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-|-|-» [ RECENSIONI / Review ]
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—- ANTYTHESIS - Point Blank -—
Forti di militanze in progetti validamente collocati nell'area industrial-electro, il duo inglese Nemesis (Alien Vampires) e Virul3nt (Crystalline Effect/The Plague Sequence) si fondono artisticamente per dare spinta ad un nuovo congegno propulsivo che farà ballare migliaia di frequentatori dei clubs più infuocati con dieci giocattoli sonici dal deflagrante dinamismo. Non rivolgeremo al debut album in questione particolari doti di originalità, tuttavia riconosceremo ad esso il concreto merito di saper catturare gli estimatori coinvolgendoli pienamente sia sui dancefloor che in qualsiasi altra occasione d'ascolto. La label Evolution Noize Records promuove quindi questa release dai contenuti fortemente ritmati, dalle connotazioni in linea con l'high-energy da pista e dalle strutture indicanti una maturità esecutiva di spicco. L'omonima "Point Blank" introduce la tracklist aprendo con un sound-system iperprocessato e mantenuto attivo da harsh-vocals e fiammate di synths. "Bleak" drena enormi quantità di materia percussiva, intersezioni di progs e vox inacidita scartando in seguito sulla successiva "Hellectrobitch" dai sensuali loops in contrasto con il caustico muro vocale eretto dal singer. Tracciati sequenziali ritmano meccanicamente "Always Been My Bitch", traccia dalle curvature trance succeduta dai beats up-tempo relativi a "Pay Off" orientata verso strategie industrial-ebm. "Hardcore Porno" è una traccia ultra-cinetica nonchè travolgente apripista che elabora pulsante percussività ed esplosioni di synths che cedono terreno alla prorompente "Parasite (Nemesis Remix)" in grado di perpetrare tutto il suo schiacciante dominio sui sensi dell'ascoltatore devastando ogni centimetro innanzi ai diffusori acustici. "Time Will Tell" raffigura un danzereccio techno-pulse incattivito da vocals incendiari conducendoci in seguito a "Powders And Hells" dai taglienti inserti di progs crivellati da ritmiche stratosferiche. Eccellenti moduli percussivi pompano tellurici bassi nel gran finale con "Time Will Tell (Virul3nt Club Mix)" concludendo impeccabilmente il frenetico potenziale della title-track di questo banco di prova astutamente pianificato per soppiantare nell'utente ossa, muscoli e nervi, sostituendoli con macrocircuiti programmati per spossanti danze industrial. Concedetevi a queste rielaborazioni organiche.
-|-|-» Navigata esperienza, stile non innovativo ma perfetto per bombardare l'udito con ordigni sonici che ogni buon DJ ha il dovere di diffondere. Non resta che attendere dagli Anthythesis un prossimo contrattacco. |
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—- MONOPIUM - Mesmerized -—
La label Beast Of Prey licenzia un album assolutamente indefinibile in termini classici, una mixture di dark-ambient, sperimentalismo, minimalismo, dadaismo sonico ed astrazione parossistica. L'interprete di tale insolita realizzazione è il polacco Monopium il quale basa l'intero minutaggio dell'album su costruzioni surreali collegando il suono prodotto ad un immaginario, improbabile universo avanguardistico non privo di pesanti interrogativi. Le undici tracce dipartono direttamente da "Intro (Awakening)", strutturata su ossessivi tocchi simili allo scoccare dell'ora di un orologio a pendolo, rullìo di piatti e nient'altro. "The Girl Who Sold The Soul" lavora esclusivamente su percussività acustica in modalità psychedelica e vocals filtrati senza nessuna musicalità diretta, mentre "Dancing Decadenza Cabaret" inscena uno scarno motivetto jazzato e manicomiale. "Radio Morphine" dispone vuoti arpeggi di chitarra, fraseggi in background interferiti dai clicks da vecchio vinile, così come "Face To Face" viene attraversata da uno scroscìo rumoristico di ignota provenienza intervallato da strampalati pizzichi chitarristici e deliranti fiati. La coralità folk di "Claire & Valesca" stordisce per malinconica decadenza, "Opium" irrita per circolarità psicotica e "God In A Smoke" espone uno sconclusionato insieme di strumentalità acustica apparentemente senza logica e sorretta da un modulare giro di corde. "Mesmerized" è una traccia stralunata, priva di accenti, incentrata solo su un lamentoso sfregamento di arco che non conduce a nulla che possa essere definito musicalmente. In "Sleep" emerge l'identità dark-ambient insita nel progetto attendendo l'ingresso della successiva e conclusiva "Berlin", cabarettistica e dissonante, suonata da supporti di batteria di impostazione jazzy, tromba e wah wah tastieristico. Disco innaturale, alterato e difficile dal principio alla fine. Per quanto io sia aperto alla sperimentazione, non riesco a capirlo.
