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-|-|-» [ RECENSIONI / Review ]
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—- NOYCE TM - UN:WELT -—
Sarei stato semplicemente onorato, se all'epoca ne avessi avuto le possibilità, di recensire l'album "Coma" del 2006 per la ragione che esso, a mio giudizio, ha caratterizzato appieno lo stile Noyce™ improntandone il carattere verso avanguardie soniche più ispirate, allineate perfettamente ad una electro-wave venata di scuro in grado di convincere anche gli scetticismi più radicali. "Un:Welt", ultimo atteso album del trio tedesco, distanzia di undici anni "Panique", primo full-lenght dell'allora quertetto e preludio di successivi capitoli che attendono pazientemente un udito disposto a condividerne i contenuti che sanno di dramma, angosce e amore, irretiti da profusioni di electro-noise combinata ad arte. Un apprezzabile riconoscimento per la band è stata la nomina di "Un:Welt" ad album del mese su Elektrauma, meritando questo encomio per essere stato concepito con solida electroverve e ben impiantato su pulsanti basi di synths che unitamente ad una macchina percussiva ben congegnata ed un mélange vocale di alto livello assolve in toto il suo compito di intrattenere l'ascoltatore con tracce di gran calibro. Per informazioni ed approfondimenti vi rimandiamo all'intervista pubblicata nella nostra apposita sezione. Dodici passaggi sonici nella tracklist che si aprono con la solennità esposta da "Freiheit", episodio rasente a certi accenti In the Nursery che tratteggia con synths, key e rigido drumming una prosa recitata in tedesco. "This World" è, a nostro giudizio, la song più bella dell'album: gagliarda, fluida nella ritmica, ben sorretta dai vocals di Florian nonchè resa perfettamente assimilabile dagli irresistibili accordi che ne farebbero un dancefloor di enorme impatto se sarà successivamente remixata da un'abile mente. "Tagwerk" presenta un'interfaccia technologica che assembla vocalizzi alla Diorama a strategie electro di intelligente concezione, "Inschallah" gioca invece con atmosfere arabeggianti miscelate ad interventi vocali-ritmico-sequenziali arrangiati con precisione millimetrica. L'omonima "Un:Welt" getta uno spietato sguardo sulla società nevrotizzata della Nuova Era mediante liriche impostate in modalità "drama" ed ipnotiche scansioni drum/key/progs. La susseguente "Half Life" delinea traiettorie più wave con impeccabile spartito vocale, cristalline punteggiature tastieristiche e drum concept di assoluta ballabilità, mentre "Our World" armonizza vocals filtrati e tattiche sonore che la accostano ad un'astrazione potenzialmente appartenente all'album "Coma", di cui pare un'appendice. Giungiamo ora all'electro-proclama interpretato da "Karolinko", traccia che obbedisce in prima istanza ad un criterio sonico introspettivo che ne rappresenta il nucleo, e a "The holy Crusade", moderna cavalcata dalle suggestive geometrie meditative ed iperballabili sempre intessute dalla splendida voce di Florian. "A long Way gone" si riveste di smisurati subissi di sequencers che dialogano armoniosamente con la drum-machine e gli appassionati vocalizzi del singer, "Un:jare" privilegia soluzioni più oscure, inquadrate su pulito manto elettronico e scolpite su incalzante drumming in presa diretta con voce ben impostata. Ultimo atto, "The last Effort" ripercorre la formula electronica gestita fin'ora attraverso ritmica sequenziale, vocals dall'inarrestabile appeal ed una pallida chitarra che arpeggia a sprazzi avvolta da un manto di keys. Ritornano quindi i Noyce™ ma ancor più preparati, affinando ad hoc una certa capacità di mirare in alto ed architettando un album dal significativo valore che merita senz'altro i nostri complimenti. Bravi.
-|-|-» Release che unifica irreprensibili elementi di electro-noise privi di tediosità e coerenti con la personalità di una band che ha ancora molto da dire. We need the "noyce". We trust in Noyce™" |

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—- ARTESIA - LLYDAW -—
Il terzo full-lenght dei francesi Artesia porta per titolo l'antico nome in galeico della Bretagna, "Llydaw". La band ha diversificato più volte la line-up dalle origini nate nel 2001, assestandosi nel 2008 con il trittico Agathe M, Loic C e Coralie L.-C. Edita dall'infaticabile Prikosnovénie l'opera in esame riflette le peculiarità neo-classic ed ethereal alle quali il progetto è devoto, rimarcando le proprie influenze dalle vivide identità Dark Sanctuary, Dargaard e Arcana. Approfondendo i contenuti dell'album rileviamo otto tracce di cui il breve intro costituito da "Iree Seose" è suonato esclusivamente dal violino di Coralie che diffonde nel vento le sue malinconiche note. Una più orchestrale "Le Haut-Bois" combina solenne key ad un elegante modulo di pianoforte a cui si accorpano i vocals di Agathe, affidando questa eterea traccia ad una espressività quasi epica; proseguiamo tra gli scrosci di pioggia udibili in "Y Ladi Wen", costruita su angeliche trame vocali, key intarsiati su magnificenti rulii percussivi ed in seguito sugli arpeggi della chitarra di Loic presenti in "Lande Sauvage", traccia ricolma del violino di Coralie che dà corpo ad un interessante capitlo neo-folk dal bouquet ispirato ad antichi fasti celtici. La successiva "Tempus est iocundum" elabora il consueto modulo sonico del progetto che prevede le incorporee estetiche vocali della singer, gli struggenti apostrofi delle corde del violino solcati da un austero sodalizio di key disseminati da fragori di piatto e tamburo. Di nuovo la tastiera di Agathe dispiega la sua timbrica orchestrale a cui si affiancano le essenze violinistiche, i vocals evocativi e le percussioni dall'incedere rigoroso in "Le Voyageur", song che non mancherà di farsi amare per compostezza, melodia e cura negli arrangiamenti. Morbide superfici sonore si poggiano sulla dolcezza chitarristica di "Sous la Pierre Brisée" che incrocia il decadente arco di Coralie alle corde di Loic anticipando l'imponenza del primo segmento di "Vers l'Ouest", song di chiusura che viaggia lentissima affiancando vocals maschili, keyboard e rare fiammate di drumming verso un autunnale tramonto rosso fuoco. Possiamo alfine concludere che gli Artesia costituiscono quella fortunata e capace fascia qualitativamente apprezzabile dell'universo neo-classico che pur non rappresentando la chiave di volta del genere raggiunge traguardi ragguardevoli con un album ben confezionato e concepito con significativa finezza stilistica; eccellente inoltre la scelta della band di non dilungare la tracklist con ulteriori episodi ma concentrando l'attenzione dell'ascoltatore unicamente su otto eventi di pregevole caratura. Dichiarate resa incondizionata a quest'album che vi soggiogherà con il suo sottile fascino.
