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-|-|-» [ RECENSIONI / Review ]
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—- COSMIC INTENT - Collective Illusions -—
I coniugi elvetici Steve Hug (synth/bass/vocals) ed Eva (visuals) propongono questo autoprodotto giunto sulla nostra scrivania etichettato come "electropop" non scevro di interessanti spunti ma contemporaneamente anche di qualche pecca auspicabilmente risolvibile. Le canoniche influenze depechemodiane miscelate a vaghe arie post-Kraftwerk costituiscono una minima frazione dell'ossatura del duo bernese che evidenzia un pop elettronico non particolarmente complesso, leggero, per nulla pretenzioso, da consumarsi senza porsi troppi interrogativi essendo esso un tentato paragrafo evolutivo dello stile del progetto che fin dal 1984 esordì con il nome The Polyphonics. In attesa di una label che dimostri il proprio interessamento verso il loro operato essi sottopongono alla nostra attenzione dodici tracce relative alle songs proposte inoltre in svariati passaggi nelle radio alternative londinesi; incominciamo con l'opening impersonata da "The Seeker", ritmata e ballabile manifestante fin dalle prime battute l'anello debole dello schema compositivo dei CI rappresentato dai vocals di Steve che paiono stentorei, di scarsa presa. Proseguendo con "Love the Machines", elaborata secondo i più classici dettami electropop, udiamo torrenziali synths, drumming dinamico ed accattivante refrain anche in questo caso dal ridotto mordente a causa dell'inconsistenza dei vocalizzi del singer che rimangono costantemente sottotono ed anonimi. Flussi di ibride sonorità a cavallo tra sperimentazione ed automatismo kraftwerkiano in "Roboter Life" alla quale succedono le arie pregne di electro 80's di "Richt Now". Una ballabilissima "There's enough 4 All" sottolinea nuovamente qualche imprecisione nello spartito vocale che tuttavia riscatta se stesso attraverso una melodia assai gradvole pur nella sua ingenua semplicità. "Space Crusaders" processa ritmica danzabile, lineari progs in una traccia brillante e radicata entro concetti very clubby, mentre la strumentale "Bioelectric Fields" rielabora teoremi predisposti su sonorità robotiche. Nell'omonima "Collective Illusions" il canto di Steve sembra recuperare quota in questa traccia assolutamente attraente ed orecchiabile alla quale segue il vibrante programming di "Another Tale", aggraziata electro-song resa meno appetibile sempre dall'assetto vocal che pure in questo episodio non tocca indici soddisfacenti. "Undulating Ways" offre regolari strategie synthpop elettronicamente dinamiche, succedute dalle liquide scie introduttive di "We Are", interessante capitolo ma perpetuamente in debito di qualità vocale, poco intonata e catturante. Non mancano messaggi ecologici testimoniati da "Preserve the Rainforest", traccia di chiusura che privilegia atmosferici pads, electro ritmica e sussurri che evocano il verde intenso delle foreste pluviali. C'è chi segue le tendenze e chi invece le crea: i CI si predispongono nettamente sulla prima opzione con il loro stile sobrio ma sensibilmente in difetto di predisposizione al canto, dettaglio di fondamentale rilievo per smuovere l'interesse dei talent scouts delle labels. L'impegno e la costanza dimostrata fin'ora, unitamente alla volontà di emergere, depone comunque a favore del duo il quale dovrà, a nostro parere, aggiustare celermente l'impostazione vocale ridefinendone attentamente le strutture. Auspichiamo l'occasione di analizzare in futuro la versione riveduta e corretta di un album più convincente.
-|-|-» Electro-sound embrionale ma con discrete chances di progredire ulteriormente verso forme più definite e precise. Verificheremo in avvenire quali accorgimenti migliorativi avranno adottato Steve ed Eva e se il loro desiderio di spiccare il volo si sarà concretizzato. Fino ad allora. |
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—- REIZSTROM - Zettel am Zeh -—
La superficiale e frettolosa opinione fattaci riguardo i contenuti di questo autoprodotto, ben prima dell'effettivo ascolto in sede di recensione, si contrappone piacevolmente a ciò che invece abbiamo riscontrato nei suoi contenuti. Contrariamente quindi a quanto da noi elucubrato prematuramente sui Reizstrom, leggendone solo le note incluse nel relativo press-info, non ci troviamo innanzi al consueto electro-clone germanico ma, all'opposto, siamo colpiti dall'ottima propensione al suono sinthetico che sgorga copiosamente dall'album. Influenzati da frammenti Front 242, particolari curvature melodiche alla Nitzer Ebb nonchè dalle impostazioni vocali del singer ME simili agli accenti Covenant, il duo realizza questo full lenght in edizione limitata sfoggiando sedici paragrafi dal sound system claustrofobico inciso su ritmica ad elevata danzabilità ed arrangiamenti ottimamente curati, caratteristica presente anche nei tre remixes di chiusura. "And you came" apre la title track rivelando si in un ripetitivo, asciutto teorema electro-minded limato dai progs di Skip Intro, seguiti immediatamente dalla drum machine ed i synths inclusi nella bellissima "Hello". "Wütendes Glas (Coverversion von Grauzone)" riflette in qualche riferimento vocale le dimenticate reminescenze D.A.F. mentre l'ossessiva "Deep Breath" si erge su un essenziale rivolo di di lenti beats per minute irrorati metronomicamente da uno scroscìo di effects e vocals dalla timbrica piena. "24 Hours feat. Leather Strip" rivela addirittura un superiore calibro esecutivo grazie al prezioso contributo strumentale e vocale di Mr. Claus Larsen in una traccia aggressiva e di elevato lignaggio proponibile con successo in qualsiasi alternative club. La successiva "March of the Jerks" evolve in un potente quanto gelido grafico sequenziale sempre punteggiato dai vocals filtrati di ME; nuovamente un episodio di electro d'avanguardia ma diramante lunghe radici nella old school tedesca d'altri tempi in "Dynamo" che anticipa i lineari moduli di "Forward" e le ricercate strategie di "Helpless" rivolte ad un insolito concetto di electro-romanticismo. "Human Killer" avanza impetuosa sul proprio robotico tracciato percussivo, vocals alienanti ed algide nebulizzazioni di programming, succedute dalle rabbiose pulsazioni contenute in "Builton Stone", affidata nientemeno che alle cure degli ottimi Klangstabil, altri special guests in questo album di inattesa gradevolezza. Si prosegue ancora tra le nevrastenie di "Second Choice" e le ciclicità dei progs appartenenti alla techno-industrial "Strom Aus" seguite dal primo dei tre remixes "Forward (Spark remix)", traccia ultra-danceable, "Dynamo (Stahlfrequenz remix)" martellante e strategicamente clubber ed infine "Hello (Global Citizen remix)", perfetta rielaborazione in chiave dancefloor dell'omonima traccia già di per sè accattivante. Se desiderate porre fine alla tediosa quiete delle serate casalinghe concedete al vostro lettore di accogliere con onore i settantuno minuti e nove secondi compresi in questo prodotto di impura materia technologica. Ottimo album sotto ogni punto di vista. Promosso incondizionatamente.
