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-|-|-» [ RECENSIONI / Review ]
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—- DARKOUSTIX - Fatal Underworld Crazy Kink -—
Circa duecento concerti in Europa in nove anni ed almeno quattro cd in attivo per gli svizzeri Trom, dark-gorh/rock band dalla quale proviene Fabrice, fautore in questa sede del solo-project Darkoustix che abbandonate le frange stilistiche più coriacee si rivolge con questo suo debut ad un sound più goth-glam denotante una parvenza di elementare romanticismo. Tredici proposte nella track-list ancora troppo imperfette per essere considerate con interesse; nonostante ciò "Fatal..." rivela una foggia individuale che potrebbe accrescere la propria incisività abbandonando però quegli atteggiamenti forzatamente oltretombali che contraddistinguono i vocals alla Bela Lugosi inscenati dall'artista, predisponendo inoltre le musiche su assetti meno rindondanti. "Bang Bang Bang", opening, appare da subito un tantino semplicistica seppur melodicamente orecchiabile nella sua malinconica base di drum machine- key organ- vox. "Sentimental Love" utilizza praticamente lo stesso schema compositivo della precedente traccia vocalizzando un testo con tonalità risibilmente roca nel tentativo di enfatizzarne la tenebrosità. Un goth-rock più animato trapela da "You Look Beautiful When You're Mad", valida e sufficientemente efficace nell'evocare nebbiosi scenari decadenti. Le ripetitive modulazioni del canto di Fabrice incominciano seriamente a compromettere il percorso del resto dei titoli: altro test è "Open The Door", esatto clone di ciò fin'ora ascoltato. Un parziale riscatto avviene attraverso "Toxic Religion", più articolata ed in grado di offrire spunti più gradevoli e complessi di goth-rock. Si ripiomba presto nella noia con "Ma Crevette", incapace di oltrepassare la soglia del déjà écouté ed in seguito con una discreta "Alina", chitarrata e dinamica passando in seguito alle belle armonie darkeggianti che ammantano "Bitch In Bondage Liing Eternally", song strumentale comunque non troppo dissimile strutturalmente dal resto della track-list. Non basta apporre un particolare carattere grafico al titolo di una traccia per renderla originale: "Le Bal Des Hérétiques" risulta essere il simulacro di quanto proposto in precedenza, un tiepido goth-sound fine a sè stesso. "Soul Wave" recita anch'essa le medesime arie delle sorelle mentre "Poête Fou" riesce a malapena ad innalzare di qualche misura il climax dell'album per mezzo di una leggera virata verso elaborazioni più catturanti. I protagonisti di questo lavoro, ovvero prog-drum machine-guitar-key-voce terminano la corsa, non certo trionfalmente con una sostenibile "Eduard", minuscolo affresco di arte romantic-goth ed infine con l'esangue "In The Name", traccia anonima e banale più simile ad un goticismo carnevalesco. Album tedioso nonchè perfetta antitesi del concetto di gradevolezza. Riservato agli adoratori del nulla.
-|-|-» Il progetto urge di immediati aggiustamenti di rotta affinchè la sua formula venga debitatamente valorizzata. Per quanto concerne la mia competenza non consiglierei mai un prodotto con caratteristiche come quelle quì riscontrate. |
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—- DARK AWAKE - Meseona -—
Analizzando i contenuti di questo debut album possiamo effettivamente catalogare il sound del solo-project ellenico, impersonato da Shelmerdine VI alias DA, in un contesto circoscrivibile nell'avanguardia medieval-martial nonchè nell'estesa interpretazione di un dark orchestrale di intelligente concezione. L'opera tratta tematiche strettamente saldate alle sonorità stesse che la compongono: crittografia runica, occulto, erotismo, introspezione, elevano atmosfere di marmo e rigorose estetiche strumentali. "Alpha And Omega", opening track, concatena eleganti partiture di prog e nobili orchestrazioni in stile ITN con tocchi di campana, regolari aliti di tastiera su drumming marziale e delicate sfumature pianistiche. "Requiem" musica un funereo canto vocalizzato dalla singer Elina P sospinto da violin, piano e ritmica da marcia mentre "Mourn The Loss Of Ishtar" è un episodio dallo struggente contenuto sonico che conquista senza compromessi con austere