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-|-|-» [ RECENSIONI / Review ]
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—- ANIMA VIRUS / ADAM -—
Cosenza cavalca il goth-rock. Aurelio Gioia (basses-guitars-keyboards-drum machines-programming and samples) dopo l'omonimo cd e.p del 2003 ed il singolo 'Blood from Heaven' del 2006, dimostrano di saper svincolare le trame melodiche di 'Adam' da un ambàge spesso eccessiva che accomuna molte delle recenti similari produzioni, caratteristica che comprometterebbe fatalmente l'intento primario,ovvero la proposta della ricercatezza del suono che invece di fluire si inceppperebbe molto prima di essere assimilato. La band denota una gestione tecnica che dal 1996 è accresciuta al punto da sviluppare autonomamente uno stile quasi a sè stante, qualcosa di adiacente a trascorsi culti post Xymox/Christian Death ed a tratti post Bauhaus, come tengono a precisare nelle note sul loro sito. Personalmente sono stupefatto dalle undici tracce, tutte prive di qualsivoglia antinomia,ma bensì piacevolmente distinte nella loro oscura personalita' emanante altera grazia armonica e tenebrosita' d'effetto. 'Siren' es ordisce con una rotazione bass-noise assorbita dai vocals di Aurelio, il refrain che consegue fa molto 'Clan of'e non mancherà affatto di essere apprezzato. 'The Hunt' è una song dalle strutture melodiche di chiara appartenenza obscure rock, le note, per quanto non eccessivamente ardimentose, sfidano la classica matrice gothicheggiante a cui il nostro udito si è stabilizzato svolgendo un effetto quasi terapeutico sui sensi. 'Metaphora' rivela molte affinita'con produzioni tipicamente Ronny Moorings. Le arie, le chitarre post punk e la disperata claustrofobia che avvolge la traccia, costituiscono un particolare di insigne maturità così come denota 'The gust of the wind', che affianca scie di drum beats sintetici a strategie di bass ben arrangiate ,la voce riveste un ruolo di architetto, edificando e progettando intrecci grandiosi, l'assolo di chitarra è affidato ad Antonio Giraldi. 'An old Wisdom' è un brano decisamente electrogoth, ballabile e criptico. Altrettanto persuasiva è 'Blood from Heaven', come citato poc'anzi già edito come cds; drum machine secca, esposizione melodica senza compromessi, keyboard punteggiata, programming cadenzato, velenosi vocals in falsetto. Tutto cio' per una traccia dal futuro conclamato se opportunamente promossa come merita. 'Amphetamine II' allestisce un tappeto mid tempo graffiante con schegge chitarristiche in prima linea assieme ai vocalizzi sofferti del singer. 'The killing Moon' ripropone la rivitazione della classica song di Ian Mc Culloch in veste Anima Virus. Francamente non ne sentivamo la necessita' ma resta pur sempre un gioiello da collezionare. 'Adam' è bella. Nulla da invidiare a song contenute in 'Hidden Faces' oppure in 'Farewell' dei maestri Xymox, sembrerebbe non mancare proprio nulla per renderla un club hit. 'Days of Ice' sfoggia un drumming potente accorpato ad un solco vocal-guitar trascinante,mentre 'Zdzislaw Beksinski' assapora il gusto squisitamente amaro del goth retrò, stile Danse Society, dove l'ipnotica drum machine traccia dietro se uno scenario apocalittico e glaciale composto da chitarre psicotiche, fraseggi distorti ed alienazione purissima. Gli AV configurano fascinose alchimie sonore composte da episodi che non incrociano mediocrità nè tantomeno risvolti mirati al largo consumo. Di questo siamo loro infinitamente grati.