-|-|-» Convincente release, equilibrato e non eccessivamente macchinoso. I presupposti per considerarli promotori di futuri capolavori sussistono quì e ora: impossibile quindi per noi perderli di vista! |
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—- GOSH! - Best of...GOSH! -—
Germania, patria di electro-pionieri. Ne è l'ennesimo esempio questo progetto rappresentato fin dal 2003 da Jochen Schenkluhn. Esordendo dapprima su Magix Wolfsheim Edition" remixando la song "Kein Zurück", componendo successivamente altri individuali e distinti volumi l'uno, il due ed il tre sotto l'appellativo GOSH!, l'artista vanta inoltre due collaborazioni con Velocity 127 rivisitandone la traccia "Escape to Dark Planet (GOSH! Alert Mix)", ed affidando al sua volta al progetto berlinese la propria "Facsimile Communication" prontamente remixata. Dodici tracce nel demo che abbiamo innanzi contenenti prevalentemente songs strumentali di chiara matrice electro/synthpop, loopate con fugaci interventi vocali pre-impostati e manifestanti una discreta predisposizione a congiunture soniche adatte all'ascolto meno smaliziato, passando attraverso aperture space minded ("Liftoff - Apollo 11") e filamenti post-Kraftwerk ("Vagabond Wave"), tracciando scarni arpeggi synthetici dall'ipnotico potenziale ("East-West Traffic"). Le soffuse percussioni pseudo tribali giocano con i flussi di progs e keyboard ("Praticise the Rhythm") continuando con modulazioni di synths dalle geometrie elementari ("Goa"), cercando in seguito nelle sonorità appartenenti a gloriose epoche perfino spunti dancefloor ("80's Rendevous"). Ingenue trame electropop evidenziano una radicata urgenza di potenziamento , non insitamente nello stile in sè ma piuttosto per ciò che concerne le strumentazioni impiegate dall'artista a noi apparse accessivamente "base" ("Rough-And-Ready"), cosichè proseguendo l'ascolto della demo-raccolta incrociamo episodi di oceanica electro-ambient ricca di suggestivi scorci ("The Dolphins and the Whale") oppure rivoli di sequencer ammantati da key ed un background di impercettibili ritmiche ("Through the Night"). Architetture soniche create su pochi accordi e limitato registro rischiano di annoiare l'ascoltatore meno incline alle rindondanze ("Dreams of Fear") contestualmente a
capitoli in stile recitativo poggiati su leggera base ritmico-sequenziale da cocktail lounge ("Herbst"), nonchè frammenti di embrionale electropop danzereccio ("Facsimile Communication"). Corrispondente alle canoniche peculiarità di molti demo-projects rileviamo in "Best of... GOSH!" gradevoli elementi attitudinali ma anche dettagli tecnici assolutamente da migliorare, incominciando con l'accrescimento della qualità e la tipologia dei suoni che in questa raccolta si presentano un pò troppo "home made". Sviluppando il sound con impianti più sofisticati ed apponendovi pentagrammi più articolati il progetto rivelerà appieno il proprio arsenale. Nulla è davvero impossibile.
-|-|-» Potenziale ancora tutto da decrittare e compartire con ordine, associando il tutto ad una speranzosa dose di ambizione della quale Jochen necessita per uscire dalla condizione di anonimato: se così sarà sentiremo ancora parlare di questo nuovo esploratore dell'electro sound. Arrivederci, Mr. Schenkluhn! |
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—- HAVING THIN MOONSHINE - Having Thin Moonshine -—
La collocazione post-Patty Smith affibiata dalla critica alla band veneziana è una caratteristica che l'ensemble accoglie contemporaneamente con favore e con misurato distacco specificando apertamente la propria reale autonomia espressiva, dettaglio non necessariamente speculare a particolari schemi provenienti dall'illustre artista menzionata. Rimangono tuttavia certune innegabili inflessioni nei vocals della singer Ally in larga parte accostabili ai metodi canori tipici della Smith, che siano essi frutto di timbriche non intenzionali o meno. Il quartetto edito dalla Ark Records evidenzia un blend che trae vita da una early-wave folkeggiante, introducendo passionali contenuti sia strumentali che lirici; la tracklist consta di dodici punte che esordiscono con la traccia-simbolo della band, "Salomè", song che diede i natali agli HTM, arpeggiata su malinconiche corde di acoustic guitar manovrata da Pietro Baldan, drum beats rullanti prodotti dalle bacchette di Jacopo Campi ed i femminei vocalizzi di Ally, i medesimi che animano "Giblets of Sorrow" dall'essenza a tratti più rock-oriented. "Point of View" fluttua attraverso visionari vocals unitamente ai vivaci intarsi di chitarra e basso, mentre i domini di wave oscura emergono nella sofferta "Take Promises". Ancora velocissime trame chitarristiche per l'ottima "Lifeless Eyes" dalle lievi sfumature Dead Can Dance che precedono l'indefinibile ballata costituita da "Kidding", psicotica e difficilmente assimilabile. In "Vanishing" predominano arie dense di drammaticità cantate attraverso una serrata claustrofobia vocale, così come in "Nobody" si tracciano inquiete bitonalità e arabesque chitarristico-percussivi di buon pregio. "Skeleton in a Red Box" inscena un articolato pop-rock simile a qualche episodio stile Morrisey mentre la susseguente "Confidence" certifica l'inclinazione degli HTM verso soluzioni poliformi mediante estese puntate vocali e background strumentale prettamente acustico basato su corde e percussioni. "Jingle" è una scattante nevrastenia sonica punteggiata da vocalizzi in assetto "spot" che precedono la conclusiva "Little Progress", song solo apparentemente lineare ma dagli imprevedibili sviluppi rincorsi da una concitata progressione chitarristica. Il debut album in esame rivela quindi uno stile compositivo non comune, interpretando un particolare spartito ammantato però di ermetica impenetrabilità, elemento che scoraggerà un numeroso coinvolgimento in termini di ascolto di massa. Se finalizzato esclusivamente verso una cernita di pochi ma devoti accoliti, il full degli HTM ha pienamente raggiunto lo scopo preposto.
