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-|-|-» [ RECENSIONI / Review ]

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- MONOZOID - Say Hello To Artificial Grey -

L'anno 2003 rappresentò l'ambito temporale in cui Franz (voice/guitar) ed il drummer Max decisero in quel di Leipzig di dare origine ad una new wave-post punk band. Reclutati in seguito il bassista Daniel ed il chitarrista Ralf a completamento della line-up si diede inizio ad importanti gigs europei spalleggiando artisti dello spessore di For Against, Clan Of Xymox, Eva O, Laughter Lounge Quartett. Dopo due ep autoprodotti i tedeschi Monozoid approdano finalmente al full lenght diffondendo un suono pieno, prettamente acustico e quasi interamente up-tempo, sperimentando melodie catturanti che affondano le radici nel terreno 80's ed in particolare nel proprio ambito after punk, shoegaze e post-rock. Il debut album è realizzato per la Major Label/SM Musik e sarà presentato nei prossimi concerti europei che la band terrà assieme alla post punk band americana The Holy Kiss, toccando Francia, Spagna, Svizzera e Germania. "Say Hello..." è quindi un'opera di gagliarda wave che evidenzia quanto il filone underground sia prodigo di talenti meritevoli di emergere. Il percorso della title-track incomincia con "Let's Shake Hands and Wonder", molto attigua all'indimenticabile stile dei Modern English ed immediatamente succeduta da "Soundtrack Zur Frisur" dallo scattante drumming miscelato a distorsioni chitarristiche, riff sostenuti ed i vocalizzi di Franz. La strumentale "Stanislawa Popielska" offre una coriacea configurazione di guitars alternata ai ritmici passaggi di plettro mentre "Property and Satisfaction" si eleva verso foggie post-punk simili in toto ai The Birthday Party mediante drum beats veloci e ben scanditi, corde tesissime e vocals melodicamente accattivanti. Percussività tambureggiante e bass line d'appoggio per la seguente "Supergrau", episodio che protende il lungo suono delle chitarre intrecciandolo ai maturi vocalizzi del singer saturando la traccia con le brillanti combinazioni del dopo-punk di scuola anglosassone. "Alles Muss Fallen" ostenta pose vocali più malinconiche mentre "The Shape of Us to Come" rivendica sonorità più rock-wave riflettenti il grado di padronanza della materia ritmico-chitarristica posseduta dalla band. "Waiting for the Circus" replica l'assetto complessivo di ciò che abbiamo testè ascoltato definendo al meglio le proprie textures melodiche; "Noises in the Nightbourhood" gioca con chiaroscuri di batteria-basso e pochi accordi di guitar seguiti a breve dalla sostenuta scala ritmica di "Zum Beispiel Gestern" dall'interfaccia squisitamente new wave. Rotazioni di drumming, voce asciutta ed abrasioni chitarristiche per "Du Bist Mein Mann" e gran finale con la cupa intelaiatura strumentale di "XY" che si assesta su una psychedelic-wave di buon pregio. Un debutto che non passerà inosservato ai cultori delle prime, embrionali operazioni di svolta dall'universo punk verso la "nuova onda", un fotogramma scattato esattamente a metà del processo di metamorfosi di quella storica mutazione. Album per nostalgici aficionados e per neofiti in cerca di sonorità che hanno segnato un'epoca.
-|-|-» Mirevole padronanza degli strumenti impiegati e perfetta conoscenza del tessuto alternativo in voga nella specifica era dalla quale i Monozoid hanno tratto ispirazione dimostrando chiaramente stile, competenza ed estro. Tre volte bravi

