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-|-|-» [ RECENSIONI / Review ]
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—-INTERFERENZE - Interferenze -—
Duo fiorentino impersonato da Giacomo Salani (vocals/guitar/electric bass) e Luca Fucci (synth/piano/progs) i quali posteriormente all'ep "Indelebile" del 2006 approdano al full lenght che porta l'omonimo nome del progetto. "Interferenze" è un album che importa sonorità convulse, un blend electro-rock, corroso da caustici interventi industrial che fanno convergere lo spartito verso inclinazioni strumentali altrettanto ferite da pesanti interventi chitarristici. Non mancano altresì taglienti incursioni vocali; la deflagrazione guitar-bass contenuta nell'opening track "La Resurrezione" conferma la descrizione testè introdotta scorrendo parallelamente a curate sezioni electro minded, le medesime che aprono "Moto Perpetuo" immediatamente aggredita da livore vocal-chitarristico. Scattante ritmica sospinge "Indelebile", imprevedibile e polimorfa, dapprima in assetto lineare prog-synth ed in seguito crivellata dai riff della chitarra e dal drumming rock oriented. "Dentro un Attimo" si attenua inizialmente attraverso un buon lavoro di programming divenendo nel relativo refrain più aggressiva pur senza raggiungere il parossismo dei trascorsi capitoli. Electro-percussions intessono la bellissima "Sacrifici Chimici" dalle accattivanti strategie synth/electric-bass/guitar irrobustite da ulteriori apporti di elaborazioni vocali che si irradiano nella corteccia cerebrale unitamente ad un sound abilmente stoppato. Rock elettronico di ottima concezione in "Fuori Tempo", traccia high-speed e di gran vigore succeduta dalla strumentale "Indivisibile", aperta da un tenue modulo pianistico trafitto in seguito da affilate incursioni di guitar-noise e prog per una traccia dal breve minutaggio ma tra le più intense della tracklist. "Un Gioco Utile" innalza devastanti inni ipersonici su prorompenza percussiva e granitiche emissioni di pura elettricità chitarristica, così come le electro-spirali incluse in "Fluido" intagliano irte schegge vocal/guitar sostenute da ritmica rockeggiante. "Punto di Contatto" scansiona rigide formule electro-percussive riflettendosi in un circolare diagramma dal testo evocativo. Sconfinamenti electro-metal screziati di punk nella brutale "Demone", dalle trame alternanti pause semi-silenziose a repentine accelerazioni di rovente magma chitarristico a cui segue l'ossessovità delle corde elettrificate di "Senza Lacrime (Solo male al Cuore)", traccia che diffonde disperate atmosfere e sofferenza d'animo, il tutto avviluppato entro un lungo manto di key, tocchi di synth ed acidi prolungamenti di guitar innalzando la song tra i maggiori vertici di gradimento presenti nella title-track. Dopo questa accurata analisi possiamo infine decretare l'album degli Interferenze come un test di capacità ottimamente compiuto unitamente ad un'apprezzabile assenza di inutili atteggiamenti divistici. Un meritato plauso.
