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-|-|-» [ RECENSIONI / Review ]
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NIGHTSIDE OF EDEN - B Movie -—
L'utilizzo della storica keyboard Roland Juno 106 in coppia con la Korg Polysix ricrea sonorità nostalgicamente synthpop dall'incontenibile impatto emozionale; se introduciamo a queste melodie le liriche introspettive dai contenuti relativi alle ombre che incombono sul modus vivendi della specie umana ed una profonda, intonata timbrica vocale otteniamo l'effetto Nightside of Eden. "Retro futuristic", come la band londinese desidera definire il proprio stile, sembra la collocazione ideale per descrivere ciò che questo electro-project sa offrire in termini musicali. Il nome della band, influenzata da pulsioni very Depeche Mode, Human League, Joy Division e Cure, è tratto strategicamente dal libro di Kenneth Grant e proietta idealmente l'affascinante immagine della sezione adombrata dell'Eden, ovvero tutto ciò che oscura anche gli aspetti delle cose apparentemente più solari. Nulla di più si conosce sull'identità della piattaforma che sembra non volersi esporre eccessivamente sul piano
dell'immagine ma che preferisce, piuttosto, muoversi abilmente e con professionalità nel tentativo di introdursi dignitosamente nell'oceanico panorama electro, auspicando attenzione e meriti. Il mini cd di 4 tracce autoprodotte ora sul nostro tavolo rivela un'indubitabile attitudine della band ad una electrowave di sicura compenetrazione: "Emmaline", prima traccia, decanta immediatamente retrospettive electro-soniche very 80's attraverso la ritmica, key-sound e refrain di quell'era storica con l'impiego di arrangiameni più attuali e precisi. L'omonima "B-Movie" può paragonarsi strutturalmente all'electropop stile Cue to Recall o Decades, mentre la successiva, bellissima, depechemodiana "Who do you love" palesa irresistibili inflessioni wave dalla presa assicurata. Quarto ed ultimo episodio, "I don't want", edifica un capace "back to the past" riprendendo in chiave modernizzata attributi drumming/progs in uso più di vent'anni fa. Se queste prime quattro tracce rappresentano il preludi
o di un futuro full lenght non esiterei a fare la fila pur di aggiudicarmelne una copia.
-|-|-» Nulla di antologico ma se amate l'onesto, intramontabile electropop questa band potrà colmare quel desiderio di un buon ascolto senza cedere a sottomissioni prettamente commerciali, caratteristiche ammirevoli e non affatto comuni: riteniamo pertanto inaccettabile che una label non si sia ancora fatta avanti
» --------------------------------- English Version --------------------------------- «
The use of the historic Roland Juno 106 keyboard combined with the Korg Polysix recreates nostalgically synthpop sound with irrepressible emotional impact. Add to these melodies the introspective lyrics with their relatively shadowy contents that loom over the modus vivendi of the human species and deep, well- harmonised vocal tones, and there we have the effect of Nightside of Eden. ‘Retro-futuristic’ is how the London band likes to define its own style – and that seems to be the ideal description of what this electro-project provides in musical terms. The name of the band, greatly influenced by Depeche Mode, The Human League, Joy Division and The Cure, is strategically drawn from Kenneth Grant’s book and, in an ideal way, projects the intriguing image of the veiled part of Eden, or rather everything that also darkens the aspects of apparently more solar things. Nothing else is known about the identity of the platform that seems not to want to be excessively exposed at the visible level but rather it prefers to move skilfully and with professionalism in attempting to penetrate with dignity into the vast electro landscape, with a view to gaining attention and credit. The self-produced 4-track mini CD now on our table beyond doubt reveals the band’s aptitude for electrowave, showing a deep, secure insight into it: "Emmaline", the first track, with its use of most current and precise arrangements, immediately sings the praises of very 80s retrospective electro through rhythmics, key-sound and refrains of that historic era. The equivocal "B-Movie" can be compared structurally to the electropop style of Cue to Recall or Decades, while the following depechemodiana track, "Who do you love", is most beautiful; it expresses irresistible wave inflections, accomplished with fine assurance. The fourth and last episode, "I don't want", builds an adept "back to the past" in a modernised key, taking up drumming/progs overtones in use more than 20 years ago. If these first four tracks represent preludes to/of a future full length I would not hesitate to stand in the queue to obtain a copy for myself.