-|-|-» Tutti i tentativi di recuparare sonorità ricercate e non comuni non scongiurano un esito perplesso che si manifesta track by track in questo album che anzichè mesmerizzare corre il rischio di essere accantonato in eterno. Il lato sterile della musica. |
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—- NIHIL NOVI SUB SOLE - Jupiter Temple -—
L'olandese Marko Kehren, ex metal man convertitosi dal 2008 al martial-industrial-dark ambient, propone un debut album ripulito da tematiche politiche e rivolto a coloro i quali la vita non ha concesso le chances per un'esistenza libera, privandoli della possibilità di vivere secondo i propri ideali. Tutto questo tumultuoso carico espressivo viene introdotto in un curatissimo album masterizzato a Berlino da Alex Frank (Werkraum/Sturmpercht/Triarii) e edito dalla label Lichterklang/My Kingdom Music. Il sound dell'artista è quadrato, monolitico, pregno di rigore e di quell'inflessibile austerità che caratterizza il genere, con ampio utilizzo di loops, coralità militare e ritmica da marcia. L'overture "Nihil Novi Sub Sole" orienta immediatamente le linee percussive su rullate di tamburo, fraseggi filtrati e meccanici interventi di key inducendo l'ingresso della malinconica "Die Angeklagten", traccia disposta su un solenne supporto di tastiera e diradata ritmica industrial. "To Ensalve & Destroy" esprime composta afflizione attraverso severe geometrie di key dalla timbrica corale, tocchi di campana e lento drumming da cerimonia marziale anticipando la successiva "Avvenimento Traumatico", toccante episodio su piano-tastiera e vocals via radio. Imponenti strutture di synth si innalzano da "Stigma" avvicendando fraseggi e percussività soldatesca facendoci giungere a "Fellonia Con Sangue", ipnotico capitolo martial eretto su radiose arcate percussive, ancienti dichiarazioni dittatoriali da conflitto mondiale ed atmosfere drammatiche. "Walking Over Mother Disease" replica lo schema bellico nelle ritmiche tambureggiando il suono con inflessioni guerriere cariche di phatos tastieristico, le medesime presenti anche in "Obedience To None". Molto suggestiva, "Paralyze", attiva arie heavenly-dark-ambient attraversate da espansioni di key e vocalizzi narrativi, unitamente alla magniloquenza emanata da "Victoria Victis" dall'estetica simile al candore del marmo e musicata su imponente chorus di sottofondo, rullìo di tamburo ed evocative finiture tastieristiche. Brillanti parabole di suono duro come il granito, atmosfere lastricate da misurato sfarzo, marziale step ritmico per la bellissima "Idolatry" alla quale succede il finale rappresentato da "Totgeborener Lebensmut" aggraziata effigie pianistica dalle austere venature di key. Il nome del progetto NNSS significa "Niente di nuovo sotto il Sole" ma siamo grati a Marko Kehren per averci incantato con questa eccellenza se non innovativa, sicuramente tra le migliori dell'ultima ora.
-|-|-» Note lustre, musicalità altisonante e nessuna traccia di superficialità, il tutto circondato da un'estetica di ghiaccio. Ogni emozione viene inglobata da un sound compatto che concede la possibiltà ad esso di esprimere appassionate congiunture: in ciò risiede la chiave di lettura che rende l'album estremamente interessante. Se siete cultori della suddetta disciplina non permettete a voi stessi di perdere una simile realizzazione. |
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—- YURA YURA feat. MACHA MèLANIE - Demo -—
La collaborazione artistica tra due elementi quali il compositore Grégory Mousselle e la danzatrice-coreografa Macha Bastide ha originato questo progetto francese che interpreta un concetto industrial/electronic basato essenzialmente sull'accorpamento sound-dance-visuals. Sostanzialmente i prodotti sonori elaborati da Grégory, alias Yura Yura, fungono da strumento atto a sostenere i flessuosi movimenti della dancer Macha la quale esterna nelle esibizioni live futuristiche scenografie attraverso luci, movimenti del corpo e costumi fluo. Il demo autoprodotto di cui ci occupiamo in questa sede si compone di quattordici tracce interamente strumentali nelle quali risalta l'indirizzo stilistico finalizzato appositamente a dar vita ad un ballo avveniristico ed ipnotico. "NYC" esordisce inaugurando la title-track attraverso un'architettura sonica carica di modulari circoli di prog dalla ritmica monocromatica. La successiva "Die Oma" delinea tratti industrial su piene pulsazioni di e-drums e manomissioni effettate mentre "Okiko" satura la danza con percussività in distorsione e soprche ripartizioni sequenziali. "Nocturne" distende inespressive atmosfere electro-crepuscolari generate da una incessante monotonia di programming simile ad un meccanismo extraterrestre introducendo in seguito "I Wanna Twist", traccia costruita essenzialmente su robotik-drumming, loops e freddezza. La percussività svolge un ruolo primario nelle coreografie del duo, le medesime elaborate anche per "Suspiria" perfettamente adatta a sciamaniche danze post-nuclear; sottili parabole di sequencer e timbro ritmico appena udibile in "Moon", contrariamente alle sfrenate pulsazioni tribal-industrial affidate a "Tsugi". Suono attenuato, sibili elettronici, atmosfere cristallizzate per "Locus Niger" alla quale succedono i circolari battiti screziati di materia inorganica appartenenti a "Chamazone" sommersa nello sviluppo da un assordante ed ossessivo industrial noise. In "Bodies" rimbombano replicandosi acuminate lamine di suono processato ritmate da un martellante e distorto tema techno dalla timbrica sorda, così come "Laddhu" inscena un serrato registro di echi percussivi in modalità electro-mistico-tribale intervallati da soffi di corno campionato. Il finale incrocia dapprima le torrenziali emissioni di industrial-noises di "Schize", flagellati da drumming impuro e denso come gocce di piombo concludendo il tragitto della title-track con "Darkfloor" che interiorizza un semplice schema sonico da pista ultra-alternativa affidandosi esclusivamente ad una lineare e-drum punteggiata da ballabili scansioni. YY dimostra idee chiare ed un tangibile senso rivolto alla danza progressista, adoperandosi con metodo nell'elaborare un sottogenere che ci auguriamo possa un giorno vivere momenti più gloriosi. Très bien, monsieur Mousselle!