-|-|-» Evoluzione del concetto electro-rock ostentante freschezza e nerbo creativo e provvidenzialmente equidistante da futili dettami di mercato. Al progetto fiorentino l'arduo compito di superarsi. |
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—- LAUFEYIAR SONR - Vorst -—
E' impressionante notare l'enorme quantità di artisti emergenti, o veterani, e di conseguenza quanta varietà stilistica sia presente nel circuito dark-ambient. Nomi noti, altri, molti, meno conosciuti se non addirittura mai uditi. LS, olandese, dal 2001 crea un ricercato sound di rara intensità. L'ha dimostrato nel suo primo tre tracce "Ragnarok Noisez Vol.1", poi con il successivo "The Grimhild Promo" che includeva brani composti e perfezionati tra il 2002 ed il 2003 ed infine con "Touchtunie Sampler" ove appaiono anche eccellenze quali Fundation Hope e Protocol Novikov. "Vorst" rappresenta oggi il primo full lenght ufficiale del progetto. Distribuito dalla Neuropa Records l'album incorpora un insieme di tenebrosa electro-ambient, soffi di industrial sound ma, soprattutto, la capacità di cristallizzzare il tempo mediante lunghissime traiettorie soniche e moduli ipnoticamente affascinanti. "Grey", opening, è un breve effluvio di keyboard intossicata da un brusìo di sottofondo che cede il passo a "Through the Burren", predisposta sulla tenue marzialità della drum machine regolata dalla ripetitività del settore prog e dalle severe immissioni di tastiere in stile ITN. Un'incessante viola (campionata?) arpeggia "White Girl", seducente a tutto relax nel suo ripetitivo dispiegamento di loops. "Grimhild" diffonde un'ampio spettro di pulsante programming che costituisce l'ossatura stessa nella traccia dalla quale dipartono successivi tocchi di key dal retrogusto militaresco. Lenta circolarità ritmica anche per "Red Bar", meccanicamente dispiegata mediante rotazioni di progs e modularità glaciale a cui fanno seguito le nebbiose fasi iniziali di "Three-Coloured Fields", fosca traccia industrial-ambient dalle marmoree e solenni strutture. Distorsione e ronzii nella sperimentale "Second Fire" ove quasi null'altro si ascoltà fuorchè un'inondazione di interferenze e noise-effects. "Sì an Bhrù I" dipana un ethnic-sound ipnotico associato al supporto di drum-programming, sequencers ben congegnati e secchi interventi di siderurgica key, contesto sonico ripetuto pure nel proseguo della stessa song ovvero "Sì an Bhrù II" nella quale le logiche sequenziali e percussive vengono potenziate fino a raggiungere estasianti vertici industrial. "The Trickster Strikes" è un segmento di veloce electro-drumming accorpato a sincronie di effetti e pads, così come le atmosfere notturne della conclusiva "Grey Park" paiono estrapolate dal lento sprofondare in acque color cobalto. Un album elaborato con coerenza, personalità, vantante specifiche virtù di metodo e fantasia, elementi che non mancheranno di sorprendere piacevolmente gli assertori dell'emisfero dark-ambient più radicale. Un debutto da ricordare.
-|-|-» Progetto stilisticamente autonomo, limitante al massimo pesantezze strumentali e nel contempo dimostrazione di ottimo ambient-entertainment dal fascino elettronico presieduto da una freddissima spirale di cupa ossessività. Senza dubbio un pioniere. |
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—- TOT LICHT - In Fear of the Light -—
Il processo di recupero di un filone musicale quale la new wave o lo stesso electro-dark è incominciato da tempo; le bands devote ai generi in questione si moltiplicano numericamente, replicandosi come tenebrose cellule sospinte dall'intenzione, più o meno coronata da successo, di impersonare quel nucleo sonico maledetto, irretendolo in evoluzioni a volte di eccellente spessore srtistico. I TL, duo proveniente da Rimini, conferma quanto espresso con un dodici tracce autoprodotte di assoluto pregio nelle quali non latita l'esaltazione di un lacerante tormento interiore. Attivi dal 2006 ed influenzati da riferimenti di nobile lignaggio queli principalmente Sex Gang Children, Lacrimosa, Alien Sex Fiend, il duetto Lou Rumble (male vox) e Lover Mokt (all music) inscena un claustrofobico cabaret di wave elettronica a tratti schizoide, intersecata da glaciali esecuzioni che attingono nel goth e nel dark la loro seconda identità. Opening track è "Forever Oblìo", tempestata da psicotici vocalizzi curati da Lou su drumming incessante intrecciato ad un distorto synth. Fredde emissioni vocali anche per "Black Salvation", rito electro-wave contaminato da marzialità espressiva e virulenza strumentale a cui fanno seguito gli idilliaci persorsi dell'allucinata "The Evil", supportata sempre dalle visionarie propagazioni vocali di Lou. Dark-key ritmica cadenzata, i backing vocals di Lover e le liriche del singer recitano l'inquietante testo di "Ario" a cui seguono le ibride pose post-punk/electro di "Other Planet". Scarno drumming e psicotismo vocale alla Alien Sex Fiend in "Claustrophobia", sviluppata su stridenti pattern chitarristici succeduti in seguito dall'intro di "The Rain", irrequieta traccia densa di monocromie vocali ed i consueti, gelidi beats della macchina ritmica. "Transilvania", coerentemente con il proprio titolo, è un breve interludio esclusivamente su oscura key ed i vocals di Lover, mentre l'allucinata "Living in my Reason" si anima attraverso una timbrica percussiva moltro dry e ipnotici tocchi di sincopato lirismo. Si giunge alle tortuose convergenze vocali di "Dead Line" proseguendo con la pseudo-recitazione di "Black Forest", sottomessa ai dettami di velenifera dark-wave accorpata ad un malinconico retrofascino così come "Routine by the Heart" è scandita dalla lentissima drum machine e freddezza vocale che ne percorre il brevissimo tragitto. In linea con larga parte delle autoproduzioni l'album soggiace ad una fisiologica esiguità negli arrangiamenti nonchè nella limitazione strumentale, elementi che tuttavia non riducono sensibilmente la specifica funzione del disco che consideriamo una più che dignitosa interpretazione dei TL, protagonisti di un buon episodio dalle evidenti inclinazioni dark-wave-electro e costituenti l'ennesimo sigillo da apporre ad un nuovo underground italico incalzante e gagliardo.
