EVENTILOCALIBANDSINTERVISTERECENSIONIFOTOMP3ARTICOLIMEMORIELINKINTERACTFORUMNOTE&STAFF

-|-|-» [ RECENSIONI / Review ]

BACK

- ALBIREON - I PASSI DI LIU' -

Album licenziato dalla Palace of Worms e scrigno di profondi contenuti emozionali scaturiti dalla personale sofferenza di Davide Borghi riguardo la scomparsa di una persona a lui cara eppur ancora vivida e presente tra le note dell'opera, come una successione disincantata di tormento e struggevolezza. Ci siamo occupati l'anno scorso della band di Reggio Emilia, precisamente in occasione del precedente album "Indaco", auspicando all'epoca strutturali interventi migliorativi sul piano tecnico: i risultati, come del resto ci attendevamo, sono infine giunti. Le songs, più mature ed ispirate, riflettono un vibratile desiderio di sperimentare innovative sonorità "looppate" a cura di Stefano Romagnoli oltre ad una più tangibile padronanza della materia oscura. "I passi di Liù" si dispone sul mercato in due versioni: una limited edition di 100 copie con annesso dvd realizzato con i filmati di Massimo Romagnoli, oltre la canonica stampa solo su cd limitata però anch'essa a 400 copie. Gli Albireon, inoltre, militano anche nella compilation "Nikolaevka" con la song "Il deserto dei Tartari", offrendo aun'ulteriore occasione per soppesarne le qualità. "Liù dorme", prima traccia dell'album in esame, si erge catartica, impalpabile, su vocalizzi meditativi adombrati da un flusso di key, chitarra distante arpeggiata con scarni accordi, in una song che amplia il concetto di sofferenza e mestizia intrecciandolo all'inesprimibile emozione della dipartita e privando il pentagramma di ogni melodia circoscrivendolo contemporaneamente nella compostezza di un atonale cantico di morte. "Naufraghi" è una traccia livida, intorpidita da una lunga folata di rumore sintetico, viola e cristallizzate note di piano. In "Gli Equiseti" la preminenza dei vocals di Davide intessono delicati filamenti dal sapore amaro, ammantati di malinconia ed allineati su un greve rollìo di basso mentre "Deriva" evoca fosca poesia trafitta da frammenti stilistici attigui ai This Mortal Coil di "Filigree & Shadow" attraverso ampissime dilatazioni delle atmosfere ed utilizzando il suono come strumento di meditazione. "Cendra" emana evaporazioni liriche fiabesche in duetto tra Davide e Paola Tarasconi, sorrette da un unico accordo di chitarra appena pizzicata ed un ripetitivo campionamento rumoristico che ossessiona l'intera percorrenza della traccia, così come "Cerbastri" propaga quiete galassie vocali meravigliosamente evocative e poggiate su un disadorno tappeto di key dalla timbrica sibilante, pallida guitar e rarefazioni di piano. "Marea" abbina i fraseggi del singer a sonnolente emissioni monocromatiche in un episodio dalla brevissima tempistica e "Falistre" rumoreggia con striduli loops imbarattando di gelida impurità un capitolo dark-ambient; raggiungiamo "Nymphalidae", fosco poema sciorinato sotto un plumbeo cielo di sordi venti tastieristici e stentorei tocchi di chitarra d'accompagnamento che anticipano l'ultimo brano rappresentato da "Gennaio", dall'intro lunghissimo che incorpora un lamento accordato inizialmente su sole tre note incessantemente modulate su un background di torbidi cigolii interferiti da sinistri rumori, con la voce di Davide che solo al sesto minuto interviene ad echeggiare una song intricata ma che nel segmento finale intercala lente melodie di keyboard e chitarra. Nessuna percussione, nessuna ritmica: l'album si tuffa in prolungate immersioni di ambient oscuro e gelido ed essenziale plasma sonoro intriso di un palpabile sentimento di afflizione che in questo "I passi di Liù" diviene parte integrante di ogni singola nota, rendendo i contenuti del lavoro toccanti, riflessivi ma percepibili esclusivamente dall'ascoltatore predisposto e sensibile.
-|-|-» Fautori di una rentrèe matura quanto significativa gli Albireon si evolvono nell'algido livore di una realizzazione che ha il pregio di aver reso timidamente luminoso perfino il buio. In eterno.

- BANDITZ - SENSATION SEEKER -

Autoproduzione riflettente concezioni hard rock tipiche di almeno un ventennio fa per il quartetto veronese attivo dal 2006 e composto nel dettaglio da Jade (vocals ed ex FMC), Nicotine Sam (guitars ed anch'egli ex FMC), Fabian (bass) e Ross (drums). Espliciti parallelismi provenienti da realtà come Hole, Guano Apes, Prozac, Budweiser, costituiscono prevalentemente l'asse ispirativo della band che propone un album di discreta fattura ma ancora troppo vincolato da quell'ordinaria espressività da renderlo poco appetibile e ad elevato rischio di indifferenza, non elevandosi oltre quella costellazione sempre più numerosa di cloni presenti sulla scena. Non latita comunque una certa perizia nella gestione delle strumentazioni acustiche, distante da sterili virtuosismi e picchi di grossolanità: resta tuttavia vivida la sensazione di un lavoro eccessivamente monolitico, poco flessibile, partendo dalla prima song "The Will I had" che combina pesanti riff chitarristici, vocals laceranti e rota
zioni percussive quasi metal, attraversando in successione "U can't stop me" veloce nel comparto ritmico, frustata dalla guitar di Nicotine, e "Everytime" vigoroso monumento heavy oriented. "Drift Away" apre con un buon accostamento piano-vocal stabilizzato subito dopo sui canonici moduli drumming dell'hard. "Feelin'nothin" non si scosta dalla matrice sonica contrappuntata da batteria impetuosa, bassline pulsante, vocalizzi al fulmicotone e chitarra marmorea, così come "Served perfectly" disegna un pesante rock sul grafico stilistico very 80's. Sempre la chitarra abrasiva si rivela protagonista anche in "Music in my Ectasy" i cui vocals ricalcano, come del resto l'intero album, le più classiche inflessioni del filone hard'n heavy; identicamente "Take you there" possiede diagrammi drum-guitar-voce che sorreggono una song dalla durezza intrisa di vecchia scuola: "Out of Control" poi si impossessa di marcature al limite del punk-rock quanto "Shadows of myself" di abrasività heavy. Un ul
timo guizzo di high energy in "Don't leave me here" ci accompagna verso la chiusura dell'album costituita dalla placida "Back from routine", episodio rockeggiante suonato con chitarra sia accompagnamento che elettrica, vocals ed un flebile supporto ritmico. Nessun dettaglio innovativo contraddistingue i Banditz: poca sperimentazione ed ancor minore originalità costituiscono questo convenzionale processo compositivo dall'iidentità pressochè scontata.
-|-|-» Gran dinamismo convogliato verso un poco convincente ed unilaterale modulo che potrebbe costar loro l'anonimato. Band avvisata..

