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-|-|-» [ RECENSIONI / Review ]

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- MAY - Lovely Flowers -

La label FatalObject music licenzia questo spaccato di wave minimalista, gelida ed a tratti vagamente industrial per il solo-project francese May synths/progs/lyrics/vocals). Non si rilevano notizie su precedenti credits a carico dell'artista il quale realizza un album altalenante, con punte strumentali in molte occasioni di buona concezione interferite tuttavia da una certa inspiegabile rindondanza ed imperfezione nei moduli canori soprattutto nella prima parte della tracklist che consta di dodici proposte tra le quali la prima "Call the Police" esalta melodie classicheggianti di key e voce forse eccessivamente impostata in una song entro cui si agitano spettri di sonorità care ad un giovanissimo John Foxx. Secondo passaggio, "In your Mind", si concede a schematici assetti strumentali con drum machine appena accennata, synth e la voce di May che si rende accettabile solo in modalità falsetto ma che rivela in seguito una scarsa intonazione nelle note alte quando esse lo richiedono, facendo precipitare la traccia a livelli quasi dilettantistici. Consideriamo ugualmente irrilevante l'impronta vocale nell'omonima "Lovely Flowers" dall'ossatura essenziale composta da synth e prog alla quale segue il percorso sequenziato di "The Ball" che spicca meglio delle precedenti per accurata scelta delle textures che risultano più definite. Spoglia inquadratura anche per "With no Regrets", traccia che non tarda a sottolineare la propria buona musicalità minimalist cantata con qualità perpetuamente in bilico tra l'accettabile ed il suo esatto opposto. "La Caverne des Regrets" vocalizzata in francese, rischiara di fredda luminosità il buio scenario di synth e lo scarno drumming di sostegno, mentre l'azzeccata cover di "Lovely Flowers", a cura del parigino [Audible], si impreziosisce di arrangiamenti più complessi e pose maggiormente autodefinite. Un godibile remake di "Le Train" (remix by MarcellOblOg) apporta valore alla title track con una traccia dalla geometria elementare fraseggiata con altrettanta lineare modularità. La controversa voce di May riprende in seguito con "Les Amants Electriques" e più avanti con la vibrante e ballabile new wave di "Airlines" a cui fa seguito l'accento stile Ian Curtis della godibile reprise del classico "She's lost Control", liberamente tratta dal capolavoro dei Joy Division e realizzata dallo stesso May in stretta collaborazione col terzetto post-punk proveniente da Luberon appellato Femme Fatale. Una suggestiva e strumentale "Wind" chiude l'album attraverso un melodico quanto destrutturato spartito di key e synth. Lavoro complessivamente non avvincente che lascia tuttavia intravedere un fioco barlume di creatività insita in questo artista che necessita di ulteriori ritocchi tecnici per ergersi tra le algide brume di una new wave essenziale che, soprattutto in questi tempi, reclama il proprio diritto di riemergere. Progetto May da rivedere e correggere.
-|-|-» Testimone di un genere dimenticato ma attualmente in costante ascesa, l'artista di Reims dovrà impiegare non pochi interventi di modifica e miglioramento del proprio operato canoro affidandosi all'innegabile suo talento in parte inespresso. Auspichiamo nelle capacità di May di recepire questo fondamentale messaggio.