-|-|-» Nothing anthological but if you love honest, timeless electropop, this band will provide good listening – which is not ordinary in the slightest - to fulfil that wish without compromising purely to comply with what is typically commercial: so we think it is unacceptable that a label has not been made before now. |
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—- LIGHT IN YOUR LIFE - LIGHT IN YOUR LIFE -—
Release della tedesca Afmusic per la label Danse Macabre e stuzzicante album, questo concepito dalla band svedese darkwave/post-punk LiyL, progetto che sotto lo pseudonimo Sleazy Romance realizzò un anno fa un bel ep attualmente ascoltabile sulla homepage della Afmusic. Malinconia e melodie dominate dalla struggevolezza, incastonate in trame di wave psychedelica stile Breathless, costituiscono i principali fondamenti distintivi dell'ensemble di Uppsala composta dal vocalist Johann, Ilian (bass), Erik (guitar), Oskar (guitar) e Andrè (drums). Liriche trasportanti, un know how sonico ben ideato e tale da risvegliare amozioni individuali assopite da mesi di semi-piattezza produttiva in dieci episodi dei quali la meravigliosa "Emily Scott" costituisce il brano di apertura con vocals decadenti e sound concept strutturato attiguamente ad un dark/post-rock di ottima fattura. "We could be there" sospinge la traccia entro la quale spiccano connessioni di wave psychedelica, mentre in "Sleeping
Bag" risiede un'anima di pacata malinconia vocal-bass pronta ad ardere più in seguito sui robusti riff del suo connubbio drum-guitars. Sempre armonie wave poggiate presso moduli ritmico-chitarristici stile Editors in "Gedolf", ruvide corde introduttive ed ombrose atmosfere psychedeliche in "Do you know I tried to comfort you when you cried in your sleep", lievi arpeggi e coriacee impennate drum-guitar dai risvolti vocali velatamente Cure nella traccia "It would be fine", apportano ulteriore interesse a questo album che denota uno stile certamente da affinare ma in grado di regalare interi minuti di buon sound. Ancora aperto dialogo guitar-drum-vocal nella song pregna di obscure pop "Smile that Smile" alla quale si avvicenda l'incedere visionario di "Christian" ed in seguito la pesante coreografia percussivo-chitarristica di "Psych", ove rivivono fasti post-punk screziati di lisergiche venature. Date un'occhiata alla sleeve dell'album e potrete farvi un'embrionale idea di ciò che ascolterete in "Night in your Life": ciò che immaginerete corrisponderà fedelmente al contenuto sonico del disco. Un'ideale soundtrack con cui permeare l'imminente estate, un album da ascoltare a pieno volume osservando il cosmo stellato e la pallida luna riflettersi direttamente nell'anima.
-|-|-» Band che non disattende le promesse affascinando mediante un corpus di melodie dall'introspettivo sentimento. Non possiamo prevedere cosa ne sarà di loro ma questo debutto nasce certamente sotto i migliori auspici |
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—- AKANOID - Cocktail Pop -—
La multispazialità di Dside riguardo lo scenario alternativo indipendente permette spesso contatti con svariate labels dalle attitudini ed inclnazioni stilistiche più disparate. E' ora il caso della tedesca Echozone, poliedrica etichetta electro/goth/alternative che ci ha fatto pervenire recentemente una moltitudine di CD da lavorare e valutare con estrema serenità, tra i quali questo album dei teutonici Akanoid, autori inoltre di altri works che recensiremo in seguito. "Cocktail Pop" sfoggia una electro-alternative, a tratti inclinata verso soluzioni nemmeno troppo velatamente commerciali ma pur sempre ben confezionate e curate nel dettaglio. L'album, piazzatosi al secondo posto nella soundcheck di Sonic Seducer, si compone di 13 tracce più un video-file relativo alla song "On air again" e potrà compiacere in larga misura a chi ama sonorità molto affini ai De/Vision (supportati dagli Akanoid nei tours del 2007) e certe stesure compositive ispirate ai Crüxshadows (sostenuti anch'essi dalla band nelle live sessions del 2008). La mescolanza di ingenue nozioni electropop si denota all'istante nell'opening "Usual Freak" che forse più di altre tracce subisce manovre eccessivamente "easy" nella propria struttura melodica, pur non celando le curvature attigue ai sopracitati De/Vision. Identico concetto, ma questa volta molto meno banale, in "Nexx", dove il synth di Gregor Matlok, la voce di Hilton Theissen e la guitar di Phil Weyer inscenano un paragrafo sonico di ottima matrice electro, gemellata a soluzioni vocal-strumentali sempre riconducibili al conterraneo duo Steffen/Thomas. "On air again", per quanto apprezzata, non ci colpisce particolarmente per verve, mostrandosi come un semplice e ballabile electropop di consueto spessore senza eccedere in personalità e mordente. "Caught in a Sphere" modula a sua volta una ritmica "soft" e vocalizzi prevedibili mentre "Game Boy" ruota attorno ad un'orbita clubby di buona sostanza pur assestandosi nel gioco vocal-progs su peccaminose inflessioni mainstream. "No Matter" non lascia molto su cui discorrere costituendo una tiepida traccia poco interessante; la successiva "I swear" sembra invece recuperare una certa dose di credito esponendo sempre electro-concetti ben arrangiati ma ancora troppo vincolati da scarsa incisività, così come "E-Motion" scansiona uno strumentale synthpop dalla trascurabile personalità. Gli accenti vocali di Hilton si curvano nuovamente verso la musa ispirativa dei De/Vision in "The Legacy", traccia che si avvicenda ad una bella "Under the Line" dalla variegata morfologia che si articola tra electrobeats impostati alternativamente su slow/high tempo unitamente ad interessanti partiture vocali. "Peace sells" rilancia la ripetitiva ordinarietà electroqualcosa mentre "Same old Song" riesce invece a distinguersi per efficacia ed immediatezza nell'ascolto emettendo un concetto electronico che seppur usuale risulta indovinato se riferito esclusivamente alle piste alternative meno pretenziose. Quattro accordi di key aprono la conclusiva "The next Level" ai quali si affiancano i bei vocalizzi del singer in quest'ultimo, electro-riflessivo capitolo di grande atmosfera. Album dall'imprint oscillante tra collocazioni di minoritario valore ed interessanti punte che disorientano un immediato giudizio globale. Risiede comunque negli Akanoid un innegabile talento che vorremmo si manifestasse più audacemente verso soluzioni scorporate da quell'ordinarietà che ne limita fatalmente il vero potenziale.
