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-|-|-» [ RECENSIONI / Review ]
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—- CORDE OBLIQUE REMAKE - The Stones of Naples -—
Analizzare un lavoro proveniente dalla creatività del chitarrista/liutista partenopeo Riccardo Prencipe non prevede mai la valutazione di un prodotto contaminato da banalità di sorta, essendo ogni sua manovra sonica permeata da musicalità curata, colta, per nulla incline ad eccessi strumentali nè, tantomeno, a sterili liriche introdotte per mero riempitivo. In questo quinto album l'artista riconferma, forse più che in ogni altro precedente full-lenght, l'apprezzabile stile compositivo del progetto Corde Oblique, circoscritto all'interno di un genere definito acoustic/new-folk entro cui Riccardo e coorte sembrano spaziare con ispirata disinvoltura. Non ci soffermeremo quindi nel decantare le riprovate qualità dell'artista rimandandovi per tale scopo all'approfondimento descritto nell'intervista realizzata nell'apposita sezione di Dside. Dodici distinte tracce nella tracklist che sondano i remoti recessi dell'inconscio attraverso aggraziate melodie e testi che edificano musicalmente luoghi, antiche strutture artistiche, forme d'arte e momenti di vita. Il contesto sonoro globale è dominato dalla prevalenza chitarristica accompagnata da un ampio dispiegamento di strumenti suonati da una schiera di supporters dai nomi e dalle appartenenze di notevole calibro. Caterina Potrandolfo, una delle sei vocalist, intona "La quinta Ricerca" dagli arpeggi medievaleggianti accarezzati dal nobile violino di Edo Notarloberti, avvicendandosi a "Venti di Sale" dal suggestivo piano a cura di Luigi Rubino (Ashram) con l'emozionante voce di Floriana Cangiano, il robusto drumming di Alessio Sica (Argine) e l'immancabile, struggente violino di Edo. Introduzione di chitarra classica in "Flower Bud" cantata dalla singer degli Hexperos (ex Gothica) Alessandra Santovito, sviluppata in seguito dal contrabbasso di Francesco Forgione (Hexperos) e percussioni che ben delineano i contorni della song. Malinconiche emissioni violinistiche in "Flying" seguite dai vocalizzi di Claudia Sorvillo ed un successivo, splendido gioco di meditative pause alternate a riprese di chitarra/percussioni/violino. Gerardine Le Cocq (Mediavolo) articola la susseguente "Like an ancient black and white Movie", traccia di importante intensità, musicata su scarno tessuto piano/chitarra/key, magistralmente arricchito dalla suggestiva voce della singer. A Caterina Potrandolfo è nuovamente affidato lo spartito vocale di una bella sonata, in questo episodio "La Città dagli Occhi neri", dalle cadenze chitarristico-percussive molto "spanish" che cedono in seguito il passo a "Nostalgica Avanguardia", prodiga di evocative formule soniche entro le quali il violino di Edo si introduce in sporadici spiragli nella costruzione composta dal piano introduttivo, la chitarra classica, il drumming e la voce di Monica Pinto (Spaccanapoli). Gentili carezze alle corde della chitarra aprono la strumentale "The Quality of Silence", accompagnate da tocchi di piano per un episodio melodico-contemplativo di grande effetto, così come in "Barrio Gotico" la bella voce di Floriana Cangiano tesse coinvolgenti trame poetiche unitamente al cajon di Michele Maione. "Dal Castello di Avella" non contravviene al percorso fin'ora intrapreso offrendo una traccia entro la quale confluiscono gli elementi basilari dell'album: chitarra e voce, ancora una volta curata dal Caterina Potrandolfo. Il clarinetto di Franco Perreca, il tamburello, i vocals di Claudia Sorvillo, il violino ed un rivolo di ritmica inscenano "La Gente che resta" che anticipa la conclusiva " Piscina Mirabilis", strutturata esclusivamente sui pizzichi delle corde della chitarra di Riccardo che rimandano a fascinose immagini di luoghi incantati. Sudiato con ineccepibile rigore metrico, orchestrato da musiche, testi, timbriche vocali di ottimo spessore, l'album dispone di contenuti che assicurano un longevo coefficiente di gradevolezza nonchè un'apprezzabile cura negli arrangiamenti. Rinnoviamo una nota di elogio ad uno degli artisti italiani più ispirati del momento.