-|-|-» Rigorose traverse soniche descrivono questo full lenght dall'essenza contorta e dalle strutture ossessive. Perfezionando e potenziando il loro già apprezzabile stile i TL velocizzeranno l'iter di integrazione verso ambiti ben più prestigiosi. |
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—- PRURIENT - THE BLACK POST SOCIETY -—
Realizzato dall’artista americano Prurient - aka Ian Dominick Fernow – molto conosciuto nell’ambiente Noise Music per i suoi diversi lavori - “The Black Post Society” (Cold Spring) vede il costante alternarsi di momenti di “quiete” a vere e proprie tempeste di rumore. A un inizio rabbioso con Specter Of A Child, segnato da urla distorte, fa seguito un pezzo come Forever Hate caratterizzato da un’atmosfera di quiete che scioglie la collera e la tensione che si erano create precedentemente. Questo schema si ripete in tutto l’album, in modo direi quasi circolare, mettendo in luce lo spirito di quest’artista, che seppure musicalmente ancora un po’ acerbo, cerca di donare a generi come Power Noise e Black Industrial, una componente più umana dando spazio alla parola seppure gridata, seppure distorta. Significativa è soprattutto la parte conclusiva di “The Black Post Society” con le canzoni Wooden Weapons, Mask Of The Boys e Months Lengthening Into Years, in cui Prurient miscela con abilita un inizio lento e sussurrato a un canto di rabbia e disperazione.
-|-|-» Un lavoro di pura emozione che merita attenzione…
» --------------------------------- English Version --------------------------------- «
Composed by an American Artist called Prurient - aka Ian Dominick Fernow - who has become well-known in Noise Music for his various releases - “The Black Post Society” (Cold Spring) is characterised by the repeated alternation between moments of quietness and turbulent noisy tempests. This scheme is repeated in a circular way all through his last work and it evokes Prurient’s attitude to give Power Noise/Black Industrial genres a more humanistic component. The “words” have a great gravity in his work even if they are deformed and cried out aloud. “The Black Post Society” opens with the song, Specter Of A Child, which is of pure anger represented by the distorted screams of the artist. In the following song, Forever Hate, the preceding tension seems to fall down leaving space for a dull calm atmosphere. Truly attractive is the last part of the cd, with the songs Wooden Weapons, Mask Of The Boys and Months Lengthening Into Years, where Prurient has gently mixed together a slow calm beginning with a chant of nervousness and fury.
-|-|-» The Black Post Society is a purely emotional work and even if it is in some way a bit immature it merits one’s attention… |
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—- SATORI - KANASHIBARI -—
Il progetto Satori si è costituito nei tardi anni Ottanta per terminare nel 1996. Si deve a Justin Mitchell, con la collaborazione di Neil Chaney (Pessary), l’idea seguita qualche anno dopo di riformare il progetto. “Kanashibari”, realizzato originariamente in vinile nel 2007 da un etichetta giapponese, è uscito poi su cd prodotto dalla Cold Spring e con l’aggiunta di una bonus-track intitolata Pavor Nocturnus. Il tema portante dell’album è la rappresentazione di quella condizione/malattia indicata come paralisi nel sonno anche detta “paralisi ipnagogica”. Questo aspetto si riflette tanto nella scelta del titolo dell’album - “Kanashibari”, un termine giapponese il cui significato letterale è "legato nel metallo” – quanto nell’uso come cover-picture del dipinto di Fussli (1741-1825) “L’incubo”, che si ritiene essere la più significativa raffigurazione di tale malattia come una possessione satanica. Satori da vita ad un climax sempre più angoscioso attraverso un’intensa manipolazione dei suoni. I titoli dei vari brani (come Hypnagogic State; Nocturnal Fury; Paralysis; Pavor Nocturnus; Threshold Consciousness) si riferiscono allo sviluppo di tale “condizione”, che si manifesta quando al risveglio del cervello dalla fase di sonno REM non corrisponde un risveglio del corpo in cui persiste una sorta di paralisi a bloccare i movimenti. La musica, che ha uno straordinario carattere visionario, è orrorifica e sofferente come a riflettere il progredire di questa malattia che determina un crescente stato di terrore tanto simile alla paura della morte. Punte di diamante dell’intero album sono brani come Paralysis e Threshold Consciousness, ma è tra tutte proprio l’ultima, Kanashibari (circa 10 minuti), a essere la traccia più interessante di quest’album
-|-|-» Un ottimo lavoro!