-|-|-» Non sono sufficienti i semplici auguri. Sosterremo questo progetto finchè si dimostrerà dotato di simili valide virtù |
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—- ALBIREON / INDACO -—
Collaborazioni illustri per questo prodotto che riesce a sfiorare sommità ispirative di buona fattura, anche se con discutibili successivi difetti nella fase di esposizione. Spentisi gli echi del primo demo 'Where free birds sleep' del 1999, realizzato in collaborazione con gli Ataraxia, ci siamo occupati di loro nel 2005 con la pubblicazione cd in formato digipack intitolata 'Il volo insonne' dove si accusavano alcune pecche sulle proprietà canore del vocalist Davide Borghi. 'Indaco e.p' è stato pubblicato nel 2006 ma puntiamo l'occhio e l'orecchio su di esso volentieri, anche a distanza di tempo. 'La giostra delle foglie morte' opening track, è immensamente bella, il testo è assai evocativo e riesce a catturare l'attenzione fin dal primo ascolto essendo incentrata su semplice lavoro di chitarra, keyboard e voce, che avrebbe dovuto essere assolutamente ben più calibrata. Non sfuggono nella song almeno due picchi non particolarmente intonati, ma nemmeno passa inosservata una ragguardevole, strugge nte capacità di appellarsi alla pura malinconia. 'Somewhere far from heaven', in cooperazione con Sonne Hagal, per quanto ben studiata, rileva qualche inesattezza di troppo in sede di orchestrazione:le strumentazioni viaggiano separate con qualche frazione di secondo l'una dall'altra, i vocals di Davide reggono a stento la calligrafia della song riducendo di qualche lunghezza l'effetto globale. 'A cold embrace' regala istanti di fascino straniante. Il connubbio fisarmonica-guitar-voice, intraprende un viaggio senza tempo dalla convincente espressività. Analizzando 'Awakening dance', creata in collaborazione con l'ex Current 93, Death in June ed infine Fire+Ice Ian Red, ci imbattiamo in evoluzioni gothic mosse da gentili sospensioni vocali, arrangiamenti più precisi e più rilevante spessore compositivo. 'Ala di falena (subsconscious version 2006)', trasmette immediatamente un'aurea oscurata da mestizia ed introspezione, qualcosa di molto vicino alla grazia suprema con cui la crisalide evolve in farfalla. La sottile tastiera di Carlo Baja Guarienti allinea a sè quattro perpetui accordi chitarristici attorno a cui sono ricamati gli accenti del singer, generando una song penetrante e notturna. Siamo altresì costretti a rimostrare un certo disappunto considerando la scarsa qualità della traccia live 'Il testamento dell'avvelenato', ultima dell'e.p., che lascia trasparire un'amara perplessità, sempre focalizzata nella modulazione vocale, caratteristica che deve assolutamente essere presa in esame e rettificata. Pur non costituendo un prodigio discografico 'Indaco e.p.' muove a sè sufficienti elementi creativi tali da incentivare il nostro supporto agli Albireon con un perentorio ammonimento: prendere serio atto dell'apparato vocale ed in seguito irrobustirlo con intonazioni più decise ed azzeccate, nonchè con una ben più arrangiata intelaiatura strumentale. Se ciò venisse risolto avremo una band di cui sfoggiare le grandiose gesta. Una promessa?...
-|-|-» Qualche altro futuro errore di percorso arginerebbe definitivamente la loro ascesa. Confidiamo nel loro spirito di sopravvivenza... |
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—- AT THE FUNERAL OF MY VIOLET RABBIT / AL FUNERALE DEL MIO CONIGLIO VIOLA -—
La redazione ha gia menzionato At the Funeral of my Violet Rabbit, durante i lavori per la seconda support-compilation gratuita ‘Electa Via Vol II’ (in cantiere) che già nella precedente edizione ha riscosso molti plausi per l’azzeccata selezione attuata da Dside. Il triestino Morgan ha ben chiaro il suo progetto: Disagio. E disagio onirico -senza uscita- è per l’appunto ciò che scaturisce dai brani presentati nell’autoporduzione di 'Al Funerale Del Mio Coniglio Viola’, seconda fatica, che contiene sette brani in morbido e occludente Dark Ambient, corredato da un artwork impeccabile (dell’ungherese Aaron Nagy), impalpabile quanto il sound proposto. Scritto tra il 2004 e il 2006, uscito nel 2007, il lavoro s’avvale anche d’eterei frammenti vocali di Michela Scagnetti oltre che dell’editing di Fabio Zanchelli.
