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-|-|-» [ RECENSIONI / Review ]
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—- LA CLAQUE DI DAFNE / FONETICA LIBERA TRANCE -—
E quando l'Italia ci sembra scivoli non troppo silenziosamente negli abissi della mediocrità, ecco rispuntare suoni antichi, quelle note che hanno fatto la storia, accompagnando un periodo rigoglioso della scena underground capitolina. Parliamo della Claque di Dafne, gruppo formatosi nel 1994 e, dopo varie vicissitudini, fortunatamente riassemblato nel 2008 (che sia davvero la volta buona?). Non soffermiamoci a riflettere se oggi ci si senta piu vicini che mai al passato, e perchè, ne perchè prima si amava la musica incondizionatamente, senza tornaconti, tantomeno giovanili, perchè sentir parlare di centri sociali nei testi, ci fa spalancare gli occhi al ricordo d'un mondo che par viverne oggi, solo l'ombra. Quattro tracce new wave e postpunk nel mini-cd: esaustive, carismatiche, ricercate, sentite, esclusivamente in lingua italiana e musicalmente impeccabili; e se in 'Tu Quoque?' ritroviamo i CCCP dei tempi d'oro, in 'Elettra' (brano sigillo) l'emblema di ciò che non è andato perduto, ricordi d'una ballad completa, intramezzata dal sapiente ed arguto violino di Ermanno Cariota a dare quel tocco enfatico e superbo. 'Sul tempo non Cortese' s'evince accorta musicalità, in 'Rad 62-83' ricercatezza quasi progressive.
-|-|-» Se amate il ben fatto dovete avere questo piccolo capolavoro che, liberamente scaricabile online (il cd originale autoprodotto e limitato a 500 copie, è esaurito da tempo), è un ottimo motivo già solo per le orecchie, e poi per prepararsi trepidantemente al prossimo lavoro. |

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—- BLEIBURG / PIECES OF A BROKEN DREAM -—
Ben ventiquattro sono le tracce contenute nel doppio CD (quindici nel primo e nove nel secondo di natura leggermente piu caustica) di Bleiburg. Dopo l'ultimo doppio LP 'Demobran' del 2003, e anni passati con un attiva militanza (tra cui la fanzine Thaglasz), Stefan Rukavina ci propone 'Pieces of a broken dream': un lavoro a più mani, di fidate vecchie e nuove conoscenze -come piace a lui- indirizzato a sonorità diversamente oscure che risentono ovviamente delle collaborazioni. Per questo motivo ogni brano ha il suo perchè, da quello neofolk a quello ambient, da suoni più aggressivi, marziali, melodici, medioevali..e trarne una conclusione generale sarebbe quasi screditare il lavoro dell'uno o dell'altro. Di certo tra questi nomi spiccano i Soil Bleeds Black, Thorn Agram, Cawatana, Lonsai Maikov, Nocturne, Aube, Vidna Obmana.. nomi che vanno ad amalgamarsi con l'essenza croata, il suo passato: sia nella storia racchiusa nel nome stesso (la città di Bleiburg), sia direttamente all'album (palese esempio ne è la copertina) dedicato al genocidio croato alla fine della seconda guerra mondiale, dedicato a quel 'sogno spezzato' dei morti, che vive ancora in quelli ‘za dom spremni’ (pronti per la patria).