- SALTATIO MORTIS - Wer Wind Sät -

Medieval-rock o folk-metal che sia, lo stile dei SM conduce la band all'ottavo full lenght accolto assai tiepidamente dalla critica con l'accusa di non discostarsi significativamente da tutto il precedente operato, annullando quel prezioso spirito di innovazione tanto apprezzato dagli uditi più esigenti. Molto tempo è ormai trascorso da quella fredda notte invernale dell'anno 2000 in quel di Mannheim circostanza durante la quale prese forma il progetto tedesco che diede subito corpo al demo "Tavernakel", concepito sotto l'influsso ispirativo delle appassionanti saghe medievali e tutte le melodie ad esse correlate. Tuttavia, il modello posto in esecuzione durante i nove anni non ha quasi tenuto conto di quella indispensabile e fisiologica evoluzione espressiva richiesta per crescere e rendersi infine rilevanti. "L'album in esame mette quindi a punto dodici atti, (quattordici nella versione deluxe con annesso dvd limited edition), comunque tecnicamente ben realizzati, includenti le sonorità rese coriacee dalle onnipresenti chitarre elettriche oltre ad un dispiegamento strumentale che recluta ancienti utensili musicali a fiato che spaziano dalle cornamuse, shawn, didgeridoo, alle corde del chapman Stick, binjou, hurdy gurdy e cittern. L'opening è affidato a "Ebenbild", posizionata su ritmica hard-rock, riff di guitar e fiati incastonati tra il buon supporto vocale di Alea. "Salome", cantata dal singer in comunione con l'icona metal Doro Pesch, non aggiunge alla song più valore di quanto ci si aspetti, intessendo i vocalist soluzioni poco esaltanti e background strumentale altrettanto incolore, mentre la successiva e più convincente "La Jument de Michao" sfoggia appieno l'attitudine dei SM al suono medievale ma screziato dal potente spirito rock, in questo brano di rilucente percussivitè azionata dal drummer Lasterbalk in associazione con gli altri cinque componenti della band i quali completano un buon lavoro di chitarre, alchimie di fiati e vocals. "Letzte Worte" gioca in sede introduttiva con un placido percorso di voce e chitarra classica unitamente a cornamuse ed una ritmica mid-tempo nel cui refrain non manca il sostegno dell'elettricità chitarristica. Nella susseguente "Kaltes Herz" si incomincia a rilevare una certa rindondanza modulare che viene provvidenzialmente spazzata dall'irruenza guitar noise di "Rastlos", mentre "Miststück" procede con ipercinetiche scosse di corde elettriche, veloce ritmica accompagnata dai soffi di bagpipe. "Tief In Mir" pare nientemeno che il clone della traccia precedente essendo la song incentrata quasi esclusivamente sui medesimi accorgimenti sonori. Ampio respiro d'atmosfera in "Aus Träumen Gebaut", esclusa dai febbrili tracciati di guitar che in questa quieta traccia non si manifestano oltre un basso ringhio elettrico che scorre accordato ad un lento drumming e malinconici vocals, gli stessi che introducono "Manus Manum Lavat", commistione di liriche hard-rock minded e veloci sonorità guitar-drum che circoscrivono il tipico schema SM. Evocativo intro di cornamuse con progressione drumming e combustione chitarristica per "Vergessene Götter" anticipante il dodicesimo capitolo "Wir Säen Den Wind" che non si dissocia diametralmente dalla prospettiva high-energy fin'ora ascoltata. Effettivamente, gli sforzi compiuti ed il sudore versato copiosamente durante la realizzazione dell'album avrebbero dovuto tener maggiormente conto di una più variegata scelta di suoni con i quali edificare il pentagramma rendendo la tracklist assai meno ripetitiva. Siamo lontani da ciò che definiremmo "esaltante".
-|-|-» Senza apportare radicali sconvolgimenti allo stile intrapreso dalla band, a nostro giudizio, i SM dovrebbero rivedere gli attuali disegni in funzione di futuri scenari che non li considerino irrimediabilmente intrappolati in retoriche soluzioni. Solo per afficionados.

- PRETENTIOUS, MOI? - Pretentious, Moi? -

Eccellente. Senza compromessi di sorta. Ecco esposte in estrema sintesi le nostre impressioni riguardo le cinque tracce edite dal talentuoso londinese Tim Chandler, autore di un gothic appassionato, coinvolgente, scorporato da ogni minima esitazione. Lo stile del solo-project è certamente il risultato di preziose e costruttive militanze in schieramenti quali Autumn of North, 2nd Coming, Star 80, Manuskript, Sins Of The Flash, esperienze che hanno contribuito all'accrescimento del livello qualitativo del suono decadente che in questo demo sgorga maturo, assolutamente perfetto. "Whitchhouse", opening track, incorpora in sè la più rigida disciplina goth che in P,M? carica di phatos attivando una song satura di incalzante drumming, vocals adamantini e precisi, keyboard al giusto punto e chitarra che si staglia al pari di un protagonista di rilievo. "Malina" evoca tangibili similitudini con il gothic early-Mission attraverso percorsi romantici di guitar/progs intrecciati alla splendida voce di Tim che spicca gagliarda sullo spartito, così come le ballabili partiture ritmiche di "Living Dead and Undecided" catturano i sensi con vigore, concatenando un sapiente tessuto di esposizioni vocali e chitarristiche. Impossibile contenere l'emozione gothica nella tormentata ed indimenticabile "Now and Again", traccia che non teme nessun confronto competendo signorilmente con songs realizzate da progetti ben più blasonati e costituendo essa un prezioso frammento sonico dal corposo intro calibrato su pochi struggenti accordi di prog/guitar abbinati ad un successivo sviluppo ad altissima gradazione. Particolare focus sulla nobile timbrica vocale dell'artista che, a nostro avviso, costituisce un importante elemento di traino nell'intero pentagramma, rasentando di pochi millimetri gli accenti Clan of Xymox. "Sense in Segments" rivela un'indole percussiva assai dinamica, irrobustita da guitar-noise, ottima vena goth-wave e vibranti vocalizzi traboccanti di verve. Se quelli esposti nelle breve title-track rappresentano il preludio del futuro album di P,M? ci troveremo innanzi ad uno dei lavori più strepitosi dell'universo gothic prossimo venturo. Ora che il dado è finalmente tratto ogni label farebbe carte false per scritturarlo.
-|-|-» Senza timore di smentita segnaliamo questo interprete emergente tra i più concretamente validi dell'anno; il nostro motivato entusiasmo non incrocerà nessun elemento che alteri questa certezza. Non a simili livelli di preparazione.