- ELEGANT FORM - Infaust -

Poco meno di un ventennio speso tra sperimentazione e cultura industrial per la macchina sonica tedesca di Jan Pollok, (voices/songwriting), supportata dai backing vocals di Selina Hirschfeldt e giunta ora al secondo album dopo il significativo "Endzeit". Licenziato dalla Elfo Electronix Records EF dimostra di possedere notevoli attitudini rivolte verso il suono sintetico tra i più gelidi, mescolando sapientemente curvature dark-harsh e rigorose traiettorie di danzabile electro-industrial. Quattordici creature meccaniche si muovono con portentosa maestosità infliggendo raggelanti percussività bioniche all'introduttiva "Entree" seguita dagli automatismi ritmici e le atmosfere alienanti di "See You In Hell (remix for Suicide Commando)". Elemento portante in tutto l'album è senz'altro il robusto apparato drumming che anche in "When The Time Has Come To Go" non smentisce le veloci cadenze industrial amalgamandosi a vocals echeggiati e key a temperatura sub-zero. "God Blessing (reconstructed by May-Fly)" ci riporta a soluzioni melodiche di matrice early VNV Nation, mentre "Traumazerrer Deutschland", devastante traccia di impatto diretto, è orientata verso orizzonti post-nucleari mediante fraseggi loopati e pneumatica replicazione percussiva. "Menschen Essen (remix for Industry House)" si adatta alle forme più avanguardistiche di industrial-EBM tratteggiate da testi rabbiosi ed impuro dinamismo di progs che rendono la traccia iper-ballabile. Ancora micidiali pulsazioni e sporchi logaritmi di sintesi in "Why? (But Why)" capitolo impossibile da ascoltare a volume puramente di sottofondo. Avanzando ulteriormente incontriamo i bisbigli filtrati del rifacimento di "God Blessing (Blasphemie mix)" dal drumming de-sincronizzato, implacabile, ammantato da una keyboard dalla timbrica ancestrale. "Intro Form" scandisce con inverosimile precisione un tessuto sonico rivolto su oscure manovre di progs e metriche bpm, seguite nella successiva "My Eyes (re-version '08 - May-Fly remix)", con il canto di Selina che si snoda tra cinetiche percussività e ripetitivi moduli che conferiscono alla traccia un'identità più electro-clubby che industrial. Pesanti e lineari beats miscelati alla voce riverberata della vocalist nell'ipnotica ed emaciata "Trust Me (re-version part II)" che anticipa l'emblematico teorema synthetico di "Why Me?", episodio dal diagramma imprevedibile cantato da Seline in modo volutamente scombinato. Gli ingranaggi industrial ricominciano a vorticare con l'algida "Letztes Gebet" ed i suoi agghiaccianti flussi di drum-beats e loops militareschi, susseguiti dalla Mourning Version di "Why Me?" rimodellata con stratagemmi sospesi tra sperimentazione e ricerca del suono tridimensionale. Un lavoro pregevole, dall'indole aggressiva, pianificato per convertire in incubi industriali un sound tagliente, nemmeno troppo elaborato ma allo stesso tempo velenosamente efficace come i tossici vapori fuoriusciti dalla fusione del piombo. Se non temete letali contaminazioni procuratevene assolutamente una copia.
-|-|-» Apprezzabile ritorno di Jan Pollok con una realizzazione globalmente di buona fattura che tuttavia non sconfina nell'eccellenza. Non deluderà però affatto gli oltranzisti dell'industrial più agguerrito nè tantomeno coloro i quali adorano essere trafitti da un sound acuminato ed opprimente. Se questo è ciò che cercate il risultato sarà garantito

- ARTCORE MACHINE - De[con]struction -

Progetto parallelo ai Bems a cura di Moreno Padoan e Roberto Beltrame, entrambi membri attivi della citata piattaforma industrial/rock veneta. La title-track licenziata dalla Xonar Records consta di quattro tracce interpretanti in questo frangente un electro/experimental screziato da apporti industrial che ne accentuano la freddezza. Trincee di synths scavate attorno ad un circolare nucleo percussivo, progs che sfrecciano velocissimi tracciando orbite attorno a futuristici universi sonori. Ecco in sintesi l'essenza dell'ep prodotto dagli AM che si apre direttamente con le rapide e nervose virate di "T.E.T.S.", estese con fitte punteggiature sequenziali seguite dal tema technologico esposto da "Speedddream", entro cui veloci bpm frazionano il tempo invocando ulteriore electro-energia ad ogni singolo impulso. L'intricata e caustica "Rush" bombarda l'ascolto mediante acuminati framing percussivi, tracciati di programming ed una raggelante spettralità, mentre la successiva "Monster" ferisce con milioni di particelle industrial assemblando uno strumento sonico di robotica lentezza, propulso da fragorose quanto meccanizzate spinte ritmiche e synths distorti che ci convogliano in un incubo after-nuclear. Turbolenze sequenziali a rotazione e glaciale rigore metrico costituiscono questo riuscito esperimento di arte technologica che sfoggia l'alchemico duo nel pieno della forma. Non epocale ma terribilmente efficace.
-|-|-» Sound curato, iper-synthetico, concettualmente ben edificato e prodigo di interessanti intuizioni, elementi che renderanno l'esperienza d'ascolto coinvolgente quanto l'esplorazione di un pianeta distantissimo contemplato dalla nostra galassia. Siamo ben oltre il futuro