-|-|-» Impetuose virate vocali e formule d'accompagnamento in simbiosi con le evoluzioni della singer per un contesto sonoro disposto su molteplici schemi fino all'ottenimento di un distillato dal retroguso amaro, a tratti austero, comunque lontanissimo dall'immediatezza. Se l'audacia ve lo consente, accostatevene. |
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—- ANNI HOGAN - Kickabye -—
Particolare sperimentazione edita dalla Cold Spring Records nel doppio, insolito debut album di questa "geniale" compositrice, songwriter, d.j. e promoter inglese la quale vanta un curriculum di tutto rispetto considerando le trascorse collaborazioni con l'onnipresente Marc Almond, The The, Einsturzende Neubaten, Japan, Adrian Sherwood, Nick Cave, esperienze perfezionate negli 80's, epoca da cui proviene questo lavoro rimasterizzato, spigoloso, comprendente guests del calibro degli artisti testè citati in aggiunta a Foetus, (Siouxsie & the Banshees), Yello, Simon Fisher Turner,Gini Ball, Anita Lane, Lydia Lunch nonchè ben sette tracce prodotte da Barry Adamson. Il primo cd rappresenta l'originale versione dell'ep realizzato oltre di vent'anni fa dalla Hogan per la label Double Vision appartenente a Paul Smith dei Cabaret Voltaire, a cui si aggiungono altre dieci tracce in una miscela di stili ed espressioni assai ricercate. Incominciamo con "Vixo", in perfetto Nick Cave's Style il quale intona uno sgangherato e buio psicodramma apparentemente privo di orientamento melodico ed opacizzato da una spettrale armonica. "Burning Boats" gode delle articolate sospensioni vocali dell'ex Soft Cell Marc Almond elaborando imprevedibili evoluzioni accompagnate solo da un violino ed un fosco tappeto di piano, così come "Just Like Drowing Kittens" costituisce uno sperimentale dark-swing edificato prettamente sui vocalizzi di Anni. "Marat" si poggia quasi esclusivamente su un malinconico pianoforte, lo stesso che l'artista utilizza per musicare l'omonima "Kickabye", rarefatto e soporifero obscure-blues. "Delirious Eyes" percorre linee più orchestrali su un cupo asse piano/guitar e la bella voce dell'artista affondata in echi che nuotano all'interno di ronzii violinistici; di nuovo inconsuete trame vocali, lentezza strumentale prevalentemente acustica sempre basata su combinazioni piano/violino/voce ed un tenue segmento di drumming in "Hope and Fears". "Wasting Time", prima traccia dalla struttura più dinamica, è un interessante episodio entro il quale convergono melodia e savoir-faire strumentale mantenendo nel contempo un certo fascino che aleggia nella song. Catartico schema per la sinuosa "Senseless" dalle ambigue movenze piano/drum/voice, mentre "Fleurs Dolls" espone sia nell'intro che nello sviluppo una sinistra nenìa infantile attorno alla quale Anni ricama un raffinato blend di pianoforte e key in assetto tra lo sperimentale e la soundtrack. "The Frost Comes Tomorrow", prima delle tre songs nell'album originariamente realizzate da Marc Almond, circoscrive tenui note pianistiche ed un flusso di femminea voce su base ambient precedendo la successiva e similare "The Huster". Il medesimo registro lo ascoltiamo procedendo con "Blood Tide" dalle solenni toccate di pianoforte ed anche in "Margaret", ennesimo poema strumentale esteso esclusivamente su tasti e pentagramma da camera. Il primo volume si conclude infine con la bella rivisitazione di "Burning Boats (Foetus Drum Version)" percossa da un'inquieto drumming. Il secondo capitolo comprende sei tracce delle quali "A Place to Belong" costituisce l'overture attraverso percettibili inflessioni pop-wave 80's tipiche della Almond's school, come pure in "Everything We Do" che ricorda da lontano lo stile dei Book of Love. "Self", signorile nella sua veste orchestral-pop, prosegue la tracklist incontrando in seguito la melodrammatica "Story so Far" e le ibride pose di pop frammisto ad un simil-country nella ballata dal nome "Each Day". Ultimo atto, "Blue Nabou", rivela una forma electro-minded intersecata da flussi di piano e drumming jazzato, sonorità arabeggianti e caleidoscopiche visioni che chiudono questo inquieto trip proveniente da un passato remoto oggi più contemporaneo che mai.