- FADING COLOURS - COME -

Ensemble polacca di Varsavia, ex progetto dark-core del 1986 denominato all'epoca Bruno the Questionable ed ora dark-electro platform licenziata dalla label Big Blue. La line-up conta tre elementi ufficiali: l'avvenente De Coy ai vocals, Daniel Kleczynski e Leszek Rakowski alle strumentazioni oltre alle guest voices femminili reclutate per l'occasione corrispondenti a Dominika Pietruszcak, Monika Gajewska, Eliza Pietrzak e Magdalena Golebienwska. Il concetto insito nel doppio cd "Come" si articola in due distinti episodi il cui primo di dodici tracce prende il nome sottonome di "I had to Come" e fa immediatamente dipartire l'opening track "Thorn", interamente strumentale composta da oppressive nenìe sciamaniche ed un ipnotico intreccio keys-drum che lascia in seguito il compito alla voce della singer di caratterizzare sinuosamente il decorso di "(I had to) Come", dalle solenni atmosfere. "Be an Angel again" calca matematiche inquadrature electro-EBM di torbido fascino, mentre "Fade Away" si permea di programming mid-tempo in cui la bella voce du De Coy ricama ammalianti e complicate trame esposte con capace arte canora. "Distingmipropa" si snoda entro i rigorosi circuiti della drum machine e su mistiche traiettorie tastieristiche in una song arabeggiante che rivela una convincente gestione del suono e della forma, così come "Seems Strange" trascrive i vocals della cantante su un pentagramma tormentato da inquietudine, sorretto da drum noise cadenzato ed ombrosi effluvi di keys; in successione ci imbattiamo in "Salamantra", canonica electro song un pò tediosa che non rivela interessanti sfumature ed in "Teutonic Girl", dall'incalzante ritmica fusa ad ipersequencers e finalizzata ad un' incessante danza electrosexy. "Priestess of the Unfulfilled" annette le emissioni vocali di De Coy ad un sound concept quasi electro-rock, con batteria pesante e synths abrasivi in sostituzione di chitarre; la seguente "Rose", a sua volta, espone uno schema vocale impenetrabile ed una certa osticità globale che non la rende affatto assimilabile. Il secondo atto di "Be an Angel...again" si onora del mixaggio nientemeno che di Ronny Moorings dei Clan of Xymox, il quale struttura la traccia con ulteriori sofisticatismi elettronici, ritmica clubby e sonorità techno-trance. Il primo cd si chiude con "Feel", psichedelica e basata come sempre sulla conturbante timbrica vocale di De Coy con accordi disturbati di keyboards, drumming "sporco" ed atmosfere da cella imbottita. Il successivo episodio su bonus cd consta di sei tracce hyperdance ed è sottotitolato "Time of Returning" in cui "Eager Horse", primo brano, apre la breve tracklist mostrandosi in uno stupendo e curatissimo electro-ordigno da ballare senza freni che anticipa "My Lips flourish with Fire", anch'essa ermeticamente supportata da vocals echeggiati e cascate di synths. Non da meno è "Sirensong", efficace apripista dalle rotazioni programmate di matrice trance-EBM che fa succedere "Time of Returning" ove riaffiorano patologici vocals ed ascetici intagli melodici. Terminiamo con la cinetica "Drop in the Mask" dal pulsante tappeto sequenziale e SaLIEva", astruso esercizio dagli irti spigoli sonici nonchè rindondante melodramma dark-electro. Chi pensasse di accostarsi con disinvoltura a "Come" tenga in debita considerazione di non attendersi la consueta antologia di suoni e circostanze tipiche del filone ma bensì un prodotto impegnativo da valutare solo dopo ripetuti ascolti. Relazionare con un album simile potrebbe risultare quasi impossibile all'ignaro acquirente: la cautela è quantomai d'obbligo.
-|-|-» Grafia non convenzionale di liriche simili a litanìe avvolte da supporto strumentale "not easily listenable". Solo per pochi.