-|-|-» Strumentazione essenziale, nessun virtuosismo ed equilibri compositivi diretti da mani capaci. Non chiedevamo altro. |

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—- SYSTR - NOVA MEN -—
Ensemble francese la cui line-up è passata nel 2008 da due a quattro elementi, più precisamente Martin (progs/voce), Selim (clavier/voce/live percussions), Pierre (percussions/Gros Mec) e Big Mister D (guitar). Il nome del combo sta per "symbiotic stridulations", significato che si manifesta apertamente nello stile proposto che si affaccia ad un suono electro-industrial-rock caustico, ipercinetico e rabbioso sostenuto da drumming possente contaminato da influenze KMFDM, Front Line Assembly, Dismentled, Skinny Puppy ed una tenue aurea Covenant. Il promo a noi pervenuto contiene diciassette tracce: gli otto demo inclusi nello stesso cd costituiscono il preludio artistico della band che succede alle nove regolari songs di "Nova Men", l'ep che andiamo ad esaminare in dettaglio. "Big Mister me" battezza il percorso inserendo immediatamente un turbo-drumming che flagella un'apocalittica spirale di keys, synths e cyber-vocals. "Solutions?" meccanizza ritmica electro e trasversalità vocali dai gelidi tocchi frammisti a rivoli di sintetizzatore: questa song manifesta l'ottima attitudine della band al rock industriale quì rappresentato da una convincente personalizzazione di questo specifico ambito stilistico. Glaciali rifrazioni technologiche si propagano ora da "Dystopia 06/05" che rincorre ritmiche velocipediche assemblate da drum machine e programming spediti all'onnipotenza che fanno susseguire "Silent Pictures (part 1)", traccia che si potrebbe definire "industrial wave", dai moduli lavorati con assoluta competenza attraverso la voce di Martin, fini framings chitarristici mossi da Big Mister D ed un tessuto ritmico-sequenziale a cui resistere risulta pressochè impossibile. "Girls at Fight" sfoggia saettante automatismo percussivo ed elabora contemporaneamente migliaia di impulsi e psicotici sviluppi vocali, mentre la subentrante "Protect your Horizons" irradia il suono con velenose inflessioni di rock sintetico. "Silent Pictures (part 2)" dispiega il medesimo schema della precedente versione ma arricchita da interventi molto KMFDM/Skinny Puppy, così come l'omonima "Nova Men" adopera taglienti stratefie sequenziali, tonalità percussive breakate, inondazioni di sound-effects e vocalizzi iperprocessati, irti come lame d'acciaio. L'epilogo dell'ep, la traccia numero nove priva di titolo, scorre buio in meno di due minuti soffocati da una key ovattata e fraseggi pre-impostati. La sezione "demo" presenta a sua volta la frammentazione in tre versioni di "Understanding", comprese una "big version" ed una canonica "club mix" pianificate con distinta preparazione tecnica ed arrangiate meglio di molte altre similitudini da noi esaminate. Gary Zon, al secolo Dismantled, remixa meravigliosamente "Protect your Horizons" elevando ulteriormante il livello di questa già ottima traccia proponendola in veste "spaccapista" valorizzandola con ornamenti elettronici d'avanguardia, sapienti rielaborazioni del suono ed interfaccia di enorme peso specifico dance-oriented per un'imperdibile chicca ad uso del d.j non convenzionale. L'irruenta "Gazole dall'anima rockeggiantemente industriale, la pulsante "DBMB" che incorpora un abrasivo guitar noise a percussioni sintetizzate, "The Race", patologica scheggia di manifesta idrofobia ed infine una sferzante "You're dive" dalle livree cyber-rock, chiudono degnamente i demo-tracks che non hanno risparmiato in gradevolezza pur con qualche nota ripetitiva. "Nova Men", l'ep su cui si è poggiata la nostra lente, impersona un incubo metropolitano con l'ambizioso fine di provocare e farsi notare in un universo inflazionato da progetti fini a sè stessi. Pur non denotando qualità uniche o caratteristiche innovative, i SYSTR conoscono perfettamente come muoversi tra le scie industrial sapendo proporsi con onestà. Meritano un approfondimento.