E sarà la fredda e distante Trieste ad evocare questi inquietanti presagi o forse il concept stesso di Morgan che anche nei suoi testi lascia poca speranza, nessun filo di luce se non intravisto da troppo lontano.. fatto sta che se n’esce cullati da veleno interiore. ‘The Glass Knifefish Syndrom’, è sicuramente il brano portante ed esplicativo dell'intero CD (‘I’m non-entity, I think I’m everything, but I’m nothing’) oltre alle cupe sonorità amalgama infatti la voce femminile di Michela con quella bisbigliata di Morgan in un perfetto connubio. Unica pecca: la fine, quasi stroncata a spezzar incantesimo (idem per la bella ma gia sentita ’Kiss Of The Spider Monkey’). ‘Vanishing Of An Anorexic Doll’ possiede invece una lenta evoluzione e ricorda a tratti la colonna sonora del videogame American McGee's Alice per alcune scelte di stile. Curiosa è ‘The Sound Of Your Brain’, ben sette minuti di.. silenzio.. si, ma tutto per voi. Che sia un consiglio di un buon amico o di qualcuno che ride del silenzio che ci appartiene?
-|-|-» Il lavoro è comunque molto ben fatto dentro e fuori, e anche se al miglioramento non c’è mai fine, di sicuro Dside ne terrà conto per i suoi futuri progetti. |
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—- H.E.R.R. / FIRE AND GLASS: A NORWOOD TRAGEDY -—
Dopo l'ultima complessa perla 'Vondel's Lucifer– First Movement (2006)'.. prima parte di un’opera in due tempi ispirata al Lucifer (1654) dell’autore olandese Joost van den Vondel (1587-1679) eccoci inaspettatamente a 'Fire And Glass - A Norwood Tragedy' invece che alla seconda parte del progetto.
Quattro brani celebrano la tragedia del Crystal Palace: enorme costruzione di ferro in stile vittoriano eretta a Londra nel 1851 per ospitare l'Esposizione Universale (e a seguito anche altro), che vide esser smontata e ricostruita in un altra zona della città prima della decaduta per l'ultimo, devastante, incendio del 1936. Troy Southgate narra meno inquieto, ingentilito da pianoforte, violoncello e violini per quasi venti minuti. L'EP è dedicato alla memoria di tutti quelli che hanno lavorato alla struttura, dagli architetti agli artisti, i progettisti, gli operai..ma sopratutto questo Ep è un invito al ricordo di questa meravigliosa costruzione, supportando la Crystal Palace Foundation, Campaign.. e tutti quelle associazioni dedite allo stesso scopo e menzionate nel booklet. Lodevole, per il lato artistico-rievocativo (le nervature radiali della facciata principiale, presso la volta a botte, sarebbero ispirate a quelle delle foglie di una ninfea, la Victoria amazonica, nota per le sue dimensioni) ma è più nelle corde degli HERR inneggiare a quegli accadimenti storici che hanno segnato la fine di un epoca o comunque il primo passo, o simbolo di questa, avvalendosi di contorni musicali non indifferenti.