- DAWN & DUSK ENTWINED - Cathèdrals De Brume -

Album impegnato, una tacklist dalla prolissità inequivocabile (27 tracce) ed un'atmosfera claustrofobicamente surreale, simile a quella percepita all'interno di una sala degli specchi. L'accoppiata francese D&DE costituita da Oksana e Gil Prou si rende protagonista di un full-lenght granitico; distribuito dalla label Aube Et Crèpuscule il lavoro sfoggia un temperamento austero, quadrato, anche laddove il titolo del brano richiama a sè concetti più scevri di rigidità. Gli elementi dark ambient militareschi assumono corpo ispirati da schemi tattici pronunciati da keyboard profonda e rullii di tamburo ("Thème D'amaranth Heliaktor"), intervallati da episodi lentamente estatici, fuggevoli, creati da circolari rotazioni di progs e lievi tocchi di flauto campionato ("Thème D'emmïgraphys"). Il rombo dilatato dei pads procura visioni di ghiaccio ed infiniti percosrsi nell'oscurità ("Entrevue D'Éternité"), mentre una predominanza tastieristica intesse torbidi quanto ripetitivi moduli dai cromatismi color nebbia ("Cathédrales De Brume") procedendo con lunghi, glaciali ruggiti meccanici fraseggiati da lugubri echi ("Noctis Labyrinthus"). Celestiali arpeggi e rarefatti tumulti di percussions inebriano l'aria ("Partage De L'Éternité") facendo susseguire marmorei interventi ritmici e flussi tastieristici in perfetto stile In The Nursery ("Les Tonaxarès"). Eleganti tratti di sequencer, effects e ventate di key animano brevi istanti di compostezza sonica ("Thème De Centipède ") sfiorando in seguito intuizioni di sottile dark-industrial marziale ("Karnak") ed esangui poemi dai delicati tocchi di tastiera ("Larmes"). Pallidi monumenti di austera arte obscure-ambient si elevano mediante sintetici accordi di key e brevi pause pregne di suspense ("L'astrée "), costeggiando erte pareti a strapiombo su un turbolento oceano di progs e cavernose percussioni ("Les Hexastylis"). Nessun sentimento, nessuna dolcezza traspare dalle algide arie accarezzate da uno scarno synth ("Ombellianne") facendo scorgere in seguito fredde virate di pattern dal carattere umbratile ("La Terre Dévonienne") nonchè espliciti riferimenti a leggiadre melodie di casa Humberstone ("Tout Devient Possible"). Arcate fluorescenti, formulazioni di ampia lunghezza modulare sembrano stringersi attorno alla sfera uditiva dell'ascoltatore ("Soliloquium In Splendor") integrandosi successivamente a capitoli dal severo incedere ritmico distillato in lente gocce di synth ("Sophonisba") toccando infine cupe rarefazioni di dark ambient-industrial dalla ritmica spettrale ("Le Vaisseau Fantôme"). Foschi colori metallizzati si propagano da effimere perturbazioni sonore ("Les Hormisdastes") mentre corde di contrabbasso campionato si alternano ciclicamente a pennellate di ritmica marziale ("Dégénérescence"), così come la circolarità di violoncello estende le sue trame interagendo con una scheletrica impalcatura percussiva ("L'ile Des Morts"). Scie di freddo acciaio soffiate da venti sequenziali cristallizzano ogni forma attorno ad esse ("L'entrée De L'Enfer"), ritornando in seguito all'introspettiva austerità di viola, scarna ritmica militaresca ed effluvi di key ("Le Défilé Des Vies") ed attraversando orbite emettenti placidi rivoli di materia sonica densa come mercurio ("L'ultime Cathédrale"). Vigorosa, inflessibile struttura percussiva ed accordi di chorus-key edificano idealmente imponenti costruzioni color ebano ("Trou Noir") mentre piene armonie orchestrali emettono inni ripetitivi, spartani ("Une Nouvelle Terre") terminando infine nelle buie sale di manieri infestati da impurità tastieristica, ritmica esasperata dalla greve, rarefatta lentezza ("L'ultime Quête..."). Un numero di titoli forse eccessivo, sfibrante: tuttavia ogni singola traccia comunica all'occorrenza senso estetico, regale marzialità e cartesiana interpretazione del sentimento. Opera formalmente impeccabile.
-|-|-» Album che adotta artifici ed oscuri simbolismi dark-ambient, coniando un rigoroso alfabeto di suoni che traggono vita da una predisposizione d'animo immersa nel gelo. Le cattedrali di bruma aprono le porte attendendovi..

