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-|-|-» [ RECENSIONI / Review ]

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- ZENATRON VOL. 3 -

Doppio album e terzo capoverso della saga "Zenatron" che richiama a sè le realtà emergenti genovesi selezionate direttamente dall'executive-producer Luca Tudisco. Lavoro polimorfico, curato, pregno di multigeneri stilistici dai quali Dside estrapolerà sostanzialmente in questa sede le tracce più aderenti alla sua competenza sorvolando episodi, per quanto validi, di differente ordinamento. L'opera si suddivide ulteriormente in due distinte sessioni: la prima titolata "Radio" include una rassegna di tredici songs di evidente matrice radio-pop lambendo in molti passaggi i generi non prettamente di nostra area mentre la seconda, "Soundtracks", verte su espressioni più introspettive di disciplina electro-experimental-ambient. Analizzando dapprima la sezione "Radio" incontriamo un azzeccato ibrido in equilibrio tra la laggendaria band di Dominic Appleton ed il wave-pop dei Talk Talk con "Garden" suonata dai Mister Tonight Show in questa traccia fondata su bass line, guitar, sfumature di key in atteggiamento inizialmente psychedelic e dal successivo recupero ritmico tipico delle curvature Breathless. Electropop pulsante nell'intricata ossatura di "Sweetheart" by Bazooka e più in là le caustrofobiche liriche soffocate di "Event Of Fire (saxa laita mix)", traccia di delirio electro-ambient danzabile, proseguono il percorso fino al raggiungimento delle elaborazioni post-Kraftwerk di "Mr John" degli Elektro-Teknici, autori di un episodio punteggiato da distinte soluzioni tecnologiche. I contenuti sonici legati al successivo capitolo "Soundtracks" intraprendono a loro volta sedici atti incominciando con Kozai Resonance compositore dell'opening "Weird Tales", austera costruzione symphonic-orchestrale tra Morricone e l'immancabile stile In The Nursery. Programming svettante e ritmiche mid-tempo ammantano la cerebrale "The Jungle Near The Seas Of Tranquillity" curata dal solo-project Zena SoundScape Project anticipante l'electro percussività e gli asettici loops della sperimentale "Voi Siete La Cura" pianificata da _Distopia. K, alias Valerio Solari, miscela fredde alchimie elettroniche in "Braincell" mentre Mc Kor spazia su una atmospheric idm dalle arie celestiali incrociando susseguentemente le textures electro-psychedeliche di "Virus" musicata da Isolaris. "Ancient De-luxe" dei Nos instaura un diretto agreement con l'ascolto attraverso fasci di ambient percorsa da variegati electro-beats, ed ancora più avanti nella title track rileviamo la ricerca di composite sonorità nella breve e synthetica "Suit Lo" degli Enterpraux, segmentata da wave minimale e dub. eXaGoNaL propone uno spinoso dedalo di glich e sound extra-ambient dalla glacialità laboratoriale in "Moon_Key_Noise" conducendoci infine alle estatiche fioriture techno-ambient appartenenti a "The Cowboy", sequenziata da Koolmorf Widesen. Double release multifunzionale, un'occasione per approfondire l'incontro con il sottosuolo elettronico ligure confermante un grafico avanguardistico nazionale tendente verso l'alto.
-|-|-» Lavoro dalla plurima identità: per ciò che concerne il nostro specifico ambito, ovvero in questa occasione quello prettamente electro, possiamo confermare la riuscita delle tracce analizzate in questa raccolta ricca di interessanti convergenze mirate verso il florilegio di validi progetti interamente da scoprire. Considerevole.

- STandART - Autumn News -

Ritorna il quadrato lituano di Riga fondato nel 2002 da Kalvis Kluburs ed artefice di pregevoli esecuzioni di electro-art come l'incantevole singolo del 2005 "Long HaulTrucker's Dream", il maxi "Corrosion" del 2006 e l'avvincente full lenght "Australia" del 2007 nominato "Best Debut" al Latvian Music Awards. "Autumn News", prodotto in cooperazione con Kaspar Tobis dei Dzelzs Vilks, corrisponde al tipico schema electro proveniente dall'Est europeo, ricco di piacevoli melodie ed intuizioni attestanti una buona competenza del suono synthetico. Undici tracce che introducono la band come la più prossima ai Camouflage tra i contendenti baltici di tale prestigiosa similitudine. Le inevitabili conseguenze stilistiche affini alla storica band tedesca, supportata nel tour in Estonia proprio dagli STandART, si avvertono già in apertura con "The Field Where I Died", traccia dal dualismo prog-vox assutamente fascinoso susseguito dalla veloce "Animals Of Our Kind" dal drumming secco accompagnato da basso, synth e vox di allineamento wave. "Pioneers" nasce sotto l'influsso di malinconici innesti vocali che cavalcano ritmica mid-tempo, così come la chitarra acustica di Modris arpeggia l'ossessiva lullaby "Ausmas Dziesma". "61" recupera elementi synthpop di buona elevatura quanto "Season People" si affaccia si affaccia sui placidi orizzonti di una riflessiva electronica archeggiata dal violino di Signe Putnina. La produttiva strategia degli early-STandART si percepisce nelle textures della technologica "I'm The Voices" adoperante intelligente electro-dance oriented e vocals dalla musicalità diretta. Più innanzi scorgiamo la robotica "June" esprimente un'amara congiunzione di melodie e logiche ritmico-sequenziali fredde come il tocco del metallo ritorte sul violino di Signe. Di nuovo percussività sostenuta, vibranti folate di synth, vox incalzante e progs per "Hydrology" traccia che anticipa le introspezioni dell'omonima "Autumn News", affascinante electro-meditazione dal corpo strumentale impreziosito dai profondi vocalizzi del singer. "Lapsu Nakts" chiude la sequenza della title-track proiettando un esangue cantico supportato solo dall'armonica di Modris e da un circolare modulo di synth. Nell'anima della band scorre un creativo fiume di evoluzioni soniche impazienti di mostrarsi ad un ascolto sensibile a cui rivolgere il proprio potenziale. Alla luce dei contenuti riteniamo serenamente consigliato un album di simile caratura.
-|-|-» I dialoghi tra vocals e le strutture dello spartito si manifestano in modo convincente disseminando le tracce di interessanti snodi melodici privi di ovvietà. L'album destituisce di fatto le ultime errate convinzioni che classificano l'Est Europa un ambito creativamente marginale. La dimostrazione è quì: STandART are back!