-|-|-» A questo punto giunti la curiosità ci spinge a soppesare gli altri album interrogandoci nel contempo sugli eventuali contenuti. Non escludiamo per essi pertanto qualche inaspettato, piacevole e provvidenziale colpo di scena |
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—- TBA - To what End! -—
La musica ideata dal californiano Thomas B. Adam è definita "industrial/electro/christian": tutto incominciò nel 1984 quando l'artista in questione, evento affine ad altri electro-pionieri, acquistò all'epoca la mitica Roland Juno 106 con la quale incominciare a comporre le prime note per il solo piecere di farlo. Successivamente, dopo svariate sperimentazioni, nacque ufficialmente il solo-project TBA, ispirato definitivamente a spartiti di provenienza Depeche Mode/Nine Inch Nails/Peter Murphy/Gary Numan. Affiancato dal top producer & programmer Jeff Mc Cullogh, Thomas debutta con questo album che tratta attuali temi riguardanti l'autodistruzione umana nonchè più mistici orizzonti relativi alla misericordia divina, strutturando contemporanemente tutto ciò attorno a basi electropop e vocals che, solo dopo aver rovistato tra le memorie più recondite, riconducono a palesi timbriche alla Children Within. Addentrandoci più dettagliatamente nell'album incrociamo la traccia di apertura "World on your shoulders" nella quale intravediamo le classiche meccaniche tanto in auge nei contesti electro di provenienza europea mid '90 ai quali succedono le identiche soluzioni di "Throwback", traccia monodimensionale e quasi priva di rilievo. "Can't escape my Nature" richiama a sè azzeccati artifici di danceable synthpop, mentre il brevissimo interludio strumentale "Spophie" cede il passo alle electro-cadenze di "Taking Control" ed in seguito ad una lineare "Falter" dall'affascinante refrain. Drum machine onnipresente, vocals dall'impronta "childrenwithiniana" e synth intessono "Afraid" e la successiva "Oh Allison", traccia che soffre seriamente di una certa ripetitività. Bagliori vagamente Depeche Mode mescolati ad interessanti intuizioni electro e melodie catturanti costituiscono la più convincente "Freeze Frame" che anticipa le meditabonde note di piano relative all'intro di "Let you go" dagli sviluppi che avrebbero potuto offrire quelche emozione in più di un semplice contesto monocorde. "Secret Place" trasmette secchi impulsi di drum-programming e piace per colta fluidità ed accuratezza del suono. Traccia di coda, "You are", evidenzia spietatamente il limite negli acuti di Thomas ma si predispone con eleganti e semplici contappunti di gagliardo synthpop. Un debut album ancora acerbo per essere definito "deflagrante" ma sufficiente per presentare al mondo la fibra electro-minded di TBA, attendendone il responso a nostro avviso incoraggiante.