» --------------------------------- English Version --------------------------------- «
Satori, formed in the late 80s ending in the 1996. A little later, Justin Mitchell had the idea to resurrect this project with Neil Chaney (Pessary). “Kanashibari”, which was originally released on vinyl in 2007 by a Japanese label, is now released on Cd by Cold Spring, with the addition of a bonus track Pavor Nocturnus. The inner theme of this cd is the representation of the condition/disease called “sleep paralysis” and is reflected both in the choices of the album’s title - “Kanashibari”, a Japanese word literally meaning "bound or fastened in metal (from kane "metal" and shibaru" to bind) and also in painting “The Nightmare” by Fuesli, which is considered to be the depiction of this disease as a demoniac possession. It was chosen as the cover picture. Satori built an increasingly anguishing climax by a strong manipulation of the sounds. The tracks’ titles (as Hypnagogic State; Nocturnal Fury; Paralysis; Pavor Nocturnus; Threshold Consciousness) refer to the development of this state, which may occur when the brain awakes from a REM state, but the body paralysis persists. The music, which has an extraordinary visionary character, is creepy, horrifying and anguishing so as to reflect the progress of this condition and determine a growing sensation of terror so as to suggest the fear of dying. Diamond Points of the whole album are songs like Paralysis and Threshold Consciousness, but it’s the last one, Kanashibari (10 minutes length), which has to be the most remarkable one of the whole cd.
-|-|-» An excellent work! |
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—- THE TRIPLE TREE - GHOSTS -—
“Ghosts” (Cold Spring, 2009) si inspira alle atmosfere spettrali e profondamente immaginifiche dell’opera di M.R. James (1862 – 1936), storico e scrittore inglese noto soprattutto per i suoi racconti di fantasmi. Creatori di questo interessante esperimento sono The Triple Tree, gruppo composto da due musicisti d’eccezione come - Tony Wakeford e Andrew King – con cui hanno collaborato artisti quali Kris Force, Renee Rosen, Guy Harries, Autumn Grieve and John Murphy. “Ghosts” è un album dinamico e diversificato che sa avvicendare momenti diversi combinando elementi letterali, sonorità neo-folk, medioevali, neoclassiche, minimaliste ecc. Alcune canzoni finiscono così per avere una natura estremamente delicata come quelle intonate dalla splendida voce della vocalist Autumn Grieve, Ghosts–Prologue o quelle che si sviluppano come toccanti duetti, The Malice of Inanimate Objects o la conclusiva The Ghosts Of England. Altre sono, invece, significativamente caratterizzate dallo stile Sol Invictus, come i brani The Stalls e Black Crusade. In altre ancora differentemente è presente una voce recitante che si impone sulla musica ridotta solo a un rumore distante e lontano, The Ash Tree e Lost Hearts possono considerarsi esemplificative in tal senso. Tony Wakeford non ha solo composto la musica ma ha anche scritto i testi per buona parte dei brani di “Ghosts”, a eccezione di quelli che si rifanno direttamente agli scritti di M.R. James.
-|-|-» “Ghosts” è un lavoro curato e ben fatto che merita un attento ascolto anche per la sua abilità nel ricreare le atmosphere dei racconti di M.R. James. Quello in cui però The Triple Tree sembrano aver mancato è nel dare una profonda unità alle diverse tracce che a volte sembrano perdersi in momenti musicali poco significativi.