- IGNIS VRBIS MITHRAE - Sacrae Romanae Origines -

Sontuosità e rigore. Sono i termini, solo apparentemente diversi, che più si adattano alla descrizione di questa preziosa opera licenziata dalla label capitolina Wolf Age. L'ex drummer dei Camerata Mediolanense e l'ex key-man dei Pavor Nocturnus costituiscono il progetto quì in esame approdato al debut incentrandone il significato sull'anciente genesi della città di Roma, allestendo un album dal portamento nobile, inflessibile. Gli IVM interpretano da autentici protagonisti un episodio dalle inoppugnabili inclinazioni neo-classiche-marziali imprimendo al lavoro un rovente sigillo costituito da undici tracce che hanno inizio direttamente dalle fiammate introduttive di "Vbi Bene Ibi Patria",propagante austeri tratti distintivi animati da un freddo tambureggiare, orchestrazioni tastieristiche in pompa magna e testi esposti come un oscuro cerimoniale dedicato alle fondamenta stesse della Caput mundi. Gli antichi fasti espressi in "Rvit Hora!" rivelano calligrafie corali, granitico suono d'organo e rarefatta ritmica, così come le cristalline rifiniture di synth tratteggiano la progressione di accordi distribuiti con somma eleganza in "Antvm". Marziali modulazioni percussive tracciano ora solenni parabole accorpandosi ad un inno apologetico ornato di enfasi con "Natvs Prima Lvce" succeduta dalla signorile architettura di "Mores Maiorvm" edificata su sonorità arabeggianti glorificate da marmoree sinfonie tastieristiche. Un interminabile diagramma di sole quattro note pianistiche costituisce l'intelaiatura della serafica "Pax Romana" ove il susseguente sviluppo d'organo ne risalta l'austerità, contrariamente alle corpose arie rilucenti di epicità innalzate da "Ad Solem Refervnt". Percussività militaresca di spicco nel recupero di "Pax Romana II", brano traboccante di grandiosità ed insigne quadratura sinfonica succeduta dalle sibaritiche curvature alla In The Nursery affifidate a "Dextrarvm Ivnctio". Profonda timbrica nel drumming, coro elevato al cielo e solenni ripartizioni organistiche compongono "Rvit Hora, O Roma" che cede il passo alle forbite melodie pallide come un'alba invernale di "Primordia Civitatis", ballade neo-classica di elevato lignaggio che termina con l'identico ardere di fiamma ascoltato nel tratto d'apertura di questo album che oltrepassa il semplice concetto di "splendido".
-|-|-» Disco insigne, affascinante. La presenza di spiccati elementi storici nel nucleo delle tracce esalta i contenuti fortemente simbolici musicati con rilevante personalità. Ne siamo semplicemente stregati.

- PSYCHOCANDY - X Temptation -

La celebrazione del decimo anniversario della band perugina ed un fruttuoso live tour in UK ha originato questa nuova release del progetto capitanato da Francesco Proietti del quale ci siamo occupati l'anno scorso con il buon "The Wave", album dagli incoraggianti contenuti a cui ci siamo rivolti all'epoca con la speranza di un ritorno dell'ensemble in veste più consona alle potenzialità espresse. Difatti, sviscerando i contenuti del nuovo lavoro, sembra prendere consistenza l'opinione che gli sforzi perpetrati dagli Psychocandy siano stati concretamente finalizzati verso un certo perfezionamento delle tecniche nonchè verso un accresciuto raggiungimento degli obiettivi. Le tracce, otto, di natura post-punk-rock-wave e tutte in linea con i trascorsi assegnamenti, costituiscono l'autoprodotto ora sul nostro lettore, denotante uno stile affinato e profondamente radicato nella old school dalla quale trae ispirazione: l'opening è "White Kollapse" entro cui la gestione del suono è potente, scorporata da incidentali accavallamenti strumentali. Le chitarre erodono il pentagramma con veemenza, i vocals echeggiati ben risaltano nel contesto identicamente all'alienante "Which Colour Is The Happiness Falg?", imprevedibile, velocissima ed infuocata da drumming e fraseggi squilibrati. "Dark Room" è un'onirica ballade dalla lentezza ipnotica ove il canto di Francesco disegna impalpabili vortici di psychedelia mentre "Nonsense" ripropone le già collaudate inflessioni vocal-strumentali stle Cure screziate in seguito da coriacee iperstrutture di guitar-drum. "Joydiversion" incarna reminescenze post-punk alla Ian Curtis anticipando la successiva "Empty Desires", nostalgico frammento psychedelic-wave oscurato da lunghi pads tastieristici, drum beats in modalità drama e lunghe scorribande chitarristiche. "The Last Twist Of Moon-Knife" introduce inizialmente arpeggi alla Breathless e liriche espressive che in fase di sviluppo si macchiano di disperazione, amalgamandosi al sodalizio guitar-drum nella fase terminale della traccia che ci conduce infine alle atmosfere cariche di fredda new wave intinta nella malinconia esposta da "Never Stop", epilogo di un album contrassegnato da un apprezzabile desiderio di riuscita questa volta ampiamente appagato.
-|-|-» Gli Psychocandy hanno finalmente imboccato un percorso più solido, meno improvvisato. L'evoluzione verso forme più complesse è ancora lunga, tuttavia riserviamo non poche aspettative nella futura riuscita di questa caparbia ensemble che domostra di sapersi muovere con autonomia nel fragile universo sotterraneo di cui fanno parte. La sfida è ancora aperta, sempre più avanti, sempre più oltre.