-|-|-» Apolinee modulazioni coerenti con una natura new-folk ad alto potenziale. L'arte ed il culto estetico si combinano in un sapiente grafico impreziosito dal romanticismo, catturandoci con dolcezza e facendoci infine abbandonare ad essa. Il progetto Corde Oblique attualmente volteggia su dimensioni superiori alla media. |
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—- DESCENDANTS OF CAIN - The Tao of Wisdom and Misery -—
Gradita sorpresa l'ascolto di questo album della goth/rock band londinese DoC promossa dalla label Echozone ed attiva dalla fine degli anni '90, epoca della loro prima performance assieme agli Incubus Succubus presso il Camden Underworld che li propose ad un pubblico smaliziato e pretenzioso di sonorità sempre più definite ma nel contempo non troppo distanti dalle proprie originali matrici. Dopo la pubblicazione del primo full-lenght "Atziluth" e i successivi live shows con i The Damned e NFD, la band capitanata dal mastermind Darryl "D" Kruger elabora questo nuovo "The Tao..." entro cui si muovono tematiche attorno al dualismo del mondo materiale, la contrapposizione tra la saggezza umana e la conseguente miseria, concepita come inevitabile esito finale. Il tenebroso contesto vocale del singer non appare mai inopportuno o sommario ma conciso ed in grado di raggiungere immediatamente il punto nevralgico predefinito. "Between You and Oblivion" non sfigurerebbe in tracklists di bands sostanzialmente più note: i vocals, le solide chitarre, una key ed un buon impianto percussivo lasciano intravedere i tratti di un tenue violino in una song di classico goth-rock. Introduzione e sviluppo molto Church nelle successiva "Made by You", nostalgica ed ottimamente rifinita su contesti electric guitar/drum/chorus davvero interessanti. Progs e key intelaiano le prime evoluzioni di "Confession" dai risalti industrial-goth, mentre abrasivi riff di guitar noise screziano la struttura di "Organism", assemblando ad un liquido nucleo di synths i vocals sanguigni del cantante. "Transcendence" propone un imprint basato su goth-metal mediante rulìi di profonda drum e pesanti interventi di chitarra assorbiti in un atmosferico turbinìo di Key, mentre la successiva "Seraphim's Desire" rilancia il decadente concept poggiato su vocals suggestivi e traiettorie key-progs di ampio respiro. Chitarra riverberata apre "Human", song di importante impatto emozionale, sviluppata nelle conseguenti pose sui vocals di "D" che ne avvolgono appassionatamente lo spartito sempre incentrato sul consueto modulo guitar/drum; particolari neoclassic cavalcano le turbolenze goth-rocker della bellissima "Prayer for Deliverance" dal refrain da urlo. "Hymn of the Shades" viene percossa da un rullante tappeto di drums serratissime e tonnellaggi di mixtures di key/vocals/guitar. "Captive" ostenta un'aggressiva natura industrial-goth mentre l'incalzante "Winters Heart" utilizza ritmica slow-tempo ed emissioni di pesante elettricità chitarristica, così come le orchestrali introduzioni di key pennellate su un coriaceo pentagramma goth-athmospheric rock caratterizzano "The Hidden Voice" alla quale seguono i metallurgici contraccolpi guitar-hard drumming di "Break Down". C'è ancora spazio per il sentimento gothico di vecchia guardia in "The Listeners" e nel bonus track "The Phantom Ball", ove la mescolanza di accordi piano-vocal-key sospingono una song dalle mature intuizioni neoclassiche. Album infettato da contaminazioni industrial-metal-rock intrecciate ai vibranti richiami di un'anima goth espressa indubbiamente con criterio. Concedetevi a "The Tao..." e che esso possa prendersi cura del vostro inquieto spirito, a testimonianza che anche la sinistra discendenza di Caino, se opportunamente ispirata, può rivelarsi in musica.