manovre di key e synth in assetto melodrammatico. Pizzichi di chitarra mescolati ad un lieve soffio tastieristico aprono invece "Angelicus Elegia", squadrata quanto un blocco di alabastro nella sua successiva evoluzione stratificata da key più tenace e rarefatto sostegno percussivo; l'omonima "Meseonas" rispolvera adamantine curvature presenti in "Koda" dei sopracitati ITN attraverso solennità percussiva, liriche, interpause pianistiche e potenti rientri di tamburo sinfonico. "Tetractys" attiva in apertura una militaresca ritmica alla quale si aggiungono deflagrazioni e key su impostazione "organ". Un'aura mediorientaleggiante si dipana da "Battle The Disease" orchestrata con i vocals di Elina ed il mantra recitato da Shelmerdine mentre in "Nigrum Serpentis" affiorano sibilline sonorità ethnic su esangue base ritmica e puliti interventi di synth. Ritornano le adombrate atmosfere da cattedrale con "Evangelicum Of Times" e successivamente con "Shabbat", spettrale monumento di suoni in modalità "strings", lugubri scampanii ed arpeggi medievaleggianti. "All The Pretty Little Horses" offre un bel lavoro di piano in duetto con i bisbigli e le cadenze eteree della singer, allo stesso modo "Ashes Of Solstice" armeggia con elegantissime trasposizioni pianistiche e martial-drumming. "Meseonas", tuttavia, non potrà rappresentare un oggetto di culto sonico non discostandosi esso dalla turbolenta molteplicità di progetti similari. A Shelmerdine va pertanto assegnato il merito di una creazione tecnicamente all'altezza e di una verve compositiva se non originale, convincente.
-|-|-» Album non imprescindibile ma progettato con metodo e coerenza. La sostenibile rindondanza delle tracce è compensata da suggestivi spunti orchestrali sempre maestosi ed austeri. Fateci un'attenta riflessione. |
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—- NEONGRAU - Spam n Space -—
Oliver Gerling è un provocatore, una voce fuori dal coro. Neongrau è il suo giocattolo elettronico mediante il quale infligge pesanti accuse ai superficiali principi che regolano le convinzioni quotdiane delle messe basando esse la propria esistenza sui dettami più o meno esplicitamente imposti dai media. L'album introduce sarcasmo e vibrati proclami rivolti contro tutto ciò che in un'era iper-tecnologica come quella attuale riesce a controllare il pensiero e la libertà individuale. Fortemente influenzato dalle sonorità stile The Normal, Gary Numan, John Foxx il primo approccio creativo del tedesco Gerling fu con produzioni adatte a sfilate di moda urbana; solo ora il musicista vira la rotta verso soluzioni utilizzanti un sound piatto, scavato, adattato come strumento di divulgazione di proclami atti a risvegliare le ignare ed assopite coscienze. L'electro-wave minimalista del solo-project si avvia con le synthetiche strutture di "Hi-Level Slacker [V. 109]" freddamente ironica nelle sue pose robotiche e nei vocals dalla tonalità distaccata. Sobrio lavorìo di prog, altrettanto spoglia unità ritmica e filtrati vocalizzi disegnano "Short" mentre nella kraftwerkiana "e-Chicks Hero" scorrono inespressive cadenze technologiche mid-tempo. "Taste In Taste" avvicina l'ascolto a certe creazioni care a Fad Gadget, "Friends Fiction", a sua volta risulta una pungente critica elaborante monocromatismi elettronici utilizzanti semplici tocchi di key su scheletriche partiture strumentali. "Fucking Talkshow", dal titolo più che persuasivo, aggiusta il tiro verso le noiose quanto banali proposte da salotto televisivo tessendo modulari intrecci di prog, elementare calcolo percussivo e meccanici fraseggi. La strumentale "Lunar Motel" è posizionata su apprezzabili concezioni soniche quasi IDM mentre la depechemodiana "Photographic", reinterpretata alla Neongrau, ripropone il vecchio hit synthpop dell'immortale progetto di Dave Gahan. In conclusione incontriamo l'original version di "Hi-Level Slacker", non troppo dissimile dalla precedente, ed infine "Landing", suggestiva rifrazione di suono electro e composta da regolari flussi di synth, drumming cadenzato e sfioramenti di tastiera. Con ineccepibile stile avanguardistico Neongrau combina un valido microcircuito di fine electro-art regolata da ironia e sagace vena compositiva. Un buon prodotto, senza dubbio.