-|-|-» HERR ingentiliti da melodie molto, molto Alte.. |
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—- KARNA / DIABOLIC: SOUNDTRACK FOR MY NIGHTMARE -—
Horth e Kjetthaar (una delle piu vecchie band russe di black/ambient) presentano il CD 'Diabolic - Soundtrack for my Nightmares' e parlano molto chiaro: 'noi supportiamo ogni tipo di azione diretta a contrastare la cristianità, il judaismo, l'Islam, il buddismo e tutte quelle umane debolezze. Noi supportiamo ogni tipo di azione verso la distruzione dell'umanità. Supportiamo ogni azione che ci possa avvicinare al Caos'. Questo semplice concetto è il fulcro dei tre brani. Brani..che in realtà si suddivinono in due o piu temi che possono aprirsi come una porta o mero silenzio.
Cominciamo con 'Part I: The Entering': cold ambient ricco di effetti ad instaurare il giusto panorama mentale che scivola lentamente (in ben 14 minuti) verso l'etereo eco di una donna in pena sopra un cuore pulsante ('Mother of Darkness'). 'Part II: Travel into the Dark' una goccia scava nel pozzo dimenticato, ambientazioni sempre fredde e inquiete dove il baratro è molto vicino. Con 'Part III: Dead Falls Asleep' (19:23'') terminiamo questo viaggio: le ombre ci sussurrano, parlano con noi annunciandoci i fantasmi sintetici prima delle abissali campane di mezzanotte.
-|-|-» Lavoro ben strutturato e sicuramente con molto altro da dire. |
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—- KARNA / RAVEN -—
Ancora un CD per i russi Karna dall'artwork oscuro quanto i suoni dei sette brani che richiamano l'ambient piu verace, tagliente, mescolando chitarre distorte a pianole gotiche, gocce d'acqua incessanti che colano in pozzi dimenticati, echi di presenze non molto lontane, momenti d'orrore in un crescendo sino a sfociare in ritmiche black metal cariche d'occulto.
Si percepisce potenza nelle strutture, i connubi sperimentano tensioni, la voce odia, in guttural suoni, grida, gorgoglia come in 'Over the Abyss', talvolta in brani come 'Wind of the Dead' si apre invece un mondo che, subdolo, c'invita a cadere nella tela del velenoso ragno. Satanic Black Ambient con tocchi industrial, questo lavoro demoniaco di cui piu non posso dire, a causa del russo che non leggo e della mancanza d'informazioni dettagliate online in lingua perlomeno inglese.
-|-|-» Di sicuro dal precendete (e piu intimista) 'Diabolic' c'è troppo, troppo black metal! |
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—- BIRTHDAT MASSACRE / WALKING WITH STRANGERS -—
La giovane band canadese non delude e anche con questo 'Walking with Strangers' tiene fede alle (ghiotte) aspettative e si attesta su buoni livelli di sound e produzione. 'Kill the Lights' apre alla grande regalando sin dalle prime le note quello che è poi il marchio distintivo di questa band: una linea vocale convincente e sicura,atmosfere emo-pop e chitarre decise protagoniste (soprattutto nelle intro e negli outro) malgrado i corroboranti synth quà e là. 'Goodnight' appare più matura e meno naif mentre 'Falling Down' è più smaccatamente goth e Violet-style ovvero assimilabile a quel sound che è poi la principale peculiarità che caratterizza la band. Con 'Unfamiliar' il filone si fa più soft ed è la voce di Chibi a regalare le migliori vibrazioni al brano. 'Red Stars' a parte gli attacchi sparsi e prorompenti di chitarre che non amo, si rivela forse il miglior episodio dell' album: i riff sono infatti irresistibili e la potenzialità del brano emerge in tutta la sua virulenza anche grazie alla capacità di voce e chitarre che giocano a plasmarsi vicendevolmente. Con 'Looking Glass' e soprattutto con 'Science' si torna alle nuance che idealmente proseguono,arricchendolo,il lavoro del precedente album. In 'Remember me' il percorso d' ascolto continua a snodarsi piacevolmente regalando una chicca suadente di grande impatto dal ritornello orecchiabile e gradevole. Con i brani successivi l' album cala un po' sulla distanza o per meglio dire si 'rilassa' per poi chiudere con la lenta 'Movie',un inaspettato pezzo permeato di sussulti anni '80 che lascia trasparire dalle collaudate formule dei TBM una sorpresa gradita.