- SHADOW-MINDS - Extend The Line (Rebuild) -

Sommate ottimi arrangiamenti, una label efficace come la Danse Macabre, un duo tedesco di stampo electro-gothic, quindici capolavori estratti e riprocessati da un già ottimo album: avrete come risultato "Extend...", evoluzione del discendente affresco avanguardistico compiuto da Charly (composition/remixe/lyrics/vox) e Michael (synths/tch/mastering/composing). Successivamente all'autoprodotto del 2005 "Simply Different", "Nemesis" cd maxi del 2006 ed il citato "Extend The Line" del 2008, ecco la re-release del medesimo titolo che appagherà l'anelito di un ascolto intelligente e capace di apprezzare un sound technologico di eccellente fattura. Esplorando nel dettaglio apriamo con l'atmosferico intro "Breathless", concisa espansione di synths e progs alla quale si avvicenda "Breath", molto simile alle fulgide elaborazioni dei Seabound con drumming pulsante, precisa sequenzialità e liriche d'effetto. Impossibile resistere ala ritmica ed ai flussi operativi delle tastiere inserite in "Say It Hard" pubblicata come single ex aequo alla successiva "Nemesis" quì assolutamente ballabile, pulita e dal refrain coinvolgente. "Paralysed" propende per soluzioni electro di tangibile pregio congeniali al perfetto dualismo ascolto-danza, così come "Dangerous Thoughts" viene circoscritta in un ambito di rilievo ove i synths accentrano timbriche appassionate unitamente ai catturanti vocals di Charly. "New Life" sfoggia una rhythm-machine ed atmosfere estremamente clubby, le medesime attivate da "Don't Pac Me", assai gradevole e dal temperamento technologicamente avanzato. "Soliloquy" si eleva su accattivanti sedimenti electropop precedendo "Don't Say Sorry" che non arresta il processo iper-ballabile della tracklist proponendosi dinamicamente ritmata con vocalizzi e ritmo pianificati per le piste. "Affinity" accende robotici meccanismi percussivi ora più rallentati delineando sottili modulazioni di synth, mentre la cerebrale finezza di "Broken Heart" ammalia ed assieme irrompe nella mente attraverso liquescenti melodie che relazionano splendidamente con l'ascolto. Un trittico di bonus-tracks si dirama dapprima con l'indedita "Aberration" pervasa da strutture synthetiche dalla danzabilità accertata e refrain seducente, "Nemesis (rebuild 09)" costellata da intergalassie di progs ed infine con la strepitosa "Seelenschmerz (spin remix rebuild 09)" a nostro avviso la traccia più bella dell'intera opera, decodificante torrenziali synths intercalati a malinconici fading vocals dal sincero, struggente fascino futuristico. Eccellente lavoro ed encomiabile rivisitazione di un album che archivia squisita arte elettronica e sentimento. Attenzione: l'ascolto anche accidentale può causare graditi fenomeni di dipendenza.
-|-|-» Metodologia ed esatto calcolo ritmico pianificato appositamente per fare breccia nel subconscio. E'realistico definire l'album un piccolo miracolo di gradevolezza nonchè un disco dalla longevità inossidabile. Shadow-Minds: ricordatevi questo nome.