- BEMS - Panspermia -

Disegno cardine del front-man Moreno Padoan (voice/groovebox/synth/sampler/CM3) che unitamente a Renato Romagnoli (guitar), Roberto Beltrame (bass/guitar) ed il drummer Alberto Marangon amplia il concetto italiano di industrial-electro/rock. La band di Rovigo è attiva sin dal 2004 interpretando sonorità limitrofe allo stile glaciale dei Nine Inch Nails non fossilizzando comunque il sound in soluzioni prive di spessore ma, al contrario, distinguendosi per varietà creativa nelle composizioni che si presentano cariche di phatos e mirata capacità di entertainment. Distribuite dalla Xonar Records le otto tracce esordiscono con la sperimentale "Alice Dream[s]", curvata su un sostenuta percussività infettata da loops, tratteggi di chitarra distorta ed espedienti elettronici, il tutto seguito da "Plume", song dall'immediata aggressività intercalata da vocals alienanti che inscenano atmosfere tese e claustrofobiche. Corde elettriche sempre tese allo spasimo culminanti con vocalizzi filtrati e pesante drum-machine per "Flussi Trasparenti", succeduta dai tocchi pianistici nell'introduzione di "I Can Find Me Same" dalle trame velocissime alternate a spazi di apparente quiete, subito travolte dalle potenti accelerazioni di algida electro materia. A nostro avviso l'ipostazione vocale, benchè adeguata, potrebbe essere ulteriormante perfezionata spogliandosi di quell'aura a tratti ancora involuta per progredire in forme più incisive e definite. "Death Will Buy" si estende su un soffuso psycho-rock dalle atmosfere dilatate, costruite da lente percussioni, sfumature di piano e tocchi di plettro nel cui sviluppo divampano telluriche deflagrazioni industrial. "Forme Troppo Perfette" si affida a psicosismo electro-punk con vocalizzi sguaiati, deliri strumentali e coriacei interventi di guitar-noise dispiegati su un tappeto percussivo incessante, così come "Dark Pluck" si rivela un'estenuante cavalcata dalle frange industrial che apazzano spietatamente le battute per minuto. "Pinko", ultimo atto, genera tonnellaggi di antimateria percussiva avvelenata da torbide operazioni sequenziali interrotte dai rarefatti intervalli pianistici che vengono immediatamente flagellati dalle distorsioni chitarristiche ed effects. Abbiamo analizzato un'allucinazione fattasi suono in grado di riflettere inquietudine ed uno stile tecnologico ben meditato. Il pulsante moto ascensionale della band potrà convincervi ad annoverare i Bems tra le realtà underground nazionali maggiormente degne di nota.
-|-|-» Inventiva e coerenza compositiva sempre in presa diretta per la nuova avanguardia industrial-rock priva di compromessi quì rappresentata dal power-quartet artefice di un ruvido pentagramma proteso verso i più plumbei orizzonti. Convincenti

- VEIN CAT - Fold ep -

Effervescente macchinazione solista del polacco Daniel Wrotniewski dedito inizialmente a sperimentalismi cold-wave. Influenzato in seguito dal corroborante suono proveniente dai clubs londinesi egli affinò la propria arte indirizzandola verso soluzioni più electro partecipando a compilations ed incidendo alcuni singoli tra i quali il recente "Astonishing". VC conia questo ep di cinque tracce in evidente assetto wave-elettronico privo di pretenziosità e tutto sommato gradevole. L'omonima "Fold" esordisce con una ritmica plasmata su danzabili moduli di progs e vocals improntati su tonalità accigliate, deluse, seguite dalla successiva "Cat Scratch Fever", episodio marcatamente dance-oriented elaborato attorno a febbricitanti basi sequenziali. Arpeggi post-modern nell'esposizione di "Only Me", traccia davvero avvincente, ben costruita su abili e lineari micropulsazioni di programming, canto non invasivo e ballabili rifiniture di synth. Un'eterea key apre il piccolo poema elettronico titolato "Wet Roses" anch'esso accordato su ondate di progs, strategico utilizzo della voce e soffuse sonorità. "Mock", traccia di coda, espande un sound irradiato da futurismo ma circoscritto in un semplicistico quanto innocuo electro-style. L'impronta di VC non apporta ventate di novità creativa a quanto già proposto fin'oggi dall'entourage elettronico, tuttavia reputiamo l'artista un valido segmento da non perdere di vista in previsione di un prossimo album auspicabilmente più variegato e professionale. Attendiamo sviluppi.
-|-|-» Vivido electro-imprint laddove necessita e sonorità quasi mai sottotono per questo esecutore dal quale pretendiamo maggiore eloquenza e tracce in grado di farsi ricordare. Ora abbiamo la motivata consapevolezza che Mr. Wrotniewski potrà fare di meglio. Molto meglio

- LESBIAN MOUSECLICKS - Music for Porn Movies -

Duo olandese composto da Petrus (vocals/lyrics/fx) e Underazz (composition/sampling/synths/MPsounds/fx) artefice di questo sette tracce dalla sostenibile leggerezza electropop attraverso la quale non scorgiamo, contrariamente ai presupposti del titolo, particolari riferimenti a lascività o attinenti esplicitamente all'universo sessuale, fatta eccezione per qualche sporadica sonorità riconducibile indirettamente a tale argomentazione. Premesso ciò ci troviamo innanzi ad un buon prodotto, realizzato da un apparato strumentale privo di pesanti elaborazioni ma nel contempo capace di emanare chiaroscuri elettronici di una certa ricercatezza, spogliando il sound di ogni forma retorica. Licenziati dalla Wharf Records gli ex The Wisemen Of The West, tale fu il loro appellativo d'esordio, privilegiano oggi mixtures di pop elettronico e reminescenze waveggianti generando un suono gradevole che saprà come farsi apprezzare. Si parte con "Borderline Label", quasi minimalista, assai melodica e sorprendentemente simile ad arie vicine al progetto svedese This Fish Needs A Bike. Si prosegue quindi con le quadrature ritmiche di "Double Deja Vu" accompagnate da synth-noise, vocals scanditi su semplicità tastieristica, mentre in "Picture On Your Wall" si recupera una certa venatura wave allineata a discipline electro-pop. "Thin Ice" rivela un secco drumming ed una campionatura di basso che ritmano una song dalle partiture meccaniche ed alienanti filtraggi vocali. Più vivace "Madmens Medley" sfrutta dilatate strategie di vocals, fredda sequenzialità ed una distorta gamma percussiva alla quale succedono i veloci urti ritmici e le liriche soffocate di "Bye Bye", quasi minimal-industrial. La riedizione di "Double Deja Vu (Spooky Remix)", presente anche nella title-track del prestigioso Advanced Electronics volume 7, completa il circolo sonico dei LMC con una traccia piacevolmente assimilabile dai contorni solo leggermente più complessi rispetto alla versione originale. Attendendo l'annunciato full lenght previsto per l'Aprile 2010 possiamo definire degno di interesse il release esaminato, circoscrivendolo tuttavia in un contesto certamente non rivoluzionario e tantomeno ultra-sexy come inizialmente immaginato.
-|-|-» Electro-art idonea a prefigurare successivi sviluppi che auspichiamo siano in grado di irrompere con decisa personalità nella daily-routine tipica della scena in questione. Benchè ancora troppo distante dall'optimum riteniamo doveroso incoraggiare questi due lussuriosi olandesi che posseggono forse nel loro arsenale abbastanza concupiscenza da farci arrossire. Chissà..