-|-|-» Se per voi 'commerciale' è un insulto non comprate questo CD, ma se sapete riconoscere stile ed eleganza anche nel dark più pop i Birthday Massacre su questo campo hanno da insegnare a molti... |
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—- HARALD BOSH / DIE SONNE SCHEINT FÜR ALLE UMSONST -—
'Die Sonne Scheint Fur Alle Umsonst' sfugge, ed è fuor di dubbio, alle banalità della scena goth/synthpop attuale: piaccia o meno la voce di Harald Bosh non si può non definire affascinante e in grado di riuscire nel difficile compito di rappresentare un icona originale a livello interpretativo/artistico. Anche la sintassi musicale di tanto in tanto non si esime da queste caratteristiche e pur con qualche eccesso tende ad esplorare lande meno affollate rispetto alla media delle realizzazioni del genere. Questo lavoro ha ricevuto non poche critiche dalla stampa dedicata che forse non ha tuttavia considerato che a volte l' originalità e il coraggio di mettersi in discussione prevalgono su qualche difetto di fondo. Partiamo da questi ultimi: indubbiamente il packaging troppo pretenzioso per un esordio, sarebbe bastato un lavoro più spartano (no ai DVD extra al primo lavoro) e magari più cura nel diversificare musicalmente la proposta,poi un sound a volte troppo ridondante che mi ricorda alcuni episodi di second' ordine di un lavoro solista di Bruno Kramm.
I lati positivi: la musicalità che si percepisce dal lavoro, seppur un po' troppo epica, favorisce il connubio con la particolare voce di Harald: la title track in particolare si rivela decisamente stimolante e si avvale di soluzioni stilistiche che a parte qualche scusabile ingenuità denotano potenzialità significative. Nel complesso la bilancia pende più quindi sul versante delle positività: apprezzabili in partcolare 'Sklaven Geist' (riff particolari e atipici), 'Die Muse' (sofferta ed evocativa), 'Die Sonne Scheint Fur Alle Umsonst' (singolare nel suo incedere epico/dark pop), 'Mein Spiel' (anch' essa un mèlange di epicità, verve silistica e atmosfere plumbee) e infine 'Eisberg' (più 'raccolta' e monocorde). A titolo di sperimentazione vocale vista la particolarità del cantato di Harald sarei curioso di vederlo cimentarsi con qualche duetto femminile di caratura importante nella scena (tipo Sonja Kraushofer dei L' Ame Immortelle): chissà...
-|-|-» Lavoro degno di interesse che sebbene da dirozzare di qualche orpello si pone come episodio sicuramente al di fuori dei consueti canoni e che merita quindi attenzione e rispetto. |
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—- VIOLET TEARS / BREEZE OF SOLITUDE -—
Ancora un riflessivo piccolo capolavoro per i pugliesi VT che predispongono con questa coinvolgente configurazione goth rock di nove tracce la convinzione che esistono ancora ottimi talenti a cui affidare speranza. La singer Carmen De Rosas vocalizza note prive di tratti eterei o visionari. Tutto quì è lucido e definitivamente consacrato alla decadenza. Le influenze marcatamente attigue a certune evoluzioni acustiche improntate sul Robert Smith's style rendono 'Breeze of Solitude' un disco gradevole, disincantato ed a tratti irresistibilmente meditativo. 'Rising Tide' esalta la già apprezzata collusione guitars-keyboard-drum- female voice, originando una mescolanza di emozioni di comprovabile significato artistico. Il romanticismo disperato di 'Doubt' lede i sensi, le lunghe tastiere gestite da Claudio Cinnella rendono struggente ogni istante della song. 'Eternal Illusion' aggredisce con disarmante dolcezza modulare mentre 'Homecoming', dalle spiccate musicalità chitarristico-percussive simil Cure, erge un bellissimo esempio di post wave dove le arcane suggestioni non sono affatto bandite. 