- TONAL Y NAGUAL - La Sierra Mecànica -

I bavaresi TYN pubblicano il terzo full-lenght licenziato dalla leggendaria Ant Zen proponendo sedici epigoni dai poliedrici cromatismi industrial-neo folk sperimentale che noi, doverosamente, segnaliamo per buona capacità di catalizzare l'interesse dell'ascoltatore. Tikki Nagual, MadMoses e Giuseppe Tonal, posteriormente al mini album "September Warning" del 2006, due albums "The Unseen Desert" del 2007 e "The Hidden Oasis" del 2008, raggiungono con quest'ultimo capitolo "La Sierra Mecànica" l'apice del loro repertorio intinto nel blue-electronic sound, conducendoci in un arido deserto flagellato da roventi folate di vento, polvere ed incolori cespugli rotolanti: ne è una prima prova l'opening "The Hidden Oasis Outro", malinconicamente folkeggiante nelle sue monocromie di armonica, drumming tribale ed amari vocals. "Whiteman Got No Riddim" propaga trame di gelido prog-rock, ipnotismo sequenziale e velenifere espressioni vocali, le medesime presenti anche in "Anybody" dall'intonazione disperata seguita da "Honey" che rivela a sua volta una livrea electro-folk di sperimentale fattura. Abrasive tattiche technologiche, ripetitivi moduli di guitar e testi che paiono provenire dai substrati di una metropoli abbandonata in "Mister Cranky Tree" che si avvicenda in seguito all'elettronica minimale di "Lux Cypher". "Grave" introduce il supporto vocale di Geneviéve Pasquier che dona vellutate carezze al dark-folk emozionale di cui la traccia è pregna, dettagli successivamente scombinati dalle acide pulsazioni dei progs mid-tempo appartenenti a "Get Out Of Our Way". "The Loneliest Place" rappresenta una livida estetizzazione post-Kraftwerk con vox mestamente dispiegata su melodie iper-sinthetizzate, diversamente alla successiva "Dirty Maiden" che espone pesanti elementi di cold-wave elettronica. Le tendenze industrial emergono prepotentemente nell'inquieta "Tribes Of The Night" psicoticamente cantata su affilate intelaiature ritmiche che proseguono anche in "Der Bergkönig, traccia industrial-folk dal portamento marmoreo. "Cog In The Machine" rappresenta un perfetto hit da pista essendo dotata di grande energia techno-noise mentre "The Real Outro" cristallizza il suono adombrandolo con una suggestiva aura dark-ambient. Due remixes inediti arricchiscono infine la tracklist di arte dance-minded: "Proud To Be (reimagined by Die Perlen)" e "Kaputt Machine (by Zero Degree)". Opera inconsueta, distante interi universi dalla regolare daily-routine e rivolta a chi detesta l'ordinarietà. La sierra si è estesa oltremisura.
-|-|-» L'apparente osticità nelle tracce cela un sottosistema sonico coinvolgente e colto destinato a non esaurirsi col tempo. Considerate seriamente la possibilità di ascoltarli.

- AGREGAT - Agregat Salutes You -

Quello dedicatoci dal power-duo germanico-norvegese è un saluto tecnologicamente avanzato e racchiuso in questo album davvero ben musicato, stilizzato con melodie electropop abbinate a tendenziali curvature wave. Il progetto con base a Oslo è composto da Tromm (vox/synths/prog/drums) e Erik (synths/vox/guitars/progs): può inoltre vantare importanti partecipazioni ad eventi di spicco dell'area electro-alternativa tra i quali il prestigioso Elektrostat Festival, considerato il maggiore avvenimento norvegese della nuova scena avanguardistica. Come spesso rileviamo in prodotti discografici provenienti dal Nord Europa il sound degli Agregat risulta pieno, curato nei dettagli mediante arrangiamenti e mixaggio pratiamente senza alcuna macchia, elementi che assicurano all'album un elevato valore d'ascolto nonchè ennesima testimonianza dell'ottimo livello tecnico raggiunto dal settore. Nove i passaggi nella tracklist che esordisce con la splendida "Wahreit", traccia dance-electropopper concatenata a vocals, e-drums e geometrico manto di progs che arredano le strutture con elegante funzionalità. "Time To Go" è un efficiente dancefloor dalla percussività mid-tempo che non cela influssi post-Camouflage mentre la susseguente "Late Night Show" integra secche battute e progs alle terse melodie del refrain. "Pfeil" gioca con spensierati chiaroscuri di synths e programming che rincorrono vocals robotizzati anticipando l'ingresso di "Katarina Witt" che dispiega arie depechemodiane miscelate ad irrinunciabili reminescenze very-Kraftwerk; più oltre sperimentiamo le toccate wave di "While The Birds Still Sing", disegnata su fondamenti electro e gli arpeggi della chitarra di Erik sulla scia della "nuova onda". "Krakow" assume atteggiementi più meccanici scanditi su un freddo technopop, identicamente a "Erase Me" ritmata ed effervescente, in equilibrio tra immediatezza e quella mai oltrepassata linea di confine con l'easy listening. Traccia di coda "The Last Of Things" propone gli aspetti peculiari della title-track attraverso una creazione puramente electro-wave mirata alle piste. Album positivo, concreto, non incline a narcisistici viraggi di stile che ne avrebbero compromesso l'esito. Concorderete appieno su quanto quì valutato.
-|-|-» Suggestivi varchi di astrazione elettronica lavorati con nordica finezza. Adatto a chi ha già compiuto un passo oltre il convenzionale concetto di pop futuristico.