-|-|-» Per quanto molti brani siano a più mani (sette nello specifico, sono quelli targati 'puro Stefan') l'indirizzo è sempre uno e uno soltanto, una fluibile comunione d'intenti che vive e respira senza intoppi. Per cultori che amano il sottile variegato. |

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—- STOPPER 72 / STOPPER 72 -—
Solo-project generato dal frammento chitarristico degli estinti La Claque di Dafne ed impersonato da Gabriele Colandrea, S72 ripercorre con otto tracce prettamente strumentali ed una sola vocalizzata quelle melodie tanto acclamate nell'epoca 80's. I nostalgici cultori di quel genere potranno considerarsi appagati da questo lavoro che congloba in sè le orchestrazioni attigue al mini cd dell'ex band capitolina prodotto più di un decennnio fa, proseguendone in un certo qualmodo l'effimera esistenza. "Aktivist", opening track, orbita su una base di drum machine, bass e chitarra raccogliendo sonorità di antica derivazione wave, riproponendole con squisita disinvoltura ed un percettibile savoir faire. Esteso guitar noise in apertura con successiva spinta drumming riscontriamo in "Nervi e Nebbia", dove gli arpeggi scaturiti dalle corde manovrate da Gabriele si evolvono tra ampi varchi di pausa ritmica per un sound di netta istanza post-punk, vivace e sanguigno. "Rue Mouffettard" attua il di segno chitarristico ormai tipico del progetto, assemblato ad un buon gioco di batteria pre-definita ed accattivanti manovre di basso da cui sgorgano note piene di grinta acustica. "Pentotal" si regge su un nostalgico pentagramma che sarà certamente apprezzato dalla civiltà new waver in quanto musicato da sezioni strumentali di astrazione Cure, mentre "Saule" accorda atmosfere dirette e lineari sia nel comparto ritmico che nelle trame ideate dal guitarist, parallele ad una lieve scia di keyboard. Cassa e rullante introducono "Dresden D.D.R", un freddo dipinto metropolitano disegnato tra desolati scenari densi di ottima alchimia chitarristica: a nostro avviso la traccia più rappresentativa della tracklist. La voce di Emiliano Bortoluzzi avvampa di passione in "Novgorod" riproponendo un sound carico di riflussi a La Claque di Dafne di cui questa traccia rievoca i fasti, costituendo oltre che un gradito flashback anche l'unico episodio non strumentale dell'album. Guitar pizzicata e keyboard, ipnotizzano con un lungo segmento introduttivo "Strega semper Strega est" alle cui note fa seguito la drum machine che punteggia una song forse eccessivamente monolitica ma in grado di offrire alcuni spunti apprezzabili dispiegati sui 10,16 minuti di durata, tempistica al limite della resistenza d'ascolto e della soglia di attenzione. Con l'omonima traccia "Stopper 72", brano che inquadriamo nel contesto finora proposto, si conclude un album che non delude i pronostici, svolgendo più che dignitosamente la propria specifica funzione di intrattenere e, perchè no, perfino maravigliare.
-|-|-» Per chi sa ancora amare la psichedelica seduzione di una matafora underground dai gloriosi riflessi eighties. Bentornato tra noi, Gabriele. |

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—- DAWN / DARK MIND -—
Licenziato dalla Alkemist Fanatix, questo tre tracce propone la band milanese metal-trash dei Dawn in un lavoro di ordinario acciaio, pregno di brutali vocalizzi e chitarre ad alto potenziale. "Dark Light" edifica un sound stoppato ed incessante: le manovre percussive di Giulio si mescolano al basso ed ai pesanti riff chitarristici, mantre "Rage" configura un suono non particolarmente originale ma aggressivo e rabbioso, come titolo impone, in cui le linee di cauterizzanti guitars corrono attraverso una ritmica coriacea delegando ai vocals di Marco, discutibili sulla pronuncia in inglese, il compito di creare l'armamentario di cui la song necessita. Infine "Hidden inside my Mind" propina un hard rock di qualche lunghezza più "colto" delle due precedenti, presentando uno schema sonico meno efferato che cede, di tanto in tanto, qualche piacevole raggio di melodia. Non attendetevi esponenziali livelli compositivi nè stratosferici risvolti vocali. Assestate le vostre aspettative su un prodotto di qualità appena superiore alla media e null'altro.
-|-|-» Ennesima falange dal suono abrasivo che, per ora, non apre esaltanti varchi entro una galassia colma di similitudini. Assisteremo ad un ben più stimolante seguito? |

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—- L'AGE D'OR / THE SPIRAL...AND THE RETURN -—
Lirismo appassionato ed una certa ricercatezza caratterizzano i L'Age d'Or che dopo l'omonimo demo 4 tracce, già recensito in questa sezione, fanno succedere un breve album autoprodotto edificato su traiettorie appassionate di evidente discendenza barocca intersecata ad oscuri profumi di classico romanticismo, mantenendosi assolutamente scevri da contaminazioni semplicistiche o edulcorate. Nella fase conclusiva della recensione relativa al loro mini-demo, citavamo cenni riguardanti la possibilità di poter realizzare un dignitoso lavoro pur non disponendo di particolari possibilità monetarie e, di conseguenza, tecniche. Ebbene, ciò che riferisce l'ensemble capitolina sullo scqrno foglietto allegato al cd pervenutoci, è amarezza, conseguita da ciò che, a loro giudizio, l'album non è riuscito a rappresentare a causa di elementi di idiosincrasia verso le registrazioni in genere, distanza tra i vari componenti ed indigenze economiche. Probabilmente l'album avrebbe potuto offrire molto più senza questi ostacoli. Noi replichiamo con la convinta affermazione che il lavoro svolto è sì talora difettoso in qualche valutazione tecnica, ma stupefacentemente