- THE LAST CRY - Walking To The Edge -

Se i contenuti di questo album possono essere considerati il preludio di ciò che la nuova scena gothic/wave offrirà, significa che il nuovo anno si è inaugurato sotto i migliori auspici. Inglesi di Brighton i TLC coniano il loro debut album predisponendo un trionfale insieme di risonanze che traggono forza dalle intramontabili scuole Cure, The Mission, Fields Of The Nephilim e Killing Joke. La band, attiva dal 1986 sotto diverse identità come A Malice e Tiny Children e dopo radicali rimescolamenti nella line-up, si riformò nel 1992 supportando gigs dei più noti Jene Loves Jezebel; dopo il 12" "Going Away" del 1987, il secondo 12" "Downpour" del 1989, un live autoprodotto del 1991 e l'omonimo cd-r "The Last Cry" del 2004 ecco l'attuale ensemble contare tre protagonisti: Andrew (vox), Chris (bass-guitars-keys) e Tim (guitars-key). Questa realizzazione sfoggia i TLC al pieno della forma, fautori di un album licenziato dalla A Day Like Today, maturo ed assolutamente positivo. Dodici capitoli compongono la title-track il cui opening è delegato a "Devastate" che rianima gli accenti speculari alla Mission con drumming e key in tenuta solenne arpeggiati da sapienti tocchi di basso e primo piano sui vocals. Ritmica più vitale ed atmosfere darkwave di prima istanza in "Punishment" così come nella successiva "Haunting Me" rivivono i fasti dei Cure più evoluti. "Cross Of Hope" esordisce con un minaccioso synth ed una roca orbita di basso al quale viene accorpata la chitarra echeggiata ed arie alla Chamaleons mentre nella tenace "Nowhere" riscontriamo il parallelismo con la goth-wave oscura post-Mission. "Out Of The Sky" lavora su un segmento di secca drum-machine con basso, electric guitar e vocals lontani in perfetto stile Robert Smith, identicamente a "Seconds" che emula arte a metà tra gli stessi Cure ed i Fields Of The Nephilim. Il tumultuoso drummung di "Cry", i vocalizzi disperati di Steve e l'opprimente tensione delle chitarre riflettono episodi old school molto cari a Jaz Coleman anticipando l'ingresso dell'insuperabile "Prison Of Dreams", pietra angolare dell'intero album ed incorporante elementi di iper-ballabilità, carisma e spiccato senso dell'entertainment mediante base sequenziata, chitarre alla Cult e liriche esposte con grande enfasi. "No Resistance" rallenta la percussività offrendo un sound dalle arie depresse, contrariamente a "Rebekka" che intesse riff chitarristici più vividi ed un refrain davvero catturante. Si termina appunto con "Walking To Te Edge", crepuscolare e tratteggiata nell'intro da un tenue basso, vox, key e divampante gioco di fiammate chitarristiche nel suo tratto finale. Significativo esordio ufficiale per questa valevole band che catalogare semplicisticamente in un quadro "goth" risulta quantomeno riduttivo. Non potrete considerare completa la vostra collezione senza una simile eccellenza.
-|-|-» Non necessitano particolari attitudini di chiaroveggenza per prevedere nei riguardi dei TLC un avvenire prodigo di riconoscimenti che la band più che degnamente merita. Finchè essi manterranno inalterati questi parametri qualitativi non raccoglieranno mai i nostri sfavori.