-|-|-» La band sprigiona dal proprio spirito chilotoni di pura energia che non dissipa inutilmente ma che, al contrario, fa convergere direttamente verso il fine ultimo: rendere queso album apprezzabile. Gli epigoni del goth espresso su traiettorie non convenzionali usulteranno. |
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—- SINEZAMIA - Sacralità -—
Attendavamo con una certa impazienza la nuova mossa della band mantovana e puntualmente, distanziata di due anni dal precedente ep "Fronde", eccola. Sempre permeati dal quelle percepibili auree Litfiba/Diaframma negli sviluppi vocal-strumentali ed appartenenti al filone new wave/goth rock italico i Sinezamia rimangono sempre coerenti con la loro intrinseca natura che ce li ha fatti conoscere; poco più di ventisei minuti per quattro tracce costituenti questo ep che, auspichiamo, possa prima o poi precedere un full lenght ad opera di una band che percepiamo in progressiva ascesa. "Dilanio dell'Anima" è ancora uno sfavillante esempio di quanto i Litfiba abbiano ispirato l'impostazione vocale di Marco Grazzi il quale articola le liriche attorno alle diffusioni chitarristiche curate da Marco Bardiani, lievi emissioni di key da parte di Carlo Enrico Scaietta, punteggiature di bass-line tramate da Marco Beccari e drumming manovrato da Davide Fantuzzi che, a nostro giudizio, cede a qualche lieve imprecisione. Acuti impulsi di chitarra introducono l'omonima "Sacralità" dalle colte liriche e dai tratti distintivi "very Pelù", denotante comunque una mirabile autonomia espressiva nonchè buona gestione del comparto chitarristico per una traccia retrospettiva di matrice 80's Italian wave. "Lussuria", pubblicata in streaming anche come web single, rappresenta la terza song della tracklist accostante a sè certune rievocazioni goth-rock di antica istanza e vocalizzi adeguati alle stesure proposte. "Venezia", ultima traccia, rivive nelle decadenti sonorità l'aurea afflitta che contraddistingue la città lagunare, elementi che ben risaltano negli appassionati vocalizzi di Marco Grazzi e nell'orchestrazione che tuttavia risente di qualche peccaminosa irregolarità negli arrangiamenti. Il tipico atteggiamento sonico della band depone a loro favore risultando sempre coinvolgente e mai sottoposto ad ovvietà. Adeguatamente scorporati da gestibili incertezze tecniche i Sinezamia potrebbero riservarci qualche sensazionale sorpresa: ne riparleremo.
-|-|-» Band che tenta la giusta via per distinguersi da sedimentali e ripetitive combinazioni che costituiscono ampia parte dell'attuale scena underground italiana. Convincenti. |
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—- NOTES FROM THE UNDERGROUND - Crossing the Rubicon -—
Pesantissima mixture di electro, metal e rock dei madrileni NFtU che assembla la crudezza vocale degli Skinny Puppy alle trame electroniche dei Front Line Assembly e a soluzioni strumentali dalla durezza tipica dei KMFDM. L'album costituisce il debutto ufficiale della band spagnola e consta di ben venti acuminatissime tracce tra le quali nove remix che riveleremo in seguito, elaborati da prestigiose mani. L'opening "Phoenix Uprising" lacera il silenzio mediante i taglienti vocals emanati da Paolo Greco, unitamente alle successive, micidiali partiture synth/guitar. "War" riflette le combinazioni più oltranziste del connubbio tra l'electrosound e la sponda rock-oriented, così come la seguente "Be like You" replica il medesimo teorema convergendosi verso trasmissioni di potente e velenifero suono. Corde di chitarra elettrica, drumming high-energy e vocals filtrati in "Another Time, another Place" a cui segue la grintosa cavalcata electro-metal "Diagnosis", susseguita poi dalla liquefazione introduttiva a mezzo synth/key immediatamente contaminata dalla voce abrasiva di Paolo ed il drumming di Pumuki di "Game", flagellata da tonnellate di brutale guitar noise. "Deadend" architetta congiunture electro-minded e vigorose spinte rockeggianti mentre le inondazioni synthetiche di "Outta Hell (A long hard Road)" perturbano di trash rock il successivo minutaggio. Impulsi hardcore screziati di elettronica in "Heaven in Hell", dolorose fustigate metal attraversate da progs per "Fraud" e rabbiose schitarrate di sostegno in una electropsicotica "Greed" anticipano il lungo percorso di rimiscelazioni curate dalla blasonata compagine che incrocia in primis le incisioni a freddo sulla superficie di acciaio del remix di "Game" rielaborato dai Die Krupps, le arie clubby dei Das Ich ai quali è affidato il remake di "Greed" le danze biomeccaniche electro-metal re-interpretate dall'ex KMFDM, ex Pigface, ex Slick Idiot, En Esch il quale remixa "War". Una battente scia di drum machine sca
nsiona la nuova veste di "Deadend" rimodellata da William Faith dei Faith & The Muse a cui succede l'oscura contaminazione industrial-metal di "Game" remixata nientemeno che da Adrian White dei Front Line Assembly/Silent Alarm. Anche "Greed" si direbbe adattissima ad essere smembrata e ricomposta, tanto che l'operazione viene effettuata in secondo luogo anche da Melt, ex Icon of Coil, il quale ne risalta la già prorompente natura. Ulf Hausgen, ex The Fair Sex, ricostruisce l'ossatura di un'urticante "War" mentre Matter riediziona le fattezze di "Deadend" introducendo in essa lampi di accecante follia electro-industrial-metal. La ferocìa della ritrovata "Game" viene riconcepita infine dal progetto Digital 21 che inietta nei suoi circuiti sonici una fatale overdose di rumore metal-industrial. Il mio lettore cd ha quì accolto un album semplicemente devastante.