-|-|-» Perfetta simbiosi uomo-macchina in grado di introdursi subliminarmente nelle menti per salvarle dal controllo mediatico ma imponendo paradossalmente il suo predominio. Intento technologicamente diabolico. |
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—- Wicked King Wicker - God is Busy..Save Yourself -—
Doom. Ecco la sola parola chiave che sintetizza i disturbi acustici di questo gruppo inglese al loro sesto album. Un lavoro sintetico solo nella rappresentazione dei brani però -che sono tre- non altrettanto nel pentolone arruginito e distorto che raggruppa l'oscurità, la maledizione e il martellante tamburo dell'insita follia. Il CD si apre con "Those Who Bear Responsibility" (16.21 min.) un tetro cancello spalancherà lentamente le porte dell'incubo. Con "Call my name sweet demon, so i know I am not alone" (18.23 min.) siamo già addentrati in un mondo avverso e cominciamo ad esplorarlo, a conoscere tramite le grida del demone lì nascosto ciò che davvero lo abita. Se sarete sopravvissuti a tutto questo vi scontrerete di muso con "So easily lead astray" (18.12 min.) entità superiori ed altamente elettriche. A voi scegliere come va a finire e se è davvero la fine, o solo l'inizio del caos.
-|-|-» La Cold Spring Records non si smentisce nel selezionare i propri, nemmeno quando si tratta di doom cosi crudo. |
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—- AB INTRA - Aura Imaginalis -—
Sei paragrafi di dark-ambient-electronic relative al polacco Radoslaw Kaminski, unico rappresentante del progetto giunto al debut album promosso dalla Zoharum Records. Il gelo di Varsavia deve aver necessariamente ispirato le atmosfere lunari presenti nell'opera incoraggiando l'assemblaggio di lunghe trasmissioni di suono color ghiaccio con referenze contigue allo stile Raison d'Etre, Necrophous, Herbst9, First Law. Il concetto musicale è quello tipico della corrente ambient-obscure caratterizzata da monocorde estensioni tastieristiche trapunte da rarefazioni di cupo rumorismo industrial ("Wanderers"), oppure tetro rombo percussivo sferzato da criptiche folate di key e fredda solennità ("Astral Wings"). Percettibile stato di inquietudine lo si riscontra nelle surreali arie che fungono da punto di convergenza tra incubi in uniforme ambient e contrappunti dark ("Current") sfocianti in un torbido trionfo di materia supportata da rumoreggi meccanici e discontinui tumulti percussivi ("..."). Impetuoso torrente di keyboard emanante due soli accordi percossi dai boati del background fanno trasalire fin dal profondo ("Arcana") mentre all'orizzonte si delineano indistinte e spettrali forme di dark-sound ed impalpabili dimensioni acustiche sommerse completamente dall'ombra ("Essence"). AI è un altro incursore proveniente dall'Est europeo dedito all'esplorazione di sonorità fluttuanti come agitati sogni che dalle concentriche profondità dell'aura imaginalis si concretizzano irradiando di buio ogni anfratto della nostra mente. Per quanto ci riguarda giudichiamo quest'opera un più che dignitoso debutto.
-|-|-» Fascinoso excursus oltre i confini della dimensione terrestre sondante irreali spazi atemporali e concreta testimonianza di quanto alchimisti del suono mai emersi fin'ora sappiano comunicare. Il cammino di Radoslaw è appena incominciato. |
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—- NDE - Krieg Blut Ehre Asche -—
Duo belga che ha scelto l'astrazione e la desolazione per comunicare. Non esiste infatti un myspace, un facebook, un sito web, nessun contatto diretto. Gli NDE parlano solo tramite la loro musica da cui sottraggono anche i titoli: 8 brani solo da ascoltare. Si comincia con un intro ambient di ottimo gusto ma subito dopo si parte in discesa verso un martellante noise di stirpe puramente black metal; non mancano intramezzi marziali, sonorità industriali, cori di monaci deceduti, campane di chiese sconsacrate. Su tutte l'immancabile voce "scream" che ben si sposa con le impietose schitarrate metal. Per interesse va menzionato che dal brano "V" (uno dei più curiosi) si comincia a scivolare, brutalmente, verso un lindo death metal.