- ELLIPSE - ELEKTRO COMPUTER MASCHINEN MUSIK -

Oltre sessantacinque minuti di puro godimento electro-EBM-gothic a cura della band teutonica composta da Massimo e la liveband Elias Kostis (guitar), Roman Zanto (drums) e "O" (e-drums). Attivati nel 2004 con l'album "Welt aus Papier" giungono a noi con quest'ultimo sedici tracce che pur non fornendo un contributo fondamentale alla scena, risulta gradevole sia in termini d'ascolto che di ballabilità. La propulsione high-energy è incisa profondamente all'interno della geometria del full lenght; curati arrangiamenti scaturiscono dalla song di testa "Revolution is not Dead", incattivita quanto basta da modulazioni vocali cavernose ed un sound che funge da spietata ottica sulla società nevrotizzata di questo millennio. "Sex hat K(l)eine Macht" è un gioiello techno-sexy ad alta capacità seduttiva, con gemiti campionati, ritmica febbricitante totalmente da danzare. Successivamente "Freethinkerdevice" propaga glaciali filamenti EBM su ruvidi vocals e pesanti interazioni di keys continuando poi con "Licht am Ende Unserer Welt" che combina stellari dinamiche dancefloor a semplici ma astute punteggiature a cui sfuggire potrà riuscire impossibile, mentre l'omonima "Elektro Computer Maschinen Musik" inonda di meccaniche sincronie un binomio di vocalizzi aggressivi ed urticanti sequenze hardware. "Sterben Allein" posiziona chilotoni di energia dark-electro su ritmica pressante, ripetitivi circoli di synths e vocals che rimbalzano tra un beat e l'altro. "Keep on dancing" disegna intergalassie cybernetiche inacidite da un potente spettro sonico d'assalto: drumming secco ed iperattivo interagente con voce incalzante adatta ad una traccia di scontato impatto. "Schmetterlinge im Bauch" utilizza strategie dancefloor trafiggendoci con partiture electro ad alta gradazione cinetica, così come "Umgekehrt" bombarda il sound con percussioni al fulmicotone, emissioni di vocals industriali, laceranti incursioni di synths intervallati da un brevissimo arpeggio cristallino. Si giunge a "Taken Away", affresco avanguardistico da ballare senza compromessi, "Programer" creativo interludio dalle incessanti battute per minuto che trainano interi comparti di suono cyberattivo, "Mein Gehirn spricht (Gehirnbrei)" cavalcata stroboscopica dalle imprevedibili traiettorie di synths e "Einschnitt in mein Leben" entro cui implodono drum machine, caustici grooves e vocalizzi darkeggianti carichi di balistite. Una electroballad ad alto potenziale si rivela in "Unsere Gesellschaft", traccia dai potenti accenti techno-arabeggiati paralleli alle metronomiche battute che la sorreggono. "Dumpfer Schlag", di matrice sonica attigua ad una fin troppo sfruttata EBM e la successiva traccia di coda "Ellipse Vs. Industriegebiet - in takte Maschinnenmusik" dalle ossessive cadenze ritmico-sequenziali avvinghiate a turbini di iperfrequenza programmata e loops di vocine malevole, terminano la corsa di un album che, se valutato nel suo contesto prettamente dance, strappa più di un giudizio positivo per coerenza e qualità esecutiva pur non celando qualche sintomo di pesantezza e rindondanza. Utile comunque in ogni programmazione del d.j che si rispetti.
-|-|-» Il progetto Ellipse non potrà per ora aspirare a posizioni altolocate ma, congiuntamente ad una finalità di solo intrattenimento danzabile, possiamo elevarlo a dignitosi livelli. Enjoy the energy!

- THE CASCADES - SOMETHING TO HAPPEN -

Goth-rock band tedesca composta dal quartetto Andreas, Andre, Ben e Wiaxe. Sia la formazione che l'album esaminato non rivelano una livrea particolarmente diversificata rispetto ad altre miriadi di proposte quì giunte, non oltrepassando l'abituale schema obscure-rocker nostalgicamente simile ad echi Sister of Mercy che incombono per più di cinquantadue minuti nel full lenght. La durezza del suono si infrange su faraglioni di energica batteria e guitar noise tesi all'unisono, vocalizzati dalla timbrica tenebrosa quanto innocua che tuttavia imprime alle songs una discreta personalità. Ricercare sperimentazioni ed innovative soluzioni nelle bands appartenenti a questo genere attualmente è ardua impresa: infatti la maggior parte di esse finisce quasi puntualmente con l'assomigliarsi non denotando particolarità tali da renderle dissimili dal resto della schiera. "Something to Happen" è un album tipico, destinato ad allietare specifici fans e l'affezionato seguito della band. Schegge di metallo gothico perturbano il suono rendendolo dinamico seppur ripetitivo in frequenti episodi: "All the Best" apre il sipario con ampio spiegamento di chitarre e drumming a profusione, "Secret Shadow" è una turbolenza hard rock dalle rifrazioni di electric guitar che non dissipano inutilmente il loro vigore. In "Falling World" cassa e rullante animano attivamente un tenebroso connubbio ritmico-vocale, mentre "Inst Dans" apre con fendenti chitarristici che si combinano a textures goth-rock. Un pacato organo introduce le prime sequenze di "Another Dream" a cui si accodano i vocalizzi del singer ed un vibrante scroscìo di corde interrotto solo dalle riflessive pause pronte a successive accellerate, soprattutto nel convulso segmento finale. Rotazioni percussive presentano"Lights of a different World", traccia che incomincia seriamente a soffrire di un certo calo di creatività, caratteristica che eredita inevitabilmente anche "Your Fate", dai percorsi vocali intiepiditi ma sorretti da speed energy strumentale. Pur non eccellendo in originalità "Everyday" convince per buona fattura goth-rock dispiegata da pesanti riff di chitarra elettrica, batteria lineare e vocals tutt'altro che impegnati ma aderenti al contesto. "Your Heart will fall" gioca con malevoli emissioni vocali e punteggiature drum-guitar appartenenti ai canonici precetti fin'ora intrapresi. "Undertow" e l'omonima "Something to Happen" costituiscono il termine della tracklist permeata dalle caustiche manifestazioni ritmico-chitarristiche che hanno trainato il concetto sonico dell'album dall'inizio alla fine rilevando l'attitudine dei The Cascades ad un decadente hard rock strutturato però su palizzate troppo regolari e scontate per essere valutato in termini di eccellenza. L'esperienza li illumini.
-|-|-» Uscire dalle convenzioni richiede dapprima consapevolezza di questa specifica necessità, mirato metodo per virare la rotta ed infine capacità di autoanalisi. Auguriamo alla band di possedere questi tre elementi.