Copertina non disponibile

- OBSIDIAN RADIOACTIVE - Obsidian Radioactive -

Autoproduzioni inaspettatamente di rilievo quelle composte dall'ellenico solo-project impersonato da Toxic Razor! In quel di Rodi egli esplora sperimentali territori gothic/industrial proponendosi a noi con un promo ep che prende il titolo dall'omonimo progetto, "Obsidian Radioactive", contenente quattro tracce ed in seguito con un altro singolo di soli due episodi. Influenzato da capostipiti quali Front Line Assembly, The Young Gods, Cubanate, Die Krupps, F242, l'artista intercetta pienamente le migliori strategie per ottenere un suono corposo, mai scontato benchè ancora allo stato di crisalide. I contenuti del promo ep esordiscono con la buona "For Black Winter To Come" segmentata in due accorpamenti ritmici, il primo introduttivo e mid-tempo, il secondo più velocizzato ed entrambi irradiati da un duro fascio d guitar e progs su voce echeggiata. "Fiend" sospinge basamenti di prog e superforze chitarristiche predominanti nell'intero lavoro, in aggiunta agli acidi vocals in atteggiamento battagliero. "The Sword Shines Toward The Red Sundown (demo vs)" emana perturbati cromatismi di synth ed impura oscurità vocale, mentre la terminale "The Lament Configuration" dipana a sua volta un suono infettato da lentezza industrial su percussività rallentata e turbini tastieristici. Gli interventi eseguiti nel single "I Invade You" prolungano le medesime esecuzioni ascoltate nel precedente capitolo: voli di synth ai quali succede la rhythm-machine a completarne l'ossatura ("The Dawn Slips Into Oblivion") e diffusioni di distorta chitarra elettrica-prog e voce effettata in modalità harsh ("I Invade You"). Adeguatamente potenziato il minuscolo pianeta OR potrà offrire un repertorio di gran pregio tanto che, riflettendoci meglio, non riusciamo ancora a concepire il motivo per cui Toxic Razor non abbia ancora reperito una label. Confidiamo fortemente nel buon fiuto di qualche fortunato talent-scout.
-|-|-» Promettente sperimentatore del sound gothico industrial l'artista dona corpo ad un atelier seduttivo e di razza. Confinarlo ad una autoproduzione è sinonimo di peccaminoso sperpero di risorse. Chi possiede il potere di farlo, non permetta che ciò si protragga ancora a lungo.

- LIFE IN SODOM - Alone -

Gli irriducibili seguaci del gothic/darkwave si ricorderanno certamente di questo progetto statunitense di Miami completatosi nel 1987 ed attivo discograficamente dal 1991 con il primo singolo "The Stains". Il collettivo, incline ad un sound sensibilmente malnconico, ritorna a noi con un quinto album dai contenuti maturi, non esranei alla decadente spazialità espressa dal solido "Charader" del 1993 configurati in un contesto più attuale. Imponente il dispiegamento di forze nella line-up che conta, oltre al front man Gerrie Brand (vox/prog) e l'immancabile supporto di Daniel Heinze (acoustic-electric guitars), Virginia Fuillerat (vox), Sean Chambers (bass/guitar) il drummer Bobby e Looch ai synth-progs, altri elementi che riveleremo in seguito. Licenziato dalla Nutrix Recordings l'album si compone di undici tracce di elevato spessore delle quali "The Lonely March" rappresenta l'opening, armonizzata con sonorità pianistiche, drumming profondo e liriche sofferte. "Heartache", vessillo gothic, ricalca magistralmente traiettorie di stampo classico entro cui il predominio di suoni mesti, lenti, si adopera come colonna portante dell'intera struttura sonica. "Faction" tocca tenui sfumature di romanticismo mediante eleganti arpeggi di guitar e synth sui testi cantati da Gerrie, mentre la successiva "Violenza" regala piacevoli istanti di sentimentale darkwave mid-tempo edificata con suggestive armonie chitarristiche e vocals catturanti concedendo l'ingresso alla più veloce "Young Waste" che introduce il guest-drummer Engin Saydam. "The New Year", disponibile per i d.j's anche in versione remix nel formato vinile 12" di tre tracce, innalza quì un inno rivolto ad ogni stagione romantico-decadente con morbidi arpeggi di chitarra acustica, key e drumming impercettibile irradiando il canto di Gerrie intervallato ai fraseggi di Virginia. "Tied Tomowind", lenta ballade scandita da un metronomo percussivo in sordina, è offuscata da brume tastieristiche ed introverso dialogo vocal-guitar; dinamiche spirali gothic nella bellissima "Angel Alone" entro la quale il bass/guitar-man Carlos Ruiz ed il keyboarder Ramiro Jencarlo strutturano la song di musicalità lividamente notturna. "She Cried" affronta con disinvoltura melodie che rapiscono al primo ascolto così come i fatati arpeggi chitarristici di "Dead Memories" affiancano il canto di Virginia in questo episodio sensuale ed orchestrato inoltre dal sitar di David Chaskes. "Alone" conclude il tragitto impersonando nell'intro un sound rarefatto screziato via via di nature dai colori autunnali animati da un buon gioco di chitarra elettrica e sonorità di classica astrazione goth-wave. Band navigata che gareggia con gli anni alternando periodi d'ombra a confortanti ritorni come questo album. La classe non teme il tempo.
-|-|-» Full lenght dal rapporto ascolto-gradimento in fase ascendente, percepibile durante l'intera durata della track-list. Massimo rispetto ai Life In Sodom.