-|-|-» Concettoso disegno assolutamente non "easy listening" vietato ad un ascolto superficiale. Ad Anni Hogan conferiamo il merito di una pubblicazione coraggiosa, distante intere galassie da produzioni convenzionali. Bandite le misure intermedie amerete quest'opera fino al delirio o la detesterete in eterno. |
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—- LIA FAIL - Restless Eyes -—
Due frammenti sonori dei quali il primo, "Restless Eyes", è estrapolato direttamente dal recente album "Leipzig" da noi già recensito nell'apposita sezione. I bolognesi LF affidano al singolo in questione le virtù e le attitudini musicali sceverate nel full-lenght proponendo l'obscure folk che caratterizza il look sonico della band. Rimarcando ora le medesime impressioni precedentemente descritte possiamo quindi certificare nella traccia la sottile grazia armonica percepibile globalmente anche nelle differenti songs prodotte dalla band, nonchè una mirabile coniugazione di buona timbrica vocale nelle liriche di Andrea Carboni supportato dai backing vocals di Tiziana Andreoli ed Elisa Norelli e dalle strutture acustiche operate dai players. Tutto ciò nell'omonima "Restless Eyes" alla quale fa seguito l'inedita "Battlefield" dalle curvature marzial-apocalittiche sostenute da drumming militaresco, chitarra, violino ed un testo pronunciato su tonalità basse ed evocative che scorrono in questa dark-ballad. Due testimonianze che apportano valore aggiunto all'ensemble che sarà quindi costretta ad innalzare ulteriormente le proprie capacità fino al raggiungimento di vertici d'eccellenza.
-|-|-» Seduzione assicurata e convincenti interplay tra vocals e stile acustico. La cultura folk applaude. |
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—- TOUR DE FORCE - COLOURS IN LIFE -—
Chiunque abbia seguito fin'oggi l'operato artistico del progetto bergamasco TdF non potrà non avvertire un vago senso di disorientamento durante e dopo l'ascolto del nuovo album, sensazione non affatto immotivata provenendo essa da un inevitabile confronto tra le sonorità alle quali la band ci ha storicamente abituati rapportate a quelle attualmente disponibili nella nuova release, "Colours in Life" promossa dalla Breakdown Records. Il binario evolutivo del front man Christian Ryder pare voglia infrangere quel sottosuolo che fin'ora ha trattenuto l'incognita identità della sua electro-piattaforma facendo volgere, forse, lo sguardo verso lidi maggiormente ambiziosi e rivolti ad un differente, recettivo pubblico. Fedeli al persuasivo slogan "We're NOT Underground" ed oggi al più concreto "Underground is finished", sperimentando nel frattempo certune variazioni strutturali nell'organico, la band abbraccia nel nuovo lavoro svariate scuole espressive toccando emisferi pop, wave, sottili alchimie house, jazzate, non tralasciando tuttavia la matrice sonica originale che dirama le proprie radici nel sempre fertile humus electro 80's. Veste grafica elegantissima, un booklet all'interno offre immagini che spaziano dall'archeologia industrial alle decadenze degli scorci invernali inaugurando la title-track con un synthpop screziato di reminescenze new wave in "I am the Phoenix", realizzata anche come video-track che sembra pianificata appositamente per introdurre la nuova singer, Roby. "Modern Affair" ripropone le eleganti e tanto care accentazioni di Christian sospinte da disimpegnate macchinazioni electroniche; la susseguente "Grey Is Not Enough" replica il femmineo modulo vocale circonfuso da malinconiche melodie synthetiche concedendo l'ingresso al successivo, imponente sound tecnologico ammiccante alle piste di "What you wanna to do with your Life" con la bella voce della vocalist in assetto dance-oriented. "Dancing Days" migra verso soluzioni synth-dance retrocedenti
al sound di scuola Alphaville risalente ad antiche ere anticipando nel percorso la susseguente "Love Hideout", traccia preannunciante le nuove stesure easy-pop d'atmosfera destinate ad un ascolto di più ampio raggio; "Masterplan" propone un synthpop armonico e ben concepito edificato su synths ed un danzabile background di programming recuperando nuovamente in seguito sia le più recenti inflessioni electropop, sia gli apporti di suoni e ritmica esplicitamente risalente all'epoca 80's per "Psychoanalysis for the Masses" vocalizzata appassionatamente da Roby. Medesimo registro anche per la regale "Breathe With Me" che si evolve leggera e dolce come un soffio di brezza primaverile attraverso cristalline basi di synth alla Yazoo seguite dalla houseggiante "We are NOT Underground" la quale, coerentemente al titolo, rimescola e stravolge letteralmente tutte le originarie geometrie stilistiche dell'ensemble, in questo episodio diametralmente opposte all'impronta TdF da noi conosciuta, ora
caparbiamente alla ricerca di nuovi e più prestigiosi sbocchi. "Marry Me" è una traccia very-listenable, proiettata in un'ottica electropop che seppur gradevole susciterà non poche perplessità nei seguaci del suono definito "non convenzionale", identicamente alla successiva "Stagioni", song che rimanda nei tratti addirittura a licenziose, edulcorate virate commerciali simil-Garbo. Ci si riscatta con la techno energia di "Interrupted Boys", affresco post-moderno dalle rettilinee battute sequenziali intervallate da loops, campionamenti di sinfonie classiche e flussi di synth fino al raggiungimento dell'insolita strumentalità presente nell'omonima "Colours in Life" che non rinuncia a sua volta a qualche picco post-psychedelico. A monito di un'irrinunciabile natura elettronica radicata nel dna del progetto la conclusiva "Consensi", episodio interessante, dispiega concetti lirici attigui al Battisti più cerebrale e tecnologico. Album poliforme, controverso, sperimentale, ma non affatto carente di buona musicalità ed inventiva, sinonimo di versatilità stilistica e di camaleontica capacità di dominare il suono. Una scelta che, onestamente, considero davvero coraggiosa.