-|-|-» Riuscita combinazione di pluri-elementi sonori di palese derivazione technologica accorpati ad aggressivi congegni metallici che ne amplificano la letalità. Chiunque si sentisse in condizioni di accostarsi ad un simile ordigno lo farà senza alcuna probabilità di delusione. |
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—- MOONRISE - Blackest Blue -—
Notiamo che ultimamente gran parte dell'ingente quantità di materiale che invade la nostra scrivania proviene dalla Germania, terra che dà i natali all'ennesima band in questo caso appellata Moonrise. La label AfMusic licenzia questo loro debut-album perfezionato dopo una serie di ep's e percorrente un sentiero di discreto goth-rock senza particolari connotati di eccellenza ma comunque bilanciato e, in qualche misura, ben sostenibile. Timo Peter (vocals) membro degli Aurora Sutra, WoJ (bass), LuXa Rosenburg (keys) componente anche dei TiTans, De Bow (guitar) e Nik (drums), sembrano aver assimilato stilisticamente le principali influenze appartenenti a nomi quali All About Eve, qualche percettibile influsso alla The Mission e la decadenza dei Fields of the Nephilim. Le undici tracce dell'elenco esordiscono con l'omonima "Blackest Blue", su base ritmica mid-tempo che sviluppa strumentalmente appieno la propria natura goth-rockeggiante pur non esaltandoci per la qualità dei vocals che, seppur impostati con una buona timbrica, denotano una certa stentoreità. Cinici testi sciorinati in teutonico ed intercalare sonico incentrato sostanzialmente su prese rock in "Nichts Gespürt", considerata dalla band una song di "punta" durante i concerti, che anticipa la successiva "Semi Demonic Pleasures" dal pulsante asse percussivo drum/bass e dal refrain accattivante quanto basta. "7 Years" non rinuncia ad interventi più wave innalzando una song che per quanto ben concepita soffre di imprecisioni cronicizzate sui vocals che non riescono ancora ad essere incisivi quanto occorrerebbe. Key-chorus e synth aprono la ferrea "Crucify" che si poggia su drumming nervoso e torrenziali emanazioni di guirars, mentre "Regret" sfodera chiare referenze goth-wave probabilmente più convincenti che in altri paragrafi, basate su vocals meglio assestati, linea di key, vibrante sodalizio guitar/bass e spedite percussioni. "Kiss of the Moon" è una traccia slow-tempo malinconica e crepuscolare dove i vocals di Timo predominano ininterrotti al di sopra di uno spartito assai rockeggiante; "Embrace" inscena un oscuro triphop intersecato all'energia di un sostenuto goth-rock. Giungiamo all'intro molto The Mission di "For her Love we cry" a cui fa seguito la relativa evoluzione sonica di buon pregio canalizzante elementi di rock gothico ed affidandoli all'impeto strumentale di infuocate drums e vocals ora più soddisfacenti. Introduzione di synth anche per "Through Mists I walk" che non sposta la barra troppo oltre un innocua manifestazione psycho-rock. La conclusiva "Paula" rimarca i concetti ascoltati fino a questo momento adattando la song con chitarre adamantine, rock-drumming ad un'atmosfera afflitta. La grave campana nel finale udibile tra gli scroscìi di pioggia chiude la traccia e di conseguenza tutto l'album, caratterizzato da un'accettabile struttura complessiva ma discutibile sulla non trascurabile sezione vocale. Possiamo affermare dopo questa pragmatica analisi che la band dovrà perfezionarsi ulteriormente per raggiungere migliori livelli qualitativi posti ad un solo passo dall'attuale stato.