-|-|-» L'asse strutturale dei brani è saldamente incentrato su sonorità adattate al movimento del corpo. Ciò che ne consegue è una title-track funzionale, con tracce che compensano il richiamo ad un ballo eccitante e tecnologico. Lodevole. |
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—- GROBBING THRISTLE - Hidden Strategies -—
Anagrammando il nome in esame si intuirebbe la matrice alla quale i GT fanno riferimento, ovvero al progetto di Genesis P. Orrige. L'ovvietà di questo accostamento condurrebbe tuttavia ad altrettante errate conclusioni riguardo l'impronta stilistica intrapresa da questa ensemble polacca che non si dichiara affatto un clone dei Throbbing Gristle ma piuttosto un prolungamento, una torsione della loro identità in veste postindustrial. Musica cerebrale, un album dall'imprint minimalista che introduce l'ascolto in un universo di clicks, deliri da laptop e psicotismi permeati di suono filtrato. La label Beast Of Prey propone questo lavoro estremamente impegnativo ad un pubblico maturo ed incline a distillati di elettronica ultra-sperimentale; Radek Dziubek, mente attiva del progetto che consta di otto componenti, sequenzia miliardi di microscopiche particelle di arte dark ambient e rarefatte combinazioni dai colori lunari, soggiogando l'udito, costringendo gli occhi a chiudersi per far sprofondare la mente in un'offuscata dimensione onirica. Sette tracce, ognuna dall'appellativo assolutamente anonimo: l'opener è "First" dal corpus disseminato di suono vuoto, clickato, spettrale, su sottili emissioni computerizzate, distanti tocchi monocorde e loops ossessivi. Ondate di femminei vocalizzi dall'inflessione disperata, distorta da effects dilatati ed impercettibili gocciolii di interferenze in "Second" e poi con "Third", punteggiata da sound destrutturato, ipnotico ed esangue, simile ad un tracciato elettromiografico mediante picchi di vocals infettati da dirty-noises. Tumulti industrial-ambient per "Fourth" traccia dall'algida aura meccanica che anticipa i placidi microsamples di "Fifth" dal background artificiale simile ad un'ebollizione entro cui si disperde, echeggiando e sussultando, la voce della vocalist tra indefiniti arpeggi di chitarra. "Sixth" formula essenzialità dark-noise, loops e ronzii effettati accedendo infine a "Seventh" anch'essa edificata su elementari microimplusi senz'anima interferiti da evanescenti propagazioni di suono incolore e da vocalizzi sub-umani. Oltre la generica classificazione "postindustrial", relativa allo stile dei GT, si potrebbe invece parlare di un suono indefinibile, circoscritto in una disciplina elettronica distante da specifiche appartenenze. Se vi considerate individui equilibrati rinunciate a "Hidden Strategies", album rivolto senz'altro a menti schizoidi e personalità inclini a sonorità ermetiche, fredde, disturbate.