pregno di soddisfacenti contenuti artistici che trapelano ad ogni passaggio, incuranti degli arrangiamenti approssimativi ed una masterizzazione non proprio da high label. Gli estremi dell'album, la prima traccia e l'undicesima, non sono titolati, per cui li rinomineremo numericamente. "1", quindi, è un motivetto da salotto europeo Ottocentesco, solo piano e voce, inebriato da sobria austerità lungo tutti i settantanove secondi di running time. "Schwarzkogler’s eyes" aggiunge una keyboard al precedente schema: il canto di Rrose è struggentemente accorato, plateale, le delicate orchestrazioni fungono da confortante abbraccio a tutto questo addolorato contesto vocale. Una misurata drum machine ed un discreto accompagnamento tastieristico introducono "To crack", livida trasposizione di profonde emozioni appena sfiorate dalle bianchissime dita della decadenza: sporadici chiaroscuri di chitarra elettrica, piano, tastiera, ne configurano la disperata sostanza. "The third day" propaga meditabonda armonia mediante arpeggi di guitar e tratti sinfonici alla Death in June, si accorpano a vocals intensamente vividi. La collaudata matrice piano-vocal si avvale di una linea di basso in "Les couloirs noir set gluants" in cui l'efficace operato del vocalist intesse uno spartito denso di toccanti partiture. Di nuovo il piano, questa volta protagonista dell'intelaiatura di "Like roses flow" da cui dipartono flussi di voce logori di afflizione associati ad una keyboard rarefatta, per una song breve e mesta. Accordi spagnoleggianti introducono invece "Beautiful man", brano che non dissipa affatto le ispirate energie dell'ensemble convogliandole direttamente nel centro dell'obiettivo: gran significato e calligrafia non convenzionale per una traccia languidamente tormentata. "The bed" trabocca di passione circoscritta in linee espositive cariche di trasporto pronunciato strategicamente in francese, musicato da pads di keyboard incastonati all'immancabile piano. Il romanticismo dei l'Age d'Or si manifesta in tutta la sua purezza attraverso le note di "In your holes", colto minipoema costruito su delicati accordi di chitarra/keyboard sempre adombrati dai vocalizzi del singer che sembrano inscenare un'elegantissima danza mascherata in stile retrò. "Or simply spin around" sa di lacrime e malinconico fascino, di struggimento e mestizia. Nelle sue arie sostenute da vocalizzi forbitamente evocativi e pronunciati con phatos recitativo, scorrono in perfetta sinergia melodiose inondazioni di piano e tastiera. L'ultima traccia che nominiamo "11", specchia nientemeno che l'episodio "1", riflettendolo in ogni sua fattezza strumentale; quindi ritroviamo il medesimo accompagnamento di piano a cui si intreccia la voce di Rrose Sélavy che offre un sintetico testo in italiano, la cui principale citazione è costituita da: "E' tanto se abbiamo salvato gli occhi" che invita ad una riflessione sul "fallace artificio di rapire qualche bagliore, qualche paesaggio imbevuto d'ambra...". Senza timore di smentita possiamo definire l'album un imperdibile esempio di grazia sommersa.
-|-|-» Chi possiede capacità di distinguere ad apprezzare l'ardore, si faccia avanti senza indugio |

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—- LIA FAIL / LEIPZIG -—
Lia Fail è il nome del sestetto dark-folk bolognese in esame che spicca per una rilevante attività live, una trascorso al fianco di artisti come Argine, Das Ich, Spiritual Front, oltre che per una buona capacità di trasmettere nelle sue musiche un'orchestrazione evocativa e, soprattutto, supportata da una sostanziale capacità carismatica, elemento fondamentale per rendere convincenti le tracce. Il demo ora sotto la lente d'ingrandimento accorpa cinque songs di matrice riconducibile allo stile Death in June, quindi assolutamente private di sostegni elettronici ma esibite totalmente in assetto acustico esprimendo quindi appieno le capacità vocali e strumentali della band. Un intro composto da una vecchia e lontana sonata introduce il brano ominimo "Leipzig", dove i vocals profondi di Andrea sospingono la ballata in un armonico reticolato di chitarra-percussions e female vocals a cura del duetto Tiziana/Elisa. "Lonely Anguish" perlustra territori intrisi di new folk in una traccia che risente di qualche imperfezione esecutiva ma che delinea magnificamente nelle voci, nelle arie e nell'ispirazione di una Leipzig marziale sottoposta alla dittatura, un morboso fascino incantato. Gli accordi chitarristici e di flauto in "Restless Eyes" cedono il passo alle voci congiunte di Andrea e Tiziana incorporate in una dark-ballad aggraziata dai profumi decadenti che precede la cristallina "In this Square" il cui refrain rimanda insolitamente, in qualche accordo, ad una vecchia song di Ruggeri. Vocals al femminile per la versione deutsche di "Leipzig" in cui il testo espresso in tedesco viene scandito semplicemente da scarne percussioni militareggianti, chitarra d'accompagnamento e flauto. Il demo a noi pervenuto sfuma la song dopo il quarto minuto e mezzo per poi riprenderla, dopo una lunghissimo interludio di silenzio assoluto, con la penetrante voce di Andrea a dominarne il tratto finale. Una presentazione che convince, anche se non latitano elementi da affinare tra cui gli arrangiamenti, una maggiore coordinazione tra l'assetto corale e strumentale e l'imposizione di una differenziazione più netta tra le tracce che rischiano, nel contesto di un full lenght, di rendersi troppo simili. Considerati nel globale potremmo perfino asserire, senza troppi dubbi, che i LF posseggono quella riserva di oscuro charme che li rende gothicamente apprezzabili.