-|-|-» Una predominanza death metal solo per coraggiosi amanti del genere. Ce n'è qualcuno qui? |
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—- Im EinsatZ - Alerte En Pays Neutre -—
Le rare e frammentarie notizie riguardanti il side-project concepito dall'elvetico Die Macht non ci consentono di essere maggiormente specifici nella sua descrizione. Possiamo altresì affermare che l'artista tratta un filone riconducibile all'industrial/apocalittico inglobato in un contesto di ambient-marziale; "Alerte..." è un album particolare che introduce elementi post bellici nel proprio concept incentrato sulla minacciata neutralità della Svizzera durante la II Guerra Mondiale. Promosso dalla Slaughter In Art e disponibile in formato digipack limited edition a 1000 copie, il full include oltre che undici tracce, un booklet di dodici pagine con stralci di notizie e foto d'archivio relative all'epoca di ispirazione. Incominciamo il percorso con "De l'Homme au Soldat I-II", lunga e glaciale, fondata su penombra tastieristica ed organo da cattedrale; "Das Aufgebot (Le Jour de la Mob)" incorpora in sè scampoli di trasmissioni radio d'epoca conflittuale mescolate ad un esteso pad monocorde sul quale, in minutaggi successivi, si animano vecchi fraseggi in franco-tedesco, i medesimi che introducono "Aux Armes!", placida ed oscura come i fondali di un lago sotterraneo. Sirene d'allarme pre-bombardamento preannunciano "Pressentiment", esplicitamente riferita all'attacco subìto dalla Svizzera, traccia che si erge maestosamente su arcate d'organo che ridisegnano i perimetri di un suono dai richiami drammatici. "La Menace" percuote tetri tamburi marziali su base cathedral-organ mentre "La Déclaration" innesta un lungo proclama vocale al rigore del profondo drumming militaresco sempre schermato dai lugubri affondi di dark-ambient e rarefatti loops in germanico. "Défense Spirituelle" si sviluppa in un crescendo di solennità attraverso marmorei basamenti di key, così come l'inflessibile incedere percussivo di "Regards d'Enfants" adombra il suono per mezzo di un pentagramma attiguo agli ITN più inquietanti. Un segmento di semi-silenzio apre "On Ne savait Rien", rigida e spettrale come le ali di una creatura notturna: oltre essa incontriamo "Bombe Sur La Suisse" musicata su un circolare loop estratto da un vecchissimo inno trasmesso radiofonicamente ed infine "Ende Parade", anch'essa strutturata su opprimenti pads key-organ e stretta modularità melodica. Un lavoro monotematico, tenebroso, una rivisitazione sonica degli aspetti politico-sociali che hanno segnato un doloroso periodo della storia umana. Se non vi atterrisce l'idea di veder scorrere davanti ai vostri occhi le tensioni di un prolungato dramma militarizzato fatevene vostra una copia.
-|-|-» Nessuna leggerezza o flessibilità in questo album dalle tinte fosche, granitiche, dal sound mai armonioso ma impostato integralmente in modalità "bellica"; la perfetta soundtrack per i cultori dei dettagli appartenenti ad un'epoca conflittuale tra le più cruente. Stato di allerta attivato. |
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—- Iron fist of the sun - Beahioural Decline -—
E' graffiante, asettico, diretto e penetrante il progetto inglese di stampo Power Electronics edito stavolta dalla Cold Spring Records. Non aggiungerei altro su questo lavoro uscito ad Ottobre 2009 contenete otto brani tra cui la degna di plauso "Concert For Evening Battle" ( registrata live durante uno show a Birmingham, campo base di Lee Howard). E' un CD diretto e non ci sono dubbi sulle capacità di Mr Howard che non si risparmia di tutti i suoi ossessivi e lisergici trascorsi, anche vocali, per riversarli impietosamente alle nostre orecchie bramose. Qui e li si percepiscono influenze Black Metal-Noise ma sono inezie che rimangono tali e se aiutano questo progetto, benvengano.