-|-|-» All'ascoltatore il sommo giudizio riguardo la nuova forma degli odierni TdF, equidistanti, mai tuttavia eccessivamente, dai tragitti prettamente sinthetici delle trascorse ere che evidenziarono il progetto lombardo al pari di una microscopica ma significativa icona dell'electro emergente. Siamo curiosi di conoscere l'enigmatico responso. |
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—- VV.AA Negative Impact VO.3 -—
Interessante raccolta di ben diciotto capitoli per l'ultra avanguardistica label di Chicago PFF fondata nel 2002 e specializzata in industrial/EBM. Ogni singola traccia della compilation detiene la specifica funzione di smobilitare ogni indolenza e stimolare gli istinti di danza high-energy, compito affidato e portato a termine da bands provenienti dal tessuto underground americano le quali hanno dimostrato in gran parte del disco una significativa valenza. Il quartetto dei Critical System Error deflagra in apertura con la devastante "Digital Antichrist" spiccatamente industrial e dalle spietate battute ritmiche manovrate dal progetto capitanato da XERO. Si prosegue affondando in pozze ricolme di gelido mercurio con gli Angels On Acid e la loro "The Vile", una harsh EBM dalla robusta architettura sonica seguita dai grandi Bicarbon 13, autori di una perturbazione technologica titolata "Burn Baby Burn" entro la quale i vocals di I.Gor ed i synths/progs di Xero One (OXIME) testimoniano il rinnovato talento di una new electro generation sempre più evoluta. I woofers rimbombano implacabili sotto la spinta delle impetuose percussioni di "Unleashed (Trance Authority remix edit)" dei più noti Diverje provenienti dal New Mexico il cui front man Tommy T vocalizza feroci anatemi contaminati dalle macchine; si prosegue poi con i Saled In Silence e l'inquietante "Brutalsspiel", oscura come la nera anima virtuale di un cyborg-assassino. I neozelandesi N.U.T.E. edificano la successiva "Red Light Red Eyes" ipnotico industrial-metal che sferza pesanti riff chitarristici incorporati ai progs curati dal duo Drew Lyon/Roxy Riot, così come il solo-project statunitense Fluid configura un'incursione in foschi territori di industrial sperimentale dalla battitura caratterizzata da spigolosi interventi di guitar su lente scie di drumming e keys inacidite. Ritmica scattante e schizofrenie vocali in "Seven States of Panic" dei Concept 7, in attesa del loro nuovo full lenght previsto per il 2010. Industrial goth/metal abrasivo quanto basta per i Jilt con "Embrace" oltrepassato dalle pulsanti esposizioni di progs e chitarre nella traccia dei God's Black Magic autori della song "Artificial Indifference" da ascoltare a volume stellare. Il proseguo è a cura dei texani Paul Fredric /Marshall, alias Asmodeus X e la loro "The Bright Ones", una electro track lineare e priva di accenti esasperati che anticipa la successiva band proveniente da Brooklyn dei Things Outside The Skin, ottimamente predisposta su un suggestivo assetto di industrial d'atmosfera vocalizzato da Chvad SB nella traccia "Whatever happened to Carson?". "Machine Infected" degli Off World Kick Murder Squad è un complesso marchingegno cablato da intermittenze rumoristiche, chaos sequenziale e psicotica sperimentazione, mentre i californiani Phase Theory offrono la susseguente "Lost", un'alienante EBM screziata dagli interventi vocali di Kirk Graham. "Coma", song appartenente agli Alien Implant, riversa impetuosi torrenti keys/progs e litanìe post industrial mentre gli anonimi TV assicurano orde di spettrali incubi technologici con l'ossessiva "Death Matermix" avvicendata dal one-man project di Baltimora chiamato Medic con l'essenziale "Megalopolis", strumentale traccia post-modern. I Voltage C.D. chiudono la lunga rassegna proponendo "Voltage Girl", dai freddissimi, femminei vocals fraseggiati in tedesco. Una compilation quindi che denota in modo esaudiente quanto sia produttiva la fabbrica electro americana percorrendo in questo esempio la tracklist di "Negative Impact VO.3", ennesima raccolta d'avanguardia che mantiene costante il livello di interesse creativo.
-|-|-» Avanzate funzioni techno-industrial e valido collage di artisti che meritano visibilità. Ai cultori del genere ipercinetico ne consigliamo caldamente un minuzioso ascolto |
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—- NEW RISEN - Dark Winter -—
Tutt'altro che solare il prodotto del solo-project francese NR il quale sotto brumosi influssi della coldwave in voga negli anni '90 incominciò il proprio percorso artistico nel 2001, proponendo oggi al nostro ascolto un album di soli sei capitoli dai contenuti che riflettono solo una tiepida interpretazione del teorema gothic/electro. Ad eccezione di un paio di tracce da ritenersi persuasive sotto il profilo tecnico-compositivo, l'artista appare fievole, ansioso di apporre un suo personale marchio stilistico che tuttavia spesso risulta quasi improvvisato; la voce possiede di per sè una discreta timbrica, ma i fraseggi e l'impostazione globale della stessa possono sollevare giustificate perplessità sia nella pronuncia dei testi sia nell'adeguamento delle liriche alle melodie che appaiono, specie al primo ascolto, lievemente sconclusionate. Licenziato dalla label Blue Forest Production il congegno NR esordisce con i lunghi rintocchi di campana e le austere percussioni dell'omonima "Dark Winter" traccia che evoca una solenne quanto pagana celebrazione del rito invernale attraverso uno schema oscurato da vocalizzi sufficientemente afflitti e marmorei inserti di synth/drum machine nel refrain strumentale. "Your Ghost" rivela, oltre la voce, un secondo anello incrinato nella concatenazione sonica dell'album, ovvero l'eccessiva semplicità di un sound che pare spesso arrangiato e generato con una certa approssimazione nonostante la buona spinta musicale della quale pare rivestito. Mrlamort, membro della post-rock-gothic band dei Nova Et Vetera, collabora alla stesura di "Pandora's Box", traccia dall'indole malinconica e cantata senza particolare vibratilità, così come la successiva "Blood Party" espone un affiche screziato da ritmica electro-swing avvolta da key e vocals involuti. Basso, chitarra e gong, a cura del già citato Mrlamort, intervengono in "Private Cell" dalle più convincenti e complete orchestrazioni impiantate su ritmica mid-tempo, vocals meglio impostati e sonorità complessiva tendente ad accentazioni Cure. La bonus track è la buona rivisitazione di "Your Ghost" nel mix elaborato da Monochronic il quale regala pregevoli risvolti ed effetti studio-made ad una traccia che rivela comunque la cronica, discutibile gestione vocale che resta perennemente statica ed incolore. Per chi desiderasse sperimentare le versioni acustico-remixate della tracklist esaminata postrà avvalersi di una parallela pubblicazione titolata "Blood Party Remixes" by RoMaEs, d.j. e musicista francese celebre per i suoi contributi a remakes dei Depeche Mode, Mika, Sarah Mc Lahan ed altri ancora. Chissà che le riedizioni in questione possano convincere meglio di quelle originali da noi testè ascoltate non certo rivolte ad una platea dal palato particolarmente esigente. C'è molto in "Dark Winter" su cui riflettere e, soprattutto, molto altro su cui porre rimedio.