-|-|-» Chi non teme le virulente emissioni del cybersound incattivito dal rock si faccia avanti con coraggio e sperimenti con mano ferma le scosse emanate da questo ep. Le probabilità di pentirsene sono prossime allo zero. |

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—- SIEBEN - AS THEY SHOULD SOUND -—
Matt Howden e il suo violino. Matt Howden è Sieben, produttore, compositore e songwriter. L'artista di Sheffield possiede nell'anima un neo-folk dal malinconico linguaggio, ad ampi tratto oscuro e costellato da sottili particelle di goth sperimentale che sanno rendersi manifeste durante le sue esibizioni live. Il trascorso artistico di Mr. Howden conta significative collaborazioni con nomi di rilucente lignaggio come Sol Invictus, The Raindogs, L'Ame Immortelle, Persephone, Emilie Autumn, Faith & the Muse, Shock Headed Peters ed altri ancora. Autodidatta e fortemente ispirato dalle corde del suo strumento, Matt esordisce 1999 con il cd "Forbid the Sun's Escape", primo album di una serie che conta otto capitoli disposti nelle annate successive di cui il nuovo "As they..." rimane testimonianza di educata attitudine nell'esprimere il sentimento attraverso arte vocale accomunata a struggenti efflorescenze violinistiche. Neo folk, quindi, di differente astrazione che muove il concetto sonico di questo lavoro che racchiude in sè visioni introspettive maturate durante il corso artistico del violinista, il quale rivela tutta la propria sensibilità già nelle note del primo episodio della title-track ovvero l'omonima "As they should sound", dalle ritmiche delicate e sfumata leggermente dalla keyboard che trasporta il mesto canto di Matt. Le sezioni di violino ripartiscono toccanti armonie alle placide arie in questa song gradevole e dal carattere discreto. "The Sun" propaga guizzi di corde poggiate sopra un campo percussivo vivace e vocalizzi meditativi, "Crimson Clover" basa invece le sue strutture su bilanciate congiunzioni di violino-percussions e canto attiguo a certi accenti alla Sinatra. Presa diretta sulle emozioni con "Virgin on the Green", dal testo che induce alla riflessione, cullato su atmosfere da film suonate con eleganti archeggi dalle timbriche melodrammatiche. Ritmo ben scandito supporta gli afflitti vocals e le scie di violino in "The Spirit", mentre la successiva "Love's Promise" tesse un vellutato arazzo vocale dalla timbrica un pò alla David Sylvian. "Love must Wax cold" riserva pedal-loops ed intuizioni di accordi in crescendo amalgamati a vocalizzi gothic: "Northern Lights" diffonde contenuti dai decadenti effluvi e straniante delicatezza compositiva attraverso la voce di Matt parzialmente filtrata, stridori lontani e romanticismo visionario che ne costituiscono l'intelaiatura portante. "Lucifer" imprime sul pentagramma la propria stigma dai colori drammatici e phatos strumentale che relaziona immediatamente con l'ascolto; "Peterson's Seat" riflette nient'altro che il cliché composto da violin-loops-vocals in uso fin'ora così come le successive "The Blade" e "Sacrifice Content" rispondono a dettati presieduti da tranquille effusioni di canto e linee ritmiche appena accennate. Album contrassegnato da distensione compositiva ed avvicendamento orchestrale a volte eccessivamente monotematici che potranno incontrare, specialmente dopo la metà della tracklist, qualche reazione annoiata. Stimiamo quindi i contenuti di "As they..." idonei ad una platea non particolarmente esigente dal punto di vista della variegatura sonora e nel contempo disposta ad un ascolto placido, poco vivace ma forbito e appassionato.
-|-|-» Documento corrispondente all'interpretazione personalizzata di Sieben riguardo il concetto neo-folk che potrebbe nel contempo tediare o interessare. Per spostare il baricentro valutativo completamente verso l'ultima ipotesi il violinista di Sheffield dovrà rendere più svariata la natura delle sue creazioni. Promosso a metà. |

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—- MAGNITUDO 8 - LUCRO CHIMICA -—
Scossa tellurica di imponente magnitudo quella che si propaga dall'album "Lucro Chimica", avente per epicentro il solo-project bresciano Elfire il quale, dopo un trascorso artistico posizionato sull'extreme/black Metal, ha rivolto la propria attenzione ai sintetizzatori virando quindi la rotta stilistica nel 2007 a favore di sonorità power noise/industrial. Le dodici tracce della tracklist concentrano ritmiche ultra-speed che coprono in un minuto enormi distanze interstellari come in "Scatter" dal drumming incessante e turbato oppure in "Antrace" e "Tortura", propaganti acuminati impulsi di programs distorti ed in "235U" in cui spossanti sferzate di drum noise synthetico innescano un lineare itinerario di pura glacialità sonica. "Under Press(c)ure" tempesta crudelmente il tappeto ritmico con erti battiti per minute dalla velocità supersonica saldati all'acciaio dei suoni industrial che a loro volta delineano inquietanti scenari ad ogni scansione. Si prosegue con la deflagrazione in apertura di "Poison Rain", irradiata dalle prepotenti rotazioni del martellante modulo ritmico che, come in ogni altra traccia dell'album, riveste un ruolo primario e con "Coma" la cui rigidità percussiva si infrange direttamente sui timpani, martoriando le sequenze con ipercinetica spietatezza. "Infectious Area" dispiega le consuete e regolari battute techno-core private di ogni musicalità diretta ma predisposte all'attacco frontale mediante l'impiego delle raffiche di drum-machine che assesta inesorabili e meccanici beats. L'omonima "Lucro Chimica" implode a mezzo di siderurgiche iperpulsazioni dagli accenti soffocati ed intrecciati al sequencer che incide sulla traccia un'estenuante marcatura percussiva, così come "Dataipnotic" punteggia di automatiche strategie il dirompente apparato ritmico. Selciato percussivo rivestito da metallurgico furore si rivela in "Compulsive Noise", strutturata su un massiccio muro di battute technologiche dal suono sporco che terminando anticipano la conclusiva "Fe 37" dalle iniziali lente cadenze adombrate da tambureggi più scuri che divampano in seguito verso turbini sequenziali infinitamente più fulminei quanto terrificanti. L'inserimento di qualche differente geometria ed eventualmente un sound meno scarno poteva apportare all'album ulteriore valore aggiunto a cura di un promettente techno-incursore abile nell'evocare le visioni negative dei tratti umani con tutte le mostruosità originate dalla nostra società industrializzata. I seguaci più irriducibili dell'industrial-culture ora sanno su cos'altro poter contare.