-|-|-» Intraprendente progetto che dovrà necessariamente far di meglio per evidenziarsi come merita. Solo dopo qualche ulteriore accorgimento potranno definirsi salvi |

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—- DISREFLECT / MNEMOPHOBIA -—
Mr.Ingo von der Osten, alias Disreflect, non avrebbe potuto regalarci di meglio per questo fine 2008, crocevia di molte interessanti produzioni ma anche di episodi qualitativamente scadenti, soprattutto sul versante electro dei quali ci siamo occupati in appropriata sede. Spesso le odierne e sofisticate strumentazioni messe a disposizione di chiunque voglia avvicinarsi a questo genere, suppliscono, almeno in parte, alla radicale mancanza di idee dell'artista, rendendo la creazione finale priva di quello charme indispensabile a costituire un lavoro realmente degno di nota. Non è affatto il caso del progetto tedesco Disreflect, presente anche nell'intervista disponibile nella nostra apposita sezione, che pur non uscendo troppo da una struttura formale electro-melody, riesce ad edificare un album pervaso da profondi tuffi nella riflessività accentuati significativamente da un'ottima gestione delle atmosfere che rimangono sapientemente lontane da ovvie prefigurazioni easy listening. "Mne mophobia", aderente alla label A Different Drum, disegna un circolo elettronico di alto gradimento, una sorta di imperdibile documento attestante come il solo project riesca a concepire un perfetto meccanismo sonoro articolato da educate inflessioni vocali, testi profondi ed intelligenti e lodevoli trame tecnico-compositive. "Splendors of Night", eccellente opening track, rende subito attiva l'ispirazione Camouflage's che si propaga piacevolmente su tutta la sua morbida linea intessuta a sequencers, calda keyboard e deep vocals. "Silence" si erge sulla combinazione drum machine-keyboard-vocal e privilegia elaborati moduli scrupolosamente pianificati. "Wunderbar" propone liriche cantate in tedesco ed un tipico registro synthpop mentre da "Rest" sgorgano flussi di meditabonda electro-melodia e patterns che avvicinano questa song ad un millimetro dall'anima. Giungiamo a quella che a nostro giudizio è la song più rappresentativa del full lenght, ovvero "Still" il cui testo, suono e calcolo strumentale ne fanno un microcapolavoro di malinconico fascino, in cui la voce di Ingo si specchia in uno struggente dialogo di autoaccusa. "Stranded" si orienta su dinamici e danzabili teoremi depechemodiani a cui seguono le trame di "Mine" la cui atmosfera complessiva è posta in modalità drammatica: suono compatto , ritmica sequenziale e vocalizzi allineati in un' accurata electro-song che tuttavia non riesce troppo accattivante. "Still I Feel" muove misurate ritmiche slow tempo in un tranquillo suolo cosparso di keyboards abbinate alla timbrica meditabonda di Ingo; "Everything" ripropone in larga parte il medesimo schema strumentale ma non privo di interessanti intuizioni vocali simil Gahan che rendono la song piacevolmente malinconica. "So Far" dirama scarne, stupende efflorescenze ritmico-tastieristiche ed un modulo armonico dall'effetto assicurato entro cui il vocalist irradia composta passionalità per una song di spicco che segnaliamo tra le migliori. " My Special Room" ritrae un altro bel tracciato di conturbante fascino elettronico elegantemente sospinto da drumming minimale concepito su fasci di programming e vocals cogitabondi che volteggiano promettendo emozioni. Altra testimonianza di capacità è "Fear of Memory", scura e scheletrica nella sua strutturazione electropop a cui fa seguito "Blind" che conclude l'album con un toccante refrain in cui si dispiega un semplice ma ardente spleen che catturerà all'attimo gli animi più inclini al sentimentalismo. Un pregevole lavoro, quindi, dal carisma sottile ed accessibile ad una platea di utenza affatto superficiale: non rappresenterà certo un album da antologia ma "Mnemophobia" entra di diritto a far parte delle migliori proposte dell'anno in corso.