- FINE TIME - BIOSfear -

I tedeschi Tom Time (drums/percussions/synths/sequencing) e Phil Fine (guitar/bass/sampling/synths/vox) promossi dalla Sushiko Music propongono uno sguardo verso emisferi electro-wave resi assimilabili attraverso dodici pieces di concezione sia attuale che old school. La particolare predilezione del duo verso surreali estetismi ed armonie soventemente eleganti favorisce l'ascolto da parte di una platea eterogenea non estranea al post-punk technologico. Il primo contatto con il debut avviene con l'omonima "Fine Time" dall'intro armonizzato con Madre Natura e dallo sviluppo basato su elettrificazione chitarristica, drum-prog e vocals in assetto wave. Femminee liriche affidate alla guest singer Charlene si legano al lento incedere di "FuTourist" rivolgendo in seguito l'attenzione all'idro-sequenzialità di "Aquablub", un mix di ambient ed orchestrazioni psychedeliche. Darkeggiante e riflessivo episodio è "Conflict",sinfonica e tenebrosa che preannuncia la successiva "Homo Sapiens 2.0" dall'aura inizialmente ambient recuperante in seguito un fiero portamento electro-wave in stile retro. "Who Changed The World" esprime proclami vocali su tessuto di synths e soluzioni chitarristiche più morbide, mentre "Guardian Forever" si assesta purtroppo non oltre uno sdolcinato slow tempo. Ancora manifestazioni di ambient synthetizzata in "Mothership Passed By" che cede il turno al remake di "Don't Go" degli Yazoo, quì in versione electro-wave cantata da Charlene ed elettrizzata dalla chitarra di Phil. "Deepest Hate" dispone un dinamico insieme di e-drums e riff di guitar, synthetismo e vox tipica della old generation così come l'oscuro cerimoniale di "Prophets" attiva un background di cori gregoriani, solennità, loops e lentezza percussiva sfociando in seguito in un tellurico territorio post-punk elettronico. "Indian Muslìm" accosta infine elementi etnici ad intromissioni technologiche concludendo un album discreto che risulterà appropriato a chiunque prediliga uno stile elettronicamente sobrio, parallelo all'ambient, l'experimental e la nostalgica new wave. Perchè no?
-|-|-» Giudizio nella media, senza picchi di eccellenza ma nemmeno pericolosi scivoloni nel grigiore. Se i FT sapranno ottimizzarsi ripartendo con più verve l'incisività delle proprie idee potremo considerarli prossimamente in termini molto più elogiativi. Il cammino, per quanto ancora lungo, è comunque incominciato dignitosamente.

- WAVES UNDER WATER - Serpents And The Tree -

Angelica (vox/lyrics/composing), Rickard (live drums), Johan (synth/guitar/bass/vox/lyrics/composing) e la live-vocalist Ursula compongono l'ensemble svedese WUW artefice di questo debut album firmato dalla Calorique Records e distribuito dalla Danse Macabre. Lasciatasi alle spalle recenti apparizioni in compilations quali "Dark Alliance Vol.3", "Zillo cd 11/09" e "Sonic Seducer Cold Hands Seduction Vol.100", la band intende intraprendere un più concreto percorso con dodici tracce darkwave-electro non eccezionali anche se con qualche ragguardevole punta in grado di distinguersi nella track-list. Si parte con la ballabile "My Cup" che introduce la chitarra del guest Ben Zarges in questo episdio prefigurante l'intera impronta insita nell'album che mostra prevalentemnte la calda voce di Angelica inserita nei tracciati di progs e synths. "Thirsty" si carica anch'essa di ritmica dancing interagendo con vocals filtrati e discrete melodie, identicamente alla successiva "Summerland" miscelante assortite nature electro ed una finezza vocale snodata tra percussività up-tempo. "Because She Is Immortal" innalza una certa solennità nei testi ed un gothic-electro alla Technoir, mentre "Serpents & The Tree" fluttua attraverso un robusto sostegno di progs ed un refrain ammaliante. Lenta techno-wave per "Slit In Two", riflessiva e malinconica, succeduta da "Still Here" in equilibrio con le precedenti vicende. "Dead Leaves" rivela un qualchè di decadente espresso nei tocchi di synth e nelle orchestrazioni meste ed incantate; non da meno "I Am The Ocean" intraprende la già sperimentata costruzione danzereccia composta da e-drums+synth saldati alla chitarra elettrica di Ben, precedendo il finale affidato a "Wake The World", un down-tempo a tutto synth con la voce di Johan e la chitarra di Michel Jonasson. Album convenzionale, non strepitoso, assestato non oltre l'apprezzabile. Esclusivamente indicato se non avete altro verso cui rivolgere l'attenzione.
-|-|-» Debut indistinto per le "onde sommerse", come una debole e fuggevole stretta di mano. La vibratilità che intendiamo, per ora, scorre ancora troppo sotto la superficie.

- DAS-KOLLEKTIV.NET - Eichenriegel -

Progetto industrial-wave staunitense avvolto nel più totale mistero sia per l'identità criptata dei ben sette componenti, tutti identificati con l'appellativo "Kollektiv enheit..." a cui segue un anonima cifra, sia per le inesistenti note biogafiche. La Danse Macabre promuove comunque un'ennesma, ottima release: "Eichenriegel", debut album di una band che disorienta con queste dieci tracce dai titoli e liriche specificatamente in tedesco ricalcanti gli attggiamenti marziali dei Borghesia più oltranzisti e danzabili. "Gottverlassen", opener, propaga freddi lampi sequenziati in supporto ai toni autorevoli del vocalist seguiti da una spettacolare "Latzer Zeuge", traccia ultra-ballabile ed elegante, studiata su pulsante percussività ed accurate textures di progs/synths. "Wut" scolpisce un marmoreo testo ed austere melodie electro-martial; "Spitter" espone tecniche molto vicine ai Melotron mentre "Was Kommt Dann?" tratteggia sequenze di programming sulle liriche teutoniche aggregate ad una prorompente chitarra elettrica. "Moment" evidenzia una spazialità attigua a certe atmosferiche concezioni dei Front 242, come la successiva "Grenzland" proietta urticanti emissioni technologiche in un sound predestinato alle piste. "Tief Im Herzen Eichenriegel" elabora una robusta electro-cavalcata vocalizzata con germanica passione concedendo l'ingresso alla seguente "Sieh Deine Seele" dall'immensa dimensionalità sonica con drumming diretto e vocals imponenti. Si termina con le linee danzabili incluse in "Die Stimme", elogio contemporaneo all'electro più evoluta. Un lavoro ben riuscito che possiede proprietà settiche in grado di contaminare l'attuale generazione di electromani che muoveranno anima e gambe al serrato ritmo dei beats per minute di cui l'album dà ampio sfoggio. Siamo decisamente ben oltre la media.
-|-|-» L'anonimato dei D-K.Net non costituisce per ora un ostacolo alla loro inevitabile ascesa verso i piani più significativi dell'Olimpo avanguardistico. Se conserveranno a lungo questo modus operandi potremo parlare in futuro di un nuovo capostipite dell'indusrial-wave. Acquisto inevitabile.