-|-|-» Il risalto vocale, per quanto timbricamente accettabile, appare stentoreo in sede di "alti", costringendo le liriche ad un circolare modulo che potrebbe appesantire l'interesse dell'ascoltatore. Le susseguenti formule strumentali appaiono convincenti anche se bisognose di massicce dosi di creatività. Sussistono le basi sulle quali edificare qualcosa di meglio: che la buona sorte sia con Mr Thomas! |
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—- WHISPERS IN THE SHADOW - Borrowed Nightmares and Forgotten Dream -—
"...the remixed, the reworked and the abandoned": così recita la frase stampata sotto il titolo di quest'ultimo lavoro dell'ensemble austriaca attiva dal 1996 che partciperà tra l'altro alla prossima edizione del M'Era Luna Festival l'8 e 9 Agosto 2009. La band cesella un buon goth/post punk propagato dalla voce e la chitarra di Ashley Dayour, dalle keys ed il piano di Martin Acid, dal basso e la chitarra di Fork e le percussioni di Curt Benes. Inizialmente lo scarno stile compositivo del gruppo era improntato prevelentemente su una non meglio definita "dark epic wave"; in seguito la line up progredì ulteriormente sostituendo il pc-drum sequencer con un batterista "umano", unitamente all'introduzione di psychedeliche tastiere che ancor oggi rimangono fedeli alle originarie timbriche very 80's. Album suddiviso in due sezioni: la prima, "Borrowed Nightmares", occupa la tracklist con le versioni rivisitate da molti artisti riguardanti brani appartenenti ai precedenti albums dei quali la canzone "The Arrival (Schemhamforash Mix)" rappresenta l'opening track, riesplorando percorsi goth-rock condensanti una vibrante energia ed accattivanti sonorità, così come la decadente versione di "Nightside of Eden", curata da Sieben, sfoggia una struggente facciata violinistica scandita da una sommessa drum machine. Estensioni di guitars molto "wave" introducono "Train (2009- The Eminence of Darkness version)" quì presentata in veste clubby, mentre la successiva "Damned Nation" si avvale della rielaborazione di Thomas Rainer che ne accentua il carisma attraverso synth-drumming dalle secche bpm ed un mirabile background di arrangiamenti. Le essenziali coordinate ritmico-sequenziali della prima ondata dark-wave si percepiscono ancora vivide in "A taste od Decay (QEK Junior)", la quale cede il passo alle successive trame screziate di goth-rockeggiante appartenenti a "Killing Time (Jenn Vix remix)" ed in seguito al malinconico violino di "Pandora's Calling" riedizionata da Persephone. Una nuova lugubre versione di "The Arrival (touched by the Hand of God)" remixata ora da Artaud Seth, ripropone la song d'apertura senza sostanziali variazioni: identico concetto per la seconda rielaborazione curata in questa occasione dai The Shallow Graves in "Damned Nation". Gli Ice Ages spogliano di ogni palpabilità "Babylon Rising" remixandola fino a renderla fascinosamente spettrale, così come i blasonati House of Usher ri-progettano "Killing Time", offrendola in un oscuro tripudio drumming-duitar-vocals. Dodicesima traccia remixata quseta volta dai Cults of the Shadow è la bellissima "Down by the Sea", dalle sonorità echeggiate provenienti direttamente dagli abissi oceanici. Le cinque tracce inedite costituenti i lost tapes del 2005 e definite "Forgotten Dreams", la seconda parte dell'album-raccolta, aprono con una robusta "Everyday" dal climax sonico decisamente gothic rock a cui segue la frenesia ritmico-chitarristica di"Karma Revolution" alimentata dai vocals di Ashley ed in seguito dal granitico impatto psychedelic-goth di "We better go". Ancora incessante drumming, guitars e vigorose emissioni di voce in "Waste (Broken Day version)" e giochi di percussioni, basso ed introduttivi electro-vocals per "Optimistic Day", traccia finale di questo work di buona ideazione che potrà solleticare l'interesse di tutti coloro i quali amano le evoluzioni della band viennese. Quì troveranno remakes per un sicuro proseguo emozionale.
-|-|-» Paradigma sonico dall'accertata utilità per gli aficionados dei WITS ma imperfetto acquisto per chi non conosce a fondo la band. Consigliamo loro di approfondire la conoscenza dell'ensemble attraverso alcuni precedenti albums cardine quali "Laudanum", "November" e "Everything you knew was wrong". Ne potranno apprezzare al meglio quest'ultimo elaborato processo. |
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—- SOLANACEAE - S/T -—