- FEHU - The Ash Tree _ Forgotten Tales -

Riccardo P. alias Ryki alias Fehu. Il solo-project italiano armeggia con sonorità appartenenti all'universo folk-ambient proponendo coesi episodi evocanti antichi riti provenienti da epoche dimenticate ed atti primordiali in armonia con la natura. A seguito del 7" del 2007 "Last Days" ed una apparizione nella compilation "Program Vol.1" del 2008, possiamo godere dell'ascolto di questi due mini licenziati dalla Show Me Your Wounds/Lesion incorporanti tre tracce ciascuno riferite ad un ascolto assorto, contemplativo, poichè le atmosfere riprodotte trasportano l'immaginazione oltre i confini del mondo. Analizzando il primo disco, "The Ash Tree", scopriamo la lunga suite espressa da "Ar Vas Alda" song dai femminei echo-vocals, chitarra acustica, percussioni dilatate, key e flauto, interagenti fino a produrre un'aura estatica ipnotizzante. La tribale "The Slumbering Serpent" è architettata sobriamente su lenta percussività rituale ed un ossessivo mantra: un excursus tra ancienti dimensioni di culto. Giungiamo alla traccia di chiusura, la rarefatta "La Vecchia Mangiabambini" che dispiega fuggevoli tocchi di piano, vocii fanciulleschi e crepuscolarità ambient, un episodio che pare estrapolato da una sequenza cinematografica pregna di suspense. Il secondo mini, "Forgotten Tales", ripropone la stessa "Ar Vas Alda" eccellentemente vocalizzata da Aimaproject la quale agginge ulteriore fascino ad una traccia già di per sè ben pianificata. Nuovamente ritmica etnica e sound pieno in "Three Red Cocks Are Calling" succeduta infine dal frinire dei grilli di "Forgotten Tales" traccia live del 2008 eretta su drumming soffocato, sciamanico flauto, rumoreggi e vocals in impostazione recitativa. Due lavori senz'altro audaci, estremamente specifici e riservati esclusivamente ai viaggiatori del tempo.
-|-|-» Proposta monotematica ed efficace compendio di ritualità sospesa tra presente e passato interpretata in chiave oscura. Fehu è un promettente alchimista del suono.

- TAPHEPHOBIA - Black City Skyline -

Ci siamo precedentemente occupati dell'arte dark-ambient creata dalle sapienti progettazioni di Mr. Ketil Søraker, solitario sperimentatore del suono oscuro, nel già trattato "Anomie", dettagli che rieviamo anche nell'ottimo "Black..." edito dalla Reverse Alignement e disponibile in sole 250 copie. I percorsi intrapresi in quest'ultimo mesmerizzante full sono in grado di cristallizzare i sensi sprofondandoli in dimensioni ricolme di buio. Le nove tracce registrate presso i Messy Room Studios aprono il circuito con l'artica "Death Is Just A Heartbeat Away", lunga suite adombrata da un ampliato accordo di key che ne ispessisce le nebbie. "Negative Thoughts" introduce a sua volta un sound dilatato dalle maestose orchestrazioni simili ad una lamentosa folata di vento plutoniano, mentre in "This House Has Many Hearts" il rombo sommesso delle strumentazioni tracciano distanti propagazioni decrittabili solo dal subconscio. "Interior Pain" promulga lunghe perturbazioni e frequenti virate di cold ambient di natura incorporea. Il minutaggio relativo a "Night's Origin" diviene occasione per lasciarsi avvolgere da possenti flussi di antimateria oscura, un potente respiro privo di note incamerato nel ruggito della macchina sonica manovrata da Ketil. Con "In The Moonight" rieccheggia l'estasi sintetica tra le sponde di un suono tubolare sospinto da rumoreggi metallici ed ampi soffi di tastiera, così come nella posteriore "Waiting For Silence" le placide electro-visioni deviano il corso dei pensieri convertendoli in impalpabili ionosfere lontane da ogni concetto terrestre. "Salient Fear" predispone un interrotto basamento sonico che induce al torpore e la conclusiva "Time To Let You Go" introduce infine la voce dell'artista perfettamente adattata ai prolungati pattern congiuntamente a rifiniture chitarristiche campionate ed al lineare borbottìo dei progs. Album che combina richiami di metropoli future, opprimente flemma compositiva e suono espanso prodotto da smisurati dosaggi di tastiera. L'orizzonte della Città Oscura è stato oltrepassato.
-|-|-» Torbido protocollo ambient permeato di meccanismi tesi e rivolti verso una specifica platea di competenti. Chiunque sentisse di farne parte si affretti: 250 copie potrebbero risultare irrimediabilmente poche..