-|-|-» Impossibile valutare con metriche convenzionali un simile lavoro: l'assoluta "non musicalità" alla quale l'album è sottoposto esige un differente criterio di giudizio che definiremo valido ai fini di un ascolto competente che abbia tuttavia molta dimestichezza con un sound-system ridotto al minimo ed estremamente rarefatto. Un fotogramma di lucida follia. |
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—- RAJNA - Offering -—
Uno storico di tutto rispetto quello relativo al duo francese dei Lefebvre, Jeanne (vocals) e Fabrice: i Rajna. Collezionisti di strumenti musicali delle più disparate origini, fortemente influenzati dal suono etereo dei Dead Can Dance, operativi dal 1997 tra collaborazioni con Stefano Perunzi, Olaf Parusel (Stoa), Tim Bowness (No-Man) e Brice Amo (Omasphere) nonchè fautori di questo nono album edito dalla label portoghese Equilibrium Music specializzata in Neo-classical/Neo-Folk/Ambient. La release orienta la track-list verso un suono meno tecnologico che un tempo accentrando l'attenzione sulla pura strumentalità etnico-acustica evocante scorci mediterranei che toccano spiritualmene Grecia, Turchia e Cicladi attraverso dieci tracce mature ed emozionali. "The Arrival" ne è la prima, aperta da vibranti fiati e canto di lande riarse dal sole, a seguire "Ephesus" propaga una nenìa dalla percussività tambureggiata e soffi flautati. "Cicléades" è un lento e malinconico cantico isolano su arpeggi di chitarra e profonda ritmica che posegue con le meste sfumature tastieristiche della stessa "Offering" dalla quale si eleva la voce di Jeanne che intona delicati inni dal sapore crepuscolare. Corde etniche dipanano lentissime note che si disperdono tra le mistiche cadenze vocali della singer in "Eleusis", le medesime innalzate nella minimale religiosità espressa da "Illa Saldé". Di nuovo percussività tribale, canto che fluttua nell'aria disegnando mediterraneità in "Epidauros" ed ancora oltre con "The Dance Of Cléomene" che introduce meravigliose strategie ethereal 80's combinando i vortici di key ai vocalizzi di Aret MADILIAN dei Deleyaman, band psychedelic/experimental proveniente dalla Normandia. La toccante "Never Land" abbraccia le stupende inflessioni dei Cocteau Twins più romantici conducendoci infine alla bellissima "Quiet Hour", traccia impalpabile, semplicemente appoggiata su un atmosferico flusso di key, percussività rallentata e la profonda voce di Fabrice a completamento di questo microscopico, elegante gioiello notturno. Album ben pianificato, che dimostra in modo esaudiente quanto il progetto sia predisposto a percorrere i tempi con opere di gran valore, riuscendo nell'insieme a mantenere un livello di autenticità che sfiora l'invidiabile.
-|-|-» Impossibile non definire i Ranja un punto di riferimento del genere dark-ethnic-ethereal, soprattutto dopo l'ascolto di questo disco dal portamento composto, ispirato, che trasporta il pensiero oltre i razionali confini del mondo terreno. Se amate viaggiare pur stando immobili, "Offering" è il mezzo di locomozione spirituale che vi occorre. Innamoratevene. |
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—- THE TWILIGHT GARDEN - A World We Pretend -—
I presupposti per attenderci qualcosa di meglio c'erano tutti: una label dal robusto calibro come la Projekt, una felice collaborazione nel 2006 con i Velvet Acid Christ, una comprovata esperienza come remixer. Eppure il solo project statunitense di Todd Loomis, a mio giudizio, non decolla come avrebbe dovuto. Il suo volo rasenta appena il terreno, e ciò nonostante i buoni propositi iniziali che avrebbero fatto sperare in qualcosa di più concreto. L'album, definibile come un crocevia tra gothic-wave ed electro, non riesce ad esorcizzare quel vago senso di "incompiuto" che incatena la track-list alla percezione di qualcosa costanemente fuori posto, di non incisivo. Le armonie non si fissano nella memoria e quell'aleggiante aura gothic si disperde tra una musicalità appiattita, spesso grigia, con lo stesso mordente di uno sbadiglio. Più nel dettaglio, le dieci tracce propongono dapprima la lenta "I Am Echo", costruita su drumming cadenzato, electric guitar e la voce di Todd dalla personalità discutibile. Si continua con "Dead Adults" con strutture synthpoppy screziate da guitar noise e synth, proseguendo in seguito con una più convincente "The Ice King", traccia ricolma di materia dark-wave elettronica con una bella chitarra echeggiata in sostegno ad espressivi vocalizzi vagamente stile Robert Smith. "A World We Pretend" è una macchietta sdolcinata dalla musicalità di un lento cantico natalizio, identicamente a "A-Wake", leggera pop song da proposta mainstream. "Retainer Maintainer" dilunga le atmosfere lentamente scandite dai progs ed apporto vocale di Todd curvato su inflessioni simil-Cure, così come "The Puppetteers" rivolge all'ascolto un modulo electro-darkly composto da programming, synth e voce che, specie nello sguaiato refrain, suscita non poche perplessità. "Delusions Of Us" replica nientemeno l'abbattuta circolarità delle altre songs intervenendo strumentalmente con toccanti accordi di synth e tonalità vocale piegata su modalità meditativa, "Something Beautiful" dilaga in noiose espansioni di suono catartico ed infine "Melancholy Crush" poggia le sue fondamenta su stanchi sedimenti di oscurato synthpop ed un'identità vocale parzialmente da rivedere. Se questo disco fosse stato concepito con itenti puramente sperimentali si potrebbe elargire un verdetto orientato verso l'incoraggiamento a fare di meglio ma, contrariamente, se esso mirasse ad obiettivi più ambiziosi non garantiremo sul pieno riusultato auspicato. Non detenerlo nella collezione non costituirà quindi oggetto di peccato.