» --------------------------------- English Version --------------------------------- «
Ghosts” (Cold Spring, 2009) is inspired by the highly imaginative atmospheres of M.R. James’ (1862 – 1936) poetry, who was a historian, an author and was well-known for his ghost stories. The creators of this noble experiment are The Triple Tree, which is composed of two considerably interesting musicians - Tony Wakeford and Andrew King helped out by Kris Force (Violin, Voice), Renee Rosen (Violin), Guy Harries (Voice, Flute, Melodica), Autumn Grieve (Voice), M (Sounds, Electronics, Vibraphone, Marimba) and John Murphy (Drums). “Ghosts” is a dynamic and diversified work which alternates different musical moments, mixing others such as - literature elements, folk music, avant-garde, medieval and neoclassical music, minimalist drones etc. In fact, some songs are very delicately interpreted by the vocalist Autumn Grieve or developed as impressive duets, examples of which are Ghosts–Prologue, The Malice of Inanimate Objects and the last one The Ghosts Of England. Others tracks are more vehemently marked by a decisive SOL INVICTUS’ character, like The Stalls and Black Crusade. Some others are characterised by a spoken voice which imposes itself on the music that eventually becomes just a distant noise, such as in The Ash Tree and in Lost Hearts. Tony Wakeford not only composed the music of most of the songs but also wrote the lyrics, except for those that use texts directly from M.R. James’ stories. The album is packaged in a digipack sleeve with a noteworthy cover art by Andrew King.
-|-|-» “Ghosts” is worth listening to for being capable of reproducing the anguishing atmosphere of M.R. James stories even if there’s a lack of a deep amalgamation of the songs that here and there are losing themselves in not so relevant musical moments. |
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—- DEADWOOD - RAMBLACK -—
Dopo il buon esordio con l’album di debutto “8 19” uscito nel 2005, lo svedese Deadwood ci regala con la sua ultima fatica, “Ramblack” (2008 Cold Spring), un lavoro più maturo e completo rispetto al precedente. I brani tutti molto lunghi (non meno di 7 minuti ciascuno!) si estendono in un turbinio di suoni violenti che si susseguono, senza posa, a comporre un tessuto sonoro a dir poco infernale. Deteriorate, brano d’apertura, ci accompagna a tratti quasi dolcemente nell’universo cupo, denso e terrorizzante di questo artista. Molto significativi pezzi come Null And Void, Forakt e Bloodcult rabbiosi ed esplosivi, dominati da una vocalità distorta e ridondante. Nessuna luce filtra tra le maglie di quest’album che si conclude con un bracno Akeldama che ci accompagna sempre più negli abissi infernali.
-|-|-» Lavoro interessante e complesso per soli appassionati.. |
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—- ROSE ROVINE E AMANTI - Demian -—
Quando, a seguito dell'attento ascolto di un album, permane il desiderio incondizionato di un successivo riascolto, la conclusione è pressochè scontata. La tracklist ha adempiuto perfettamente al proprio duplice compito, ovvero intrattenere e comunicare. E' ciò che accade in "Demian", quarto full-lenght dei capitolini RReA, ospiti in passato anche nella nostra area interviste. Dieci tracce intrise di neofolk, neo classicismo ed elementi affini al gothic; il suono è sempre altamente evocativo, ispirato, strutturato mediante strumentazioni acustiche miscelate con mestiere. La band capeggiata dal front man Damiano Mercuri edifica quindi quest'ultima opera licenziata dall'ormai prodiga Cold Spring, avvalendosi di un'ampia coorte di players ai quali è affidato con cura ogni singolo tassello sonico. "Il Gatto osserva", opening track, scandisce il testo su ricami guitar/violin, percossi da drumming