- I SYNTHESIST - Avalanche -

Il New Yorker Chris Ianuzzi, da alcuni anni sulla scena con un repertorio affine ad una mixture tra Kraftwerk e Fad Gadget, propone un album dai logaritmi sonici caratterizzati dal quell'American synthpop nemmeno troppo semplicistico ed in questa occasione non certo esaltante. La misurata discografia del solo-project rivela solo un omonimo debut su cd-r nel 2003, qualche apparizione su compilation, il quì esaminato "Avalanche" ed un nuovo album previsto per questa primavera. Le undici tracce trattate in questa sede richiamano in molti frangenti anche l'influenza Gary Numan, dettaglio aggiuntivo che tuttavia non migliora le sorti del prodotto che risulta intiepidito da una scarsa attrattività. In "Red Clouds", opener, possiamo quasi scorgere inflessioni Ultravox miscelate ad un electroqualcosa che non fa breccia tra una cortina di ripetitiva banalità. "Lost Parade", al contrario, riflette per tre quarti le retroilluminazioni di scuola Numan in una traccia il cui refrain richiama quasi alla perfezione i moduli 80's del glaciale man-machine inglese. "Images" espone un soffocato assemblaggio di synth/prog e voce dalle tonalità sbiadite mentre "Captain My Captain", più dinamica, offre la chance di ascoltare qualche ulteriore intuizione post-Numan purtroppo stemperata tra l'inconsistenza di un irrisorio synthpop. "Aerial Dreams" scandisce il tempo affidandosi ad ossessivi electro-beats e vocals appiattiti, privi di mordente, succeduti dalle note di "Paralyzed" dalla velocizzata scala ritmica a sostegno dei vocals sub-metropolitani sempre devoti al Numan's style, dando modo alla successiva "Glides On" di accedere ad un regolare electropop d'atmosfera anche in questo caso espressone di una formula logora e noiosa. "Another World" allinea soluzioni di pop synthetico provenienti dall'area 80's anticipando le impronte dance oriented di "Mad Connection", episodio di intrigante isterismo technologico. Eteree tastiere introducono la conclusiva "Avalanche", modellata con electro-artifici soft ma ben congegnati, in questa occasione perfino catturanti ma insufficienti a svincolare il prodotto da quella perpetua sensazione di svogliatezza che ne intacca la validità. Album che non possiede nulla di imperdibile: sorvolate oltre.
-|-|-» Le possibilità di riascoltare per intero questo dischetto sono prossime allo zero. Più probabile invece mirare selettivamente alle sole due-tre tracce degne di menzione, soluzione comunque di estremo ripiego. Non resta che deporre le speranze nel nuovo, imminente album auspicabilmene meglio combinato e, chissà, più convincente. Uomo avvisato..

- GENERIC - Torture -

La label inglese FracturedSpacesRecords specializzata in ambient-industrial sperimentale licenzia questi sei terrificanti capitoli colorati di buio intenso intitolati unicamente con "Torture Garden..." ed incastonati disordinatamente in un album appartenente al solo project Adam Sykes, alias Generic. Personaggio inquieto e manipolatore di un sound intenso, freddissimo quanto una notte antartica, egli elabora musica per creepy movies ad uso di chiunque desideri immergersi in ondate di tenebra sfiorata dalle spettrali falangi delle entità che paiono aleggiare ovunque nella estesa title-track. La spessa bruma di "Torture Garden I" avvia il percorso per mezzo di una sterminata distesa ectoplasmatica monocorde simile ad un incessante screzio tra pesanti ingranaggi provenienti da altri mondi. In seguito avvertiamo la perpetua abrasione metallica di "Torture Garden III" scandita da lenti boati meccanici a delinearne la percussività. Trasmissioni di oscuro, tortuoso suono, come il soffio lamentoso del vento tra le pareti una stanza posta a Nord dell'Universo in "Torture Garden IV", succeduta dai rumoreggi industrial intinti in eterne folate di dark effects affidate a "Torture Garden V". Un'unica particella sequenziata all'infinito costituisce la scarna ossatura di "Torture Garden VI" precedendo la conclusiva "Torture Garden II", estesa su nebbiosi pads quasi impalpabili frammisti a impercettibili pulsazioni sotterranee. Limitata a mille esemplari questa concettuosa release acclude claustrofobia e psicotismo, angoscia e spettralità, magnificando il concetto di "insondabile" e sottoponendo lo stato d'animo dell'ascoltatore ad una tortura muta, raggelante.
-|-|-» Affiche sonico esaltante il senso di alienazione attraverso un'assoluta assenza di note decodificabili e nel più assoluto annientamento spirituale. Abbiatene timore.