-|-|-» Provvidenziale alternativa a progetti notoriamente più risonanti e blasonati. Un attendibile ed onesto artista che merita l'attenzione a lui dedicata |

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—- DESPAIRATION / A REQUIEM IN WINTER'S HUE -—
Quinto album per i teutonici Despairation, formazione in fermento compositivo fin dal 1994 ma attiva sul piano pratico dal 1998 con l'autoproduzione "Winter 1945". Il genere con cui la band ama definire il proprio operato è il "melancholic rock", anche se in questo lavoro possiamo estrapolare sporadiche inflessioni sconfinanti nel funk e nel jazz senza tuttavia discostarsi da una matrice stilistica riconducibile ai primi Marillion, Porcupine Tree e a qualche dettaglio degli Anathema più recenti. "Kiss for Ashes", opening track, è un goth rock che propaga la voce di Sascha Blach e, nel refrain, della vocalist Victoria Trunova, in un percorso caratterizzato da usuali manovre guitar-drum tipiche dello specifico filone. "A Lovelorn Requiem" non scompone nessuna delle geometrie di una song appartenente al genere intrapreso; i vocals non convincono al contrario di un impianto strumentale che invece interpreta bene il proprio ruolo in cui la chitarra di Martin F. Jungkunz genera arpeggi elettrici ritmati dal drumming di Jens Reinhold. Buona l'apertura guitar di "The One who ceased to Breathe", traccia "very listenable" ma che non riveste certo estetiche di ultraclasse, in grado tuttavia di regalare oltre cinque minuti di gradevole psychedelia. "Musique de la Decadence" si erge su mid-tempo, vocal e chitarra attingendo ispirazione nel buon rock 70's mentre la cupa "Farewell in Blue" sposta l'asse compositivo in un lento psycho-obscure rock di discreta fattura in cui il calore di un suono pieno origina l'apprezzamento che francamente merita. Note di pianoforte suonate da Christian Beyer introducono la chitarra di accompagnamento a cui fanno seguito i vocalizzi di Sascha per una slow ballad scorporata dal supporto di batteria nella song "The Shallow Sea". Giungiamo a "Letters from a Coffin" anch'essa ben impiantata nella solida piattaforma alternative rock ove il cello di Judith Meyer ed una ritrovata forma vocale del singer creano un pregevole reticolato di chiaroscuri di progressive rock dipinti con inchiostro gothico. "Cathartic Revelation" è invece una traccia incolore che non coniuga nulla del concetto "catchy melodies" esposto nelle note della fotocopia che accompagna l'album a noi pervenuto, fatta eccezione per un buon sostegno pianistico e qualche apprezzabile sprazzo di chitarra. Di nuovo il cello ma utilizzato nell'intro, caratterizza "Humanity as a Child" che assembla corde dalla timbrica metal ad uno spartito che spazia dal gothic alla cultura psychedelica: i vocals, da parte loro, gestiscono positivamente il concept su cui si poggia la traccia seppur non denotando nulla di eccezionale nell'espressività. Giochi di drum jazzata, piano e chitarra aprono "Lucid Lullaby" che dipana un meditato progressive rock senza nè lode nè infamia ma sufficientemente gradevole per un ascolto disimpegnato. Brano di coda, "Inner Peace", si avvale esclusivamente di una lentissima punteggiatura piano-vocal emanante scura e malinconica poesia. Un album, infine, che non si impone per elementi innovativi nè per ampi utilizzi di creatività ma che, solo all'interno di una cerchia di specifici cultori del genere, potrà suscitare qualche commento positivo. Per quanto riguarda la nostra scala di valutazione, definiamo questo lavoro come non indispensabile.