- STEREOMOTION - Sehn:Sucht -

Florian Jäger (vocals/keys/noise/progs) con i live members C. Coburger (additional noise/beats) e R.Raistrick (guitars) impersonano il corpus Stereomotion, avvincente progetto electro-industrial-gothic tedesco passato alle cure della prodiga label conterranea Danse Macabre. Quarta realizzazione dopo il maxi cd "Torment" del 2005, e gli ottimi album "Resistance: 2012 " del 2006 e "Apocalypse:Forever" del 2009, tutti episodi denotanti una naturale inclinazione dell'artista verso suoni prodotti da glaciali strumentazioni di sintesi alla ricerca di un sound il più possibile energico, pieno, a tratti sperimentale e d'effetto. Ne è diretta testimonianza l'opening track dei dieci brani disponibili nell'album, ovvero "Lernen Durch Verlust" dalle nebulose note iniziali flagellate dopo pochi istanti da asciutte percussioni in crescendo e tracciati di progs per una perfetta introduzione al resto della tracklist. Decisamente più lineare "Addicted" si orienta verso danzabili traiettorie mediante vocals sussurrati rocamente, electro-sequenzialità e misurato apporto guitar noise di sostegno, così come l'incantevole "Filth" rivela le sue cupe e decadenti logiche su drumming synthetico, piano e ruvidi vocalizzi. Elevata magnitudo di progs e percussività electro-minded in "Pride", traccia che anticipa "French Kiss" traccia che ospita come guest vocalist la conturbante Eisschock ed evento dalle perverse liriche imbastite su un potente e corposo impianto ritmico e prog-noise. "Schuld Und Sühne" è un capitolo eccellentemente costruito su una millimetrica progressione di impulsi sequenziali, loops, drumming incalzante e testi enunciati con cupezza, mentre "In God's Name" trabocca di iper danzabilità consumata da puntate di progs e gagliardi rafforzamenti di drum-machine. Cultura technologica di prim'ordine si sprigiona da una dinamica "On Your Knees", dalle micropulsazioni in presa diretta, voce infettata e modulazioni da pista. "Sturm And Drang" regala una natura electro-tenebrosa venata di gothic, miscelando lente sonorità di avanguardia ad una coinvolgente aura malinconica. Punteggiature di piano campionato, vocals più protagonisti, superba fortificazione percussiva e tracciati di progs sono contenuti in "Forgiven", prova dell'abilità e del buon gusto dei quali Florian è rivestito. Album lavorato con finezza, arrangiato mirabilmente con disincantata lucidità, celante sotto un'assiderata superficie elettronica la propria sensibilità depressa, talvolta rabbiosa. Per quanto ci si possa reputare critici difficilmente si riuscirà a scorgere rilevanti lacune o disdicevoli mancanze in questo full-lenght: per quanto ci concerne non esitiamo a definire questa release come assolutamente imprescindibile.
-|-|-» Evoluta creazione electro-gothic di casta superiore strutturata da irresistibili accordi, atti vocali mai banali ed elegante, potente dinamismo ritmico. Chi è in grado di offrire di più si faccia avanti

- AUTUNNA ET SA ROSE - L'Art Et La Mort -

Attivi dal 1994 i ferraresi AESR, reclutati dalla Ark Records, architettano la nuova release che si offre all'ascolto come una creazione impegnata ed introversa, senz'altro ispirata. La non semplice lettura delle nove tracce è più simile ad una struggente prosa atta ad esaltare il punto che interseca l'Arte con la Morte attraverso un esangue esposizione strumentale punteggiata da evocativi vocals recitati con phatos francofono. Dopo l'esordio con "Sous La Robe Bleue" del 1996, "L'être...éternel" del 2000, "Sturm" del 2001 in collaborazione con Steven Brown dei Tuxedomoon e "Odos Eis Ouranon - La Via verso il Cielo" del 2005 con gli Ataraxia, il new album si apre con "Qui, Au Sein…" sullo stridore del cello di Simone Montanari accorpato all'impostazione appassionata dei vocalizzi di Disorder ai quali fanno seguito, dopo un accorato segmento introduttivo, i tratteggi chitarristici di Gianluca Lo Presti. Identico schema per la de-strutturazione in chiave goth-folk della celeberrima "Decline And Fall" dei Virgin Prunes, reinterpretata poeticamente dagli AESR con il titolo "Quand Nous Reverrons-Nous ?". Le significative influenze che i Tuxedomoon hanno avuto sulla band sono testimoniate percettibilmente nel restyling della loro "Egypt" ora tramutata nell'eterea e soporifera "Kyfi" alla quale si avvicenda il timbro da soprano di Sonia Visentin occompagnato da orchestrali note di piano e cello, le stesse che caratterizzano il totale rifacimento di "Ostia (The Death Of Pasolini)" dei Coil, ora più sinteticamente titolata "Ostia", trafitta dalle punte vocali di Sonia unitamente a lividità pianistica. "N’Importe Où Hors Du Monde" sperimenta liriche in duetto del tutto prive di immediatezza, in costante equilibrio tra il recitato ed il canto vero e proprio con l'assetto vocale di Disorder in leggera empasse sulle note alte. La successiva "Neue Wirklichkeit" intesse invece un torbido pentagramma musicato dal violino di Laura Del Buono incastonato sorprendentemente su linee di progs, ritmica sintetica, cello e psicotici vocals destrutturando l'anciente "Leben-Tod" degli sloveni Laibach. Ancora illustri attinenze quelle che emergono dalle formule reinterpretative degli AUSR rivolte ora verso le arie intensamente evocative di "Der Tod ist ein Dandy" degli Einstürzende Neubauten quì ricomposti altrettanto gelidamente nell'odierna "Ewig-Dunkel". Non poteva mancare un simbolico contributo ai Bauhaus e alla loro "Antonin Artaud" il cui il recente remake della band ferrarese è battezzato "Et Je Me Souviens Aussi De…", traccia inacidita da aspre tonalità vocali, noise a profusione e sviluppi strumentali minimalisti. Osticità e profonda simbologia caratterizzano questa difficile opera sonora riferita integralmente ad una platea in grado di estrapolarne il valore senza cedere a superficiali valutazioni di un sound che neutralizza l'immediata intesa con l'ascoltatore meno incline a cogliere le sottili sfumature celate all'interno di tormentati circuiti spiroidali che sottraggono terreno alla completa acquisizione dell'album. Solo per disincantati sperimentatori.
-|-|-» Se sarete tra coloro i quali sapranno accostarsi con consapevolezza ad un simile prodotto scorgerete la passione, il dolore e la struggevolezza fattisi suono. Album assolutamente senza compromessi, coraggioso e comunicativo