- SOUL DISORDERS - HOMEWORK -

Assaporiamo nostalgiche trame gothic-wave appartenenti ad antiche ere in questo otto tracce autoprodotte da Julien Camus in quel di Ile de France. Arrangiamenti, idee, testi: l'inquieto music man ha provveduto da sè a forgiare nota dopo nota questo lavoro realizzato integralmente nella propria casa. Influenzato da molteplici discipline sia negli accenti vocali che nelle atmosfere, i SD traggono ispirate forme espressive suddivise tra scuole U2/Mission ( nei vocals) e Cure/Clan of Xymox/Joy Division ( nelle trame strumentali ). Attivo dal 1998, Julien si avvale esclusivamente della collaborazione di Nark alla batteria, confidando nell'individuale capacità artistica di saper proporre un sound che emette note malinconicamente decadenti, velate citazioni clubby ed una irrinunciabile occasione per lasciarsi trasportare dal tumultuoso torrente post-punk che scorre implacabile nel sottosuolo, ad uso e consumo di chi conserva stenuamente il desiderio di ricercare e scoprire realtà come come quella in esame. "Dear U", opening track e primo singolo suonato a Parigi al Gothic Dance Floor, sfoggia una veste nerovestita adornata da proiezioni bass-line/guitar/synth di evidente matrice Cure per una traccia di significativo valore che sa andare molto oltre il flashback stilistico che prontamente pervade la memoria mediante procedure vocali immediate che raggiungono in fretta ed efficacemente l'immaginazione, riflettendo nel bianco schermo mentale ricordi di un'epoca sonica lontana. Altra rappresentanza di quanto citato è "Tought" che su appunti di chitarra "RobertSmithiana" eleva un amaro cantico che se adeguatamente riverberato ed arrangiato avrebbe conferito più spessore ai vocals nonchè ulteriore fascino alla song. Tenebrosi impulsi di drum-machine introducono "Dearest", evidenziando sempre più le corrispondenze con la scena 80's e più in particolare l'intreccio Cure/Clan of Xymox, mentre "Dark Mind" predispone già in fase di apertura una saettante sequenza percussiva, melodie psicotiche e serrato dialogo chitarristico che unitamente a vocals, necessariamente da perfezionare, completano un brano allineante dinamismo ad elementi gothici. Basse note di piano modulano l'intro di "Our Spiteful Days" che si evolve successivamente su traiettorie sequenziali di drumming sintetico, programming, impalpabili rotazioni chitarristiche ed iterazioni electro-waver. Ancora rilucenti corde bass-guitar di derivazione Cure in "Crepuscule", ove i vocalizzi di Julien si potrebbero migliorare su livelli ben più apprezzabili a sostegno di un'omogeneità di suono tecnicamente più convincente. "The Ground" pianifica un sound buio di vocals profondi, insoddisfatti, cantati in francese. Tetri scenari di eterna afflizione scaturiscono da questa litanìa ipnotizzante che impiega semplici alchimie soniche e meste atmosfere dark-wave attigue all'impronta Ian Curtis. Quasi sette minuti di malinconia accompagnano infine "The Ground", tranquillissima song gestita semplicemente su voce, basse note di chitarra e tocchi di piatto. Con i mezzi a sua disposizione Julien ha elaborato un mini album dalle mirabili qualità che se oggetto di future e ponderate migliorìe tecniche potrà raggiungere ragionevolmente versanti assai più ambiziosi.
-|-|-» Correggendo il dettaglio vocale, aggiungendo precisione ed adeguati equipaggiamenti, potremo parlare di Julien come di un glorioso pioniere capace di evidenziarsi in territori dimenticati e, ancor più importante, di farci ancora sognare.

Copertina non disponibile

- NAKED MASKS - DEMO -

Promettente goth-quartet di Latina formato da Paolo Cantarano (bass), Antonio Carfagna (guitar), Pierluigi del Frate (drums), Davide Martella (voce). La band, artefice di questo demo che rivela una sensibile attitudine ad un disciplinato rock gothico, sa animare il proprio sound con atmosfere lunari, fredde, estranianti. Le quattro tracce in esame esordiscono con "However I try" in cui aleggia un'assillante keyboard intersecata da distorsioni chitarristiche, drumming mid-tempo e vocalizzi afflitti, amari che se tatticamente perfezionati potrebbero risultare non meno fascinosi di altri ben più considerati dalle critiche. Una massiccia dose di miglior impostazione della stessa unitamente alla timbrica attualmente in uso farebbero di Davide un vocalist dalle ottime qualità tecniche. Posizionamenti death-rock frammisti a linee di decadente dark noise lo riscontriamo in "It's so Cold", ripartita su sferzante comparto guitar, vigoroso drumming e tenebrose emissioni vocali. Dialogo batteria -basso nella notturna "Claire's Song" dalle vocalità cupe che fanno lega con circoli chitarristici per un livido episodio sonico virato al goth. Epilogo ancora esplicitamente death-rock in "Mirror" che chiude il lavoro mediante voce psicotica, granitiche muraglie drum-guitar ad un passo dal punk più oltranzista. Come spesso accade, analizzando progetti sul generis, ci sentiamo in dovere di raccomandare alla band urgenti migliorìe e di perseverare nella ricerca di impostazioni sonore personalizzate al fine di delineare chiaramente un'identità che amiamo considerare ben distinta e lontana dalle consuete proliferazioni che attualmente invadono sterilmente la scena. I NM sono tra coloro che possono farcela.
-|-|-» Configurazione sommaria più che soddisfacente ma in debito di accuratezza. Ci troveranno comunque pronti ad incoraggiarli.