- HIDDEN PLACE - Punto Luce -

La label argentina Twilight Records licenzia questa electro-band tutta italiana rappresentata dalla singer Saralux, Fabio Vitelli (synths/progs), Giampiero Di Barbaro (treatments/progs) ed Antonio Losenno (progs/synth). Gli esordi del progetto incominciarono nel 2004 sotto gli influssi di una rinnovata 80's wave europea ispirando il demo "Weather Station" del 2005 di dieci tracce delle quali due presenti nella compilation tedesca "Georg Kolbe Tribute". Il primo album ufficiale fu concepito nel 2007 con il debut "Fantasia Meccanica", ora sold out, all'epoca molto ben apprezzato dalle critiche settoriali; dopo alcune ulteriori partecipazioni a compilations ecco a noi ora "Punto Luce", album referente le tematiche sostanzialmente apparse in precedenza quì più accresciute, tecnicamente meglio delineate. Le songs, dieci anche in questa occasione, definiscono chiaramente le solide costruzioni electro-wave incorporate all'assetto sonico della band che propone una tracklist in larga parte strumentle e dal piacevole tocco romantico ispirato a soluzioni early 80's ("Teknicolor") o a decadenti atmosfere di wave synthetica ("Alexander Strasse"). Un pizzico di ingenuità mescolata ad espliciti riferimenti synthpop sono percepibili in creazioni rivolte ad ascolti disimpegnati ("Punto Luce") mentre femminei vocalizzi sincronizzati a danzabili emissioni di progs lambiscono gloriose appartenenze electro di epoche remote ("United [Punto Mix]"). Technicismo d'atmosfera e ritmica mid-tempo velano ritmiche e robotic-vox ("Acrobazie Elettriche") introducendo in seguito il canto di Saralux alle prese con testi introspettivi costruiti con elegante sobrietà ("Gioco Cromatico"). Danzabili strategie dalle sospensoni 80's disco emergono con disarmante semplicità ("London To Rome") mentre tenui introduzioni di piano-synth sviluppano un progressivo crescendo di sentimentali intarsi tastieristici scanditi da e-drums ("Illusioni Ottiche"). Concezioni tecniche più attuali si dipanano da episodi slow-tempo dal breve minutaggio ("Synthetic Light") anticipando rigogliose battute dance-minded curate dall'electro duo argentino capitanato da Gaby Nekro ("United [Remix by Nekrodamus]"). Album sensibile ed estensione di un paradigma easy-electro wave d'annata tutto da ripercorrere. Se la voce della singer fosse stata di qualche lunghezza meglio disciplinata avremmo tra le mani un piccolo gioiello: tuttavia questo particolare non decurta significativamente la positività con la quale valutiamo il full-lenght.
-|-|-» Nessun miracolo di tecnicismo, nessun cult-album da venerare con devozione: solo pulita arte musicale manifestante quanto ancora siano vivide le eredità di un'epopea sonica che continua ad interagire col presente. Onesti ed ispirati.

- VENUS FLY TRAP - Metamorphosis -

Testimone dell'onda gothic-electro inglese il power quartet di Northampton impersonato da Alex Novak (vox), Andy Denton (drums), Gary Lennon (guitar) e Neil Ridley (bass) offre al pubblico una raccolta di singles del ventennio 1987/2007 segnanti la progressiva evoluzione stilistica maturata dall'ensemble affidando le songs ad eccellenze della scena underground quali Kevin Haskins (Bahuaus), Martin Bowes (Attrition) e Pat Fish (Jazz Butcher). Promossa dalla label polacca Big Blue Records la compilation include tracce provenienti dai sei albums "Mars", "Totem", "Pandora's Box", "Luna Tide", "Dark Amour" e "Zenith" regalando inoltre due new bonus tracks che allieteranno l'udito dei fans della famelica pianta carnivora dalla quale la band trae il nome. La tracklist apre tra le alienanti propagazioni vocal/chitarristiche di discendenza post-punk affidate a "Morphine" ed in seguito con gli abrasivi vortici di "Desolation Railway". Electro-drumming travolto da burrasche chitarristiche e freddezza vocale in "Rocket-USA", cover di Alan Vega, anticipante le rigide orchestrazioni after punk dell'allucinata "Europe". "Achilles Hell" permea il suono con psychedeliche keys, vocals e riff combattivi su ritmica up-tempo anticipando la rockeggiante "Moskow Managerie" seguita dal liquefatto synth di "Pulp Sister" adatta ad una pellicola da filmografia poliziesca. "Metropolis" intesse fitte maglie elettro-ritmiche, synth e chitarra elettrica che disseziona il suono in duetto con la voce di Alex attestante tutta la sua autorevolezza infettata da richiami punk. L'arte tecnologica si affina con l'avanzare degli anni, conseguentemente l'album si perfeziona proponendo episodi più elaborati come nell'avveniristica "Metropolis" seguita dalla cover dei Cramps "Human Fly". L'inedita "Gemini Lounge" chiude degnamente la tracklist assegnando valore aggiunto alla raccolta proponendosi come il campionario VFT impone ovvero con drumming meccanico fraseggi post-punk e pesante densità chitarristica. Compilation essenziale che attraversa la discografia della band planando su songs rappresentative che daranno opportunità ai neofiti di conoscere l'operato del progetto nonchè ai fans di attendere l'imminente nuovo album "Nemesis" trascorrendo lunghi momenti con una retrospettiva di alta scuola. Non fondamentale ma utile.
-|-|-» Spaccato storico su una band che non ha mai cessato di stupire acuendo ulteriormente l'ammirazione che già nutriamo nei confronti dei VFT. La leggenda sembra non avere fine.

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