- PIXYBLINK & RHEA TUCANAE - Fungi From Yuggoth -

L'esplorazione Dsidiana dei sommersi ambiti dark-ambient non accenna a fermarsi. E' la volta ora di una cooperazione tra Rhea Tucanae (alias Dan Söderqvist dei Twice A Man) e l'autore ambient californiano Pixyblink, fautori di questa inquietante interpretazione in chiave altrettanto oscura dei trentasei sonetti di H.P. Lovecraft vergati tra il 1929 e il 1930. Le undici tracce dell'album assumono i tipici colori della notte inclusa la spettralità di un'atmosfera sempre greve, rarefatta, mesmerizzante. Suoni dilatati spesso distantissimi, irradiazioni di nero assoluto, scarna musicalità e phatos narrativo risultano costituire l'ossatura di un'opera sonora rivolta ai soli cultori dell'oscorità ed in particolare delle saghe horrorifiche di qualsiasi epoca. Disponibile in digipack incluse le sedici pagine del booklet, il full si apre con la brumosa tastiera di "The Book" sulla quale si dipana il racconto, diramandosi in seguito in "Pursuit" dalle distorsioni vocali provenienti da altri cosmi, come il suono propagato sotto la superficie di un lago nordico. "Recognition" si insinua sottilmente nei recessi psichici dell'ascoltatore, sospinta da tetri percorsi di progs monocorde, essenziale costruzione percussiva e vocals maschili che aggiungono inquietudine alla traccia. "Homecoming" predispone meccanici tocchi di programming e femminea voce traboccante di sibillini fraseggi che si librano in volo abbracciando i vocals di Rhea. Il suono si liquefa in un ribollente magma nella spiritata "Star Winds", dai tratti che rivelano un dark ambient soffuso, solenne, ritmato da un mirabile interplay di progs e drum machine adattati alla splendida voce di Dan. Strapiombi di puro suono color inchiostro in "Antarctos", complice la bella voce dell'onnipresente narratrice sinuosamente incastonata tra i giochi di piano e le tessiture di electro drumming. Si prosegue con le notturne rarefazioni di "The Window" in linea con i precedenti atti imbastiti su narranti tonalità in seguito replicate anche negli atteggiamenti più rasserenati di "The Gardens Of Yin", ricolma di scrosci incantati e cinguettii che fungono da perfetto complemento al recitato della vocalist. Funereo scampanìo, maestose arie tastieristiche con accordi di grande effetto, prima voce femminile incarnante sofferenza, esaltata in duetto con gli interventi vocali di Rhea, espongono "Night-Gaunts" che anticipa i brani del poema esposti con maestrìa dalla singer nell'eccellente "Evening Star", allegoria di crepuscolari vocalizzi pennellati su un livido meccanismo ritmico-sequenziale. Un album che vanta innegabili virtù esternate con romanzesco garbo, facendo percepire al listener un'aurea tenebrosa, impalpabile e coinvolgente, assai difficile da razionalizzare. Per capacità espressiva, contenuti e tecnica possiamo apporre a "Fungi..." il sigillo di qualità per aver saputo materializzare l'ignoto.
-|-|-» Work permeato di ottima conoscenza del racconto impersonato e mirevole attitudine nel coniugare quanto scritto nelle sue pagine ad una ricercata manomissione del suono. Ciò che mille parole non riescono tuttavia a descrivere lo potrà rivelare un attento ascolto. Fate in modo che ciò accada