- O QUAM TRISTIS - LES CHANTS FUNESTES -

Ensemble francese che accorpa sia voci maschili che femminili di evidente ispirazione medievale e barocca. La line-up conta cinque elementi: Emeric Lenotz, Katrina Kolsowska, Tomek Ashenazy, Ana Virsky e Hugues Dammarie il quale vanta militanze nei Collection d'Arnell-Andrea e nei Thy Violent Vanities, esperienze che hanno lasciato tangibili inflessioni anche in "Les Chants Funestes" accentuandone molti passaggi e caratterizzandone le arie. Edito dall'ormai leggendaria Palace of Worms questo collage dei OQT utilizza strumentazioni acustiche medievali sapientemente miscelate a moderne trame elettroniche edificando un insieme compositivo dalle mosse maestose e perfettamente scorporate da imprecisioni. Tutto è architettato con metodo e padronanza: "Oriens", opening track, ammalia con cristallini arpeggi di chitarra e canto ancestrale che rimanda, come accennato, a taluni episodi vocali tipici dello stile Thy Violent Vanities. Di opposta indole "Ana Soror" sperimenta traiettorie electro-dark con synths che circolano paralleli ad arcaici vocalizzi e sagaci intuizioni flautistiche; "O Caelo" snoda un percorso ritmico artificiale di hypno-spirali percussive e liriche intrecciate ad un organo che screzia la song di ossessività, mentre "Bulla Fulminante" si fregia di un profondo apporto distintivo orientato verso la sacralità in una traccia tra le più significative dell'album, azionata da intervalli ritmico-chitarristici e lunghe scie di femminei vocalizzi. "Sancta Nox" cede addirittura a tenui tentazioni dance sospingendo i patterns percussivi della drum machine verso espressioni vocali da cattedrale, "Planctus Samsonis" riflette fotogrammi ritmici electro-minded con voci maschili che propagano il canonico testo in latino, così come "O Vox Prophetica" apre su gravi note di piano che si affacciano su estensioni di flauto, chorus femminile per poi evolversi in un febbricitante crescendo di fraseggi vocali promiscui. Raggiungiamo "O Abies" che ricorre a strategie di sottile programming, riverberi vocali delle coriste subito raggiunti dall'ormai inconfondibile timbrica del singer, lontane distorsioni chitarristiche, electro effects e drumming robotico: "Soros, Conjux, Gemma" ripercorre i moduli electro-medieval fin'ora intrapresi e "Verna Redit Temperies" si concede ad un richiamo dancefloor estremamente alternativo con drum beats programmati, refrain evocativo e keyboard modulata per la danza. La pulsante "O Meiam Miseram" funge da da copia speculare dei precedenti episodi permeati di oscura identità medieval-dance anticipando una più veloce "De Ramis Cadunt Folia", track di chiusura entro cui non prevale nulla di differente dai precedenti episodi macchinata anch'essa da ritmica sequenziale e cori plurivocali. Valutiamo questo album in termini più che elogiativi rappresentando esso un prodotto di consolidato entroterra medieval-progressista di qualità non comune. Splendido.
-|-|-» Crepuscolare antidoto contro una certa tediosità ascoltata fin'ora a carico di estemporanei quanto effimeri esperimenti sul generis. Questa band, siatene certi, saprà come farsi ricordare

- SECOND SKIN - ILLA EXURO IN SILENTIUM -

Dalle incandescenti lande dell'Arizona i SS propongono il loro quarto studio-album battezzato dalla label italiana Palace of Worms: un prodotto interessante, angosciato, pregno di quegli elementi così cari ai Sisters of Mercy e Fields of the Nephilim. La band, capeggiata dal frontman/vocalist/songwriter Arron, approda alla sua ventinovesima realizzazione ufficiale dopo aver composto ottime soundtracks e compilations. In particolare, Arron, ha suonato al fianco di illustri nomi dello spessore di Rozz Williams, Shadow Project e The Mission UK, sviluppando progressivamente ulteriore esperienza nella manipolazione del dark sound accorpandolo a misurati influssi wave-goth. La tracklist si apre con "She burns", intro punteggiata da incubi metropolitani sottoforma di brusii, algidi fraseggi, una sinistra nenìa neo-tribale ed un lacerante intervento di guitar. Il parallelo con i Sisters è quantomeno d'obbligo citando "The West", strutturata su drumming goth-rock, una luciferina tastiera e vocals che potrebbero essere stati impostati con maggior incisività. "Kick and Scream" esalta forme soniche dense di sedimenti old-school in equilibrio tra wave e dark, "The Narcissist" combina austere costruzioni vocali a tenebrosi accordi chitarristici in una song dalla pulsante aurea emozionale sostenuta dagli scatti dei flashes ritmati da drum noise da cavalcata, mentre dalla successiva "London Bridges" dipartono riverberate ramificazioni di guitars che irretiscono i cupi vocalizzi del singer. Si prosegue con "Blood and Glass (the impact)", intelaiata ad una drum machine che duella con i corrosivi riff di chitarra in cui non languono riferimenti al goth più classico, "A Methunderstanding" dal dirompente assetto ritmico-vocale ombreggiato da tetro vigore e "Black Picket Fence", audace combinazione bass-voice-giutar di timbrica goth-rock dalle atmosfere dirette, tipiche del filone. Il notturno intercalare di Arron si accorpa alla guitar di Mark Cady in "Unwritten", dinamica traccia nuovamente inquadrata in un contesto Sisters-oriented a cui succede "Prince Harming" dagli arabbeggiati arpeggi per un goth sound che rimarca lo stile compositivo a cui la band è incline. Song di chiusura "Birthday Girl" muove meccaniche scansioni ritmiche su un comparto vocale appassionato e visionario dalle trame decadenti. I contenuti della title track, valutati nel complesso, assicurano a tutti gli animi gothici un elevato coefficiente in termini di feeling, nonchè una buona longevità intesa come successivi ascolti modulati nel tempo. Una performnce di tutto rispetto, elaborata senza gratuiti virtuosismi. Sperimentatene gli effetti.
-|-|-» Qualche aggiustamento nell'elevatura vocale sarebbe alquanto utile per ottimizzare le potenzialità espressive di Arron, unitamente ad un modulo compositivo che deve essere ulteriormente rafforzato per ottenere maggior carattere. Siamo ad un solo soffio dall'eccellenza