-|-|-» Ora che la tecnica operativa dei Moonrise è entrata a regime occorrono semplici ma strutturali modifiche per elevarli a parametri in asse con le loro dimostrate attitudini: rimandati alla prossima.. |
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—- SOARING - Analog Distress -—
Porcupine Tree, Nine Inch Nails, New Model Army, Tool in Flames...sono alcuni dei riferimenti ispirativi ai quali la band tedesca dei Soaring fa capo, propagando un aitante progressive/alternative rock comprendente qualche gradevole aria gothic. Il drumming e l'operoso lavorìo di chitarra assieme a maturi interventi vocali costituiscono lo scheletro delle tredici songs dell'album. La chiave di accensione del congegno sonico è costituita da "Start again" entro cui la voce di Stephan Kohser recita il testo attraversato da scattanti riff di guitars arpeggiate da Steffen Schulze e Maren Kluckuck. "Reach Out" dirama solidi ingressi di bass-line accomunati a rock-drums e chitarre elettriche, così come le tenui note introduttive di piano e la successiva voce di Stephan fluidificano l'asprezza goth-progressive di "What's going wrong". "The only Ones" si culla su tranquille corde di chitarra acustica ed i meditativi passaggi vocali del suo lungo percorso introduttivo accarezzato successivamente da percussioni soft. Opposto concetto per "Grown Apart" assai meno trasognante della precedente traccia e supportata sostenutamente dalla ritmica di Steffen Scholz. Rotazioni di basso nel preludio di "Life's killing me", focosa alternative-rock song alla quale sussegue "Destiny", meditabonda e musicata inizialmente con la combinazione piano-voce poi ritmata con determinato sostegno di batteria e chitarra. "Too late" prosegue un cammino sonoro simile al precedente episodio rivolgendosi esclusivamente a lievi tocchi chitarristici e malinconiche liriche. L'alternanza di brani di differente natura rivela ora un sound irrobustito da fulgore guitar-noise e spazi di prog-rock in "Lose Again" a cui segue "Shades cover you" dalle dolorose graffiature guitars/piano e drumming sovrastante. Ancora progressive-rock con venature hard animano "The Tide has turned", mentre la saettante "Night fades" arrangia mirabilmente irruenze chitarristiche, imprevedibile tappeto percussivo e pungenti vocals
. Approdiamo alla song di coda, "The perfect World", costruita su stranianti alchimie piano-vocal e chitarra classica che inscenano una delle tracce più belle e melodiche dell'album diffondendo impalpabili decadenze goth-rock. Nonostante l'impronta stilistica dei Soaring non appartenga prettamente a ciò è nostra abitudine trattare in sede di recensione, non possiamo non valutare che positivamente questo ben edificato album a riprova che la buona musica sotterranea gode ancora entro certi ambiti e provvidenzialmente, di ottima salute.
-|-|-» L'ensemble elabora un notevole concept-work di spiccata professionalità ad uso e consumo degli utenti attigui a questo genere i quali riscontreranno nei Soaring un qualificante esempio di integerrima personalità per nulla compromessa da effimeri richiami di mercato |
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—- AUTODAFE - The Third Eye -—
Risulta spesso molto complicato e nel contempo stimolante lavorare simili album, essendo il concept estremamente interpretativo e particolare. Inoltre il solo-project francese Autodafe, impersonato da Alexandre R, risulta essere particolarmente controverso, provocatorio, in misura tale da essere stato egli più volte censurato nel suo spazio web per presunti contenuti considerati non in linea con le leggi americane ed europee. Poco o nulla quindi si conosce sull'identità dell'artista fuorchè la sua musica, una mixture di dark/minimalist intinta nel plumbeo inchiostro ambient. Il full lenght esaminato riassume in pratica i tratti fondamentali dell'Autodafe's art, concentrando in esso dodici tracce suddivise in "cycles". "Prologue: The Birth of the Angel", opener, esordisce dopo un breve count down: vagiti, esplosioni sommesse, vocii soffocati, il tutto sotto una tenebrosa aurea di key dalle scarne note a cui segue la successiva "Cycle I: The Ignorance", articolata su scheletriche note di piano/key, drumming marziale per un algido frammento sonico attiguo a qualche sparuto episodio degli In The Nursery più cupi. "Cycle I: The Passage" trabocca di materia oscura, essenziale nei tratti ritmici e vocalizzata con timbrica filtrata che commenta freddamente chissà quali elucubrazioni. Loops, key offuscata, interferenze, uno stridulo strumento a corde, rumoreggi, una strampalata litanìa strumentale è "Cycle II: The Apogee of the Flies", succeduta dal piano, scricchiolii e le sirene presenti in "Cycle II: The Modern Holocaust" che aggiunge alla sua già inquietante struttura un esangue flusso di key e scampoli di fraseggi. "Cycle III: The Last Answer" minimizza il suono propagando ciò che solo l'immaginazione dell'ascoltatore potrà definire, ossia la drammaticità di una convulsa fuga da ciò che