- EPHEMERIS - Evoluzioni -

Debut ufficiale per l'ensemble veneta costituita dal sestetto: Davide Soldan (bass), Ambra De Polo (piano), Sara Mazzer (vox/chorus), Antonio Moret (guitars), Giulia Galasso (violin) e dal drummer Stefano Costella. Prodotto da Cristiano Santini dei Disciplinatha il full lenght, edito dalla Black Fading Records/Action Directe, ci fa percepire nel suo approfondimento un qualchè di fuggevole, una recondita sensazione che qualcosa non torni nonostante la buona edificazione tecnica dell'opera. Gli arrangiamenti paiono positivamente elaborati, il sound altalena tra episodi lambenti aree prog-rock, venature wave e perfino vaghi tocchi di folk. Addentrandoci nello specifico incominciamo con l'opening track "Angelo", entro cui la matura timbrica della voce di Sara accarezza una song dalla vigorosa struttura rockeggiante ma in peccaminoso difetto di ordinarietà, caratteristica che riveste gran parte del lavoro. "Dipinta Di Sole" culla l'ascolto attraverso dolci vocalizzi ed atmosfere irrobustite dalle chitarre posizionate sempre in prima linea, lievi sfumature di violino e drumming mid-tempo, così come le liriche in lingua inglese relative a "Creatures" si ammantano ugualmente di un climax progressive-rock, mentre la successiva "Burattini" proietta fasci di cruda luce metal sul proprio decorso chitarristico. Arpeggi di acoustic guitar si affacciano in "Madreluna" evolvendosi in un trasognante percorso sonico dall'indole malinconica succeduto dagli armoniosi accordi presenti in "Libera Da Me" musicata mediante un buon savoir faire vocal-chitarristico. "Angelo II" non si distingue sostanzialmente dalla precedente traccia proponendo essa uno slow-rock punteggiato da influssi folkeggianti; "Your Glance" inscena una commistione di elettricità prog addolcita dal violino di Giulia anticipando le medesime arie in "Puff". Un prolungato segmento di plettro echeggia nell'intro di "Filii Et Filiae", suggestiva traccia costruita su liriche in latino, key e totale assenza percussiva. Le corde di chitarra acustica vengono accarezzate nella più dinamica "Evoluzioni", traccia di chiusura dall'impronta nettamente prog-rock ma dal testo decisamente sottotono. Quella sopracitata sensazione di perplessità accennata in apertura prende via via forma rivelandosi infine, relativamente ai nostri metri valutativi, una cronica carenza di originalità: ogni singlo passaggio nell'album non fa che confermare tutto ciò, allontanando i contenuti da un'identità più accattivante e distinta. Considerando tuttavia le apprezzabili capacità della band non ci stupiremo se in futuro la limitazione quì evidenziata sarà prontamente intuita ed opportunamente neutralizzata.
-|-|-» Espressività ancora allo stato di crisalide paradossalmente in conflitto con una dimostrata buona gestione strumentale. Serve più coraggio.

- SUB-DIVISION - Ten Years Before The Dream -

Terzetto anglo-francese con base a Tolouse costituito da Dee (vox), Fodge (guitars-progs-synth-chorus) e Lol (vox-progs-synths). Il fermento artistico dell'ensemble si manifestò concretamente nel 2000 con il demo di 4 tracce "Possession" intraprendendo stili che spaziavano dalla french-wave all'essenza della new wave più autentica come in "Trauma" del 2001. Venne poi il turno dell'album "Calling For Goods" del 2003, "Electroshock" del 2005 e del più recente "Ten Years...", espressione a tutto tondo di una particolare predilezione della band rivolta verso tecniche electro-rock più complesse ed affinate. Il nuovo full promosso dalla Danse Macabre contiene tracce ben costruite e sapientemente arrangiate: ne risulta un sound pieno, gradevole e per nulla scontato, un crocevia tra la ruvidità dei Nine Inch Nails e l'electro-sperimentazione dei Prodigy. La title-track consta di tredici pezzi preannunciati dallo strampalato carillon di "Intro" seguita dalla vigorosa "Love Assassin" saturata dal sostegno di chitarra elettrica e dai vocals di Dee alternati a quelli di Lol. Ritmica synthetica, artefatto bass-noise e lento incedere electro-rock compongono i tratti di "The Voice" succeduta dall'abrasività chitarristica di "Age Of Machines", pesante elaborazione straripante di rabbiose virate rockeggianti inacidite da un malsano supporto di progs. "Game Over" risuona elegantemente nella sua regolare percussività sequenziale correlata dal robusto comparto di guitars e dalle convincenti liriche della vocalist. "Next Level" si snoda sinuosamente attivando le timbriche sexy di Dee screziate in seguito da picchi di pura ribellione affidata ai flussi di electric guitars e gravoso gioco di drumming. Vivace e graffiante la ritmica di "The Other Side", traccia industrial-rock cantata con voce tesa da Lol e radiocontaminata da infuocate incusrsioni provenienti dalla chitarra di Fodge, mentre nella successiva "New Dawn" si accumulano tumulti e atmosfere alienanti su lenti progs, possenti riff chitarristici e denso gocciolìo di drum-machine. "8" recupera la medesima astrazione sonica tormentando l'udito con liquide elaborazioni di synths intervallate da mordaci interventi di corde e caliginosi vocals preannuncianti le elettriche estensioni delle chitarre di "Arise", scandita lentamente fino al progressivo raggiungimento della massima veocità nel suo tratto finale. "Virtual Path" costituisce un esempio di oscuro industrial-rock schizoide dalla ritmica incalzante così come "Alone" raffigura una grafica sonora di ottimo rilievo sui vocals filtrati di Dee e virulente schegge di electro-rock; la strumentale "Virtual Path" e la conclusiva "Birth" manifestano entrambe una struttura compatta di rock synthetizzato trafitto da granitiche chitarre, effects e gagliarde ritmiche di supporto. Album non particolarmente innovativo o audace che tuttavia risulterà idoneo ad un ascolto maturo non orientato verso orizzonti easy-listening: il magma lavico di questa avanguardia di rock elettronico non esiterà un istante a travolgervi.
-|-|-» Traslazione sonica coerente fino in fondo, attitudine che rende l'album in grado di offrire ai conoscitori del genere lunghi viaggi precipitanti in uno spiroidale abisso dalle pareti d'acciaio. Ruvido e tagliente quanto basta.