folkeggiante, così come l'affascinante timbrica vocale di Noemi York sussurra l'intro dell'omonima "Rose Rovine e Amanti", sostenuta in seguito dai vocalizzi di Damiano e da un'educata formula chitarristica e classicismo strumentale. L'alternarsi di liriche sia in lingua italiana che inglese rende policromatico l'album che riprende con "Demian", esposta in anglosassone ed elevata, oltre che da convincenti vocals, anche da un apparato acustico gestito con apprezzabile preparazione attraverso chiaroscuri chitarristici e drum beats marziali unitamente ad un percettibile senso di intrinseca sacralità. "Il grande Tradimento" dipana suggestive inflessioni sonore alla Death in June, testo impegnato ed una massiccia quantità di gradevolezza nell'intreccio drum/voice/guitar/piano di ormai comprovato effetto. "From Desperation to Victory" coinvolge con garbo su traiettorie solo apparentemente monocromatiche, mentre l'intensa "The End of this World" alterna liriche bilingue nei limpidi accordi di chitarra classica, basso ed un delicato supporto di piano. Crepuscolare e non priva di esplicita spiritualità "Paura del Demonio" è una slow ballad edificata su vocals riflettenti antiche influenze Liftibiane, secco drum noise e buon lavoro di corde sia classiche che elettriche. Animata da splendido senso cristiano "Mille Serpi" inquadra perfettamente la nobile natura dei RReA in una song entro la quale si agitano gli spettri ed i demoni trafitti, esorcizzati ed infine sconfitti dalle implacabili liriche del crociato Venturi. "Noi ritorneremo" esalta inebrianti profumi violinistici, piano e vocalizzi malinconici; "Ave Maria", decima traccia, allinea sublimi arie di chitarra in contenuti lirici che espongono una pentita confessione attraverso la quale si rianima la sofferta richiesta di perdono Mariano, per una traccia che consideriamo di eccezionale valore. Per contenuti, simbologia, coerenza e vibratilità promuoviamo "Demian" relegandolo tra gli album underground nazionali più meritevoli di quest'ultimo quadrimestre. Per quanto concerne i RReA, non dubitavamo affatto riguardo questo esito.
-|-|-» Calligrafia complessiva che pur non toccando eccellenze soniche riesce ad integrare un solido apporto emozionale ad un'ammirevole attitudine al neo-classic, incantando i sensi mediante convincenti alchimie destinate a sopravvivere nel tempo. Che il futuro deponga ai loro piedi Rose, aggiri le Rovine e consacri in eterno gli Amanti. |
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—- SAUDADE - Bad Dreams -—
American project curato personalmente dal boss della famigerata A Different Drum, Todd Durrant. Il mini ripropone una song scritta originariamente negli anni 80's ripulita da imperfezioni, attendendone l'apprezzamento dei nuovi synthpoppers. Il blend è costituito dal canonico stile ADD, limpido, curato negli arrangiamenti e destinato indubbiamente alle piste. Tre versioni della stessa traccia si alternano vicendevolmente incominciando con la veste originale di "Bad Dreams", studiata su electro ritmica, synths e vocals palesemente anni ottanta. Accattivante e danzereccia la prima re-interpretazione curata dai Rename con "Bad Dreams (Rename Mix)" elaborata con le più recenti strategie electronic. "Lost Diamonds" è un altro remake del demo risalente anch'esso a più di un ventennio fa, presentandosi oggi all'udito mediante una struttura sonica quasi minimalista con vaghi scorci ipnotico-depechemodiani. Quarta ed ultima traccia "Bad Dreams (Rename Club Mix)" esalta le potenzialità del brano su base ultra dance rivolta esplicitamente ai d.j's più inclini al synthpop discreto e di accurata fattura. Un prodotto, quindi, di regolare electro-routine, non ambizioso ma decorosamente proponibile, da ascoltare e ballare senza eccessive rivendicazioni di originalità.