Anche le gelide lande della Danimarca possono alfine vantare una band neo-folk di apprezzabile spessore quali questi Solanaceae il cui nome appartiene ad una specie di vegetali ed indica una varietà di essi dalle proprietà commestibili o fatalmente velenose. Registrato sia al Soundscape Studio di Copenhagen, in Texas, Washington e Berlino tra il 2007 e il 2008, l'album integra nella sua stesura un gran numero di guests che si alternano agli strumenti ed ai vocals, evidenziando quasi ovunque nella tracklist la continuativa partecipazione del polistrumentista e front-man Kim Larsen. Il trigono stilistico Neo-folk/psychedelic/experimental è quantomai appropriato per descrivere la musica dell'ensemble orientata spesso verso semplici, garbate melodie talvolta dolcemente oniriche, mai irruente e solo velatamente apocalittiche. "I saw Them through the Pines/They only walk on Moss" ne è un primo esempio, vocalizzata dallo stesso Larsen con i sussurri di Fenella Overgaard ed il dulcimer pizzicato da Michael Laird. La chitarra acustica imperversa indiscussa in tutto l'album e quindi anche in "Through the Trees spears the Sun", archeggiata dal violino di Anne Eltard ed in "Fenella", dalle gentili corde e tambureggiata dal bodràn di Pythagumus Marshall. La trasognante voce di Kim Larsen si accorpa agli arpeggi della guitar in "The Blood of my Lady", brano meditativo di essenziale struttura che si antepone ai successivi, dolci vocalizzi da fata appartenenti a Chelsea Robb in "O deep Woods" disseminati su un soave tappeto di xilofono, violino e chitarra. "Nakkiel II" si articola attraverso educati accordi chitarristici in duetto con il French horn soffiato da William Wiegard, mentre "Midnight Garden" offre una splendida opportunità di assaporare un neo-folk di gran pregio cantato dalla voce di John Van Der Kieth che si mescola con sapienza al connubbio guitar/violin. Giungiamo alle consuete corde di Mr. Larsen che intrecciandosi al bodràn, le percussioni ed i singing blows di Pythagumus Marshall edificano la strumentale "Samorost" alla quale segue la seconda versione di "The Blood of my Lady II" sempre con i vocals di Michael Laird. "Hemlock and Mandrake Fields" si estende su accordion suonata da Vincent Farrow, voce, glockenspiel e guitar armeggiati da Larsen mentre "The Swallows Siprals through Them" utilizza il violino di Anne Elstard e la combinazione vocal-organ-bells-guitar sempre a cura del front-man. Di nuovo il French horn di William Wiegard propaga sonorità quasi epiche appoggiate semplicemente alla chitarra in "Nihil Sum", così come la conclusiva "I saw Her through the Pines" ripercorre esattamente il medesimo schema dell'opening track con la sola aggiunta di qualche leggera sfumatura che ne arricchisce il suono. Album non certo policromatico e dai contenuti un pò rindondanti che sanno tuttavia evocare con discrezione atmosfere boschive e neo-folklore di terre incantate. Fateci una riflessione.
-|-|-» Il fascino manierato di arrangiamenti mai approssimativi, l'acustica in prima istanza ed un tocco di arcano. Raffinato diagramma gradito a chi predilige musicalità lineare ed i benefici influssi della magia silvestre. |
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—- V.A. ELLIPSE VS INDUSTRIEGEBIET - Körperschall -—
Club-ep entrato a pieno titolo nella DAC (Deutsche Alternative Charts) occupando la per nulla banale posizione numero 4, "Körperschall" fonde i due personali progetti di Mr. Massimo, membro fondatore delle due piattaforme, proponendo una raffica di remixes elaborati da bands di specchiata caratura. La label Echozone, specializzata in electro/EBM/ oltre che a Industrial e gothic, licenzia quindi queste dodici tracce destinate prevalentemente alle piste più infuocate che esigono una sconfinata trasmissione di pulsante materia synthetica. "In Takt E Maschinenmusik" uncina subito l'udito con spossante ritmica high energy mentre gli Acylum riedizionano "Sorge un Gott" poggiandola su un iniziale basamento di synth-piano per poi staffilarla con potenti battiti percussivo-sequenziali. I Novastorm rielaborano invece "Licht am Ende unserer Welt" rendendola iperballabile ed anticipando un gran remix di "Sex mit einer Leiche" curato dai Soman, traccia dalla nerboluta impalcatura programming. Lo stesso progetto Industriegebiet edifica una versione assai electro-clubby di Sexmachine" con tanto di interventi loopati di James Brown ai quali segue il walking electrodinamico di "ElektrocomputerMaschinenMusik" rielaborato nel mix dei Sector Alpha. Di nuovo rivoli di pompata e danzereccia electro club oriented con il remix di "Rein und Rausgehen", processato da Timo Hühner oltre le ipercinetiche basi ritmiche di "Revolution is not dead" in versione Sympathikus Remix e le strutture di "Jung Und Erfahren" pianificato dai Mechanical Moth. "Taken Away" ripresa dai Frequenzgänger descrive una gagliarda cavalcata di consueta ballabilità alla quale seguono la platform percussiva spaccapista di "Jesus Christus Schluckt" riprogrammata dai Sin.thetic Squad e l'interfaccia by Bader Groove di "Keep on Dancing". Raccolta di tracce dall'impatto dance pressochè scontato, sottoposte a restyling ed a strategie miratamente di pista alle quali nessun d.j alternativo potrà restare insensibile. Combinazione divertimento-ballo garantita e certificata.