-|-|-» Album dalle strutture incentrate in alta percentuale su ritmiche serrate, crude e contaminate da devastanti veleni di technologia sonica di ultima concezione. Certifichiamo questo lavoro come tra le più prorompenti proposte Italian-industrial di questo primo semestre. |

Copertina non disponibile |
—- ENEMY WITHIN - ENEMY WITHIN -—
Il solo project inglese impersonato da Mr. Darren Holborn, dopo numerose partecipazioni con bands locali, decise nel 2007 di attivarsi con proprie produzioni sulla scia di un'electro di discreta fattura. L'album "Enemy within Me" da cui sono estratte le tre songs in esame, propone un sound lindo, senza squilibri nè, d'altro canto, originali elementi che lo facciano sconfinare da una consueta circoscrizione. L'assemblaggio rituale drum machine/synths propaga domini sonici molto 80's ("Scared"), oppure ipnotismo club oriented dal vivace telaio ritmico ("Change the World"). I territori esplorati da Darren toccano inoltre costruzioni electro-rock dalle sporadiche intromissioni di corrosivo guitar noise inserito in un quadro percussivo attenuato da synth e key ("Truth"). Inesistente l'impiego della voce ad eccezione di interventi pre-impostati che occasionalmente punteggiano lo spartito. Tre episodi sono forse insufficienti per farsi un'idea della direzione intrapresa dall'album: per quanto concerne il nostro giudizio posizioniamo EW in un punto intermedio tra il "consueto" ed il "sostenibile" ma senza denotare le gradite eccellenze che ci saremmo aspettati. Mah..
-|-|-» Trittico di songs dall'aleatorio destino: riteniamo per ora azzardata qualunque previsione in merito al full lenght. Attendiamo con curiosità i futuri sviluppi. |

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—- ANHEDONIA - ONTOLOGY -—
Ex membro del progetto Dustman, Vojtech Smetana, giovane virgulto proveniente da Praga, costituisce ora il solo-project Anhedonia che, forte delle cure di Mr. Ryby boss dell'ormai celeberrima Aliens Productions, adombra di sottile IDM/dark ambient un album saturo di artifici high-tech ed atmosfere labirintiche. "Ontology" distanzia di tre anni il precedente "Destructive Force" del 2006 impadronendosi di minute astuzie atte a polarizzare il livello di gradimento verso ogni singola traccia dell'album a mezzo di atmosferici filamenti di keys ed un background composto da rumori ed effetti artificiali. Il suono si cristallizza sondando i recessi dell'inconscio su lunghissimi accordi di tastiera incrociata a distinti passi ("Intro") estendendosi in seguito su percussioni IDM e synth che diffondono intricate spirali armoniche ("Entire Lack of Joy"). Vocals pre-elaborati si dipanano in apertura per poi cedere il passo ad oscillazioni ritmico/sequenziali dalla ipnotiche cadenze: la voce è quella di Doctorofmindmd ed interviene con rarefatti fraseggi ("Anhedonia") mentre cala il buio ammantando il suono che si dilata fluido su ponti di stridula key sospesa sull'abisso ("Drone"). Gocciolanti tratti ritmici si riversano su fosche spazialità tastieristiche originando strutture ambient/IDM di staniante fascino ("Crossroads of Evolution") assieme alle ispirate macchinazioni di complessa elettronica amalgamata ai break-beats dell'apparato percussivo programmato con precisione ("Emitter Junction"). Impossibile interrompere il flusso di micro-impulsi del plumbeo pentagramma pervaso di essenza dark-electro dalla ritmica stoppata ("Empty Visions") ed i surrealismi sonici intossicati dai gelidi vapori scaturiti dalla combinazione key/progs che elaborano le complicate simmetrie di un rito elettronico che si atteggia pacato e colto ("Ontology"), così come un distillato di vocals loopati, drum machine e compulsioni programmate si incamminano sulle superfici electro finemente evolute ("Sounds"). Fluttuazioni di drumming e spire di keys animano tratteggi di puro ghiaccio synthetico ("Iinstincts"), contemporanenamente alla seconda cooperazione vocale dell'album questa volta curata da Sombra che apporta echeggiati e distanziati frammenti di fraseggi che rimbalzano tra sottili percussioni e rifrazioni tastieristiche ("Asmodium") lasciando che anche la terza traccia vocalizzata, questa volta da Disharmony, si mescoli alle matematiche procedure ritmiche ed alle ossessive scansioni di key ("Empty Feelings"). Giungendo quasi al termine dell'opera rileviamo un ottimo sostegno percussivo che mesmerizza misurando il tempo con sofisticate partiture distese su oniriche platforms di synths ("They have been Released"), gli stessi che macchinano l'asciutta struttura delle sonorità inafferrabili programmate dal talentuoso Unicode ("Leaving Deamons behind"). Scomposti rumoreggi da un marchingegno del quale ignoriamo l'identità infettano l'ultima traccia senza riferire altro che un continuo ed indecifrabile brusìo di interferenza ("Outro"). Concentrandoci infine su ogni singolo aspetto della tracklist di "Ontology", possiamo cogliere in essi un pregevole lavoro di programming e di arrangiamenti, nonchè di sagge intuizioni electro-ambient in linea con il buon gusto e quel raffinato senso estetico che saprà colpire.
-|-|-» Sofisticata musicalità inadatta ad una platea poco incline ai fascini sommersi ed alle audizioni non immediate. Chi, al contrario, non si identifica in questo contesto troverà quì di che gioire. |

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—- INDUSTRIEGEBIET - HODENKAPSE -—
Ennesimo ordigno tedesco dalle policromie hard dancefloor, perlopiù strumentali, elaborate dal one-man project Massimo (progs/live keys/live e-drums) all'occorrenza supportato nelle esibizioni live da Ö (live guitar/live e-drums). L'album, che succede al precedente "West" del 2005, è licenziato dalla label Körperschall/Echozone e propone un armamentario di spietata high energy concepita per far ballare fino allo stremo intere legioni di cultori dell'industrial noise. Più nel dettaglio, si incomincia con la micidiale "Jung und erfahren" dalla potenza che irrompe immediatamente con drumming martellante ed inondazioni di synths. "Blut für Blut" flagella il suono con impeto abbinando una sporca drum machine a strategiche melodie distorte, mentre la cavalcata avanguardistica "Jesus Christus schluckt" irraggia i canali uditivi di technolocic-dance assumendo un atteggiamento autoritario e scandendo il tempo con secchi bpm dalla ballabilità certificata. "Sexual violation in America" intesse una detonante base ritmica tribale su tocchi di key, seguita dalla teutonica "In Takt äh Beziehung", più noiosa che danzabile e da "Musikalische Früherziehung" che presispone ritmica d'assalto incorporata a cyberloops abrasivi. Si continua con i robotici electro-beats di "Sorgen um Gott" che farà produrre metri cubi di CO2 dai fiati degli avventori dei clubs e poi con la più nota "Sex mit einer Leiche" il cui video è attualmente disponibile on line, passando poi attraverso le atrocità insite nei vocals di "Man(n) vergisst ein Kind" dai tumultuosi battiti percussivi animati da stroboscopiche linee di sequencer. "Rein und Rausgehen" sfrutta spunti di pura matrice industrial diffondendo intermittenze ritmiche spaccapista, così come "Was ich bin" genera un sound in grado di irradiarsi nella corteccia cerebrale in un circolo di elementari pulsazioni dall'irrefreanabile dinamismo. "Industriegebiet feat. Ellipse - In Takt äh Maschinenmusik" offre infine l'opportunità di un'ultima spossante e-dance mediante lineari beats che sfrecciano rapidi e letali con una malevola vocina che ne coordina sporadicamente il meccanismo. Gli Industriegebiet conoscono perfettamente l'arte di saper far muovere le gambe.