- AD.VER.SARY - Bone Music -

Solo-project canadese del d.j. e remixer Jairus Khan, dedito professionalmente a manipolazioni dell'industrial sound e supporter nei gigs Nord americani di eccellenze quali Terrorfakt, Antigen Shift, Cyanotic, Adam X e Iszoloscope. L'artista, coerentemente con quanto appare nelle descrizioni che lo ritraggono, pare tenga particolarmente al proprio ruolo di "antagonista", sottolineando con vigore che Jairus Kahn significa socialmente "opposto", "controverso"...Ad.Ver.Sary. Tredici atti nella tracklist, tutti strumentali, che assumono i tipici connotati di un hard-industrial decisamente danzabile e variegato, non sprovvisto di piacevolezze che convinceranno anche gli ascolti più selettivi. Altra non trascurabile garanzia qualitativa è la label di appartenenza, l'ormai celebre Timpanik Audio, artefice di svariate produzioni che onorano da tempo gli archivi sonori di molti adepti del suono industriale. "Ancients", opening track, irrompe con elettronico fragore con laboriosi tratteggi ritmici e cadenze modulari da cyber-dancefloor seguita dalla successiva "Waiting For Gira", artigliata da bass line e scalpellate chitarristiche che ne elaborano il nucleo percosso a sua volta da secche rullate di drum machine. "Friends Of Father" manifesta un'indole pseudo-meditativa attraverso cadenzati drum beats, ruggenti campionamenti di chitarra in modalità soft intrecciati ad elaborazioni ritmiche di supporto. L'omonima "Bone Music" libera dilatati pads d'apertura subito incalzati da robotici allineamenti ritmici e dalle spirali dei progs di Jairus; percussività improvvisata ed incolori soffi di key nell'essenziale scrittura di "International Dark Skies" succeduta dalle sequenziali impurità affidate a "No Exit", un industrial/electro di ottimo spessore. "Number Nine" si rivela un episodio inizialmente destrutturato, prettamente rumoristico, che nello sviluppo si evolve in iper-stratificazioni percussive dalla prorompente meccanica, campionamenti, fx e nessuna melodia: solo l'implacabile flagellamento delle ritmiche e dei programmings. Electro beats di assoluta presa nella rigorosa "Just (spooks)" dal fosco turbinìo tastieristico alla quale seguono il synth talking di "Epilogue" ed il primo remix in questo caso di "Friends Of Father" riedizionata dall'artista IDM/down-tempo newyorkese Tonikom a cui si avvicenda "Bone Music (Antigen Shift Mix)", decisamente più attraente nella sua nuova livrea dance minded. "Number Nine (Synapscape Remix)" agisce sull'udito con la medesima potenza di un maglio azionato mediante ulteriori arricchimenti di techno-art sonica, loops ed ultra-strutture ritmiche. Bonus track "Urusai-learned Helplessness (destroy and contaminate mix by Ad.Ver.Sary)" è un azzeccato brano di coda entro il quale captiamo una meticolosa applicazione dei più elaborati precetti electro con particolare attenzione al corposo impianto percussivo, elemento che predomina apertamente in tutto il percorso dell'album. Track-list che non sottolinea un paragrafo di strepitosa innovazione del genere in esame, tuttavia, tenuto debito conto dei contenuti da noi ascoltati, possiamo senz'altro considerare "Bone Music" un perfetto strumento idoneo ad un'immersione totale in un industrial di ottimo conio.
-|-|-» Premete il tasto "play" e preparatevi ad un'incessante fluttuazione al ritmo di meccaniche strategie, catturati dall'ambiguo fascino dell'"avversario", capace di coinvolgervi in una danza senza tregua: ciò non è affatto un dettaglio di poco conto

- DHYAMARA - Govanath -

Debut release per il duo romano personificato da Ninfa (voice/lyrics) e Luca (synths/sampler/progs). Le purtroppo essenziali note biografiche in nostro possesso non ci permettono ulteriori approfondimenti riguardo la loro identità artistica; tuttavia possiamo affermare che la musicalità electro-gothic del progetto incarna in sè i fondamenti tratti dalla natura stessa, aprendo significativi punti di convergenza tra le forze degli elementi ed un sound convogliato verso orizzonti densi di ignoto, drenando nel contempo le primordiali energie provenienti dal vento, dal moto ondoso, dalla pioggia, dal sottosuolo e da ogni altra forma di vita terrestre. Il risultato è un ep di quattro capitoli che lascia intravedere uno stile espressivo tutto da esplorare ed in grado, se adeguatamente potenziato, di mietere importanti consensi. "The Rainfall", opening, si fa ammirare per le eleganti curvature vagamente Technoir, con la bella voce di Ninfa che predomina sulle danzabili strutture elettroniche di sostegno. Inquadriamo la successiva "Ariel" tra le più interessanti ethereal-electro songs emergenti di questo fine anno: liquefazioni synthetiche, melodie aggraziate, delicati cristalli vocali volteggiano disperdendo preziose scie argentate, così come "Shadows Of The Night" crea un climax ideale per una danza crepuscolare sorretta da flussi di synths, drumming secco e nervoso frammisto a coralità decadente. L'omonima "Govanath" conclude la breve tracklist offrendo un episodio trasognante, icastico, architettato sull'evoluto canto della singer accorpato appassionatamente ad un eterno pad tastieristico, accarezzante addirittura in qualche passaggio gli accenti così cari a Lisa Gerrard. Assolutamente equidistanti da ovvietà compositive o atteggiamenti divistici i Dhyamara hanno il tacito dovere di perseverare attivamente sul percorso corrente, non discostandosi da ciò che con tanto fervore sono riusciti a generare. Qualche miglioramento tecnico, inteso altresì come "rafforzamento" strumentale, sarebbe quantomeno opportuno ed apporterebbe alle future creazioni soniche maggior pienezza nonchè ulteriore valore. Il notevole potenziale dimostrato da questo disegno ci incoraggia a sostenerli da ora ovunque e comunque.
-|-|-» Siamo impazienti di conoscere gli esiti a lungo termine del fenomeno Dhyamara, effetti indissolubilmente legati alla loro capacità di non virare la forma ora intrapresa. Prodotti come "Govanath" non necessitano di ulteriori descrizioni ma di un attento ascolto. Ne resterete rapiti