parrebbe essere un luogo flagellato dalle esplosioni, inscenandone in questa breve ma intensa traccia la corsa, le pale degli elicotteri da guerra, gli ansimi del fuggitivo. "Cycle III: The Waking Up" narra non meglio definiti filamenti di testi pronunciati con meditativa inflessione dark e sovrapposti ad un'altrettanto buia tastiera, mentre la successiva "Cycle IV: The Saving Madness" sfoggia momenti di alienante psicodramma ed atmosfere manicomiali tramite evocativi urli da cella imbottita, folli risate, versi gutturali, sostenuti da un tenue drumming di sottofondo avvolto da una spirale tastieristica dal sound spettrale. "Cycle IV: The New Order" è un'emaciata manifestazione di dark-ambient mediante suggestiva key, lievi tocchi di piano, vocals digrignanti e tuono finale che tuttavia non fa scordare il poco signorile versaccio introduttivo. "Cycle V: The Litany of the Nightingale" è costituita perlopiù da rumore, cinguettìo di usignolo, scricchiolanti emanazioni, vento, ribolii tra il sottofondo di un indefinibile tic-tac. Il trillo di una sveglia preannuncia "Cycle V: The Salvation" entro cui i sostenuti passi di una camminata, un inquietante sparo ed una fu
nerea campana succeduta da una sirena non lasciano dubbi sul sinistro significato della traccia. Giungiamo alla conclusiva "Epilogue: The last Breath", improntata su dottrine di oscura ambient, musicata da un'impalpabile key e successivi episodi sonici che spaziano da incomprensibili parole all'impazzito monitor di un ECG. Un coro finale nella traccia sigla anche il termine di un album riservato esclusivamente a chi nella musica non ricerca neccessariamente melodia ma soprattutto un intrinseco significato, seppur contorto e di non facile decriptazione. Se non vi identificate nella suddetta fascia d'ascolto statene diametralmente distanti.
-|-|-» Album che non aspira certamente all'adorazione di sterminate folle di ascoltatori ma che, all'opposto, circoscrive attorno a sè una ristretta platea di "prescelti" che ne sapranno apprezzare l'imperscrutabilità ed i contenuti tutt'altro che ordinari |
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—- DOMINA NOCTIS - Second Rose -—
Seppure l'ipersfruttato filone goth/rock/metal abbia già detto tutto il possibile, non escludiamo aprioristicamente la presenza sulla scena di episodi ancora in grado di suscitare un certo piacere d'ascolto, quella sensazione semi-dimenticata a colpa di una troppo spesso sterile iperproduttività di rindondante materiale destinato in molti casi all'oblìo. I parmensi DN sembrano invece distinguersi, anche se non radicalmente, dal calderone di consuetudine a cui siamo fortunatamente refrattari. Dopo la pubblicazione di due demo cd, rispettivamente "Venus in a dust whirl" del 2001 e "Nevermore" del 2003, entrambi succeduti dal debut-album del 2005 "Nocturnalight", nonchè essere stati eletti terza migliore band dai lettori di Rock Hard nello stesso anno, ecco la band di nuovo all'opera con un dieci tracce in cui la vocalist Edera dà ampio sfoggio delle sue buone capacità canore all'interno di un contesto sonico per nulla disprezzabile. "Electric Dragonfly" esordisce come opening track introdotta da un bel synth elaborato da Ruyen con le successive percussioni di Niko assemblate al bass di Azog e la scattante chitarra di Asher in una traccia di sano ceppo decadent-rock. "Untold" diffonde i riff chitarristici in linea col tema intrapreso unitamente ad un drumming rockeggiante, un segmento di key e la bella voce della singer che capeggia sullo spartito, mentre la seguente "Into Hades" rivela una certa attitudine nel gestire un goth-rock di discreta solidità attraverso un azzeccato guitar noise, tenue supporto di synth/key ed eccellente precisione nei beats percussivi. Introduzione synthetica e turbinìo di chitarra elettrica per "Becouse the Night", cover dell'omonima song di Patty Smith a cui fa seguito l'orecchiabile relazione strumental-vocale di "Lamia" dalle coordinate goth-metal. "Sisters in Melancholy" stempera i vocalizzi di Edera su distillati chitarristici di appartenenza rock ma screziati di sottili e gothici tocchi di piano. Vigore percussivo e textures di electric guitar per "Brocken Flowers" che alterna attimi di soavità vocale alla fulgore degli impianti strumentali, i medesimi che descrivono "Exile", contemplante soluzioni attigue al concept fin'ora esibito relativamente a robustezza chitarristica, ritmica rock oriented e vocalizzi cristallini. Rimbombante muro guitar in "The Mask" dalle interessanti evoluzioni canore mirabilmente adattate ai toni alti ed ancora in seguito con la cover di "Bang Bang", song anni '60 di Sonny Bono quì riedizionata come bonus track. Nulla che scuota sostanzialmente la staticità del genere, tuttavia la competenza tecnica dei DN risulta infine apprezzabile, tanto che se opportunamente perfezionata mediante l'introduzione di maggior fantasia nel pentagramma potrà incassare ulteriori percentuali di riconoscimento. Leggermente oltre la daily routine..