-|-|-» Un preciso obbligo se amate la German industrial-electro e gli arricchimenti tipici dei remixes di questo circuito. Diversamente non considerate doveroso un simile acquisto. |
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—- LES FRAGMENTS DE LA NUIT - Musique du Crépuscule -—
Talentuosa ensemble portoghese licenziata dalla Equilibrium Music, i LFDLN sono inclini a melodie antelucane, poggiate a strumentazioni acustiche appartenenti ai tradizionali canoni compositivi dark-minimalist per soundtracks quali cello, piano, violino e tastiera. Registrato presso lo Studio Sante-Marthe di Parigi questo album miscela assortite melodie ad aggraziate nature darkeggianti certamente non destinate ad effimere glorie di massa ma ponendosi discretamente a disposizione di chiunque desideri accostarsi alla delicatezza delle sedici tracce quì pronte per essere valutate. Si inizia con le lievi toccate di keyboard sugli estatici accordi di "Eveil des Fées" e le appassionate arie orchestrali di "Assault", intessuta dal violino di Cedrine ed il piano di Michel a cui segue un piccolo poema carico di surreale malinconia impersonato da "La Ronde des Fées". Un brioso modulo di piano introduce "Entre le Ciel et Fer" entro cui si avvicendano le scie di violino in un crescendo di complesse evoluzioni dal sapore drammatico, le medesime che dispiegano "Davenous Demain I" dalle pose innervate da phatos il cui proseguo, "Davenous Demain II", è archeggiato in questa occasione dal violino di Aurore che ne amplia l'amarezza unitamente all'appoggio del piano. "Solitude" propone un minimo minutaggio esclusivamente su accordi di pianoforte mentre "Solarisation" estende il cello di Ian Elfinn su folate di keys e gravi pause generate dai tasti dell'immancabile piano. I vocals di Marion Gomar e Maryvette Lair intonano un esangue episodio corale costituito da "La Chambre de Fées" seguito dalla lentezza crepuscolare di "Soleils noirs pour Lune blanche", la quale anticipa le atmosfere da soundtrack-drama di "La Melodie de la Téte". Ancora le voci delle coriste estendono un'addolorata "Le Château enchanté" dalle oscure trame evocative orchestrate da monocromie di cello e punteggiature di pianoforte il quale in seguito, affiancandosi a rapide sviolinate, muove la musicalità da camera di "Le Scarabée bleu". Barocchi ricami di archi ordiscono "Soleils noir pour Lune blanche" in versione "dark-tango" alla quale succedono le struggenti inflessioni di "Les Eaux dormantes", dominata dal duetto piano-violin che cedono il passo alla meditativa "Alpha du Centaure", traccia non difforme da altri capitoli già incrociati nella title track, essendo incentrata la song su accorate fughe violinistiche e bassi accordi di pianoforte. Sedici brani risultano forse numericamente eccessivi, conducendo essi dopo la prima decina di passaggi ad una sorta di torpore molto vicino al tedio, spazzato poi sporadicamente da qualche raro paragrafo degno di interesse che comunque non accresce particolarmente il valore delle rimanenti tracce. Possiamo infine valutare i LFDLN come dei capaci musicisti ai quali suggeriamo di ottimizzare meglio il proprio talento concentrandosi su un minor numero di lavori rendendoli nel contempo più accattivanti e precisi. Album non essenziale per la vostra collezione ma sufficientemente intrigante.
-|-|-» Melodramma post-meridiem dal fascino stentoreo entro cui non manca comunque una certa dose di coinvolgimento emozionale. Qualche aggiustamento in sede di coordinazione e corposità del suono potrà premiarli in futuro a locazioni più apprezzabili. Per essi, ora, un formale "discreti" è il massimo attribuibile. |
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—- SINWELDI - IT'S THE EUROPE DYING -—
Neo-folk infettato da ombreggiature dark quello progettato nei nove passaggi dei francesi Sinweldi, trio composto da Albert Sinweldi (guitar/voice/keys), Aymeric (keys/bass) e Lydian (additional guitar). Ispirati ai Black Thursday e licenziati dalla label SkullLine/La Caverne du Dragon, l'ensemble in questione in questo debut album concepisce un suono denso, esumante interventi di folk apocalittico e stesure di ambient/acoustic sound. Ne derivano prodotti semi-sperimentali come l'opening "Sinweldi" che esordisce con scroscii di pioggia, tocchi di spettrale key, coro che si snoda tra loops ed un'inquietante sirena finale. Cinque accordi di chitarra acustica introducono la suggestiva "Chanson d'Automne", scandita da flebili sussulti percussivi ed attraversata da fraseggi programmati alla quale succede l'introduttivo precetto in tedesco dell'omonima "Is the Europe Dying?" cantata in seguito dalla voce di Albert che con appassionato accento professa eleganti contrappunti alla Death in June. Scarni arpeggi di guitar e melodie dominate da trasognanza compongono "The true Color of Wind", ballata apocalittica di buona fattura alla quale fa seguito l'accoppiata guitar/key di "Rendez Vous" dalla pacata calligrafia vocale e "Love in time of War", anch'essa scolpita da grande fascino chitarristico-vocale screziato da occasionali interventi di armonica. "Song for Clementine", suonata in collaborazione con i Front Sonore, ripropone praticamente il medesimo schema tecnico della precedente traccia mentre "L'heure du Berger", impeccabilmente apocalyptic folk e cantata in frncese, ben relaziona con l'ascolto meditato, attraverso cui si potrà coglierne la garbata finezza. Malinconiche curvature vocali e delicate corde sospingono la conclusiva "All the things you should ever do" dalla formula espressiva non dissimile dal resto della tracklist ed altrettanto gradevole. Valutati nel loro specifico contesto i Sinweldi rivelano perfino tangibili analogie con bands più titolate, reggendo a tratti il confronto con molte di esse pur abbisognando di molta ulteriore esperienza per acquisire moduli più precisi e coinvolgenti. Non escludiamo pertanto nessuna ipotesi che li vedrà un giorno innalzati di parecchie misure oltre il più plumbeo cielo apocalittico.