-|-|-» Coerenza stilistica ed appeal posizionati sulla sufficienza. Oltre ciò rispolveriamo per quest'album l'espressione "nulla da segnalare" |

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—- NAMENLOS / STURMNDRAMA -—
"Senza nome". Letteralmente tradotto dal tedesco, questo è l'appellativo che il duo perugino ha scelto per presentarsi originando con l'enigmatico non-nome alcuni interessanti spunti su cui riflettere oltre ad un vago senso di inquietudine insito in esso. Attivi dal 2004 Friedrich Lestat Namenlos e Siren Obscene incarnano un suono di derivazione folk che potremmo inquadrare come sperimentale o, addirittura, apocalittico, ove il recitato il drammatico e la tromba di Federico Specchia si fondono irradiando le otto tracce di una tetra luce plutoniana. Autoproduzione convincente che sparge phatos a piene mani, "Sturmundrama" dispiega varie interpretazioni del genere citato non escludendone qualche tagliente rilettura, come nel brano di apertura affidato a "prelude: Epitaffio d'Apollo", in cui le strofe nell'intro interpretano appieno il senso di ciò che seguirà nelle successive orchestrazioni entro le quali predomina un grave alone di decadente marzialità che fa del suono generato dalle keyboards, unitamente ad un sinthetico violino, uno strumento di potente valore evocativo, la perfetta congiunzione tra desiderio e tormento giunta a noi sottoforma di traccia audio. "Amour Fou" apre con tastiera magnificente a cui segue la voce di Siren che nel cantato in francese proietta spettrali incubi danzanti al ritmo di un drumming dall'incedere solenne, incatenando l'atmosfera in un mirevole gioco di arabesque. Non è scintillante rugiada quella che scorre dalle note di "Il Forte e la Tempesta", ma letale vapore che aggredisce il subconscio, aderendo ad un concept di drammatica cultura dark-folk espandente, nelle liriche e nelle arie, cavalcate rimico orchestrali che sfiorano il sublime. "I Fiori della Catena" si affida alla vocalist per volgere lo sguardo in una torbida laguna sonica nelle cui profondità si ode l'eco di un simil tango pregno di melodie afflitte e prigioniere di eleganti domini dark che si spengono, dopo un'evoluzione strumentale impeccabile, nel pianoforte che lascia nei pensieri una struggente sensazione di abbandono. La chitarra pizzicata nel breve ma intenso interludio titolato "(spleen:) Album dei ricordi in fiamme" genera nei suoi arpeggi e nei soffi tastieristici un'imperscrutabile successione di malinconici fotogrammi, esattamente come accadrebbe nelle intime riflessioni di un'anima meditabonda che desidera ardere la propria afflizione nel fuoco del rimpianto. "In Morte dell'Estetica" si snoda un saltarello apocalittico coltissimo il cui registro trasmette, in un crescendo tumultuoso di danzabilità orchestrale, le bellissime modulazioni fissate su varie scale melodiche, unitamente a tastiere dalle dinamiche poliformi ed ammantate dai vocalizzi del duo che dimostra di saper conoscere mirabilmente la materia new-folk e proporla con disarmante, sperimentale eleganza. "et lorsqu'à l'Europe" offre in sede di overture un tratto di "Sul bel Danubio blu" di Strauss, subito intersecata dalle raffinate malizie vocali di Siren che architettano la song con meste nenìe alle quali si accorpano in seguito le appassionate evoluzioni canore di Friedrich, il tutto sorretto da un algido programming, fisarmonica e chitarra che irrobustiscono ulteriormente la struttura della traccia. Pianoforte e dramma per l'epilogo "(à la guerre...)", ove rivivono le urla, le esplosioni e le sirene di un conflitto placidamente retroilluminato da uno spartito riflettente buie rifrazioni che turbano, inquietano, affascinano. Siamo probabilmente al cospetto della genialità.
-|-|-» Documento attestante l'attitudine del progetto a coniugare sperimentazione e preciso raggiungimento dell'obiettivo prefissato. Binomio assai poco riscontrabile in quest'epoca di copiose promesse troppo spesso rinnegate |

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—- PARADE GROUND / ROSARY -—