-|-|-» Goth-rock style con qualche pregio in attivo rispetto alla media e adatto a chi, comunque, non disdegna una certa ordinarietà nel genere. I presupposti per fare di meglio sussistono percettibilmente.. |
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—- EMPIRE STATE HUMAN - Audio Gothic -—
In un decennio i dublinesi ESH hanno affinato un proprio stile che si può ormai reputare inconfondibile. Synthpop pulito, divergente da soluzioni baccanali a volte sterilmente spacciate per "sperimentazione"; una certa leggerezza nelle esposizioni quì presenti rimangono tuttavia equidistanti dalle banalità o i virtuosismi fini a sè stessi. Il trio capitanato dal front man Aidan Casserly (vocals) in aggiunta a Séan Barron (progs/keys/e-percussions/backing vocals) e Lar Kiernan (keys) dona i natali a quest'ultimo full lenght licenziato dalla Ninthwave Records e comprendente dieci episodi tipicamente "poppy" inclini a qualche vago accento Erasure. L'album evita accuratamente spigolosità espressive e crea nelle sue tracce un sound lineare recuperante funamboliche inclinazioni in bilico tra congetture 80's ed inflessioni più attuali, anche in partecipazione vocale con Carol Keogh degli Automata, ("Audio Gothic"), oppure pose più clubby mediante electropop dalle trame semplificate ed adatte ad un ascolto mai eccessivamente impegnato ("Camera"). La soffusa timbrica della voce di Aidan intona malinconiche liriche anti-belliche che dialogano perfettamente con un contesto synthpop mid-tempo aperto e delicato ("Ghosts in America"), proseguendo in seguito attraverso ritmate riprese electro minded narrate dai melodici vocals in appoggio alle manovre di progs/key ("Leap of Faith"). Atmosfere dance sono percepibili sui segmenti elaborati in collaborazione con esponenti di illustri retroguardie, come con Wolfang Flur dei Kraftwerk/YamO (Melancholic Afro"), così come le procedure di fine electrosound ricamano i cromatismi di tracce dalle liriche significative ("I work for the Government") alternate a soluzione di synthpop talvolta di minor mordente ("No Wires"). Fluide meccaniche drum/progs, sintetizzatore ed eleganza vocale apportano valore a songs danzerecce da ascoltare a pieno volume ("Seeing Stars") unitamente a successivi paragrafi che assaporano ballate electroacoustic da
i contenuti forse eccessivamente edulcorati ("Like Diamond"), contestualizzati in seguito su traiettorie di electromelodic sound e mirate introspezioni vocali ("Sitting Solitude"). Chiunque fosse interessato ad approfondire la propria conoscenza riguardo gli irandesi ESH potrà esaudire ciò accedendo alla nostra area "interviste". In conclusione possiamo quindi valutare l'album "Audio Gothic" in linea con il tipico spirito electro della band che si inserisce degnamente in un contesto tra i più ispirati ed onesti di questo primo semestre.
-|-|-» Interessanti scorci di sentimento armonizzato su tenui vocalizzi e pacate sonorità di derivazione old & new school per un album che raggiunge, a nostro giudizio, soddisfacenti livelli qualitativi e forse addirittura qualcosa in più |
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—- RUPESH CARTEL - Anchor Baby -—
Terzo ed atteso full lenght per i grandi RC, acclamato electro-dhuo svedese ospite a suo tempo nella nostra sezione interviste. Zero Magazine riconosce addirittura questo album come tra i migliori di questa prima metà dell'anno e noi di Dside dopo averlo ascoltato non possiamo che confermare questa scelta. La combinazione Viktor Ginner (vocals/progs) + Daniel Gustafsson (progs/production) dimostra di avere mirabilmente pefezionato la propria capacità di creare opere electropop di ottimo gusto, racchiuse per questa occasione in quindici tracce distribuite dall'eccellente duetto Megahype/A Different Drum. Si esordisce con "The World began", opening track che diffonde ritmica ballabile, vocals tersi e melodie aggraziate edificanti una song empirea e di immediata assimilazione che rimanda a qualche piacevole reminescenza sonora già presente nel primo, irripetibile album "Mainland". La successiva "Oh No,Oh No", pubblicata come singolo, sospinge un buon synthpop melodioso, gagliardo e molto friendly mentre "Damn Sure" sfiora arie electro-house. "Easy Never does it" convoglia danzerecci flussi di progs e ritmica clubby attraverso accattivanti vocalizzi; "A normal Life" perlustra di canto suo ottime