-|-|-» Band denotante una creatività irretita dalla rigidezza strumentale ma comunque perfettamente in grado di sedurre la platea di seguaci dell'emisfero neo-folk, riuscendo ad ideare un impietoso affresco ritraente un'Europa in fase discendente. La strada per la gloria è lunga ma il primo solco è stato ora profondamente tracciato. |

Copertina non disponibile
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—- THE UNSEEN CHAINS - THE UNDERAGE OF REASON -—
Unreleased album di otto tracce per il solo-project greco attivato da Akis L. riflettente le classiche sonorità estrapolate dalle reminescenze dell'ormai ipersfruttata combinazione Sisters of Mercy/Fields of the Nephilim miscelate a venature stile James Ray/The Wake. Il polistrumentista ellenico dimostra anche una certa capacità di saper coniugare un buon assetto vocale ad un suono vigoroso e ben pianificato, tanto da poter consolidare potenzialmente a proprio favore gli inflessibili verdetti di molti opinion makers tra i più spietati. Stile, quindi, dai palesi connotati goth intrecciati a supporti di vibrante chitarra elettrica, drumming artificiale improntato su rockeggianti beats e vocalizzi irrobustiti da ostentate inflessioni alla Eldritch ("Lost in Decay") oppure orchestrato dal ballabile accento percussivo ed intuizioni strumentali che traggono corpo da identità similari del suono gothico dei decenni '80/'90 ("After Midnight"). Non latitano episodi che lasciano qualche interrogativo per dubbia esposizione vocale e per certi tediosi passaggi strumentali eccessivamente monocorde ("For Better or Worse") subito dissipati da gagliarde riprese di quota mediante eccitante basamento ritmico-chitarristico e melodie vocali ombreggiate con naturalezza ("Now middle Ages"). Il melodramma gothic-rock incontra frangenti di decadente romanticismo dal coriaceo esoscheletro drum/guitar/key proferito con convincente linguaggio ("The Underage of Reason") unitamente a binomi disposti sulla medesima linea espressiva che tuttavia andrebbe affinata cercando, ove possibile, di evitare le rindondanze vocali che di tanto in tanto appesantiscono il contesto sonico ("Forced Freedom"). Trionfo di guitar noise, drum machine e vocals più saggiamente dosati attivano capitoli dalle atmosfere fortemente attigue ai sopracitati Fields of the Nephilim ("The Empire of Lies") o nostalgicamente aderenti al goth-dark più tipico riportante citazioni da una novella di George Orwell e cadenzato con solenne lentezza ("1984"). Un'autoproduzione che reputiamo valida che risente comunque su vari livelli di una sostenibile carenza espositiva e più probabilmente della mancanza di almeno un altro elemento di supporto nella line-up. Recuperati questi due fattori tecnici ed una label lungimirante il progetto TUC potrà gettarsi nella mischia a testa alta.
-|-|-» Buon gusto espresso in coerenti evoluzioni strumentali cresciute sotto le fronde gothiche di prima generazione. Promettente. |

Copertina non disponibile
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—- DND - SLAVES BUILD IN SERIES -—
Autoproduzione di crudezza rumoristica estrema quella del solo-project Digital Noise Distortion che, dalla provincia di Lecco, elabora un personale sound assolutamente power-noise/industrial di definitiva aggressività e osticità d'ascolto già percepibile fin dai titoli della title track, una sorta di comunicato globale denunciante lo strapotere della tecnologia che gradualmente assorbe l'umanità rendendola sua inconsapevole prigioniera da manipolare a proprio piacimento. Le produzioni di Luca Carlozzo si presentano per ora su CD-R in tirature limitatissime come per "Destruction not Devotion", il mini "Metal Box" (con custodia in metallo fresato, coperchio in plexiglas e tanto di chiave a brugola allegata, andato presto in sold out..), "Spatter", anch'esso esaurito, il mini 380 Volt", "Hardware" (distribuito da Armaggeddon 93) ed altri ancora tra i quali CD-R contenenti tracce remixate da Leonardo Sabatto (Armenia), un "Tributo a Corbelli" ed una partecipazione su compilation ("Monsterkraft"). Il suono manipolato da DND è una mixture di sporche emissioni di industrial noise letteralmente inondate da abrasioni rumoristiche, filtraggi, incessanti intromissioni di echi, frastuoni, rimescolii di macchine apparentemente senza logica ma carichi di metallurgico odio."Preludio" apre con una sonata classica immediatamente aggredita da miliardi di rabbiose turbolenze elettriche mentre "One hundred blows for a minute" dipana un primo tratto di quieto noise flagellato in seguito da una devastazione sonica di impure distorsioni industriali. "Interference" si rivela un incubo di loops malsani e laceranti vocalizzi resi irriconoscibili da inquinati riverberi; "Slaves build in series" prosegue l'allucinato campionario con urticanti gettiti di apocalisse sonica, così come "la patologica "Mechanical Lobotomy" emette solo un ampio spettro di paurose interferenze. La sperimentazione incontra ora un'agghiacciante "Infernal work shift" e "Out-roved Engine" dalle micidiali raffiche sequenziali che precedono la meccanica "Assembly Line" ed i sibili industriali accorpati alle intermittenze ultra-noise di "Continuous Torture". Il trip dissennato in questo microcosmo di solo rumore si conclude con le hyperdeliche pulsazioni di "Short Circuit" e l'offensivo stridore metallico di "Black Factories". Impossibile definire questa come "musica": annientamento totale di ogni minima melodia, nulla che possa accostare ogni singolo istante della tracklist ad un qualsiasi minimo concetto orchestrale fin'ora udito. Lo stile adottato da DND è di incondizionata fruzione da parte di una circoscritta platea, quella frangia d'ascolto maggiormente smaliziata, incline per vocazione alla sperimentazione più estrema e che, soprattutto, sappia estrapolare e decodificare nell'oceanica trasmissione di rumore tecnologico l'intrinseco messaggio che ci definisce infine "schiavi costruiti in serie". Album di pericolosa alterazione percettiva.