-|-|-» Contenuti appena sufficienti a motivarne l'ascolto che nella maggioranza dei casi sorvolerà le tracce con l'indifferenza con la quale si osserva dall'auto un monocromatico paesaggio. Molto insolito che ciò sia accaduto in casa Projekt.. |
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—- BRANDKOMMANDO - USA The United States Of China -—
La Polonia rivela finalmente il suo lato più tecnologico nel settore power-noise-electronics attraverso la label Beast Of Prey che licenzia questo strumento di attacco frontale contro le falsità che ammorbano le vicende umane, odierne e trascorse, denudando scottanti temi evidenziandone gli scempi, le subdole perversioni. Karol W. è il solo-element di questa piattaforma sonica in azione dal 2005 con il demo "Destrukcja" seguito da una lunga lista di cd-r e due partecipazioni su compilations, "Desert Space" e "Wieler Werkstaette". L'album, completo di booklet di dodici pagine con immagini provocatoriamente esplicite, apre con i commenti televisivi di George Bush in "Intro" seguiti dalle buie procedure di suono processato e harsh-vox appartenenti a "So Help Me God" subito travolta dalla mareggiata industrial elettronicamente distorta di "W Imi Dei". Stridori assordanti, meccanizzazioni ritmiche e terrificanti vocals ultra-filtrati costituiscono "Abu Gharib" alla quale segue la teutonica ballata corale intonata da "Wollt Ihr Der Totallen Krieg?". Tetre operazioni di lap-top corrompono "Out Side" spostando la track-list verso le crude emissioni di noise che infettano "Hipokryzja" perturbata dalla voce di Karol dalle contorte modulazioni in assetto punitivo. Glaciale flusso di progs struttura le pareti della brutale "Military Complex" che rivive le paurose visioni di un futuro conflitto mondiale, introducendoci in seguito oltre le aliene pulsazioni power-electronics di "Islamofaszyzm" con i suoi lancinanti proclami hash, ed infine alle distanti deflagrazioni del suono espanso e le tempeste elettromagnetiche dell'omonima "The United States Of China". Album estremo, rivolto ai discepoli di un fenomeno sonoro di non facile interpretazione, duro come il titanio e spietato come solo le macchine sanno essere. Per uditi esperti.
-|-|-» Suono compatto, feroce, allucinato, che ferisce senza alcuna distinzione, totalmente scevro di umanità. Che Brandkommando sia. |
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—- THE PSYCHOGEOGRAPHICAL COMMISSION - Genius Loci -—
"Psychogeography" è il termine coniato da Guy Debord indicante uno studio assai singolare i cui teoremi si basano sull'analisi dei rapporti emotivi e storici, spesso da decostruire, che intercorrono tra una città ed i relativi abitanti, esperienze vissute in questo album attraverso sperimentalismo urban-folk inserito in ulteriori contesti sonori tra i quali una vaga venatura industrial e l'ambient. Il lavoro si propone quindi di fungere da immaginario varco in grado di dare corpo alle relazioni che consentono all'uomo di riconsiderare le proprie origini arcaiche e mitologiche armonizzandole infine con la realtà urbana. Il debut album dell'insolito duo inglese S.:(mrsix) / Hokano esalta già dal titolo gli aspetti legati alle vicende urbane, alle strade, agli edifici: "Genius Loci" nell'antica lingua romana significa infatti "Spirito del Luogo". Una cartina topografica in formato A4 della zona Est di Londra, inclusa nel cd, contiene i testi delle songs permettendo un complicato viaggio nella "psicologia geografica" che ha inizio con "Fires Of London", densa, rindondante, con introspettivi accordi di chitarra e vocals attutiti in modalità narrativa che continuano pure nella successiva "Camden Book Of The Dead" dall'ipnotico drumming. "Have You Ever" apre letteralmente una porta che conduce all'esangue disposizione di electric guitar soffocata dalle armonie sottili, di puro sottofondo, permettendo alla voce, anch'essa perennemente filtrata, di intavolare meditativi proclami senza alcuna musicalità eplicita. "Where Roots Think Of The Child" arpeggia concettosi diagrammi di basso e ruomorismo di synths in un catartico contesto ambient che anticipa l'ingresso di "Spare Thoughts" e le sue liriche rallentate, dilatate che sembrano provenire dal nulla. "The Ones Who Walked Before" predispone bui flussi di elettronica che ipnotizzano l'udito preparandolo alla successiva "Genius Loci" dalla ritmica down-tempo, vocals foschi, synth e tenue background chitarristico. E' la volta di "Certain Shifting Angles", sperimentale oggetto sonico basato su drumming meccanico, atmosfere sature di vento synthetico e vocals descrittivi che accompagnano infine a "Ok Commuter", traccia adombrata da striduli interventi di suono processato che trasportano la fantasia verso le vie affollate della City fin nei suoi angusti sobborghi. La label Acrobiotic Records rilascia quindi un album profondamente riflessivo e di non scontata natura, riferito ad un ascolto ragionato e disposto a rinunciare all'armonia diretta in cambio di uno stretto dialogo tra suono ed immaginazione. Per uditi disincantati.