-|-|-» Nulla che non possiate perdere, ma se amate sudare in pista o nell'intimità della vostra camera percossi dalla frenesia di efficaci battute per minuto, questo "Hodenkapse" si rivelerà più che utile allo scopo. |

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—- THE LAST HOUR - THE LAST HOUR -—
Progetto individuale concepito dalla scissione dei Gothica ed impersonato da Roberto del Vecchio (progs/voice/synth/guitar); la proposta sonica TLH fa assaporare combinazioni di dark noise impregnato in sedimenti di elettronica orchestrale che riteniamo possegga buone chances per strappare consensi anche alle critiche più reticenti. Lo stile musicale è sobrio, privo di complessità o sviluppi altisonanti: il pacato trascorrere dei contenuti ammanta le dieci songs in programmazione delle quali l'opening track "Into empty Depht" descrive un percorso progettato su key dall'intonazione imponente, ripetitivi moduli di synth e vocals tenebrosi adagiati su linee ritmiche dal passo aulico. "Waiting for the Rain to fall" escogita crepuscolari sonorità vocali che adombrano le meccaniche battute della drum machine in un'oscura allegoria di slow dark avanguardistico, mentre la susseguente "Death in Venice" articola un grave pianoforte introduttivo a ritmica scandita con eleganti beats e key dagli ampi dosaggi di drammaticità per un contesto atmosferico perfettamente aderente al significato del titolo della traccia. Un poema by Aimaproject viene descritto in "Feelings", arpeggiata da chitarra, neri tunnels di materia tastieristica e mesti vocals che cedono il passo alle malinconiche spirali di "In search of the Infinite", traccia strumentale esclusivamente costruita con keyboard. La spettrale cover di "New Dawn fades" agisce su base synth/vocal, (il cui testo in inglese avrebbe potuto essere pronunciato meglio), unitamente alla chitarra di Nicola Zanni; il contributo vocale by Aimaproject intesse con meditabonda dolcezza "Chanson d'Automne", brevissimo episodio di gran significato espresso solo con cristallini accordi di chitarra e key, la medesima che edifica la maestosità tastieristica di "The cold Embrace of the Universe" che anticipa nella title track l'impercettibile primo segmento di "The Unknown" a cui succedono i moduli percussivi slow tempo disseminati entro i cupi vocalizzi di Roberto e scarni accordi di keyboard. Decimo ed ultimo capitolo "It is the Hour" i cui samplers sono estratti dalla pellicola "Viskningar och rop" del 1972 di Ingmar Bergman, diffonde corpuscoli di rarefatta tenebrosità sillabata da un gelido tic tac, percorrenza tastieristica apparentata con la notte ed esangue commento vocale. Album non irrinunciabile ma costruito su solidi basamenti tecnici ed essenziali manifestazioni di dark elettronico non tralasciando un tocco di ambient. Saper cogliere il significato di questo album significa aver compiuto un notevole passo avanti.
-|-|-» Lavoro che rimane sostanzialmente fruibile da una ristretta circoscrizione di estimatori. Roberto del Vecchio non è un outsider ma il suo talento non lascia indifferenti. |

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—- VIDEO DIVA - INETTICHO -—
Oltre dieci anni, dal 1998 ad oggi, ripartiti tra "work in progress", fasi di assestamento, collaborazioni con altri progetti (Punck e Logoplasm) autoproduzioni in tirature limitatissime ed infine un vero e proprio ep, rappresentano uno scarno argomentario per introdurre il quartetto toscano e per descriverne l'autentica forma espressiva. L'ensemble si riferisce ad un sound di matrice dark/punk con striature dalle immancabili influenze 80's relative a canoniche bands tra le quali Bauhaus, Clan of Xymox e Joy Division intersecate alle epocali tendenze italiche di quegli anni, Diaframma, Neon e, in una certa misura, CCCP e Litfiba. Cinque nuove tracce autoprodotte dai VD ma abbastanza scorporate dalle tipiche impurità che caratterizzano parallele iniziative indipendenti, affidando i contenuti di "Inetticho" ad un mixaggio ed una regia in linea con altre produzioni qualitativamente professionali per un ep che non supera le prudenti 500 copie delle quali le prime 50 L.E. e numerate. Il significato che articola le musiche del lavoro in esame è di vibrata denuncia sulle sorti dell'attuale società, vittima di strapoteri che ne annientano la già fragile l'identità. "Effetto riflesso" apre la strada con un pulitissimo synth attorno a cui si stratificano la voce di Lorenzo Petti, autore anche dei testi, drum machine, il basso di Antonio Torino ed affilato guitar noise curato da Fabio Menetti e Davide Valecchi i quali edificano una song dalla scheletrica conformazione minimal-electro-post punk. Freddi arpeggi chitarristici animano il preludio di "L'Oratore", regolata in simbiosi tra synth lines, sviluppi di chitarra elettrica ed interventi vocali accentati da inflessioni CCCP, così come da "Frammenti (puzzle#1)" si estende uno spinoso predominio di corde tesissime, gagliardo drumming sinthetico, vocals un pò imprecisi ma riferenti liriche dai contenuti amari, pregni di insoddisfazione. "Come del bianco in un quadro notturno" è una cavalcata electrowave composta dal duetto sonico keyboard/synth preannunciante in apertura i vocalizzi del singer che ordiscono testi sfuggenti, quasi incomprensibili se non ascoltati con la debita attenzione richiesta per assimilarne i significati. Si termina con la meccanica glacialità di "Algor" ove robotiche virate di drum-programming si ergono su monocordi simmetrie vocali, synth e lontane intromissioni di chitarra per una traccia davvero interessante e ben confezionata. Disco poliforme, introspettivo, la cui valutazione richiede un apporto di attenta analisi dei testi senza cedere alla tentazione di cliccare frettolosamente alla traccia successiva. Vi perdereste l'accezione di denuncia di cui "Inetticho" è fortemente permeato. Attendendo un full lenght elaborato tecnicamente con la medesima precisione ma auspicando una migliorìa nell'assetto vocale, assestiamo di buon grado ai VD il nostro parere favorevole.