'Waves of loneliness' spazia in territori malinconici, la sua enunciazione è sempre affidata alla formula che raggruppa gli strumenti acustici mossi alla massima espansione. 'The long years' è un intricato meccanismo sonico denso di phatos ma non di facilissima assimilazione: una traccia lenta, poco malleabile serrata nella sua elegante austerità.''Velvet Moon' infrange il cerchio protendendo ben più immediate trame accorpate ad una drum machine ben sca ndita ed all'onnipresente voce di Carmen che svolge un ruolo da protagonista assolutamente invidiabile. Notevole la ripresa dal quinto minuto in poi con guitar noise strepitoso. 'Dimenticàti' testimonia quanto la voce di Claudio Contessa sia appropriata e capace di rendere l'atmosfera satura di energia oscura che scivola, assieme ad un fiume sotterraneo di drum beats gothicheggianti, chitarre ben calibrate, accordi leggiadri in un dialogo eccelso con l'intero decadente cosmo sonico. 'Drowned' termina degnamente il percorso con un impegnato binomio vocal-strumentale in perfetto stile De Rosas. La Ark Records sia orgogliosa di questa band dalle percepibili potenzialità che, meglio se perfezionate, rappresenteranno in futuro ed a livelli di diffusione più ampi, il suono italiano di una generazione goth che ha davvero moto da riferire.
-|-|-» Il sentiero è stato imboccato, l'impressione che i VT non rapppresentino solo un felice momento transitorio esiste concretamente. Non perdoneremo loro nessuna radicale metamorfosi o cadute di stile. |
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—- DEKAD / CONFIDENTIAL TEARS -—
Quando si tratta di 'lavorare' un buon prodotto il fattore tempo non ha rilevanza alcuna. Pubblicato ufficialmente in Gennaio questo album possiede una caratteristica non comune rispetto ad altri piatti episodi di appartenenza electro: contiene a nostro avviso una semitotale sequenza di tracce cosidette 'di punta'. Quasi nessuna song inclusa in 'Confidential Tears' potrebbe venire considerata marginale. I francesi Dekad hanno saputo dimostrare un eccellente capacità compositiva unitamente ad una musicalità assolutamente al di sopra delle dottrine commerciali e completamente privata di ogni ambàge superfluo. Restano esclusivamente 12 tracce direttissime, potenti, che liberano ionizzazioni synthetiche molto depechemodiane e personalizzati interventi che rendono gradevolissimo questo prodotto. La label Boredom product, licenzia quindi un affiche dalla dirompente grinta electro che riscatterà in parte il genere elettronico ultimamente flagellato da parecchi corpi estranei dai contenuti effettivi pressochè trascurabili. Ogni brano è sorretto da una possente intelaiatura ritmica, in 'Story', opening track, si percepisce l'atmosfera romantica che permea anche in seguito gran parte del percorso successivo, song dai sequencers adamantini,t echno cultura raffinata e danzabilissima. 'I leave' rimanda nel primo tratto a certe movenze simil B!Machine per poi evolversi in moduli percussivi robotici e fasci tastieristico-sequenziali avvolgenti dove la voce ottimamente impostata di Seb delinea limpida le liriche perfettamente incastonate nella traccia. 'Dive' non sovverte affatto lo stile delle precedenti proponendosi quasi come un prolungamento del rettilineo fin'ora intrapreso. 'Once Again' chiama in adunata artifici technologici accattivanti che generano una splendida electrosuite dalla macchina ritmica architettata con cartesiana precisione. Inflessioni EBM attorniano 'Down Below' letteralmente impossibile da trascurare sia per la meccanica energia affidata al programming di JB che per la co nsistenza dei tratti melodici accattivanti. Chitarre liquide pizzicate da Yoyo solfeggiano 'No Regrets' unitamente al combo drum machine-voice-sequencers offrendo all'udito una song dal carattere malinconico e deliziosamente 80's school. 