- OXYD - LARVA -

Ancora un'incursione attraverso insondati lidi dark-ambient promossi sempre dalla slovacca Aliens Production nonchè progetto parallelo animato dal carismatico duo Ryby/Lord Sauron (Disharmony) profondamente contaminato da radiazioni provenienti da echi Lustmord, Caul, Desiderii, Temps Perdu?, Atrium Carceri. Il comparto tattico adottato dai due artisti estende tredici performances dalle liturgie simili ad ossessive aggregazioni di dramma, phatos, abbracciate a romantici scenari e malinconiche visioni. "Larva" rappresenta il terzo album di questa piattaforma Est-europea che succede a "Deep Core" del 2005 e "Mysterious Places of dead Souls" del medesimo anno, oltre a sette partecipazioni su diverse compilations. Il complesso dedalo electro-ambient intinto nella tenebra incomincia con "From the Outside": plugs vocali predefiniti, un frammento di coro gotico, piano rarefatto e rapide folate di keys costituiscono l'anima di questa traccia che funge da intro per seguire con "Traveller", ipnotica suite dalla grafica ritmico-sequenziale plendidamente intelligibile. Sonorità da electro trip vibrano in "Transformations" in cui gli impulsi di drum machine scandiscono marcatamente frammenti di fraseggi pre-impostati e lievi tocchi di keyboard; in "Unborn" si anima un sottile romanticismo di innovativa concezione mediante tenui percussioni, chorus di sintesi e struggenti carezze tastieristiche. Si prosegue con "Transmission", episodio electro-minded sommerso da antimateria technologica meccanizzata tramite percussioni mid-tempo, squarci di sequencers che anticipano la successiva "Suspiria", coinvolgente ionosfera IDM echeggiata e sospinta da eleganti beats di fine ideazione. "Carbon" propone un algido campionario keys/programming azionato da ritmica d'appoggio espandente un fluido drumming quasi tribale e solenne grazia nelle textures orchestrali. "Voice of Sand" è un disegno avanguardistico che apre suggestivi varchi di purissima essenza electrodark, come "Dune" riafferma il predominio ultratechnologico mediante precise scansioni IDM che fluttuano in lagune tastieristiche intersecate da lunghi tracciati di synths ed aggraziate forme melodiche. "Sunlights" stabilisce linee di connessione tra danza cerebrale e liquescenti alchimie elettroniche, punteggiando la traccia con prospettive techno-ambient di specie superiore, perfettamente elaborate da duo. Avvolgenti spirali di analog elements in "The Frozen Moon" tratteggiata da espressionismo robotico appoggiato a calcolate cadenze di drum machine, sinuose scie di keys ed intelligenti accordi intagliati con sobria arte. Delicatezza e tatto contraddistinguono la morbida "Sculptures", dall'ampio utilizzo di sequencers, mentre la final-track "From Inside" associa accattivanti esecuzioni vocali androgine ad una percettibile aurea di solitudine, propagando nell'anima l'inarrestabile desiderio di perdervisi. L'album "Larva" nasce con l'ambizioso proposito di non stupire ma di appassionare, poichè l'effettiva sostanza che ne traiamo non riporta particolari strutture innovative, ma piuttosto l'esaltazione di quelle contenute. Traguardo, a nostro giudizio, raggiunto più che efficacemente.
-|-|-» Fosca trascrizione del concetto electro-ambient in chiave neoromantica. Non lo scorderete

- EMPTY - NEVER.GET.TO.YOU. -

Annoverata come tra le più quotate electro-piattaforme d'oltreoceano gli australiani Empty elaborano questo nuovo singolo che anticipa l'imminente nuovo full lenght che si preannuncia intriso di nuovo sound per una nuova era stilistica caratterizzata dalla fusione di elementi electro-industrial, dettagli glitch e sofisticate elaborazioni elettroniche. Il duo Aaron Potter/Daniel Brunet ha acuito notevolmente la propria forma nei quattro anni di militanza sulla scena e la relativa, tangibile prova di quanto premesso la si sperimenta con l'omonima "Never Get to Yo" ove si assaporano accattivanti vocals, lunghe traiettorie di keys, synths e drumming regolare per un moderno affiche tecnologico. Le sonorità della traccia rimandano esplicitamente all'impronta sonica del glorioso Gary Zon in arte Dismantled che non a caso remixa il secondo episodio "Never get to You (Dismantled remix)" con eccellente mestiere: timbriche percussive in assetto electro-industrial da cui sgorgano flutti di materia sequenziata e livree dancing-oriented. "Forgotten Dreams" si posiziona su ritmica inappuntabilmente glitch, ricercati moduli elettronici cosparsi di ondate tastieristiche e tenui vocals elegantemente esposti. Terza versione: "Never get to You (pask: Requiem remix)", tenebrosa, inquietante con intro a lunga percorrenza che si fonde con il resto della song: quasi al quarto minuto si evolve in tracciati paralleli di synth, drum machine e vocals filtrati. "Never get to You (iammynewt remix)" affila un fitto reticolo di lame percussive che ritmano synths ed atmosfere dilatate, mentre la cover dei Models "King of the Kings" si aggiudica una posizione di spicco nella tracklist per innegabile fascino e presa rapida sui sensi acustici dell'ascoltatore. Settima traccia e ballabile rivisitazione è "Never get to You (angeltheory: state of flux remix)" che chiude un mini cd di notevole pregio onorando il lavoro con la partecipazione di blasonati artisti in sede di ristesura e rappresentando il preludio di un successivo album che sarà semplicemente imperdonabile non vantare nel nostro archivio.
-|-|-» Ennesima, ineccepibile prova di competenza sotto ogni punto di vista per il duo di Sidney e convincente dimostrazione di stile. La cultura electro ha ufficialmente infranto gli argini e non conosce più orizzonti