-|-|-» Non collocabile direttamente in una specifica area di appartenenza, "Genius Loci" rappresenta primariamente un trip verso destinazioni più psichiche che musicali: di ciò si dovrà tenere debito conto in sede di valutazione all'acquisto. Se avete perduto voi stessi tra le vicende e le strutture della realtà urbana questo disco può contribuire a ritrovarvi. |
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—- L'EFFET C'EST MOI - Les Voix De L'Apocalypse -—
Le caratteristiche che rendono estremamente avvincente questo album sono da ricercare nella preparazione tecnica del marchigiano Emanuele Buresta, alias L'ECM e, soprattutto, nella tersa chiarezza con la quale l'artista riesce ad interpretare il concetto di maestosità. Per quanto concerne le note biografiche e le notizie relative al progetto, rimandiamo i lettori all'apposita sezione "interviste", ambito ove si potranno conoscere ulteriori particolari su questo capace esponente dell'area Neo-Folk/Martial/Neo Classical. L'aggettivo "ottimo" non è citato con leggerezza se riferito a questo work interamente strumentale licenziato dalla MidNight Producions entro cui si avvicendano dodici tracce cariche di phatos e di signfictivo valore sonico. La raffinatezza dei titoli espressi in lingua francese conferisce alla track-list un'aggiuntiva dose di fascino, dettaglio già percepibile nella solenne apertura affidata a "Les Dieux Écoutent L’Homme", episodio dalle atmosfere magnificate dal drumming marziale e dal glorioso supporto di tastiera, elementi che si antepongono alla successiva "Splendide Est Ta Beauté", trionfale, rigorosa nei suoi picchi che riportano ad epoche disciplinate dal marmo e dall'acciaio. Si prosegue con la regale finezza espressa da "Pas De Parade" ed in seguito con "Les Passions Des Chevaliers Errants" che introduce un pentagramma orientato verso curvature più folkeggianti. "Le Dernier Soupir" si dispone su tambureggiare militaresco sopra il quale le textures di archi e tastiera diffondono scintillanti accordi pregni di austerità infrangendo gli argini che la separano dalla susseguente "Soldats Que La Mort A Semés", traccia oscurata da minacciose nubi di key percosse da solide architetture ritmiche. Fughe sinfoniche degne di una soundtrack da filmografia storica si dipanano dalla breve "Nuages Venteux" congiungendosi alle estatiche nebbie tastieristiche di "Épidémie Et Misère" entro cui si agitano gli spettri di antiche o future ere di tormento. "La Couronne Et La Mort" archeggia corde e percuote tamburi di battaglia elevando al cielo un'epocale insieme di note, nitriti, boati ed arie drammatiche raggiungendo la bellica "Odeur De Battaille" robusta cavalcata flagellata con impietosa percussività marziale, fiati e granitiche emissioni di key-sound che fanno di questo capitolo un perfetto strumento per allineare idealmente fanterie e cavallerie su immaginari, verdissimi campi di guerra ove assistere all'imminente impeto del conflitto. Circolari arpeggi di chitarra classica, ritmica sempre in atteggiamento esprimente fierezza e chorus tastieristico danno corpo a "Compagnon D'Armes" mentre la conclusiva "Les Drapeaux Flottaient Dans Le Vent" intona uno struggente inno di keyboard e percussioni proiettando nella mente le immagini di ancienti territori post-battaglieri ancora annebbiati dai fumi dello scontro che accarezzano corpi esanimi, armi disseminate ovunque, concedendo al silenzio di ricoprire infine ogni cosa, con composta afflizione. Un grande, evocativo album che definire "capolavoro" suonerebbe indegnamente riduttivo.
-|-|-» Sguardo orgoglioso rivolto in alto, verso il blu. Venti di guerra magnificati da adamantine orchestrazioni, le armi luccicano gloriose, il respiro si fa convulso. Che l'Apocalisse secondo Emanuele Buresta abbia inizio. |
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—-THE SILICON SCIENTIST - Bookmarks II -—
Una bella sleeve blu cobalto preannuncia visivamente i contenuti di questa raccolta di outtakes, demos ed altro materiale proveniente dal recente album "Poly", artifici sonori creati dal solo-project tedesco di Stefan Bornhorst ora membro dei Sonnenbrant. Edito dalla label Anna Logue Records questo bel lavoro propone un campionario di tracce caratterizzate da un electropop malinconico realizzato con synths analogici senza alcuna struttura virtuale, particolare che l'artista pecisa orgogliosamente nelle note che accompagnano le dieci apparizioni della title-track delle quali "Seven" funge da aperura incanalando nelle ritmiche e nelle esposizioni di sintetizzatore un electro-system very 80's gradevole e d'atmosfera, procedendo in seguito con "When The World Slows Down" che darà opportunità all'orecchio sensibile di carpirne il substrato squisitamente malinconico e le fini armonie che escludono ogni ovvietà. "Lost City", quì disponibile in versione extended mix, rimanda ad arrangiamenti e sonorità tipiche di un pop elettronico ballabile e retrò identicamente a "Elephant's Graveyard" edificata su drum-machine, caldo torrente di synth e vocoder. "Second Floor" gioca con chiaroscuri electro-emozionali deviando il percorso verso la successiva ed atmosferica "Submarines (first version)", traccia che non dovrebbe mai mancare nella play-list del d.j. appartenente alla retroguadia alternativa poichè ben adatta ad essere apprezzata sulle piste oltre che al semplice ascolto. Lineari impulsi di programming e vocals filtrati si estendono dalla sobria ed elegante "Siberwinter (early mix)" bella quanto basta per rituffarsi in ere dove il suono elettronico significava talento ed espressività, continuando poi con le educate propagazioni di synth ritmate da un sottile strato di electro-drumming in "Inselwinter I" che si estende con la sorella "Inselwinter II" più accigliata e meditativa. "Planespotting" rappresenta l'atto conclusivo dell'album proponendo una futuristica disposizione del suono che sgorga dalle tastiere disegnando sequenze spaziali tenuamente vocalzzate dai testi di Stefan. Album che non dissipa inutilmente le potenzialità che racchiude rendendo l'esperienza d'ascolto appassionante e nostalgica. Chi è incline alla tecnologia sonica electropopper di matrice old school reperisca con fiducia "Bookmarks II" ed il succssivo "Poly". Avrà molto di cui rallegrarsi.