-|-|-» L'intricata osticità espressa nelle liriche e le involute melodie presenti nelle tracce ottemperano allo scopo di screziare l'ep di impietose vedute sull'esistenza contemporanea desfogliandone l'apparenza e raggiungendo, non senza disincantata lucidità, i punti nevralgici da evidenziare. Ammirevole. |

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—- PSYCHOCANDY - THE WAVE -—
Coerenza innanzitutto. Questo è l'elemento maggiormente riscontrabile nell'emisfero dei perugini Psychocandy. La passione che alimenta il sacro fuoco delle reminescenze post-punk è nettamente percepibile nelle otto tracce di questo autoprodotto che fornisce un gradito contributo ad uno scenario attualmente protagonista di un inatteso fermento. Di coerenza accennavamo in apertura e di coerenza continuiamo a parlare: l'intero concept che regola il meccanismo compositivo della band rispetta il carattere della medesima la quale attinge le arie, il suono stesso, le strutture, nel grigio universo della retroguardia new wave. Il progetto originale capitanato da Francesco Proietti (voce/chitarra) e Massimo Margaritelli (basso/seconda voce) è attivo dal 1995, da quando sotto l'appellativo Moonchild elaborarono un demotape di 4 tracce, "Shadows"; solo nel 1999 nacque l'impianto Psychocandy che reclutò via via il drummer Riccardo Trombi, il guitarist Leonardo Cassetta e la vocalist/synth/key Sabrina Simonetti. La band non verga nessuna particolare pagina della storia della musica alternativa ma comunica un riuscito connubbio di nostalgiche sonorità ed una certa perizia nel proporle. Se muovessimo loro una critica non lo faremmo dal punto di vista prettamente tecnico ma sul piano su cui il progetto si propone: il quintetto dovrebbe spogliarsi di quell'atteggiamento simil-dilettantistico ed imboccare seriamente un percorso artistico più consono alle sue concrete potenzialità. I riconoscimenti in tal senso non tarderebbero a fioccare. Sondando nello specifico l'album a noi pervenuto, accompagnato inoltre da un interessante dvd con 8 clips autoprodotte e presentato in Gennaio in occasione della performance acustico-poetica al Kandinky di Perugia, ci imbattiamo nell'opener "The Difference", dall'incedere very Cure con tanto di voce echeggiata e guitars stranianti, i medesimi fiff che si riscontrano nella bellica "Total War", ulteriormente drammatizzata dall'incessante rullìo della batteria che proietta inquitanti ombre percussive su vocals disperati e contemporanee manovre bass-guitar tese quasi all'unisono. L'immancabile richiamo alla malinconia, tipico del filone, lo si avverte nell'omonima "The Wave", dalle ripartizioni vocal-strumentali ricalcanti il particolare modulo espressivo attiguo a Robert Smith. Quì le atmosfere si fanno più delineate, mercuriali, velate di gelo ma fortemente ispirate. Introduzione di guitar seguito da ritmica post-punk in "Big Fish", irrequieta particella sonica che espande emissioni audio-lesive ad alta gradazione tramite affilati interventi vocali e fendenti di chtarra elettrica. "Electric Gift" rincorre un lineare percorso wave-psychedelic contaminato da qualche incertezza nella coordinazione strumentale così come la successiva "Gather Roses" estende vocalizzi quasi Pink Floydiani sui coriacei arpeggi di basso e chitarra che duellano in fase finale accellerando ipnoticamente ed assemblandosi alle voci di Francesco e Massimo in un'allucinata corsa verso un calvario sonico. Atmosfere tutt'altro che rilassate nel manifesto after-punk titolato "Underwater", dai cromatismi sonori infettati da turbolente scorrerie di drumming, chitarra e lancinante assetto vocale. Terminiamo l'esplorazione dell'album con "Totem", sperimentale ed insolito episodio dalla ritmica frenetica ed improbabili vocals creati da un autentico e psicotico girotondo attorno al microfono per una traccia delirante ad alto rischio di incomprensione. La valutazione che assegnamo alla band è positiva ma vincolata dalla volontà della stessa di perfezionarsi ed intraprendere in seguito in un decorso più professionale, alleggerendo il suono da qualla "coerenza" identitaria insita nel progetto che esige arrangiamenti "impuri" e lirismi dilettantistici. Noi, di canto nostro, non possiamo che incoraggiare simili intraprendenze.