-|-|-» In attesa di un appropriato spazio che possa rendere disponibili ad un più ampio pubblico le infette creazioni DND, contemporaneamente all'interesse di una label ed un'appropriata distribuzione, esortiamo l'artista a perfezionare questo particolarissimo disegno sonico con l'inserimento di almeno uno strumento che ne definisca i perimetri. Auguri! |
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—- NO MORE - REMAKE-REMODEL -—
Storica band germanica di Kiel che più di un ventennio fa concepì una song destinata a propagarsi in tutto il circuito post-punk/electro alternativo come una virulenta ondata dall'inesauribile potenziale: "Suicide Commando". I fondatori dei NM, Andy A. Schwarz (vocal/guitar/bass) e Tina Sanudakura (synth), dopo vari cambiamenti nella line up originale succedutisi negli anni, propongono per la Indigo/Roofm Music un doppio cd da collezione, coniato in concomitanza del 25° anniversario dell'uscita di questa immortale traccia, inclusi inoltre sette video inediti che procureranno le grida di compiacimento degli estimatori della band. Il cd 1, "Remake", include 13 tracce tra le quali nuove songs e mash-ups dei primi NM, aggiungendo inoltre nuovi episodi e mixtures più elettrificate delle stesse. L'allucinata "Too Late", la pacatezza "wave" di "Quiet Days In My Hometown", la più sperimentale "Another Monday morning". Non latitano capitoli di astrazione after-punk mescolati ad ampi dosaggi di coraggiose incursioni nel jazz come in "French Kisses" oppure manovre soniche più electro limate al millesimo come "What?" ed ancora, ripartizioni wave-progressive del calibro di "Ain't Gotta Clue". Il culto dell'experimental sound iniettato di originali interventi elettronici strutturano le pareti di "Schwarzen Mann Gesehn", l'avanguardistico portamento di "In A White Room / It's Always The Moon" e le inflessioni psicotiche di "So Unreal (Fake The Fake The Fake)". Il predominante ed austero impianto percussivo innerva tutto lo spartito delle produzioni NM ed interseca spesso i tipici vocal-loops commentati che molto raramente scendono a patti con la melodia pura ma piuttosto si stabilizzano in un'abile miscelazione di chitarra, basso, synth & effects, caratteristiche riscontrabili anche in "Something Grows Up / Rose De Fer" o nelle oscurità di "Out Of The Window". Si spazia infine nella purezza di una new wave progressista insita in "Hiroshima Mon Amour" e nell'interfaccia psychedelica di "Teenage Years (A One Chord Wonder)" che conclude la prima tracklist. Il bonus cd contrassegnato con "Remodel" offre ben nove versioni del celebrato e glorificato brano "Suicide Commando", delle quali cinque curate direttamente dai NM ((Live Plus Zeche Bochum / Instrumental / Live Oberhausen old Daddy / Demo recording / '81 Original version) e quattro riedizionate rispettivamente da Echopark (Echopark meets No More'98), Venus 45 ('03 Reduxx), D.J.Hell ('98 videoedit) e Mac Goniggle Trio. Ancora sorprese nei visuals inclusi nei sette video della song relative alle versioni appena descritte con l'aggiunta di interpretazioni a cura dei Venus in Furs e degli stessi NM (Kind of Live '86). Per chi ancora ignora questo importante frammento della prima prorompente wave invasion, questo double cd potrebbe fungere da linea guida. Ascoltatelo con devozione.
-|-|-» Trascrizione storica di una band ed una song di culto. Quelli che esborserete per questo eventuale acquisto saranno denari investiti costruttivamente. |
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