-|-|-» Onesto e coerente atelier di tracce selezionate per arricchire la cultura elettronica diffondendo con garbo una passione che può scaturire anche dai freddi circuiti di un synth. Non epocale ma senz'altro appagante. |
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—-DEEP SLEEP - Shadow Of A Dream -—
Josè Alberto Pinheiro (vox/songwriting) e Hugo Mesquita (guitars/synths) fanno parte della scena emergente European-electropop proveniente dal Portogallo. Con questo debut autoprodotto ufficializzano il loro ingresso tra la già folta moltitudine di progetti similari, destinati ad un'esistenza più o meno longeva dai contenuti altrettanto altalenanti. A seguito di un primo esperimento titolato "Session ep" il duo introduce uno stile frizzante, forse un pò ingenuo ma comunque sostenibile. L'elettronica viene dosata con parsimonia, senza eccessi, delineando traiettorie soniche simpatiche, lineari, proponendo quindi un campionario di "radio-songs" che tuttavia denotano un qualchè di non totalmente omologato. "Video Girls" esordisce con la scoppiettante ritmica di un discreto electropop concedendo l'ingresso alla successiva "Electric Floor", traccia piacevolmente danzabile ma costruita con poca fantasia. "Girl Sleeper" sfodera una leggera aura electro-rock rendendosi adatta ad un ascolto disimpegnato, mentre "The Empire Will Fall" propone un contesto pop nettamente easy listening. "Me And My Television" si riduce ad una tiepida canzonetta electro-animata senza nerbo, così come "She Breaks My Faith" musica un registro di synths e guitar piatto, incolore. Una nota di merito alla timbrica vocale di Josè, sempre ben intonata e fresca nelle esposizioni che proseguono con l'affascinante "A Shadow Of A Dream", traccia davvero interessante se considerata nel contesto di un pop elettronico di derivazione 80's, orecchiable, ritmato e ballabile senza troppe pretese di originalità, decretante questa song pietra angolare dell'intera release. "Love Me One More Time" predispone il consueto rockettino elettronico up-tempo anticipando "Super Toys" più definita e curata nelle logiche di un buon pop tecnologico da FM. Incrociamo nuovamente le sperimentate soluzioni guitar-prog-synth con la ritmata "Radio High" ed infine "Under Wonder", innocuo fast-electro-rock dall'immediatezza diretta. Album che introduce il duo portogese armato di entusiasmo ma bisognoso di crescita e molta esperienza per poter accedere ai livelli superiori. Sarebbe inotre opportuna una sana ripulita da quella prevedibilità che spesso caratterizza lo spartito, ma ciò dipenderà essenzialmente dal prossimo trend pianificato dal progetto. Convicenti a metà.