-|-|-» Riuscita congiuntura tra melodia elettronica e stile dancefloor. Se amate il ADD's sound ne sarete inevitabilmente irretiti. |
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—- PARRALOX - Electricity -—
Electropop multidimensionale, accentuato da iridescenze melodiche di rapida presa nonchè da spensierata freschezza e qualche ovvietà di troppo. Ecco in sintesi il fulcro compositivo del trio australiano dei Parralox giunto formalmente al proprio debut album. Le sonorità si suddividono, traccia dopo traccia, in molteplici aspetti assecondando l'identità dell'artista al quale è dedicata ogni singola song. Infatti nel booklet ad ogni titolo corrispondono nomi di bands, e non solo, ai quali sono rivolti i concept dei brani. La prima delle quindici tracce composte da John Von Ahlen è la vivace "Europe" (dedicata al celebre scrittore fantascientifico Arthur C. Clarke) in cui le voci delle vocalist Amii e Roxy rivestono un ruolo di spicco in una song immediata e danzabile. "Black Jeans" (dedicata a Laura Palmer) rivela un semplice meccanismo sonico di natura electro-swing mentre "I feel in Love with a Drum Machine" gioca con pose estremamente mainstream, ambito entro il quale si riflette l'intero album. Ritmica molto Human League e synth che ne richiama le reminescenze in "Eastern Wall" (dedicata invece ai Depeche Mode), song dalla classica inquadratura synthpop che precede la successiva ed omonima "Electricity" (dedicata al mitico arrangiatore e produttore britannico Martin Rushent), episodio dalla palese inflessione dance-floor. "Sharper than a Knife" sarebbe un ottimo e potenziale hit single che spicca per disarmante semplicità, azzeccato calibro delle ritmiche nonchè aggraziata impostazione vocale; la song è dedicata al regista David Linch. Sequencers e drum machine dispiegano le trame di "Lovely" (dedicata a Jean Michel Jarre) in un capitolo a nostro avviso del tutto trascurabile. Maggior grinta e più convinzione in "I heart You" (dedicata a Gary Numan) al quale non dispiacerebbe affatto un ascolto con questa traccia ben sequenziata ed appartenente ad un contesto melodico attiguo (a tratti) a quello dell'artista in questione. Titolo non sospetto "You and me Both" richiama refrain e strutture complessive a certune trovate di casa Alison Moyet & Vince Clarke, così come "X-Minus One" rimanda, ma solo in minima parte, a vaghe matrici New Order. Al detective del paranormale Carl Kolchak è dedicata "Underground" dalle sonorità peccaminosamente commerciali che precedono la susseguente "We believe in Electric Love", dedicata ad Alan Moore e Doctor Manhattan, song piatta, esangue di scarso interesse. A Larry Niven, altro autore fantascientifico statunitense, è rivolta "Factory Friends" song comunque poco originale. Macchina ritmica e suggestive atmosfere vocali very Pet Shop Boys in "The end of Summer", traccia che riscatta per gradevolezza la propria inclinazione ad ovvi schematismi di mercato. Al grande John Foxx è dedicata infine "Should not be", brano dalla scarna intelaiatura e cullato da sonorità influenzate dall'artista stesso. Porre in discussione le attitudini creative dei Parralox sarebbe errato in quanto indubbiamente valide. Ciò che ci lascia perplessi è una cronica incapacità di spingersi oltre una circolare e limitata elaborazione soffocata da una certa inconsistenza easy-listening. Daremo loro un'altra chance.
-|-|-» Se amate ardimentosi pentagrammi o prodezze undeground lasciatevi alle spalle questo album rivolto invece a chiunque non sia refrattario al synthpop di effimera consistenza. |
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—- (((S))) - Ghost -—
Un nero-grigio alone di mistero avvolge l'identità di questo one-man project danese presisposto su emisferi post-punk influenzati dai canonici ed epocali mostri sacri quali Mission, Cure e Joy Division. "Ghost", debut album realizzato dalla AF Music, viene pubblicato in seguito al singolo "Ghost in the Snow" presente anche nella tracklist del sampler "Howly Night". Le undici tracce del full lenght rappresentano, per quanto discretamente, un tragitto sonico ancora troppo stereotipato per potersi definire autonomo, un particolare che oggi, più in generale, operativamente sembra non significare più molto. Il (((S)))'s sound è melodico, abbattuto, sospinto da chitarre darkwave e drum machines alle quali si sovrappone la voce del singer polistrumentista in un contesto globale pregno di sonorità alquanto omologate. "In the Shadow of a Shadow", traccia d'apertura, è un'allegoria di riflessi decadenti, forse un pò naif, detenente tuttavia un certo fascino creato attraverso circolari accordi di guitar e refrain d'effetto. Molto bella "Mesmerized" esalta la scuola Mission su serrate manovre di corde elettriche, drumming sostenuto, una vellutata key