Jean-Marc e Pierre Pauly costituiscono il duo belga dei PG che dopo un'illustre, datata e non unica collaborazione con Daniel B. (Front 242) e Colin Newman (Wire) decretata in occasione del cd "Cut Up" del 1988, ritornano con un nuovo, audace lavoro: "Rosary", licenziato dalla label Sleep Walking Records. L'attuale scelta produttiva di Patrick Codenys (Front 242) non è inedita in quanto questo artista si occupò nel 1983 anche del lancio di "Moan on the Sly", il sette pollici debutto che rese i PG visibili nel primo impatto con l'asteroide wave/post punk. L'allucinata equazione "Rosary", suddivisa in 15 passaggi, ripropone il progetto in veste pseudo sperimentale con un concetto modulare sospinto da loops ossessivi congiuntamente ad un'ostinata assenza di strutture melodiche che rivelano un'innato senso della drammaticità. "Rosary I: Windfall" dura solo una manciata di secondi, così come le successive alternate sorelle che hanno il compito di introdurre le songs vere e proprie, mentre "Rosary II: In the Line of Fire" è un tesissimo Industrial-chapter, entro cui le atmosfere crescono di intensità divenendo sinonimo di cruda lacerazione spirituale raffigurata in ogni singola scansione compositiva dell'album, in cui il suono viene torturato da vocalizzi psicotici ed agganciato sempre a ritmiche glaciali. "Rosary III: Snail's Burial" scorre effimera e confusa in un brevissimo transito offrendoci la successiva "Rosary IV: Happy at All" che riversa puro impeto Industrial-punk flagellato da chitarre di ghiaccio duellanti con disperati vocals che non concedono tregua, essendo essi avvolti da uno spinoso manto di incessanti Keyboards. "Rosary V: Naked", transita cedendo il passo a "Rosary VI: Breath" dal suono edificato sopra fumanti cumuli di macerie post-nucleari, ove secche monotromie ritmiche scandiscono il tempo della song originando un apocalittico poema mosso da un freddo linguaggio allucinato. Di nuovo un intermezzo transitorio affidato a "Rosary VII: Another Week" che preannuncia l'intro evocativo di "Rosary VIII: Europe Side Down" che si amplia con una monocorde tastiera orchestrale innervandosi ossessivamente nel complesso vocal-strumentale percuotendo le claustrofobiche pareti di un genere di appartenenza riconducibile ad in Industrial-dark, ma nel contempo ricercante nella sperimentazione ulteriori varchi di difficile catalogazione. "Rosary IX: Beads" anticipa velocemente "Rosary X: Cross", dalle imponenti muraglie post-punk drumming, guitar noise siderurgico ed interminabili rettilinei di spettrali vocals. "Rosary XI: Stutter" si antepone a "Rosary XII: Calvary che, fedelmente al titolo, proietta sofferenti alchimie sonore affidate in larga parte alla tetra sezione vocale così algidamente dispiegata in un percorso privato di ogni ritmica. Approdiamo a "Rosary XIII: Fight Time" che scorre fino a raggiungere "Rosary XIV: Three Faint Fires", song in cui si accorpano granitici impatti di drum machine e spietatezza nelle emissioni vocali del singer irretendoci in un estatico tormento. Un atteso, epico ritorno quello dei PG che riteniamo comunque fortemente riservato a smaliziati cultori della devastazione spirituale perpetrata a mezzo dei taglienti ingranaggi dell'Industrial-sound.
-|-|-» Album che costituisce un'esperienza diretta con il concetto primordiale di buio assoluto e la perfetta antitesi dell'easy-listening. Freddo e oscuro come l'antro di una futura Mordor. |

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—- PAVILLON ROUGE / MIZUAGE -—
Trio di Grenoble e di recente assemblaggio questo dei PR: dal 2007 Benjamin (voice), Hanoi O (guitar voice) e Mervyn Sz. (guitar-programming), condividono influenze black-metal intersecandole a flebili sonorità attigue all'immancabile wave 80's. La differente provenienza stilistica dei due terzi dell'ensemble favorisce un mix di coriaceo metal sound e trovate melodiche affondanti le radici nel fertile terreno vecchio più di un ventennio. "Mizuage", opening track del mini cd di quattro tracce dall'omonimo titolo, è una song strumentale che rieccheggia velatamente di riferimenti a melodie giapponesi: non a caso il progetto francese attinge le origini del proprio nome da una song degli Indochine, wave band anni 80's, unitamente al nome in uso in Japan "Pavillon Rouge", appunto, che nella letteratura erotica del Sol Levante viene utilizzato per descrivere il sesso femminile. "Cauchemar Kashmir" si dispiega subito con aggressività sospinta dai vocalizzi di Benjamin, che scalfiscono il suono con rabbia utilizzando l'abrasività delle chitarre, un'indiavolata drum machine ed un marmoreo percorso di programming. "La Porte de Jade" si erge sui pilastri di un usuale black metal esponendone i concetti peculiari: vocals gutturali, guitar noise sferzante e linee drumming velocissime, così come "T.A.O.S. (Black Lodge cover)" violenta il sound con la medesima brutale metodica che tuttavia stempererà tutto il proprio attrito, così come nelle precedenti tracce, in una tiepida reazione di un pubblico che considererà i PR un effimero rito di passaggio. Potremmo definire gli schemi espressivi della band in questione come retorici e ben poco innovativi, penalizzanti l'interesse dell'ascoltatore declassandone i contenuti che verranno comunque giudicati individualmente. Pertanto il nostro irrevocabile verdetto non si orienta affatto verso la positività.