- ARTEMIUS - Old Clocks -

Più che un album in senso stretto questo lavoro del ferrarese Artemius appare come un personale saggio di creatività, la medesima che ha spinto l'artista ad autoprodurre nove tracce essenziali, in perpetuo equilibrio tra l'80's synthpop e marcati richiami darkwave, risultato stilistico influenzato da precedenti militanze dell'artista come chitarrista/drum programmer in una band di wave oscura durante gli anni '90. Il contenuto della track-list, totalmente strumentale, prende passo con l'opener "Atmos", modulare e schematica, animata in tutta la sua estensione da un'esangue drum-prog; seguono le atmosfere darkwave di "Absolute Heaven", anch'essa conformata su sequenziali electro-beats, key-pads & effects. "Orange Blood" dispensa campionamenti di chitarra e diffusioni di wave elettronica mentre le accattivanti arie del programming di "Hydrogen" spaziano in questa traccia dall'identità concretamente interessante. Meno immediate le textures affidate a "Liquid Sky", episodio di sperimentale synthpop che cede lo spartito alla successiva e più dinamica "New Life" costruita su veloce gioco di programming e tenui impronte di key. "Greyfox" offre grigi scenari di dark synthetico, melodie mai scontate e traiettorie soniche assemblate con metodo, dettaglio percepibile anche in "Smoke Bubbles" sostenuta da effervescenti partiture di prog che donano alla traccia una persoalità meno incupita. "Copper", song di coda, propone un electropop in linea con quanto proposto fin'ora chiudendo questa raccolta di suoni intagliati su strutture ancora involute ma senz'altro raffiguranti un estro da non sottovalutare. Un potenziamento delle strumentazioni ed una label interessata ad incorporare un artista desideroso di emergere sarebbero traguardi quantomeno auspicabili: ad ogni buon conto il suo MySpace offrirà l'occasione per un assaggio del repertorio Artemius. Con i nostri migliori auguri.
-|-|-» Sound ancora da perfezionare ma denotante potenziali opportunità di intraprendere percorsi ben più riconosciuti. L'imperativo è accrescere il proprio operato in modo da renderlo ancor più appetibile alle etichette indipendenti. Senza facili esternazioni ottimistiche possiamo ragionevolmente attendere che presto o tardi ciò si avvererà.

- THE RABID WHOLE - Autraumaton -

Se la vostra naturale inclinazione musicale prevede principalmente l'ascolto di prodotti riconducibili ad un solido Rock elettronico potrete probabilmente apprezzare molti dei contenuti di questo album composto dai canadesi TRW che sotto le cure della label Synthetic Sounds, associata alla più nota Danse Macabre, edificano un sanguigno lavoro di rock avanguardistico contaminato da industrial sounds ed estemporanee intuizioni electro. In realtà le tredici tracce della title-track non offrono ecezionali spunti di diversificazione essendo esse perlopiù incentrate in un monolitico contesto sonico che, seppur ben gestito strumentalmente, rende molte delle songs troppo simili l'una all'altra. Si incomincia con le serrate percussioni, gli infuocati riff di guitars ed i vocalizzi di Andreas in "All The Same" edita inoltre come singolo, per poi continuare con il programming in apertura di "Harder To Be True" traccia dal sound sincopato e ruvido tipico del rock più oltranzista e percorso da una sottile venatura elettronica, la medesima che introduce successivamente "Selfish Nature", vorticosa cavalcata da ascoltare a pieno volume. "The Strings Inside" gioca con il dualismo key-guitar pronta ad eruttare tonnellaggi di magma chitarristico, curvature electro-oriented alla Mesh scorticate da abrasive sonorità stile Nine Inch Nails. "Faith In Yesterday" sfrutta matrici hard rock su appoggio synthetico, buon lavoro percussivo, rombo di key e stridenti manovre di guitars, mentre i tenui cromatismi di prog nell'introduzione di "Collapse" non devono trarre in inganno poichè da lì a poco la song si rivelerà un piccolo congegno di micidiale electro-rock. "Distant Blue Skies" cede finalmente a soluzioni più technologiche con borbottìo di sequencer, leggiadra chitarra irruvidita solo successivamente da un'intrusione di corde elettriche. Accattivante intro elettronico anche per "My Love My Blood", elaborata poi grintosamente tra affilate lame chitarristiche, caustica key ed il canto di Andreas in duetto con la singer Sheenah Ko, così come la susseguente "Tell Me Lies" emana accecanti lampi di rock ad alta gradazione. Secondo singolo "Evidence Of The Fall" divampa tra intersezioni di progs frammiste a potenza drum-guitar anticipando la prima delle tre bonus tracks costituita da "All The Same" remixata dagli XP8, alla quale segue il remake di "Selfish Nature (16 Volt mix)" concepita su base ancor più electro ed infine "My Love My Blood" rielaborata mirabilmente nientemeno che dai Mind.In.A.Box. Un debut album nè migliore nè peggiore di molti altri precedentemente vagliati ma pronto a guadagnarsi la giusta considerazione proporzionale al gradimento che saprà suscitare.
-|-|-» Tortuosi dialoghi strumentali, liriche misuratamente incattivite e buona padronanza della materia in questione. Ai TRW non sarebbe stata utile una maggiore varietà compositiva che avrebbe reso la track-list ulteriormente polimorfa ed originale, dettaglio indispensabile per differenziarsi all'interno dello stracolmo calderone electro-rock. A voi ora giudicarne le gesta.