-|-|-» Album dal trend tendente al ribasso ma presentante nel contempo sporadici sprazzi di creatività, benchè incapace di concretizzarsi appieno ed assolutamente bisognoso di aggiuntiva professionalità. Occore ben altro per stupirci |
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—- TREHA SEKTORI - Sorieh -—
La sfuggevolezza di questo progetto dark-amient/religious/drone francese ci impedisce di elencarne i tratti identitari, ad eccezion fatta per le essenziali informazioni riguardo un autoprodotto di cinque tracce risalente al 2006 intitolato "Demeh.Sorh.Kaena", due partecipazioni alle compilations "Angst Essai" volumi 1 e 2 nonchè alla raccolta "Mouth of the Night" del 2005. Il suono, di chiara istanza dark, sottopone l'ascolto ad un'incessante condizione di oppressività, come se l'anima stessa fosse stata inalata da una terrificante dimensione parallela che inscena freddissimi sussurri, echi notturni, riverberi, torture e rituali di innominabile perversione. Il linguaggio della title-track è a noi sconosciuto tuttavia, a qualsiasi provenienza esso appartenga, si incastona perfettamente nell'atmosfera ed alla non-musicalità delle otto inquietanti vicende soniche licenziate dalla Kaosthetik Konspiration delle quali "Entori Kethesnah" costituisce l'opening, assimilando appieno il corpus angosciante di un film horror attraverso un susseguirsi di manipolazioni echeggiate, bisbigli, indecifrabili rumoreggi di sottofondo alternati a raggelanti urla. Esplorazioni in territori ambient di oscura suggestività in "Tentureh", dilatata all'infinito per mezzo di foschie monocorde dalla pesantezza insostenibile e glaciali frammenti prodotti da una campionatura di suoni di imprecisata natura, espandendo il sound in eterne dissolvenze. Il fluire congiunto di dark-noises, algidi fraseggi e lunghissime percussioni trasfigurano la percezione spazio-temporale che diviene presto vittima della spettralità dei suoni inclusi in "Temneh Oh Sentireh", seguita dalla sperimentale "Interseiah Neh" che adopera ogni stratagemma per rendersi psicotica tra il sommesso sibilare della voce filtrata da echi e bui tratteggi di key. "Presceth Keonah" sprofonda in subissi di inchiostro nero ebano, percossa da pseudo-ritmica tribale e resa inquieta da lontane intromissioni vocali essudate da uno sciamanico fraseggio. La successiva "Solva Entera" ritrae il sound in allucinati simbolismi coniando un complesso insieme di delirio e crepuscolo in attesa di qualcosa di indefinito che parrebbe volersi manifestare da un istante all'altro. Un sinistro mantra costituisce l'essenza di "Senteoreh Kerassiah", ennesimo episodio di torbida alchimia dalle percettibili volontà di sofferenza, dall'arcano desiderio di evocare dolore in un mix congiunto di proiezioni vocali da cattedrale ed espansioni sonore protratte oltre il tempo stesso. "Reasiah Rehenerah Resoreh", ultimo atto, non differisce dai precedenti essendo anch'essa materializzata su un tormentato spartito di dense tenebre perforate solo dagli immobili interventi loopati che defluiscono in una galassia di suono rimbombato dal tocco di ghiaccio. Se l'immersione in un simile contesto non vi atterrisce, lasciatevi avviluppare dalle spire di questo release per una tempistica che andrà ben oltre la durata dell'album. Ci sentiamo dunque in dove
re di segnalarne le soprannaturali potenzialità.
-|-|-» Surreali formulazioni di pura, spietata tenebrosità dal concreto spessore evocativo e foriero di impure atmosfere riservate ad un ascolto consapevole e mirato. Oltre il gelo, "Sorieh" |
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—- TWICE A MAN - Slow Swirl -—
Probabilmente i musicofili più attempati, come il sottoscritto, non avranno dimenticato un nome simbolicamente significativo nel panorama early-electro/wave come quello degli svedesi TAM, esordienti nel 1978 sotto l'appellativo Cosmic Overdose e trasformatisi definitivamente nel 1981 nell'attuale line-up composta da Dan e Jocke Söderqvist in aggiunta a Karl Gasleben. L'album ora al microscopio Dsidiano è una raccolta riferita ai primi anni di attività del trio comprendente tracce edite tra il 1983 ed il 1985 ottimamente rimasterizzate e distribuite in versione digipack dalla prodiga label AD Inexplorata. Undici imperdibili passaggi si succedono in una tracklist dal gusto squisitamente retrospettivo, inanellante una dopo l'altra storiche, quiete tracce pregne di riferimenti compositivi sfruttati anche da parecchi progetti musicali ora in auge. Si incomincia con la strumentale "In Thin Air" dagli scarni moduli e dalla ripetitività ossessionante percorsa dall'accoppiata synth/drum-machine, per continuare in seguito con i freddi inserti vocali di "Out of Focus", traccia dalle imperscrutabili movenze di wave elettronica di prima generazione. Prima delle tre co-produzioni con Mikael Fölsch è "Observations from a Borderland" arabeggiante epigono che riflette essenziali sfoggi di progs e cupe partiture vocali a loro volta punteggiate da uno schematico reticolo di synth, per proseguire in seguito con "Divided Light", lenta e lisergica, dall' introversa aura sonica. "Large Glass" propone atmosfere alienanti ricreate con impeccabile maestrìa entro la quale si snodano mesti vocalizzi accorpati ad una cavernosa timbrica percussiva e veli di tastiere che precedono l'entrata della successiva "Swirl" emanante incorporee opacizzazioni di keys in un dilagare verso vocals dall'indiscutibile carisma evocativo che seguono il meccanismo di una cupa drum-machine. Si procede poi con il modulare ronzìo tastieristico di "Tribal Ways" che, dopo un esteso segmento introduttivo, si poggia sulle liriche meditative del singer erette su sorde palizzate ritmiche ed arie da sogno. "Nowhere" apre su scheletriche stonature di synth-bells che fungono da base sulla quale scivola un onirico pentagramma vocale saldamente ancorato ad una lungo monocromatico accordo generato dalla tastiera. Piano e key incorporano l'intro di "Plan F" dalle inflessioni drama-oriented composte dalle meste toccate sui tasti, sporadici e fuggevoli effects e totale assenza percussiva, elementi che anticipano il passaggio di "Only Relief" paradigma di maestosa electro-wave dai battiti ritmici in modalità meccanica, liriche dall'espressività distaccata eppur così coinvolgente, greve e nobile nelle sue sfumature. Terza delle tre bonus-tracks, dopo "Plan F" e "Only Relief", è "Japanese Letters" unico evento dinamico dell'album in corso d'ascolto che durante tutta la propria percorrenza ha manifestato un climax assolutamente riflessivo, evidenziando proprio nella sua traccia di coda l'essenza di una perfetta new wave elettronica screziata da rarefazioni chitarristiche e toni vocali vagamente zen su un potente, sostenuto prog-drumming ballabile fino allo sfinimento. Ottima proposta quindi ed importante opportunità per rispolverare l'indimenticabile arte che ha caratterizzato schiere di heroes quali i TAM, epici, sotterranei nonchè meritevoli di attenzione soprattutto da parte delle nuove generazioni nerovestite e con capigliature che sfidano ogni legge gravitazionale.