e vocals che erigono nell'insieme una song dall'autorevolezza adatta a qualsiasi alternative club. La successiva "Mamachild" replica in larga parte ciò che abbiamo udito nell'opening track, mentre "Deathtrip" stratifica guitar noise accostabile agli spartiti dei Cure ma con successivi sviluppi che non scalfiscono la regolare superficie di una più che regolare goth-wave. "Naked sfoggia maggior personalità e presa sull'udito presentandosi come un'ombrosa ballata nella quale si articolano microcosmi chitarristici e vocalizzi che, come in tutto il resto dell'album, avrebbero potuto essere calibrati su ben altre, convincenti tonalità. In "Fail with Me" l'espressione goth-rock è assai percettibile mentre la susseguente "Hungover" snocciola ritmica ballabile, progressivi accordi di chitarra elettica in presa diretta e perfino un'ottima maturità nella creazione delle atmosfere. "Help", al contrario, scivola su strutture globali molto meno accattivanti non denotando null'altro che un banale episodio stile goth-ballad dai tratti superficiali e stentorei. Secca ritmica e dinamici riff di chitarra per "Who loves the Lover?" che precede le ombre dei Sisters in agguato in "When the Well runs dry" che accompagnano una traccia dall'alta gradazione after-punk incentrata su pesante drumming mid-tempo ed un sotterraneo torrente chitarristico allineato a sostenibili atti vocali. "Dying", capitolo finale, contempla ambiti sonici in larga misura devoti al Mission's style in una sad-ballad in grado di strappare qualche fugace emozione. Ammiccante all'illustre retroguardia alla quale si sente diretto discepolo, il progetto (((S))), peraltro già all'opera con il secondo album, dovrà lavorare su criteri di maggior incisività affinchè l'interesse dell'ascoltatore non risulti troppo episodico come in "Ghost", entro cui le possibilità di rendersi spettralmente invisibile al pubblico risultano assai elevate.
-|-|-» Ennesima rielaborazione di antichi fasti ma priva di robustezza e sufficiente dannazione per essere considerata pienamente valida. Il fantasma vaga ancora inquieto.. |
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—- BIOMEKKANIK - State of Perfection -—
Autorevole solo-project svedese impersonato da Christer Hermodsson (S.P.O.C.K./Sista Mannen På Jorden,) nonchè produttore di eccellenze quali And One, Cat Rapes Dog e Mr. Kite. Le credenziali parlano da sole come del resto l'ambizioso titolo di questo album che esplora domini electro di ampio spettro esaltando estro e precisa pianificazione sonora. Licenziato dalla Sub Space Communications il full protende verso la logica del calcolo in ogni singola trama offrendo algido fascino e tracciati sonici high tech ma in grado di essere percepiti sia al livello cerebrale che emozionale. "Heaven Awaits" trasmette dinamismo e connessione diretta con le gambe, instaurando immediatamente irresistibile feeling screziato di electro-beats, vocals pieni e gagliarde venature wave. Programming, predominio ritmico/vocale Ex aequo con la precedente traccia "Enemy" intesse trame electro minded di ottima creazione così come nella successiva "Rock Solid". Affiancato recentemente dal chitarrista Mattias Johansson (Project Grudge) e dal tastierista/backup vocalist Andreas Ingefjord (Battalion) il progetto Biomekkanik prosegue con "Evil" entro le cui irte electrospire si scorgono indirette inflessioni very S.P.O.C.K., concetto che si replica anche nella susseguente "Fuck the Pain away", curatissima congiuntura tra ritmica, progs ed ossessivo refrain. " Licence to Live" sperimenta strategie tecnologiche miscelando all'interno di esse un sottile supporto chitarristico e nevrastenie vocali, mentre la stupenda "Pitch-Black Ocean" acquisisce distillati di elegante electromateria in una song che ci sentiamo in dovere di segnalare per eccellenza complessiva. Impianto ritmico dance oriented per "Come and see my World", assolutamente gradevole nella sua post-modernità disposta su scie sequenziali, limpidezza vocale ed effervescenti atmosfere clubby; "Be like Us" interiorizza elettronica di qualità superiore, animata da drumming che scandisce velocemente i beats per minute regolando le azzeccate immissioni vocali di Christer e sequenziandone le elaborate strutture, così come l'omonima "State of Perfection" riafferma superbe costruzioni electropop di enorme effetto danzabile alle quali non ci si può opporre in alcun modo. Stato di perfezione assolutamente raggiunto.
-|-|-» Acclamiamo questo intelligente release in grado di scavalcare i superficiali status compositivi che arenano gran parte della scena emergente. Alla nostra impellente necessità di ascriverne i meriti conseguirà sicuramente l'approvazione di chiunque desideri sperimentarne i notevoli contenuti |
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