- CONFIG.SYS-AHNST ANDERS - BOILING THE OCEAN -

Sodalizio tutto tedesco tra il duo Martin (Kirk) Killman & Sebastian (Krabble) Huttl (Config.Sys) e lo sperimentatore Ahnst Anders, autore di due pionieristici works: "Dialog" del 2007 e "Zeit Fur Wunder" del 2008. "Boiling..." risulta quindi essere il prodotto scaturito da un connubbio compositivo di matrice industrial miscelata ad inflessioni di rhythmic/ambient soundscapes. Addentrandoci nell'album rileviamo subito un opaco frammento plutoniano espresso con "Anadromous", composto da sorde deflagrazioni, correnti aeree di innaturale provenienza e rumoreggi diffusi. La successiva "Deep down" gioca su frequenze di experimental sound trasmesso da livide keys applicate su tenue e rarefatto sequenziatore ritmico, mentre "Disco Fisch" elabora a sua volta liquefazioni di suono ostinatamente sporco incorporato a freddi e prolungati patterns. Il diagramma acustico di "Liquid Death" estende gocciolanti samples, elaborate partiture elettroniche e drumming incalzante che sa frenare per poi riprendere la propria battente corsa, così come le meccaniche iperstrutture di "Seascrap" innalzano imponenti drum beats synthetici che sorreggono la traccia composta unicamente da gelide percussioni. L'atmosfera si carica di tensione attraverso le iniziali sequenze di "Land Ahead" che prefigura un'anima ambient/IDM originata dalla collisione tra drum-programming e striduli apporti di pads ai quali succedono le mercuriali ritmiche di "H2O", iperballabile traccia electro-industrial incentrata quasi esclusivamente su battente tappeto percussivo e synths. "Descent" articola essenziali pulsazioni e dinamica drum-machine ad ingranaggi azionati con impeto, facendo a sua volta susseguire "Get Wet" sottoposta a grandinate di progs e moduli percussivi automatizzati che flagellano interamente la superficie della song. Sospensioni electro-ambient introducono "Waterflow" dirigendo in seguito il suono verso le monocromatiche battute della macchina ritmica subito trafitte dai sottili aghi di synths che ne tracciano la via. "Catadromous", evento finale, propaga suoni subacquei, corpuscoli percussivi pulsanti e sobri tocchi di keys. L'album-esperimento è saldamente ancorato ad istanze di chiara derivazione industrial, aggraziate da sapienti alchimie avanguardistiche e da livree ambient per questo lavoro caratterizzato dalle irreprensibili manovre tecniche. Lo definiremmo "un glorioso inno alle macchine".
-|-|-» Forbita performance che interseca nozioni provenienti da svariate discipline technologiche combinate a strategie di ragguardevole configurazione sonica. Consigliato.

- CAMP ACTOR - WARMER -

Duetto londinese costituito da Justin James & Marlowe conosciutosi in un record shop della City ed immediatamente attivo sul piano di una raffinata elettronica alternativa screziata di synthpop che nell'album "Warmer" rievoca le emozioni, gli scenari e le vicende di 365 giorni trascorsi nella capitale britannica. Licenziato dalla label Press Industries questo lavoro rappresenta il debutto ufficiale dei CA ed applica efficaci intuizioni electro-melodiche ad un concept straordinariamente metropolitano che si manifesta in ogni singolo episodio della tracklist. "Flower", song introduttiva, è una squisita successione di fasci tastieristici e synth accordati su refrainstrumentale "urbano". Evolute armonie su torrido tappeto di keys avvolgono la celestiale "Towers of London", meravigliosa sintesi di appassionati vocals ed electro-karma di specie superiore. Ne resterete stregati. "Your Obsession" gioca con un gagliardo electro-swing dalle atmosfere più spensierate mentre "Am I a Man?" innerva vocalizzi cerebropatici e sapienti scorrerie di electro-sound dalle pose ritmatissime inscenando però una nervosa traccia al limite dell'easy listening. Song dalle prospettive ultra-modern, "Kick out the kisch", propende per ripetitive modulazioni vocali su ritmica clubby, mentre "Love and Hate rotate" gravita sulle eleganti orbite robotizzate dell'impianto ritmico-sequenziale sviluppando in seguito un allucinato crescendo di folle non-melodia che ne crea il finale, contraddicendo l'introduzione della traccia molto ben accordata. Ad un solo centimetro dal mainstream di qualità, "Get hold of this" recita vivaci fantasie electro-stimolanti espresse su vocals decisi, ritmica dance-oriented e leggere formulazioni soniche ma non affatto ingenue. "Semi-detached Soul" recupera sonorità più ricercate, scandite da fitto programming e psychedelici viraggi di keys che cedono successivamente il passo alla riedizione della song strumentale d'aperura, "Flower (reprise)" che è ora cantata con vivida ispirazione e rielaborata con l'aggiunta di piano ed ulteriore elegante fascino. "Warmer" può essere infine valutato come un album interessante che se assimilato con un ottica adatta al suo contesto potrà offrire l'opportunità di vivere un virtuale anno londinese condividendone le gioie, le nevrastenie e le intime ossessioni. Se siete attirati da questa eventualità, amerete questo album. Incondizionatamente.
-|-|-» Auspicare che "Warmer" possa piazzarsi in qualche strategica posizione nelle charts è da considerarsi utopia: nonostante ciò siamo convinti che questa caratteristica non costituisca oggi necessariamente un difetto ma bensì più spesso una positività.