-|-|-» Portamento signorile ed algida grazia in questo flashback che delinea una geometria compositiva della quale innamorarsi istantaneamente, trasportando l'ascolto in un prezioso entroterra sonico degno di considerazione. Impossibile pertanto immaginare un rispettabile archivio privato di questo release. Fondamentale |
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—- AYTHIS - Glacia -—
Prikosnovènie. Il sigillo di qualità della label è già di per sè assicurato e certificato anche da questo secondo album, dopo l'esordio con "Doppelgänger", per madame Carline Van Ross (vocals/instruments) artefice del solo-project Aythis ed interpretante un sentiero goth/ambient con accenti classical che l'artista francese oggi celebra al pari di liturgie stilisticamente opposte alle sue precedenti militanze in goth-metal bands quali Leithan Dreams e Remembrance. Il concept delle sei lunghe suites presenti nella tracklist ritratta profondi tematismi riguardanti incubi, la malinconia sottoforma di reazione ad uno stato di isolamento, la morte stessa. Percettibili migliorìe si rilevano in "Glacia" rispetto al precedente debut-album, offrendo ora spunti sonori più curati e professionali in presa diretta con la funerea tristezza di un sound sentitamente afflitto. "The Violet" apre la sequenza con il mesto connubio vocal-tastieristico di Carline cantato su soffi di lontane percussioni in una traccia più simile ad un desolato inno alla solitudine. Accordi pianistici ed inflessione vocale intinta nel gothic per l'autunnale "Le Temps d'un Voyage" alla quale fa seguito la maestosità introduttiva di "Autan Noir" eretta su signorili pose di key entro le quali si animano le modulazioni vocali della singer che evocano cupi scenari preannuncianti angoscia. "Glacia", traccia omonima, tocca infiniti percorsi di keyboard sulla quale Carline sembra sussurrare ignoti fraseggi nel nebbioso crescendo orchestrale che lasciamo per raggiungere l'incorporea tristezza di "Forget Me Not", profonda quanto basta da declamare la vivezza dell'abbattimento attraverso il comprovato registro strumentale composto da fluenti accordi di key ed oscura rarefazione percussiva, il tutto sempre elevato dalla magica impronta vocale dell'artista. In "Moonlit Path" si avverte infine un'alienante senso di spleen che traccia perimetri di pura desolazione circondando l'ascolto di un'aura depressa, difficilmente descrivibile a parole. L'album non tradirà le aspettative emozionali di chiunque si ritenga incline al chimerico fascino di armonie che, per natura, sanno abbracciare la notte.
-|-|-» Decadente Eden entro cui si rifrange l'esaltazione malinconica della dolcezza nonchè riuscito compendio sonoro di mesta spiritualità. L'espressione dello sgomento ha dimora quì |
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—- SOUNDGAZER - Like Gravity -—
Terzetto canadese di Toronto edito dalla Pose 9 Entertainment, entrato in scena nel 2006, composto dal singer Voytek (vocals/guitar/synth), Rany (bass/vocals) e dal drummer Pat Piper. Lo stile consta di un energico synth-wave-rock dalla danzabili ritmiche innalzate su melodie e refrain pianificato per insinuarsi nella memoria. Quattro episodi in esame componenti la breve tracklist dell'ep ora sottoposto al laser del nostro lettore: si incomincia con l'omonima "Like Gravity" che convince immediatamente per accuratezza vocale ed efficacia nonchè per un'apprezzabile pulizia esecutiva che rilancia comprovate strategie electro-wave. "Stay the Same", disponibile anche come bonus music video, incalza dinamicamente con un corposo appoggio di prog/guitar/vocals dispiegati su un sentiero percussivo evidentemente dance-oriented mentre la successiva "Thoughts Felt" rinnova i contenuti che propongono la buona arte electro entro cui predominano le logiche di un lineare sequencer ottimamente punteggiato dagli accordi vocali di Voytek. "Generations" conclude la rassegna con synth-drumming processato, graffianti riff di chitarra elettrica e refrain piacevolmente 80's. Pochi mesi, presunibilmente, ci separano dall'annunciato full-lenght "Inner Speech" che, considerando i presupposti da noi ora analizzati, si delinea già sorprendente. Ci auguriamo di poterlo annoverare tra le nostre future recensioni confidando che il resto dei contenuti si contraddistinguano positivamente come il materiale quì ascoltato. Pur recitando la parte degli illustri sconosciuti i Soundgazer promettono reazioni di autentico godimento presso una platea di futuri fans. Il nostro sereno giudizio reputa il loro operato perfettamente in grado di non deludere.