-|-|-» Interessante opportunità per riesplorare lidi che consideravamo ormai avvolti dall'oblìo. Se possedessi una label li recluterei. |

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—- COMPULSIVE SHOPPING DISORDER - IN THE CUBE -—
Primo cd ufficiale del trittico polacco formatosi nell'autunno 2004 in quel di Glubczyce. Fortemente influenzati dall'ondata dark-electro germanica in voga negli anni '90 la band non utilizza applicazioni computerizzate pre-impostate ma lascia che il sound si libri direttamente dalle macchine ed elaborato tramite la loro immediata e fervida immaginazione. La label Rage in Eden licenzia questo sette tracce di impronta electro/experimental/industrial che spazia in emisferi ove dominano le logiche ispirate alla technologia strumentale intinta nella tenebra ("Dreams") o in sonorità pronunciatamente industrializzate dalle pose perverse che luccicano sinistramente in un ambito vocal-strumentale tutt'altro che anonimo ("In Confidence"). Essenziali tratteggi sequenziali introducono allucinazioni futuristiche impiantate su elaborato programming e keys solenni ("Trash") entro le quali circola un fiume di mercuriali sonorità e pause di neutrale electro-noise, mentre il fascino delle macchine espande un gelido grafico sequenziale affiancato ad emissioni di sequencers, vocals sussurrati e spettrali curvature ("Mind Soul"). Suspense proveniente da processi synthetici ed uno sciame di ronzanti tastiere generano torbide atmosfere di dark noise ("Attraction of Pain") che estende il proprio influsso verso soluzioni vocali poco più che bisbigliate, trafitte dalle aghiformi pulsazioni del motore ritmico impostato a basso regime contemporaneamente al tocco di inquietanti foschie soniche ("Fall"). Trasversalità di elettronica oscura commentate da voce meditabonda delineano tormentati stati d'animo e claustrofobiche visioni ("In the Cube") che riverberano suoni, vortici di effects innaturali, sottoponendo l'episodio ad una tensione che irretisce ed affascina sinistramente. Un insieme quindi di metodologia high-tech e dark non difforme comunque da altre valide e recenti proposte. Un dignitoso debutto per i CSD i quali a nostro avviso sapranno porsi d'autorità innanzi ad un panorama stilistico iper-sfruttato sfiorando in esso altezze ragguardevoli. La strada che conduce ad un soddisfacente futuro è già tracciata.
-|-|-» L'imperativo è sempre il medesimo: "distinguersi". Affinchè questo obiettivo possa essere raggiunto è determinante una forte dose di ambizione unita a concrete capacità oltre il comune. I polacchi CSD possiedono conoscenze tecniche ed estro sufficienti allo scopo. Candidati tra le debut-bands più interessanti della nuova scena. |

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—- TAPHEPHOBIA - ANOMIE -—
La label Reverse Alignement può vantare tra le sue diramazioni la presenza del norvegese Ketil Søraker alias Taphephobia, ex progetto Northaunt nonchè autore nel 2007 di un bellissimo nove tracce limited edition, "House of Memories". Parliamo di dark ambient contemplativa che perlustra territori di decadenza e fascino non comuni richiedendo nel contempo all'ascoltatore un'innata predisposizione ad un sound particolarmente onirico e rarefatto. Non avvezzo a caotiche elaborazioni ma piuttosto a quiete atmosfere di torbido cristallo, Ketil propaga dalle tastiere lunghe trasmissioni di suono fosco, dominato da iterazioni oscurate con sublime grazia. La prima delle nove tracce è "Asphyxiation", dark trip dalle suadenti arie composta dal tenue flusso di key e canto distantissimo a cui succede "Darkest Day", ispirata al film "Donnie Darko" e musicata mediante curvature di buio totale emesse dai modulari circoli tastieristici. "Black Cloud", coerentemente con il proprio titolo, evoca con estrema pacatezza nebulose formazioni gravide di pioggia raffigurate nella song mediante rivoli di keyboard dal tono sotterraneo, mentre "Black X", traccia monodimensionale, proietta un torbine di suono continuo dalla palpabile densità, annientando ogni riferimento all'armonia esplicita. Una opaca "Anomie" eleva un semi-indefinibile mantra attraversato dal gelo di una key in grado di riprodurre la tenebra stessa, succeduta dalla galassia di puro dark noise costituita da "Fractal and Chaos". Corpus sonico sempre orientato verso indefinibili prospettive di completa oscurità lo rileviamo in "Mourning Morning" e nella persistente immobilità di "One Step closer" che, unitamente alle nebbie tastieristiche della conclusiva "The last Hour" costeggiano gli ultimi paragrafi di questo album che parla della notte ed arcane, suggestive sospensioni spazio-temporali. Violare tutto questo incanto con altri concetti avrebbe assunto un significato quantomeno delittuoso.
-|-|-» Per i molti cultori della disciplina dark-ambient, un ennesimo pezzo da collezionare. Per i neofiti, una buona occasione per un'immersione perlustrativa nelle acque del Lete. |

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—- DOLLS OF PAIN - CYBERSEX -—
Dark-electro di imponente mole quella che defluisce dagli strumenti dei francesi DOP giunti al loro ufficiale terzo album oltre al demo "Emprise" del 2003 ed il maxi "Dominer" del 2004. Il proposito del nuovo full lenght si incentra specificatamente sull'esplorazione del "sesso cybernetico" accorpando testi provocatori ad uno spartito technodance che vede nel finale della tracklist anche collaborazioni curate da remixers assolutamente di fama. Quindici tracce senza compromessi che concentrano il sound su ritmiche spedite, atmosfere adombrate e torvi vocals degni di un autentico "electro-anthem" di martellante energia. Si incomincia con l'opener "The black Room" che ostenta un carattere aggressivo dove la voce di Laurent scortica la muraglia di synth-drums e key per poi continuare con il teorema ultrasonico costituito da "Sweet Android" ed ancora con i fulmini dancefloor di "Nothing". Massiccio impiego di tastiere e drumming in "Cybersex", song dalla dirompente high-energy che anticipa la monotonia di "Crazy", più monocorde che accattivante. Proseguiamo con la bellissima "Liberate me" dai turbini sequenziali che divorano metri e metri attorno alle casse del nostro impianto hi fi combinando percussioni incalzanti ad elementi vocali e progs di ottimo livello. "Slow Motion" propaga nitide e melodiche linee synth/key in questo evento aderente a musicalità vicine agli ex Evils Toy, mentre una più determinata "In the Ropes" lastrica di freddo acciaio uno sfondo di rabbiosi vocals ed alaborazioni sequenziali, così come "I continue" recupera dinamismo esponendo una traccia club-oriented splendidamente congegnata e ballabilissima. Le prime electro-battute di "Addiction" anticipano una song ben cadenzata dai vocalizzi filtrati che cede in seguito il passo alla pesante e meccanica aurea dark di "Lobotomy". A chris Pohl dei Blutengel è affidato il primo remix con "Liberate me" che attraverso il suo tocco si arricchisce di rinnovata danzabilità ed antimateria technologica mentre Leather Strip si occupa della riedizione dell'omonima "Cybersex" che quì osserva dottrine electro-minded più affascinanti quanto pungentemente harsch. Il sapiente savoir faire del maestro Bak XIII rielabora "I continue" dal comparto ritmico strepitosamente ballabile ed arrangiato con finezza. Ipnotiche ciclicità di progs e drumming da club si propagano infine dalla seconda rivisitazione di "Liberate me" marchiata Alien Produkt, il cui remix chiude degnamente la title track. Il progetto DOP può con il test costituito da questo album affermarsi a pieno titolo tra i ranghi di una gloriosa nobiltà electro che non teme parallelismi diretti con le bands più in auge.