- CAITHNESS - Apostasy & The Sorrowful Child -

Una pesante cappa di tristezza ed oscuro rigore ambient caratterizzano il side-project francese Caithness impersonato da Hylgariss (Dark Sanctuary) che ha firmato questo album per la Kaosthetik Konspiration. Registrate presso il Ruins Studio le otto tracce limitate a 1000 copie saranno apprezzate dai cultori dei Raison d'Être ove il predominio di sonorità abbattute crea atmosfere autunnali configurando nel contempo inquieti scenari ai quali abbandonarsi. L'effetto complessivo è quello di un album progettato con intenti dominati dalla sofferenza riversando questo concetto fin dentro l'anima dell'ascoltatore. Un breve inno anticipa le cupe percussioni della lentissima "Sortie De Terre" più simile ad una ritualità funerea essendo intessuta da modulari accordi di piano, keyboard, drumming militaresco e grevi rintocchi di bell. Un inquietante rombo apre "Faces And Shades" estendendosi lungamente ed opprimendoci con un cantico religious intinto nella tenebra. Medesimo disegno anche in "Apostasie-From Mother's Hands" entro la quale risiede il quid dell'afflizione stessa architettata su propagati pads proiettanti immagini di lacrime e dolore. "Luminaissance" si delinea attraverso un composto scampanìo e key, intersecato da military-drumming alla ITN. Più oltre troviamo "Derniers Pas à Travers le Brouillard" dalle spettrali folate di effects introduttivi e lunghe fluttuazioni tastieristiche. In successione incrociamo le soporifere scie dark-ambient di "Apostasie-Prélude à L'Abandon" che raggiunge livelli emozionali assai toccanti mediante un fosco coro di sottofondo, dilatazioni di key e fraseggi da commemorazione. Un femmineo cantico inroduce la torbida e rumoristica "The Sorrowful Child" essenzialmente basata su un ininterrotto accordo tastieristico punteggiato da un sofferto modulo vocale da dimensione parallela. "Sous Terre" vortica anch'essa tra suoni distanti, soffocati tumulti di key, stridori ed impercettibili percussioni senza che alcuna melodia sia percepita ma ridisegnando totalmente l'aura sommessa che funge da elemento di traino di tutto l'album. Opera dal fascino ombroso che sussurra alfabeti di pioggia e pianto; non evidenziamo particolari pecche sul piano tecnico in quanto Hylgariss sa muoversi con naturalezza nel proprio ruolo polistrumentistico elaborando un prodotto dalle toccanti atmosfere dark-ambient espresse con rigoroso sentimento. Per chi ama il dolore sottoforma di suono.
-|-|-» Rilettura di concetti bui propulsi da simbolismo, mestizia ed una venatura religiosa. Un ennesimo episodio di capacità evocativa.

- ZERO A.D. - Will -

I capitolini Andrea Tomasich (synth/prog/vox) e Diego Bardari (synth/prog/live keys) ipersonano un progetto, Zero A.D., tangibilmente infuenzato dal sacro fuoco electro-minded tipico della genealogia Covenant, VNV Nation e Icon Of Coil. A seguito delle sei tracce di "The Beginning" del 2007 ed una più attempata partecipazione alla compilation "Italian Body Music V.2" nel 2005, il duo propone altri quattro autoprodotti di cultura elettronica, EBM e industrial, dimostrando un'apprezzabile metodologia operativa nel generare songs estremamente ballabili e conformi ad uno schema avanguardistico. "Will (edit)", disponibile anche in versione video, testimonia l'inclinazione del progetto verso sonorità affini ai suddetti Covenant mediante assetto ritmico in modalità dance-oriented, vocalizzi ben intonati dotati di timbriche e refrain d'effetto. Cliché EBM per la successiva "Iron Curtain" che incorpora taglienti modularità synthetiche parallelamente a drumming martellante e sequenziali emanazioni di prog. "(in) Justice (Nydhog remix)" inscena un episodio iperdance di livello evoluto attraverso ustionanti folate strumentali, pneumatici tratteggi di prog-drumming e vocals che in questa occasione avrebbero dovuto risultare ben più esaltati. La conclusiva "JFK 102262 (vocals)" risulta adattissima ai clubs essendo predisposta su taglienti concezioni EBM high-energy, austere atmosfere generate dalle keys, fitto reticolato percussivo e testi d'assalto. Lavoro tutt'altro che approssimativo e preludio un auspicato full lenght che sappia introdurre Andrea E Diego tra stipata schiera di rappresentanti electro riservando loro un meritato occhio di riguardo.
-|-|-» Per quanto necessiti di aggiuntivo perfezionamento, il campionario sonoro quì analizzato non può che incrementare la quotazione del power-duo che si rende protagonista di un aitante lavoro concepito con metodo e passione. Ammirevole.

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