-|-|-» Anche se i DS non possono per ora competere pienamente con gli splendori di altri esponenti del genere, si può considerare in futuro il loro possibile ed auspicato recupero in termini qualitativi. Meritano comunque un ascolto. |
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—- SADMAN - 9th AND LAST LIFE -—
Un ininterrotto flusso di malinconia sgorga dalla "nona ed ultima vita" dei Sadman, esistenza che si predispone lunga e, soprattutto, emozionante. Gli svedesi Lasse Fernström e Mattias Räftegård coniano questo loro secondo album sottoscrivendo nuovamente per l'infallibile Memento Materia facendolo seguire all'ottimo debut album del 2008 "Cold In The State Of Me", a suo tempo meritatamente osannato da ogni critica. Il melange dark/electropop illustrato all'epoca è ancora oggi vivido se non addirittura amplificato, fino al raggiungimento di atmosfere sature di tristezza esaltata inoltre da rarefatte strategie electro-rock con note meste ed accenti vocali da tardo pomeriggio autunnale. Le vibranti onde sentimentali si avvertono sin dall'apertura affidata al singolo "I Hide" le cui suggestive arie sono visuaizzate anche nel relativo video diretto da Rekan Abrahmsson. Le strutture delle tracce si replicano quasi ovunque nella track-list incentrandosi perlopiù su introduzioni poggiate ad un attenuato manto di programming entro il quale scorrono fluidamente gli introspettivi test del singer, come nella successiva "Angel (In The Leap)" che non concede nulla alla semplicità espressiva ma, al contrario, intona complicate liriche dal retrogusto amaro. "9th" ha molto da riferire in fatto di introspezione sviluppandosi su delicate sfumature di progs, canto leggero come la brezza e successivamente in una struggente fiammata electro-rock. "I'm Off" possiede un'affascinante compostezza dalle essenziali geometrie, sempre devote ad un insieme vocale accigliato sostenuto da un impalpabile filamento di sequencer, sorda ritmica ed infine un più consistente recupero di batteria e chitarra elettrica. Atmosfere da romanzo drammatico si propagano da "End Up In A Calm" conservando appieno le traverse soniche inclini alla mestizia e musicate come lente sadly-ballads. "Gone" sprigiona nature soffusamente tecnologiche attraverso un sottile tracciato di prog sul quale vengono elevati i testi
del vocalist perennemente sottomessi alla riflessione, così come la susseguente "Drama" descrive liquescenti insiemi di electro-ritmica e synth esponendo intrecci di vocals in duetto. "Wolves" prosegue degnamente il trend fin'ora ascoltato emanando un suono monodimensionale e pregno di sentimento sospinto da chiaroscuri di prog-vox. Successivamente "How" offre scorci di dolenti memorie cullate da un inquieto dialogo tra voce, sequencing e chitarra conducendoci al termine del cammino con l'electro-pianistica "Final Surrender" epilogo che riassume ogni singolo frammento emozionale espresso nell'album che definiremmo di assoluto valore e dalla marcata passionalità . Qualcosa che riuscirà a farvi contemplare sensazioni che pensavate aver dimenticato.
-|-|-» La meditabonda avventura dell'"uomo triste" seduce con garbo lasciando nel corso dei pensieri dell'ascoltatore uno strascico di afflizione difficilmente neutralizzabile. Un solido progetto che dovrà inventare l'impossibile per oltrepassarsi. |
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—- AAVV - Under The Weight Of Light (Projekt 2010)
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Sampler? Non solo. La nuova compilation licenziata dalla stessa Projekt si prefigge di svelare l'innata passione di Sam Rosenthal, leader carismatico dell'etichetta statunitense, per i diversi generi gravitanti attorno all'orbita underground. New-folk, shoegazer, pop tenebroso, songs inedite e partecipazioni di progetti extra label: ecco in sintesi i contenuti di "Under..." impreziositi già in apertura da "Sailor Boy" dei celeberrimi Black Tape For A Blue Girl che inscenano un cabaret-folk dai vocals psicotici, piano e drumming in crescendo. Ritorna il New Yorker-quartet capitanato da Doc Hammer, i Weep, che propongono una malinconica darkwave con "Ever Shy (Nov.mix)" deviando in seguito sulle note della bella voce di Emma, esponente dei Makaras Pen, band originata dalla diramazione dei Tearwave, che intona "Currents" un shoegaze malinconico e teso. I texani Unto Ashes adombrano la title-track con una crepuscolare poesia folk, "She Blinds Away The Night", trasmettendo un percettibile senso di decadenza amaramente arpeggiata da chitarra classica e vox. Direttamente dalla label Trisol Records entrano in scena due preziosi contributi sonici: il primo, incantevole, è affidato alla piattaforma Spiritual Front con un intenso European-dark/pop quale "Jesus Died In Las Vegas"; il seguente è dei lussemburghesi Rome con "We Who Fell In Love With Sea" che diffondono aggraziate arie chitarristiche neo-folk intinte nel rosso acceso di un tramonto autunnale. Il solo-project The Twilight Garden, già trattato dalla nostra sezione "recensioni", offre la sua "Dead Adults" concedendo l'ingresso alla successiva post-punkeggiante "Romance" dei francesi Katzenjammer Kabarett ed ancora in seguito al poliedrico Curtis Eller, suonatore di benjo, saltimbanco e musicista che con la ballade "Sugar In My Coffin" dimostra la versailità di Sam Rosenhal nelle sue personali inclinazioni musicali incastonando egli una traccia fuori tema dalla straniante natura pop-country. Ritornano le umbratili atmosfere dark minded con la combinazione Soriah/Ashkelon Sain ed il loro fosco remix di "Tonacayotica" che precede il lento, meditativo neo-folk di "Blossom" by Lux Interna. Di nuovo i Black Tape For A Blue Girl, questa volta con "Halo Star (2010)", a chiusura dell'opera, esprimenti un estemporaneo folk dal refrain, si spera, volutamente stonato. Insieme ricercato e mirata selezione degli artisti convocati in questa realizzazione che vi concederà l'onore di condividere il lato nascosto di Mr.Rosenthal. Da collezionare senza indugi.
-|-|-» Inconsueta e variegata raccolta di buon pregio contenente preziosi episodi altresì irreperibili altrove nonchè occasione per i novizi di sperimentare il nuovo sound di fabbricazione Projekt. Il prezzo ragionevole ne incoraggia piacevolmente l'acquisto: che altro aspettate? |
- UP - |
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