linee electropop per mezzo di nitidi synths e liriche calibrate, così come "Where you put Me" infonde relax e trasognati spirali elettroniche costituite da un soave supporto di drum machine e synths su morbidi vocals, mentre "Fools Gold" rappresenta appieno il rinnovato RC's electro style. "Kick me into Action" predilige l'ormai canonico schema, vivace e melodico, supportato da ritmica dancing e vocalizzi che in questa traccia vengono integrati nel refrain da Andrea Kellerman (Firefox AK). Ancora torrenti di electropop dalle fattezze precise e curate in "Under the Sun" che anticipa le vellutate sequenze di "Belong", dall'eccellente fisionomia compositiva ed arrangiata con grande professionalità, contenente inoltre un chorus di accertato effetto. "The Man without Desire" dipana una matura electropop-parade di suoni limpidi ed impalpabili atmosfere; giungiamo alla bellissima "Imperial", minuscolo masterpiece che incorpora manovre di progs e vocals di qualità sopra la media ed una verve melodica impossibile da evitare, specie se ascoltata a volume sostenuto. "No safe Return" gioca con soluzioni ammiccanti ai Pet Shop Boys mentre la versione remix di "Oh No, Oh No", curata da Araki, riveste la traccia di sfumature più "soft" rielaborandola su un tracciato percussivo slow-tempo unito ad attenuate combinazioni key/vocal. X-Adam remixa infine "Fools Gold" predisponendola ad una electro più tendente all'house, adatta ai clubs ed agli adoratori di simili combinazioni. Con quest'ultimo "Anchor Baby" riteniamo che i RC abbiano ulteriormente perfezionato lo stile degli esordi, rilanciando un sound tangibilmente più evoluto ed adattato alle nuove tendenze, pur non evitando le tecniche melodiche tipiche del progetto. Evolvere una cifra in denaro ricercando, oltre quest'ultimo album, i promotori "Mainland" e "The Disco And The What Not", potrà apparire molto meno peccaminoso che in altre immeritevoli occasioni.
-|-|-» Electro-art che non tradisce le aspettative ad opera di una proposta tra le migliori attualmente in circolazione in questo specifico ambito che ogni appassionato di electropop saprà ben posizionare nella giusta gerarchia di valori. |
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—- NOVEMBER 7 - ANGEL -—
Metallo gothic di ceppo elvetico quello musicato dai N7, comprendente tutte le peculiarità del sottogenere in esame nonchè l'ennesimo Lacuna Coil's clone. Band quadrangolare composta da Annamaria Cozza (vocals), Stephane Geiser (guitar/bass/progs), Yann Siegenthaler (drums) e Yann Berger (guitars); licenziata dalla Dark-S Records ed attiva dal 2005, produce questo cinque tracce in stile "emotiv-metal" entro cui i classici espedienti strumentali e vocali non differiscono sostanzialmente dalla moltitudine di episodi presenti sulla medesima scena. Le sonorità non risentono comunque di leggerezze e denotano una certa padronanza dell'esecuzione confermando tuttavia il concetto per il quale non sempre risultano sufficienti i buoni propositi ed un'innata capacità per ottenere musica di livello superiore. L'opening track omonima denominata "Angel" esordisce con una base di progs incalzata dal tumulto ritmico-chitarristico unitamente al buon gioco della voce di Annamaria in un brano emo-metal
ben arrangiato. La successiva "Two Sides" intiepidisce di qualche grado la sezione vocale che però si riscatta attraverso un frenetico turbinìo drum-guitar dalla vigorosa carica energetica. Linee di piano introducono "Falling Down", intersecate in seguito dai progs ed ancora più avanti dal canonico sviluppo di vocals e chitarre alle quali fa seguito il suggestivo intro di "All the Things" che si evolve nelle successive riprese su uno spartito ben pianificato, adeguando la trasposizione vocale in una traccia che consideriamo la migliore nel quintetto della tracklist. La versione radio edit di "Angel" ripropone la song adattandola alla trasmissione via etere non mutandone l'originaria struttura. Senza nè infamia nè lode ma, soprattutto, senza nulla di nuovo all'orizzonte.
-|-|-» Sebbene ben costruito, questo mini non apporta più entusiasmo di quanto ne abbiamo tratto da altre regolari realtà. Perseverando su questa via il rischio di imbattersi, prima o poi, nella scontatezza diverrà sempre più concreto, limite oltre il quale è sempre e assai sconveniente spingersi.. |
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