-|-|-» Online (sul sito della label) si trovano facilmente brani per farsi un idea delle capacità derivate da una vita più che vissuta. Fatevi questa idea e vedrete che ne vorrete sapere molto di più. |
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—- CAGES - Folding Spaces -—
Gli statunitensi Nola Ranallo e David Bailey propongono un album dal quale aspettasi due contrapposte reazioni: amore incondizionato o odio viscerale. "Folding...", terzo full ed edito dalla Cold Spring, incorpora in sè un distillato di atmosfere gravitanti integralmente su sonorità ombrose, claustrofobiche, assolutamente da interpretare e, non in ultimo, da assimilare molto gradualmente. Nessun cenno di immediatezza nè di disponibilità all'interazione: ecco globalmente il carattere complesso e spigoloso di quest'opera riservata ad un pubblico maturo, sperimentatore ed aperto a concetti sonici assai particolari. Delle nove tracce "Dying" interpreta alla perfezione il significato espresso dal titolo mediante una sola crepuscolare tastiera legata ai disarticolati vocals di Nola esprimenti sgomento allo stato puro. Tocchi di neo-folk si propagano da "If It Flies It Dies" dal canto attiguo a quello di Liz Fraser & Cocteau Twins inclusi gli echeggiati arpeggi di guitar, gli stessi che anticipano la successiva "Cavern" dall'intro pennellata di cupa disperazione: sussurri tridimensionali, urla, nessuna musicalità, il tutto concentrato all'interno di un sotterraneo ruggito elettronico atono ed inespressivo. "Dream Dip Sailor" predispone le sguaiate liriche di Nola aderenti ad un background di chorus campionato in una traccia dai tratteggi ritagliati istintivamente, quasi senza una specifica logica nello spartito mentre "Psalm To Mother", introversa e schiva, suona un dark-blues accentuato dai vocalizzi psicotici della singer. "Lost Lipids" offre a sua volta tenui pizzichi di chitarra che accompagnano le essenziali note di una song malinconicamente intricata da espressioni vocali imprevedibili, allo stesso modo "Prison Of Light", psychedelica e manicomiale, dispensa prog e ripetitività chitarristica attorniati da gorgheggi e stranianti ascese nelle tonalità dei testi. Evanescenti accordi di guitar e l'ormai anticonvenzionale voce di Nola musicano "The New Forever" anticipando l'ingresso del finale affidato alla tortuosa "Approaching White Light", squilibrata quanto il canto ascoltato oltre la porta di una cella imbottita. L'originalità, l'accurata ricercatezza artistica per rendersi accettabile deve, a nostro parere, integrarsi armoniosamente ad un decifrabile ordinamento pur non necessariamente easy; I Cages, al contrario, paiono voler deliberatamente mantenere le distanze da ogni forma di approccio con l'ascoltatore osando sfidare con coraggio gli inevitabili giudizi delle critiche, assolutamente incuranti di ciò che sarà. Se questo non significa osare..
-|-|-» Album formalmente ostico, che impone forti restrizioni all'ascolto incauto o casuale. Impossibile quì e ora relativizzarne i contenuti e, men che meno, prevedere futuri esiti nelle vendite. Il rischio concreto è di una irrilevante comprensione da parte del pubblico e conseguentemente di un inevitabile destino fatto di polvere su polvere accumulata nei futuri anni su questo disco. Acquisto da meditare con la massima attenzione. |
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—- DER DRAKOS - Blood To Blood -—
Dinastia di electromani quella dei greci Drakos: Steve J (father) e Alex (son) elaborano un riuscito monumanto technologico forgiato con disciplina European-industrial apprezzata da ogni critica. Ad onor del vero il duo ellenico rappresenta degnamente il genere in questione riversando imponenti flussi di suono caustico fortemente sequenziato e vocals rabbiosi in tredici tracce cariche di tenebroso synth-core. "Burn Forever", opening, fa sperimentare da subito il duro impatto contro la propria parete percussiva up-tempo con progs lanciati e vocalizzi soffocati, elementi che si approntano a cedere il passo agli energici impulsi techno-industrial di "Young Obsession" ed in seguito al sound-system dall'incalcolabile potere attrattivo di "Stronger Than Remorse" che sottolinea quanto il resto della track-list sia incline ad una sintetica esposizione dei testi quasi esclusivamente improntati su circolari ripetizioni dei titoli stessi delle tracce. Dance floor dall'elevato peso specifico "European Hard Line" risulta adatta a febbrili danze bio-meccaniche post-human irradiate da malsano futurismo mentre "Welcome To Hell" assume la sagoma di una luccicante centrale industrial-cyber sprigionante fredde fiammate di progs, loops riverberati e drumming tellurico; "La Vipera" configura a sua volta oscuri testi in lingua italiana avventurandosi in territori dark-core autocontaminandosi di infette curvature vocali e phatos in crescendo. "She-Wolves Are Rising" rende manifeste le proprie intenzioni dance oriented attraverso una capillare distribuzione di martellanti drum beats e locazioni vocali quasi harsh. La successiva "Far Beyond Damnation" sfoggia le comprovate electro-percussioni dal rigore inflessibile, synth e glaciale texture di programming così come i campionamenti di chitarra distorta conducono alla spettacolare "The Devil's Guard", magnificamente cadenzata e descritta vocalmente con linguaggio distaccato. "I Will Have Your Eyes" introduce un inatteso segmento pianistico/orchestrale e key per evolversi in una melodiosa electro-dance ipercinetica di grande presa che anticipa la glaciale asprezza di "Deep In Violence" traccia armata di taglienti rasoiate industrial-rock inferte dalle macchine ma in debito di ulteriore potenza, colpevoli in questo caso i vocalizzi di Alex dalla timbrica innocua. "Power Of Imagination" esordisce con un insolito cantico subito spazzato da lineari traverse di progs e da una sottile atmosfera post-nucleare dall'istantaneo contagio. Il finale è costituito da "No One Is Like Me", estenuante techno-cavalcata che chiude una title-track mai sottotono, concepita sotto l'influsso di pianeti battaglieri e fisiologicamente adatta alle piste inondate da high-energy. Trascorreranno parecchi inverni prima di riuscire ad estinguere le fiamme appiccate al nostro udito da "Blood To Blood". Parola.