- AERE AETERNUS - Humanity Needs No Funeral -

Album assai ostico da descrivere in termini prettamente musicali ma largamente interpretativo riguardo i temi che lo rappresentano. Questo album desidera essere uno specifico strumento di comunicazione, una sorta di messaggio chiaramente intelligibile che parla esclusivamente di morte, sondandone a fondo gli aspetti e le infinite diramazioni. Non attendetevi funeree melodie o malinconici arpeggi: quasi nulla quì viene musicato. Tutto il concept orbita attorno a lugubri quanto possenti ondate monocorde di samples e progs, provocando tumulti di dark-ambient minimalista sconfinante nel death-industrial. "Humanity..." è quindi il primo full lenght del quadrato francese dopo il demo del 1997 "Lammoth" edito dalla label italiana Black Tears Records ed il mini di tre tracce del 2002 "The Obsolete View", realizzato con i contributi di Hollowing + Metanemfrost. Tre membri della band vantano provenienze artistiche di un certo spessore: The One ha militato nei progetti Macabre Omen, The One, Razor of Occam. Ordog fece parte dei Frostmoon Eclipse e Stroszek mentre Cyr deriva da realtà come Dark Sanctuary ed Elktronik Society; Radu al violino ed ai samples completa la line up. Licenziato dalla Kaosthetik Konspiration quest'opera delinea una title-track dalla prolissità spossante, partendo con "Overture-Conspiracy of Rats" basata su un solo profondo accordo di key attorno al quale ruota un sottile strato di programming ed un rarefatto fraseggio che parla di depressione ed isolamento. Si continua tra le raggelanti atmosfere di "Humanity Needs No Funeral" anch'essa poggiata su ossessivo mescolìo di samples, lamenti di tortura e buio assoluto. "Rituel Pathologique (everything that never heals)" scorre tra un'incessante rombo di sottofondo, un indefinibile parlato, risate psicotiche e colonne di ghiaccio, così come "Conjuration Employed Towards Invocation of Lust and Destruction" spazia verso arie suicide ed interna sofferenza, configurando il suono su un unico accordo trafitto d
a femminei lamenti e tetri vocalizzi androgini che fraseggiano l'innominabile. "Life is Nothing but a Parody" è una compatta ed inesorabile profusione di suono dalle glaciali simmetrie mentre "Intermission- Transit of Chaos" esala un torbido insieme di onde synthetiche e stridori tastieristici. "Brotherhood Of The 7th Day (Das ist der Todesking. Er macht, daß die Menschen nicht mehr leben wollen...)" prosegue stordendo il conscio per mezzo di una solitaria scia di sessualità divenuta suono, interpretata da un ruggito di key e gemiti femminili riconducibili ad un perverso e doloroso gioco erotico, elementi che si avvicendano a "Final Words Before Cosmic Silence" dalle strutture investite da grigie radiazioni plutoniane, tuono di progs alla base e distorsioni vocali inneggianti a qualcosa di indicibilmente crudele. "No God Intervention" architetta un'aurea corrosa dal rombo dilatato delle macchine, laceranti proclami vocali e l'impressione che tutto intorno stia sprofondando, situazione molto attigua a "Hatred To My Last Breath" entro cui la morte stessa prende corpo facendo precipitare l'ascolto tra le algide pareti di un suono flagellato da percussioni infernali che provocano sgomento. La chitarra di Ordog chiude con "Epilogue - Not Exactly Reinventing The Wheel" magnetizzando la traccia con pochi, circolari accordi che si legano vicendevolmente con il senso del freddo. Album dall'anima spietata nonchè rigorosa rilettura dell'ignoto realizzata con l'intento di comunicare le inquietanti percezioni che ammantano l'ignota seconda parte dell'esistenza umana. Fatale ed efficace.
-|-|-» Riservato ad una specifica ensemble d'ascolto questo prodotto invita ad un'introspettiva riflessione sui tormenti che affliggono i nostri pensieri, specialmente nottetempo. Se l'analisi della morte non vi atterrisce..