-|-|-» Ennesimo sterile tentativo di rilanciare il filone metallico. Potete evitarlo senza particolari conseguenze. |

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FAUN & THE PAGAN FESTIVAL / LIVE 2007 -—
Sapori di chiara matrice Medio Orientale in questo primo live dei tedeschi Faun che si presenta fisicamente come un piccolo book di trentanove facciate con i testi, notizie e le suggestive foto dei concerti tenutisi nell'Ottobre 2007 in Austria, Olanda (ove è tratta la maggior parte delle tracce dell'album registrate al "Tivoli" nell'Ultrecht) e Germania, in occasione del Pagan Folk Festival, contenente episodi dal vivo soprattutto relativi ai precedenti due album, due episodi realizzati in collaborazione diretta con gli inglesi Sieben, gli statunitensi In Gowan Ring ed altri due brani inediti. Qualche pecca negli arrangiamenti non pregiudica tuttavia un prodotto che, inteso come test prettamente qualitativo sul piano "live performance", non lascia dubbi sull'effettiva capacità della band di emanare arcana magia che si propaga da un diagramma compositivo semi-impeccabile scaturito da una moltitudine di strumenti provenienti da ogni angolo del globo. Le eteree voci di Lisa Pawelke e Fiona Ruggeberg espandono cori in sintonia con gli elementi silvestri, i meccanismi del cosmo e tutto ciò che può considerarsi ai nostri occhi fatato. Trame vocali femminee che trovano in quelle del singer Oliver Sa Tyr un ulteriore rafforzo di ciò che potremmo definire musica proveniente da un'incantata dimensione parallela, dove fiba e melodia folk si incarnano armonizzandosi vicendevolmente. "Gaia", primo capitolo degli undici presenti nella tracklist, trova equivalenze Dead can Dance con i vocals delle coriste che da soli architettano la breve durata della song. Oliver Sa Tyr intona una catartica "Rad" che divampa successivamente tra le etniche percussioni del davul di Rudiger Maul, il violino di Matt Howden dei Sieben ed il programming di Niel Mitra. "Satyros" propende per le soluzioni acustiche delle bagpipes e del clarinetto di Fiona, l'hurdy-gurdy di Lisa e beats provenienti dal davul. Energia principalmente percussiva, bazouki, whistle, impersonano "Rosmarin", cantata da Oliver che nei vocals rende però soppesabile la differenza tra la versione studio e qualla live. Prima traccia realizzata totalmente in collaborazione con i supporters è "Love's Promise" che si avvale del violino dei Sieben, il cajon di Rudiger Maul, synths, vocals, nyckelharpa per una traccia non priva di aggraziate estetiche affidate agli accordi evocativi e la pressochè perfetta gestione dell'impianto sonico di ogni singolo strumento. "Sahhara", traccia inedita, contempera sonorità arabeggianti sostenute da velocissimi arpeggi del baglama di Oliver, i chorus delle singer intersecati all'harmonium, l'hurdy-gurdy e le ritmiche generate da goblet drum e darabouka. Tocco di B'eirth degli In Gowan Ring nelle liriche, vocals, chitarra e lute per "Dandelion Wine" sostenuta anche da arpa e clarinetto; successivamente i synths ritmano l'intro di "Lyansa" entro cui irrompe il taiko di Rudiger Maul il fujara di Fiona, Oliver con la sua nyckelharpa e l'hurdy-gurdy di Lisa, impianto acustico supportato dai suggestivi vocals dei tre singers per un inno pagano che rieccheggerebbe ai margini di remote radure al chiaro di luna. Altro inedito è "Aisi Sisikka", cinque minuti e dieci secondi di canto tradizionale finlandese scanditi dal regolare battito di da drum machine, timbales, il violino di Matt Howden, vocals assortiiti, bagpipes, hurdy-gurdy e nyckelharpa. Frame drums e davul percuotono il brano scritto da José Melchor Gomis "Tinta", musicata dall'Irish bazouki e la voce di Oliver, synths, hurdy-gurdy ed i vocalizzi di Lisa e Fiona che trasmettono un vasto spettro emozionale in questa pluripartita sonica in cui il front man presenta ufficialmente al pubblico i componenti dell'ensemble. "The Trip goes on" conclude il percorso sulle stridule note del vilino di Matt, la chitarra ed il lute di B'eirth, il clarinetto con chalumeaux di Fiona e la voce di Lisa che sciorina un malinconico pentagramma gothic. Un buon debutto come live album che offre interessanti spunti esclusivamente per apprezzare i Faun ascoltandoli privati dei sofisticatismi tecnici dello studio. Riteniamo tuttavia opportuno consigliarne l'acquisto a chiunque detenga maniacalmente in archivio ogni pubblicazione della band, esonerando i restanti fans da un prodotto non totalmente indispensabile.
-|-|-» Arte pagana per una band destinata ad una sempre crescente affermazione come riferimento di culto. Live-test passed.
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