-|-|-» Pur non trionfando per fantasia l'album richiama a sè azzeccate formule di tecnologia sonica proveniente dalla dimensione attualmente più avanguardistica conservando intatto un amaro retrogusto di sangue. Imperdibile per tutti gli emophyl-cybers. |
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—- H.E.R.R. - XII Caesars -—
Per la quarta volta il disegno sonoro del britannico Michiel Spapé appare tra le colonne delle nostre recensioni riconfermando a pieno titolo la sapiente miscela di classicismo, folk e sperimentazione che l'ha reso celebre negli ambienti alternativi. Con quest'ultimo lavoro licenziato nuovamente dalla Cold Spring e disponibile con un interessante booklet di sedici pagine, Michiel basa il tema dell'album sulla biografia dell'imperatore Giulio Cesare vergata sul "Suetonius'De Vita Caesarum" (121 AD), cantandone le gesta non senza un pizzico di squisita ironia. Le strutture musicali delle tracce, suddivise a loro volta in quattro distinti capitoli come atti di una recitazione, appartengono al consueto modus operandi che il progetto ha fin'oggi condotto mediante ampio utilizzo di strumentazioni acustiche producenti razionali orchestrazioni spesso orecchiabili senza mai tralasciare quella magnificente verve che amalgama ogni creazione curata da Mr.Spapé. La prima sezione del disco titolata "Julio-Claudian" si compone di sei passaggi dei quali "The Queen Of Bythnia" è l'opener: arie da operetta, leggiadre sinfonie di violino campionato in duetto con il trumpet di Inge Boot e la stessa voce di Michiel narrante il testo in questa traccia barocca che anticipa i ripetitivi accordi di "Pax Romana" ed i satirici ritornelli di "The Old Goat's Garden" ambientati in un saliscendi di cello pizzicato da Oskar Ludwig, fiati e l'orchestrazione digitale di H.E.R.R. "Saturnalia Caligula" musica melodiose intonazioni rinascimentali mentre "Neroica" si predispone su aggraziate pose strumentali e vocals in assetto da narratore. Giungiamo al secondo capoverso di tre tracce titolato "Year Of Four Emperors" ed in particolare a "Hear Them Cheer", song dai vocalizzi in crescendo sospinti da guitar, cello e trumpet a pianificarne le sinfonie, così come "The Age Of Blood And Iron" offre liriche addirittura epiche. "The Moon Devours The Sun" propaga atmosfere colme di phatos descrittivo su orchestrazioni virtuali cedendo il passo al quarto capitolo, "Flavian", che apre a sua volta con "The Eagle Standard" riprendendo con essa il classico schema marziale insito nel dna di H.E.R.R. "No Love Returned" dirama incantevoli note pianistiche, tocchi di cello, trumpet e sintetici violini punteggiati dalle lente vocalizzazioni di Michiel e, a chiudere la sezione, le maestose e militaresche fughe di "Of Vice And Virtue". Ultimo atto della tracklist è "Epilogue" composto da un unico episodio, "Via Roma", proponente malinconiche declamazioni vocali su sfumature di piano e key-organ. Album colto, composto, un importante tassello nell'immenso mosaico neo-classical. Unica pecca, una ripetuta continuità che accomuna tutte le tracce le quali, seppur ben ideate, risentono specialmente oltre la metà dell'opera di una sostenibile rindondanza. Oltre ciò non rileviamo null'altro che non sia semplicemente appagante.