'Next Time' appoggia freddissime linee electro affiancando riti strumental-cerebrali non eccessivamente elaborati e quindi di non ardua assimilazione. 'A Reason (to hate me)' evita scaltramente divagazioni mainstream pur collocandosi ad un solo passo da esso. 'Image of you' capitolo strumentale, afferma tutto il suo carattere elettronicamente adombrato, mentre sopraggiunge il piano di 'March of the Damned', song 'uggiosa' da ascoltare preferibilmente con condizioni meteo tendenti al molto nuvoloso. 'Tension' rimarca il suono Dekadiano esteso per tre minuti, ove si rendono percettibili alcuni momenti di stanchezza compositiva, neutralizzati dall'ultima e molto Dave Gahan's style 'Fool me', bellissima e trascinante synthsong dagli arrangiamenti perfetti e ripuli ti da ingombranti dosi di eccedenze strumentali, caratteristica comunque estesa a tutto l'album e che eleva ulteriormente la qualità del repertorio fin'ora presentato. Sarebbe quantomeno fuorviante definirlo un successo ma indiscutibilmente si tratta di un ottimo lavoro che troverebbe tranquillamente degna collocazione tra il nostro nutrito archivio sonoro.
-|-|-» Album che non mancherà di accogliere la positività soprattutto dei censori più inflessibili, ovvero gli utenti finali.. |
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—- TOURdeFORCE / OMNES FERIUNT, ULTIMA NECAT -—
Ci siamo occupati dell'electroband bergamasca in sede di intervista dove il buon Christian Ryder ci ha illustrato più che eloquentemente la spinta propulsiva che regola e sospinge il preciso meccanismo TdF. Questo cd è datato 2007 ma la sostanza sonica color mercurio che lo riveste non conosce ancora l'usura implacabile del tempo. Suono non offuscato da eccessi rumoristici, linearità d'esposizione e passione per l'elettronica. Ecco svelato il segreto per ottenere un disco di ottima fattura come quello ora in esame. 'Dancing Days', opening track, personifica appieno un synthpop che si snoda in coordinate danzerecce, ritmo accattivante e logiche sequenziali gradevoli. L'infrangersi dell'onda nel primo segmento di 'Ocean C.' preannuncia una song non lontana ad un certo stile attiguo ai Covenant, la voce di Eric Raven affascina con modulazioni vagamente 80's, le macchine scandiscono i beats per minute egregiamente, come tutto il resto dell'apparato strumentale sostenuto da keyboards e programming dance oriented. 'To live and not to Renounce' privilegia atmosfere dense di electro-malinconia senza cedere terreno a tentazioni annacquate o tediosamente zuccherine. '1982' miscela assortite nature degli anni a cui è riferita a trovate soniche più contemporanee: ritmo vivace, timbrica della drum machine secca e vocals ispirati ad un'epoca in cui l'elettronica incominciava davvero a stupire. Accentuata propensione all'estetica si rivela in 'Home', un micro-gioiello electrosinfonico strumentale che precede 'Devotion', un riuscito gioco synthetico finemente intasiato da un refrain eccitante. 'Shadows (The Tenant 1976-2006)' replica un pò troppo le stesse sequenze allungando ombre di ripetitività mentre 'Masterplan' propone il classico campionario electro d'effetto intersecato da tratti tastieristici di buona fattura. 'Crying Helena (Le Spleen de Paris)' è una perfetta armonia da soundtrack theme spogliata abilmente da ogni forma di retorica. L'intreccio piano-voice-backing vocals e la ritmica assaporano un gusto vagamente retrò. Captiamo una trasmissione di sequencers nell'apertura di 'The war is Over'a cui succedono liquidi fraseggi di keyboards,drum machine incalzante e vocals sempre in primissimo piano.'Narcissism is a mental Disease' coniuga l'inflessibile rigore metrico dell'elettronica ad un sound molto clubby e saturo di basslines che inondano i sensi di puro piacere fisico. 