-|-|-» Riservando un verdetto più dettagliato in sede di album decretiamo l'esordio ufficiale di una band dotata di ammirevole capacità e fautrice di un preludio artistico incoraggiante. Che queste speranze non conoscano mai smentita |
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—- LSD PROJECT - Infection -—
Elaborati artifici e teoremi industrial/electro/EBM costituiscono questo release che interpretiamo più che un'infezione, un autentico trip da acido lisergico incorporante tutte le devastazioni psicofisiche provocate dalla letale sostanza. Otto episodi procreati negli asettici laboratori sonici ad opera del milanese Lex Noxell (vocals-synth-progs), in questo debut cd dalle inquietanti strutture sinthetiche. A seguito delle costruttive partecipazioni in illustri compilations quali "Extreme Sündenfall" + "Extreme Club Experience", il progetto lombardo conia questo lavoro che, se opportunamente distribuito, svolgerà appieno la propria funzione di veicolo predisposto alla massiccia diffusione del Noxell's sound. La tracklist dell'ep esordisce con i quattro freddi e modulari accordi di key ed i meccanici electro-beats di "Intro", la quale dopo la propria percorrenza concede il passo alla vera, impura natura industrial dell'omonima "Infection", dichiaratamente aggressiva e letteralmente travolta da drumming pneumatico, scroscii di progs e vocals inaciditi. Introduzione gutturale e potente iperstruttura sequenziata aprono "Elektro Suicide", song perversa che fonde feroci proclami a lineari assalti di electro-danzabilità, così come la successiva "S(hit)" elabora segmenti sonici di grande impatto mediante un ultradinamismo ritmico associato al programming che sfreccia a velocità stellare unitamente ai filtrati interventi vocali di Lex. Versione ulteriormente adornata da soluzioni dance-oriented nel remix di "Infection" by Chemical; identica architettura anche per il remake di "S(hit)" rielaborato per le piste dai francesi Tamtrum seguita dalla seconda ripresa di "Infection" riedizionata magistralmente dalla piattaforma X-Fusion. Chiudono il quadro della title-track le battute ipnotico-technologiche di "Elektro Suicide" ricostruita dagli statunitensi Dawn For Ashes. Pur non costituendo una radicale metamorfosi dello scenario industrial, l'esperimento LSD Project ha attivato positivamente la pulsantiera del proprio congegno attraverso una capace manipolazione strumentale, elevando il suono ed incattivendolo su apprezzabili livelli. Imprescindibile una copia nel box di ogni d.j che si dichiari electro-alternativo.
-|-|-» Convincente combinazione techno-allicinogena abile nell'accerchiare il subconscio, provocando nel contempo distorsioni sensoriali ed amplificate percezioni dell'ambiente circostante. Per organismi in grado di reggerne gli effetti |
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—- THE EXPLODING BOY - Afterglow -—
Il motivo per cui nell'ormai lontano Maggio dell'anno 2006 si verificò letteralmente il sold-out al Fair Club di Stoccolma in occasione del debutto dei THB è ora facilmente intuibile, dopo il primo ascolto di "Afterglow". Il progetto quadrangolare svedese è concretamente produttivo, preparato tecnicamente nell'esposizione di miscele post-punk alternative e rinunciante a sterili sperimentalismi, riuscendo ad inserire infine l'album in un entourage di fresca apprtenenza new wave. Johan (vocals/acoustic guitar), Les (lead guitar), Stefan (vocals/guitar) e Nik (Keys/progs), affidano dieci tracce alla gloriosa label scandinava AD Inexplorata, ritracciando solchi sonici oscillanti tra old school ed avanguardia, mix stilistico influenzato da importanti militanze di Johan come ex Prune e Fake Moss e di Les come ex Kodji e Run Level Zero. La band ha inoltre partecipato con un certo successo all'ultimo Wave Gothic Treffen di Leipzig autodefinendosi come il perfetto punto di convergenza tra i Cure e gli Interpol. Le tracce dell'album, battutissimo dai d.j.'s svedesi, esordiscono con le battute rock-wave di "The Right Spot" raggiungendo la post-punkeggiante "40 Days" la quale dona ampio sfoggio di coinvolgente ritmica, vocals catturanti e, soprattutto, piena padronanza delle chitarre. "London" passa in rassegna lontani echi stile Chamaleons e pose più indie accostabili ai My Bloody Valentine mentre "Heart of Glass" delinea una sostenuta dinamica che privilegia piacevoli atteggiamenti pop-wave ed accordi d'effetto. Chitarra acustica e voce espongono le aggraziate arie di "See You", succeduta dall'incantevole blend di "What You want to" caratterizzata da tracciati vocali assai melodiosi che risparmiano in ingenuità riuscendo comunque a rendere la song immediata ed effervescente. Palpabili accenti alla Joy Division/Cure nella fase introduttiva di "Intervention" miscelate nel successivo sviluppo da procedure di alternative rock-wave al quale fa seguito l'impianto guitars/drum/prog di "Desperados", traccia che tuttavia non rivela particolare attenzione. Contrariamente alla precedente song, la Robert-smithiana "Let the Right One in" diffonde ottime atmosfere di sano ceppo after-punk che incrociano geometrie strumentali dense di phatos. La title-list si conclude tra la pacatezza ipnotica di "Exploder a Mig", adatta ad un rilassato sottofondo per riflettere. Album dalla tempra ben definita e mirevole opera atta a dimostrare la statura raggiunta dall'underground scandinavo. Potreste vantane una copia che non sfigurerà nella vostra nutrita collezione, specialmente aggiungendola al settore "must".
-|-|-» Valida testimonianza di un genere che non sembra conoscere tempo, riconfermante la propria flessibilità nel riuscire ad incorporare elementi di storica concezione ad intuizioni compositive di più innovativa appartenenza. Oseremmo davvero chiedere di più? |
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