-|-|-» Scaltro menestrello, H.E.R.R. completa un coinvolgente lavoro dalle fini architetture che non passerà inosservato rafforzando la nostra convinzione che l'operato di simili professionisti del suono vada obbligatoriamente promosso e divulgato. Impegno dsidiano ancora una volta portato a termine. |
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—- SCHWESTER SEZIERT - Annexe -—
La Mass Control Records licenzia una nuova release a cura del francese Jonathan Piat aka SS, decadente futurista di arte industrial nonchè membro deli Arsch Dolls. L'album incorpora come assunto la lunga guerra fredda tra USA e URSS affrontando intricate elaborazioni power-noise e gelidi tecnicismi alla Sonar di assoluto pregio. La lista dei titoli si avvia con l'omonima "Annexe", radicalmente spartana e composta solo da un sordo ronzìo di prog e nude percussioni, continuando in seguito con l'imponente muro ritmico della freddissima "26-0-88.Q" stroboscopica ed ultraballabile. Pulsazioni elettroniche, "sporco" ma potente prog-drumming e regolari intermittenze di suono synthetico anche per "Gang", mentre il colosso di ghiaccio che ingloba la susseguente "Absolute" riversa robotike ondate di materia sequenziata. "Bounce" emana iperflussi, torbide manomissioni industrial dalla percussività martellante ed harsh vocals facendoci giungere ad una tossica "Genetik Orgasme " in grado di generare un micidiale magnetismo attorno ai diffusori acustici. "Mecanik" sfoggia un assetto industrial di alto rango mediante techno-linee percussive, contrapposizione di prog e rivoli di coordinate radiofoniche dal cyberspazio simili a quelle che aprono la terrificante "Nuclear Bomb", traccia altamente frequenziata up-tempo emettente ionosfere soniche algide e urticanti. "980.1" si dispiega, dopo un eterno silenzio introduttivo, con un turbinìo di battute ritmiche senz'anima spedite in parallelo ad una dark-key quasi in preludio della crudezza technologica di "7-7" altrettanto impenetrabile e fosca. Ancora fraseggi loopati, lineari strategie emananti danzabili artifici post-modern in "54TR" ed infine la progressiva ascesa del congegno "Fragment", macrocircuito sonoro affascinante come un gelido cristallo di quarzo ed altrettanto caustico quanto un getto di acido inasprito da tenebrose dissonanze vocali, fasci di keyboard introduttiva ed irruente rotazioni di drumming. Ottimo album, cura
to nel dettaglio, dal motore ritmico dotato di autorevole propulsione unitamente ad azzeccati assemblaggi di programming che agevolano il desiderio di fare di quest'opera un componente di spicco nella collezione di ogni electromane che si rispetti.
-|-|-» Persuasivo marchingegno sovraccarico di ambientazioni industrial che dissipano ogni incognita sulle sorti di questo disco dal temperamento algidamente matematico. Se militate nella fortunata cerchia degli electro-listeners "Annexe" vi apprartiene per natura. |
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—- ForeSin - Enarxis -—
La Danse Macabre accoglie tra le sue spire il progetto greco costituito dal d.j. George P. (Rubicon) - vox/progs/mixing e Lazaros G. (xSynthetikx) - piano/synths/backing vox. Ispirati dalle classiche letture gotiche di Poe e Lovecraft il duo riesce a congiungere elementi metafisici come gli incubi e le condizioni indicate come "non-human" ad una riuscita musicalità di matrice electro-goth. Questo debut esce a seguito di una prima apparizione degli stessi sull'avanguardistica compilation ellenica "CyberTension Vol.1" traendo spinta da sonorità inclinate verso il metodo synthetico dei Depeche Mode e la tenebrosità drammatica dei Diary Of Dreams più recenti. Dodici tracce si apprestano ad allietarci incominciando con la breve e pianistica "End Of Beginning", classica introduzione d'atmosfera ammantata da una calda keyboard. I riferimenti alla band di Adrian Hates si percepiscono grandiosamente in "Temptation Damnation" tanto che, voce esclusa, sembrerebbe la traccia provenire direttamente da una qualsiasi track-list dei DOD presentandosi con prog cupamente modulare, drumming scandito e nebbie tastieristiche. "Haunted", traccia inclusa nella sopracitata compilation, offre ritmica dance-minded ed elaborazioni da perfetto hit single. "Soulsick" dissemina malinconiche arie rivestite di electro-gothicismo in questa occasione non particolarmente eccelso nonostante le liriche di supporto affidate alla additional vocalist Eva; synth-core di specie oscura in "Abducted" ed ancora più avanti con "This Twisted Lullaby" dalle iperboli soniche quasi EBM. "Reign Of Rain" si erige su accurate textures prog/synth e vocals narrativi che introducono una seconda singer, Lena d, alternata al canto di George. Anticipando nuovamente gli elementi che caratterizzano il DOD's sound ecco delinearsi "Coma Reminisce" aderente ai tipici pentagrammi della band tedesca. "Faces", non da meno, ripercorre il medesimo schema con esito più che convincente riuscendo a generare una song ricolma di fascino gothic, così come "H.I.L." rincorre precise ritmiche up-tempo che la adattano a qualsiasi ruolo, sia d'ascolto che di danza. In conclusione incontriamo due portentosi remix, il primo riferito a "Haunted" rielaborata in veste "Ghost" by I.S.T. ed infine il secondo che trasforma "Temptation Damnation" in versione Kadaver Acht remix predisponendola come un ottimo strumento techno-dark da pista. L'album, pertanto, non rischia di venire surclassato se proporzionato al campionario dei DOD essendo i ForeSin dotati comunque di uno stile autonomo, il medesimo che con ogni probabilità risulterà apprezzato dai cultori del genere in esame. Quattro stelle su cinque.