-|-|-» Buona padronanza del suono elettronico senza particolari difetti tecnici. Pur non innalzandosi per originalità i DOP rispondono adeguatamente al nostro parametro valutativo. |

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—- MARS TV - REMINISCE -—
Finalmente dopo un lungo periodo di attesa ecco il duo Jimmy/Mathias rappresentante il progetto svedese Mars TV coniare il primo singolo che funge da biglietto da visita per i cultori dell'electropop di alta qualità. Le intenzioni e le info tecniche relative alla band le potrete visionare nella sezione "Interviste", essendo stati essi graditi ospiti della nostra webzine. "Reminisce", prodotto nientemeno che da Viktor Ginner dei Rupesh Cartel e masterizzato da Brian Hazard, riflette smisuratamente lo stile terso, irresistibilmente melodico e ballabile appunto dei colleghi ed ispiratori RC mediante vocals aperti, immediatezza d'ascolto, estetici quanto semplici passaggi privi di ogni ruvidità e predominio di synths/Keys. L'accessibilità delle trame sonore del disco costituiscono il punto di forza dei MTV che lavorano alla ricerca di soluzioni assimilabili al primo ascolto ma bandendo ogni forma di ingenuità da uno spartito che si farà ricordare per parecchio tempo nella nostra mente. La prima delle tre tracce del cd propone "Reminisce" in una versione leggermente differente da quella originale ma altrettanto legata a quell'electro-trend capace di comunicare brio ad ogni battuta. "Reminisce (Peter Aries remix)" è la rivisitazione più dance-oriented del brano, ornata da concetti più 'clubby' mentre "Agoraphobia", terzo ed ultimo episodio, propone ritmica vivace su accordi easy. Eccellente debutto per una delle migliori piattaforme della nuova scena Swedish-electro, se non per innovazione, per verve e disinvoltura creativa, essendo stati essi in grado di richiamare la nostra attenzione sul loro operato. Proiettati in un'ottica a lungo termine ed ottimizzando le già evidenti capacità, gli svedesi MTV posseggono le carte in regola per pretendere assolutamente un livello superiore di popolarità. La TV di Marte ha aperto le trasmissioni.
-|-|-» Attendiamoci in futuro un album su cui scommettere e vincere: il preludio costituito da "Reminisce" induce all'ottimismo scongiurando ogni dubbio. Sintonizzatevi sulle loro electro-frequenze! |
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FAUSTO LEONETTI - SYNTHESIS -—
Il portamento solenne delle percussioni, il sound che incarna in specifici episodi il canonico stile compositivo dei gemelli Humberstone: non siamo affatto in presenza dell'ennesima creazione degli In the Nursery ma di sei tracce sagomate dal bassista/tastierista degli Infieri Fausto Leonetti che esudisce in questo solo-project il proprio desiderio di esprimere tangibilmente il flusso creativo che circola nel suo sangue. Ed ecco quindi "Synthesis", autoproduzione quasi interamente strumentale che tocca versanti experimental/classic adagiati su un armonioso tappeto di gothic dalle pose austere. Addentrandoci nel dettaglio, apriamo con "Sleeping Beauty", song apparsa anche nell'album "Through the Night Lights" degli Infieri ma ri-arrangiata secondo i nuovi criteri dell'artista, anteponendo sonorità si chiara e fiera provenienza ITN in misura tale che risulta assai ostico differenziare questa traccia da qualsiasi altro episodio incluso nella discografia dei gemelli Nigel e Klive. "Remembrance" si propone interamente suonata con un bel piano a cui si accorpa un delicato alito di keyboard dando vita ad un placido universo emozionale. Impulsi di synth abbandonano le coreografie marziali per rivolgere lo sguardo verso un elegante e nobile neoromanticismo tramite tocchi di key su colto spartito di pianoforte: tutto questo è "Ancient Spell". Il perpetuo cliché ITN riaffiora in "Saturno", eretta su drum-beats militareschi ai quali si affiancano le corde del basso, la tastiera ed il piano diretti dal polistrumentista. Sempre il pianoforte, appunto, è protagonista in"Fearless" che compone in fase iniziale un intro da sogno vivacizzato in seguito da punteggiature di synth e ritmica slow-tempo. La bonus track "Rebirth", presente anch'essa nella tracklist di "Through...", è l'unico capitolo non strumentale: la voce e la chitarra di Barbara e Stefano Profazi arricchiscono con i loro suggestivi interventi la sfera sonica di "Synthesis" in un brano dall'alto potenziale estatico.
Pur non avendo elaborato alcunchè di straordinario, FL è tuttavia riuscito nell'intento di farci compiere un breve viaggio tra la sua musica che soggioga con garbo. Un piccolo must.
-|-|-» Armonie marmoree ed estetismi orchestrali "clonati" da un'impronta che ha fatto scuola. Qualche fisiologica increspatura nel percorso del mini non pregiudica un lavoro che valutiamo con buon punteggio. Da diffondere.
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