'The last man on Earth' edifica buone architetture synthpop cedendo in seguito il passo a'Interrupted boys' dancefloor che utilizza quella vasta eredità electropop iniettata direttamente in vena da embrionali ispirazioni EBM. Approdiamo a 'Notte Stellata' colta ed inappuntabile electrosuite che fa delle liriche un autentico dramma interiore. L'incedere lento dei propulsori ritmici la rendono efficacissima in una notte di plenilunio. '1982 (version 2.0)' si impone immediatamente dopo l'introduzione con l'electro-impeto direttissimo delle tastiere ed una struttura ritmica impossibile da evitare. Essa costituisce la versione original demo che chiude degnamente questo album da reperire assolutamente e detenere con una certa misura di orgoglio. E'presente qualche trascurabile difetto ma il mestiere assaporato in queste tracce non è di quello che si riscontra spesso. In attesa del prossimo lavoro consideriamo positivo 'Omnes Feriunt,Ultima Necat', frutto di una band che rifiiuta categoricamente il concetto di calcolo elettronico puramente cartesiano e asettico.
-|-|-» Non considerare questo album potrebbe rivelarsi una svista imperdonabile |
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—- SPECTRA PARIS / DEAD MODELS SOCIETY -—
'Dead Models Society' è un album al servizio della vocalità di Elena Fossi, quà libera di spaziare a 360° in una stimolante molteplicità di excursus stilistici.
L' impatto mediatico viene garantito dalla fisicità di Elena e dall' imprimatur di 'electro funeral glam' che vorrebbe esplicare la proposta musicale delle Spectra Paris attraverso una nuova curiosa definizione.
E in effetti nulla c'è di più glam e astuto del primo brano di 'Dead Models Society' irresistibile invito danzereccio per locali raffinatamente synth/goth che non si fa dimenticare facilmente.
Singolare e degna di interessa anche la cover di 'Mad World' degli indimenticati Tears for Fears quà resa in una versione sintetica ed intimista in cui i lenti chiaroscuri prevalgono a discapito dell' irresistibile energia del brano originario. 'Size Zero' ,a mio parere l' episodio di maggior spessore,ammalia sin dal primo ascolto: la voce di Elena si stempera suadente ammiccando all' ascoltatore con incedere sexy e profondo mentre i suoni si rincorrono in melodie vivide che si plasmano tra suoni caldi e sintetici che regalano emozioni e passione. 'Frozen Night' si snoda su un atipico tappeto ritmico nel brano in cui più affiorano sfumature dei Kirlian Camera ma che mai rinuncia a una sua dinamica di reinterpretazione introspettiva. 'Glittering Bullet' riporta invece ad atmosfere 80s da 'Futurama' rifinalizzate in chiave moderna con sapienti soluzioni vocali e sulla medesima falsariga si incammina 'Lucky City Oversight' tra immagini seppiate di afflati di luci neon e nebbiolina di fumo in qualche malfamato locale parigino. Un po' meno significativo l' incedere verso il brano che chiude l' album: forse la tensione compositiva va scemando ma non mi resta impresso nulla di particolare da 'Cheeky Alien Dream' a 'Attaque au Palais Exotica'. Quanto invece alla chiusura di 'Falsos Suenos' pur non amando affatto il cantato in spagnolo scovo insoliti echi dei Dreamside tra chitarre e synth accavallati in un mood melodico alla Diary of Dreams vs Cruxshadows.
-|-|-» Proposta satinata e affascinante: nel suo complesso 'Dead Models Society' si distingue per il suo stile personale e seducente pur non raggiungendo il 100% del suo potenziale. |
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