-|-|-» Project aderente ad una label di élite altamente specializzata nel selezionare le più valide realtà underground smentendosi molto raramente. Che questo debut album funga da precursore di una futura moltitudine di lavori dai contenuti simili se non migliori di quanto ora ascoltato. Saremo sempre pronti ad accoglierli con il debito entusiasmo. |
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—- FAITH AND THE MUSE - Ankoku Butoh
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Album curato nei minimi particolari quello scaturito dalla creatività del duo statunitense FATM ovvero William Faith (Christian Death/Mephisto Walz/Shadow Project) e Monica Richards (Strange Boutique). La realizzazione, edita dall'infallibile Danse Macabre, consta di un cd con annesso dvd contenente a sua volta plus concert film, interviste, video inediti più extras e, per la gioia dei seguaci del progetto californiano, anche un booklet di trentadue pagine. "Ankoku..." colma il lungo intervallo che lo separa dal precedente "The Burning Season": sei anni sono occorsi per concepire questo full che rinnova ulteriormente il consolidato schema musicale della band, ovvero una mixture di arte electro-gothic sconfinante in differenti sfumature di origine avant-garde jazz, neo-classical, dark-electro e post-rock. Nel nuovo lavoro le liriche sono uniformate su tematiche mistiche riferite prevalentemente alla religione giapponese Shinto, ovvero "la via degli dei": l'opening track "Butoh" è difatti il nome un'espressiva danza nipponica di origine contemporanea. Le tredici tracce intraprendono il persorso dapprima con il canto da sirena tra l'ascetico ed il sensuale di "The Woman Of The Snow" succeduta dall'apertura nobile di "Kamimukae" che funge da breve introduzione per la susseguente e massiccia "Blessed", una song fortemente legata a paradigmi pseudo-metal con la voce di Monica che spicca sul background strumentale di chitarre e batteria sincopata. Identica strategia anche per la tellurica "Battle Hymn" più indirizzata verso curvature goth e "Bushido" che risulta totalmente impressa su drumming tribale senza nessun suono aggiuntivo. "Nine Dragons" punta su un ardente fondamento percussivo, key e i robusti vocals di William che tengono testa alla possente struttura che innerva la traccia. Un esplicito riferimento a Madre Natura si riscontra nella tersa "Harai" semplicemente elaborata su cinguettìo di volatili, rilassante ruscellare di un torrente scanditi da una campana Zen. "When We Go Dark" esordisce con uno sfarzoso segmento orchestrale per svilupparsi in seguito con i vocalizzi post-Siouxsie di Monica ed ondate di scalfente gothic-sound mentre "The Red Crown" spazia tra sonorità jazzate che rimandano allo sperimentalismo dei grandiosi Dif Juz. Le luci si affievoliscono, la voce di Monica, poco più che sussurrata, intona un dark-blues lento e sensuale in "Kodama" continuando poi con "She Wait By The Well", spoglia, essenziale, basata su vocals effettati, accorato phatos e robusta intelaiatura percussiva. William inscena un hard-rock gothicheggiante in "Sovereign" concedendo alla conclusiva "To Be Continued" di innalzare al cielo un evocativo cantico quasi sinfonico su key, propagazioni di chitarra ed assenza percussiva. Album aderente alle aspettative e dal carisma inevitabile nonchè nuovo banco di prova ampiamente superato dalla band. Attenderci di meglio sarebbe stato inconcepibile.
-|-|-» Nessuna folle pretesa di virtuosismo e scevri dall'apparire arrampicatori naturali di charts, i FATM reinterpretano il concetto gothic in modo ispirato e persuasivo. Sappiatene fare tesoro. |
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