- NAGUAL ART - ADORIA -

Sotto lo pseudonimo NA si cela il misconosciuto compositore tedesco di dark-soundtracks chiamato Volador, apprezzato da una ristretta coorte di fedeli adepti e nel contempo autore di opere caratterizzate universalmente da un suono fosco, dilatato, soggiogato da una rilassata tenebrosità originata da keyboards e pads impostati su eterni soffi di buia materia, semi-inesistente svolgimento percussivo e rarefatti accordi sempre impostati su basse ed inafferrabili tonalità ad un passo dal rumore stesso. "Adoria", ovvero l'esperienza di un sogno ispirato e dedicato all'Inverno ed al potere individuale di sognare ad occhi aperti, celebra con il suo spettrale insieme di suoni il rito del gelo, l'apparente morte che ammanta gli elementi durante la lunga stagione che cristallizza col suo tocco ogni cosa sia essa animata o meno. L'Inverno regna nell'emisfero nordico e l'artista ne interpreta le emozioni più tormentate mediante algidi filamenti di dark-ambient che traggono forma direttamente dall'oscurità più fitta come in "Fragments" e "Enter Adoria (part I & II)", che ci conducono presso altri paesaggi notturni immobilizzati dal bianco rigore invernale espressi da "Levitah", episodio degno del Brian Eno più visionario, oppure da "Lisea", dove l'atmosfera ghiaccia istantaneamente tra temperature tastieristiche sub-zero. Ogni singola, lunga traccia dell'album non manifesta peculiarità differenti dalle sorelle, ma se si scrutano con calma le marcate introspezioni presenti in esse possiamo trarre utile spunto per adattarle ad ogni circostanza che si riferisca ad innevati orizzonti post meridiem. Un altro esempio è costituito dal nucleo di "Mondwinter", prefigurazione sonica dei dipinti di Caspar David Friedrich raffiguranti l'Inverno ora fattosi musica, oppure dalle traiettorie di "Traumkristalle", clessidra entro cui scorre l'essenza della notte stessa rischiarata dalla esangue luna artica. "Der Freundliche Kleine" spazia su un incessante pattern freddo quanto un crepuscolo in pieno Dicembre nordico, mentre la bellissima "Schneezauber" anima avvincenti armonie con la voce del tenore Hermann Voges, magnificata da un essenziale impulso percussivo, un torpido tragitto di key e veementi accordi di violino in perfetta sintonia con l'afflizione. "Fatima" emette il suo esteso respiro tastieristico intorbidito da intromissioni di nero assoluto, così come la chiusura del lavoro affidata a "Theory of Deep" si appoggia su solenni e prolungate note d'organo in parallelo ad orizzontali percorrenze di pads color ebano. Gli estimatori di Volador gioiranno di questa sua creazione che propaga freddissima magia ad libitum e confermando la capacità del progetto NA di orientare la fantasia dell'ascoltatore verso i candidi scenari dell'Inverno concepiti e descritti da un fantasma.
-|-|-» Languono gli aggettivi per definire un prodotto sonico di questa caratura, estraneo alla melodia ed intriso di incanto. Lo scheletrico albero con le lanterne appese ai suoi secchi rami raffigurato sulla sleeve potrà eventualmente suggerirvene i contenuti. Il Grande Freddo ha dimora quì.

- NAGUAL ART - SEANCE 1931 -

Audio-drama registrato presso il Paralyze Room Freiberg, edito dalla label This Plague of Dreaming ed ispirato ad un impolverato gramofono sorprendentemente ancora funzionante trovato nella soffitta di una vecchissima casa. Il disco annesso, opacizzato dal peso degli anni, attende da immemorabile tempo che la puntina si posi sulla sua superficie per leggerne finalmente i solchi che emettono ora però solo un incessante ed inespressivo fruscìo. Tendete l'orecchio: il sibilo che udite sembrerebbe il respiro ultraterreno di un'impalpabile entità ("A song for F."), le spettrali emissioni tastieristiche attraversate da clangori metallici parrebbero invece appartenere all'eco soffocato proveniente da sotterranee locazioni dove il silenzio viene infranto da quello che non vorremmo fosse il sinistro sbattere di un'antica porta percossa dal vento ("Seance 1931"). Tutt'intorno l'atmosfera si fa greve, ossessiva: futtuazioni ectoplasmatiche aleggiano ovunque, sfiorando appena con scheletriche falangi l'anima stessa. Un violino propaga meste note evocando incorporee effigi in una stanza appena illuminata dalla tenue fiamma di una consunta candela ("S.H.J.") susseguita da rumoreggi ipnotici e disseminati cigolii frammisti a key-noise tenebrosamente ambient ("Der Wandernde Jude"); un pianoforte ed una sorta di glaciale fisarmonica animano lunghissime ombre ("Seemannslied"), mentre misteriosi scatti di qualche vetusto marchingegno sembrerebbero voler comunicare un messaggio codificato mediante un ancestrale alfabeto composto da agghiaccianti stridori di key e sibilanti intermittenze ("The 1631 Daemon"). Ventotto minuti esatti di raggelante spiritismo. Avvicinatevene con assoluta cautela.
-|-|-» Lugubri cromatismi, trame evocate da mondi paralleli, sinistre percezioni...sono lieto di non aver recensito queste sei tracce dopo la mezzanotte.

| DSide.it | Goth, EBM, Industrial, Neofolk.. in Italia - ©2000- 2010 all right reserved