, identicamente a "Time (2010 version Mit Ini W.)", scheggia compatta ed ipercinetica dalla macchinazione ritmica impostata su basi up-tempo col canto di Andy che nella seconda metà del percorso cede il posto alla vocalist. Drumming high-speed anche per "einSchlag", potente e stroboscopica in anticipo sulle gagliarde fluttuazioni sequenziali del remake di "Painkiller" in versione Profane Finality Mix e la ristrutturata "Assholes Like You (A.Friend remix feat.Ini W)", traccia favolosamente danzabile e remixata con mestiere. La rassegna dei remakes prosegue con "Divide (inXsense Remix)", ipnoticamente "dry", spogliata da ogni arricchimento strumentale: solo una secca sequenza di drum-machine e vocals filtrati in aggiunta alla tenue scia di synth. "Bitch" ora riprocessata in veste Neustrohm Remix, carbonizza i neuroni e le facoltà motorie con rapide e distorte e-drums e scariche di progs da pista ultimando la track-list con il torbido ribollire elettronico elaborato tra le interferenze aliene di "(Only One) Possibility (Lo-Fi Remix by Xotox)". Album decisamente positivo che risuona come il tuono: i d.j's entreranno in estasi. Con i BE la volta celeste dell'industrial-sound aggiunge a sè un ennesimo, rilucente astro.
-|-|-» Ancora una volta l'electro-school germanica rivolge a noi un'arma sonica tecnologicamente avanzata, spargendo a piene mani energia, ballabilità e competenza. Sulla base di quanto ascoltato posso asserire ed anticipare senza alcun dubbio che quest'ultima release sarà annoverata tra le più meritevoli dell'anno corrente. Esultate, techno-dancers! |
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—- OBHYMON - s/t
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La Francia si dimostra una perpetua fucina di artisti dediti ad una rinnovata interpretazione dei concetti new wave in uso nelle trascorse epoche. La musica degli ObHyMon, duetto composto da Oprob (computers/progs) e 10PR (vox/guitars), è uno straordinario ibrido fortemente influenzato dai registri post-punk/dark di provenienza 4AD miscelati ad intromissioni vocali screziate di disperazione wave ed accenti depechemodiani nei refrains, il tutto poggiato su una glaciale pavimentazione elettronico-minimalista che conferisce alle tracce dell'autoprodotto un temperamento spettrale, alienante. Generalmente e nei tratti introduttivi il canto, che dovrebbe essere ulteriormente evidenziato, procede delirante oppure amaramente riflessivo, per rivelarsi negli sviluppi irresistibilmente melodico e di grande effetto, complice l'ottima predisposizione tonale del singer capace di inflessioni davvero coinvolgenti ed espressive. Il progetto appone quindi un credibile sigillo di garanzia ad un prodotto sonico adeguato ai tempi ed alle nuove tendenze, concepito appositamente per chiunque desideri fruire della raffinatezza "wave" e dell'elegiaco cosmo di atmosfere che erompono già dalle prime note di piano appartenenti alla breve "Introft" oppure dalle battute electro-minded di "Heathen", traccia austera, vocalmente psicotica, edificata su progs e synth in fase orchestral-militaresca. Sempre elettroniche soluzioni ritmano "Neufeb", ballabile ed algida entro la quale la chitarra e le liriche di 10PR imprimono un delirante schema post-punk addolcito nel refrain da armonie vocali meno tese, contrariamente ai successivi proclami di "Cold Rest" e le sue arie electro-dark intessute da secche trame percussive ed echi di chitarra soffocata nel glaciale vento tastieristico. "Lying" assume le fattezze di un mesto cantico d'atmosfera che potrebbe appartenere ad un contesto Depeche Mode da side-b analogamente alla successiva e spoglia "The Gift", dai progs in modalità down-tempo arieggiati da
un freddissimo apporto di synth e vocals che comunicano un profondo disagio spirituale. Più clubby, "Spider" impiega harsh vox, distorsioni nelle e-drums e guitar, strutturando una traccia dall'aura opaca, ipnotica. Si prosegue con la strepitosa "Tide", episodio dark-electronic di enorme pregio all'interno del quale risiedono tutti gli elementi che rendono una wave-song di ultima generazione così attraente: asciutte pareti percussive industrial, il canto dapprima inacidito ed alternato a quello signorile di 10PR che si riflette in sè stesso come fosse imprigionato in una distorta sala degli specchi, finchè al sopraggiungere del refrain esso trova un'insperata sorgente di melodia che dissipa tutta l'asprezza della sezione iniziale, mescolandosi ad un meraviglioso dialogo double-guitars ove nuovamente la nobile timbrica del vocalist rapisce i sensi trasportandoli infinite leghe più sù, verso il cielo. A mio giudizio questa è la traccia più bella dell'album ed una delle migliori a me proposte fin'ora: accuratamente "ripulita" da qualche imperfezione in sede di editing e remixata da mani esperte la song risulterebbe di incalcolabile valore acustico. Giungiamo ai meditabondi fraseggi di "Degrees" che risuonano straniati tra l'iniziale e lento incedere della drum machine successivamente propulsa da una cadenza più veloce alla quale si affianca un'abrasiva guitar che sarebbe tanto piaciuta ad un più giovane Ivo Watts Russel ed una linea vocale da incubo ad occhi aperti; "The Bridge" replica parzialmente il fulgido splendore di "Tide", mediante un accresciuto senso di desolazione nelle liriche cantate con animo disperato su attenuate battute electro-percussive e scarni, mercuriali riff di chitarra elettrica. Uno dei più eccelsi autoprodotti sul generis che mi sia stato concesso ascoltare da tempo immemorabile: mi risulta assolutamente impossibile credere che nessuna label si sia ancora prodigata per scritturarli. Sono convinto che quando esse scorgeranno l'esistenza degli ObhyMon se li contenderanno spietatamente.
-|-|-» Sound-system dalla rara cupezza che dirotta il corso dei pensieri verso ignoti punti di non ritorno, dove gli ObHymon e la suggestione si intersecano. Ora potete spegnere ogni luce ed incominciare a danzare silenziosamente nel buio. |
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