- OMASPHERE - Prèlude -

Turbini di sonorità ricercatamente tribal-ambient/dark soundtrack per il duo francese Brice Amo (voice/santur/percussion) e Loic Noret (bass/percussions/claviers). Dopo un debut album del 2005 e significative collaborazioni con il progetto alternative-ambient dei Rajna nonchè con Olaf Parusel degli Stoa, gli Omasphere protocollano ora la propria arte nel full-lenght licenziato dalla Prikosnovénie impersonando stilisticamente influenze etniche ed a tratti medievaleggianti aderenti al filone Dead Can Dance. Le tracce, dodici, si susseguono con buona continuità tecnica risultando amabili e non intaccate da leggerezze di sorta: la tracklist esordisce quindi con l'ossessivo e mantrico coro bi-vocale di "Noum" seguita dalle raffinatezze strumentali di evidente matrice Gerrard/Perry appartenenti a "Platoun" ed ancora con le plumbee atmosfere medio-orientali di "Ortern", traccia dal fascino ambiguo di un'eclissi di luna. "Prelude 1" eleva un solenne cantico dalle strutture essenziali male vocals/key, mentre la susseguente "None" contempla paesaggi lontani, orchestrati da punte di basso, corde e voce malinconica, così come il soffuso etnicismo percussivo di "Loumat" fa assaporare speziate sonorità più a Est del Sole stesso. "Yguan" propaga vocalizzi che assumono le forme di una mesta riflessione notturna musicata su estatici tocchi di progs e studiate impostazioni di key alle quali seguono i tribalismi sonici della breve "Prelude 2" che ricrea perfettamente un'incursione entro le intricate selve africane. "Revocation" lambisce sponde marcatamente ethno-ambient mediante una scarna strumentazione a corde ed un lamentoso propagarsi di vocals, mentre "Kolparter Soma" inscena una bitonalità corale dal registro proveniente da latitudini orientali. "Ecifircas" a sua volta estende un profondo cantico dalla lentezza maestosa, pianificata su orchestrazioni tastieristiche essenziali e vocalizzi evocativi. Più articolata la conclusiva "Semfi", anch'essa screziata da etniche e sofferte elaborazioni nelle liriche, corde, basso e brezza di keyboard. Un album, infine, a tema, sobrio e riuscito nel suo intento di diffondere prefigurazioni di terre lontane privilegiando equipaggiamenti strumentali prevalentemente acustici e scolpendo formule vocali di chiara istanza ethnic. Chi è in grado di apprezzare quanto quì espresso non tema decezione alcuna.
-|-|-» Melodie affascinanti coniate con sorprendente semplicità e finalizzate verso l'esplorazione di culture parallele, il tutto arrangiato e prodotto da musicisti di comprovata capacità. Valido e coinvolgente

-LVCVS - Semen Roris -

Terzetto milanese composto da Andrea Tuffanelli (lute/saz/vielle/percussions), Serena Fiandro (harp/recorders/bowed/psaltery) e Nicoletta Petrus (voice), Il progetto crea arte new-folk acustica per mezzo di strumentazioni popolari riflettenti un blend perennemente in equilibrio tra sonorità Mediorientali e medievali, avvolte da una percettibile aura dark. "Semen Roris" rappresenta il secondo album dopo il release del 2006 licenziato dalla Twilight Records, "Cantiones Filicatae", avvalendosi ora di una maggior padronanza delle alchimie folkeggianti e dispiegando una title-track che conta undici episodi pubblicati questa volta dalla label Ars Aeterna. Apriamo con le litanìe di "Nocte" immerse nei fiati e negli arpeggi provenienti da lidi sonori orientali, continuando poi con "Morum Gradus", traccia dal femmineo canto accarezzato da tocchi di corde e lute. "Alba Mora" predilige coralità in duetto accompagnate da delicate strategie di archi, mentre "Fabella" richiama distintamente l'ispirazione orientaleggiante che anima la creatività dell'ensemble. "Lux" non si discosta dal precedente capitolo incentrato su scarne note di violino ed estatici apporti di chitarra, così come gli interventi percussivi di tamburello donano corposità alla successiva "Nox Hederata", costruita prevalentemente su essenziali interventi a fiato. "Vanae Imagines" estende bivocalità corale unitamente ai limpidi tratteggi strumentali fin'ora operati, i medesimi che ascoltiamo in "Hieme", predisposta su acuti vocalizzi ed ossessiva lentezza. "Lux Per Hedera" fluttua sopra uno spartito elementare di percussioni ed archi precedendo il visionario canto della susseguente "Aura". "Ros" conclude la track-list semplicemente su educati ricami di violino, liriche maschili e femminili cullate su un soave accompagnamento a corde. L'impressione complessiva dell'album riconduce ad un suono essenziale, statico assolutamente non pre-impostato ma non scevro di qualche imperfezione che tuttavia non ne pregiudica particolarmente i risultati. Confidiamo nelle future fasi evolutive dei Lvcvs quali elementi che rafforzino con rinnovato vigore le loro percepibili attitudini al new-folk sound, consolidandone definitivamente lo stile già di per sè persuasivo.
-|-|-» Album riferito ai cultori del genere che si sentano predisposti al classicismo acustico di matrice minimalista. Considerando i contenuti di "Semen Roris" possiamo comunque richiedere alla band ulteriori miglioramenti, certi che i Lvcvs sapranno esaudire il nostro incessante desiderio di sognare

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