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[ RECENSIONI / Review ]
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—- SISTRENATUS / DIVISION ONE -—
Division One (Cold Spring, 2006) targato Sistrenatus è davvero un bel debutto per il canadese Harlow MacFarlane, già noto per aver dato vita al progetto death ambient Funerary Call. Un lavoro tirato, aspro e deciso che non lascia pause e tregue alle sue ossessività da incubo ma riesce a sintetizzare nei suoi 38 minuti influenze differenti che vanno dal Black Ambient, al Power Noise, dal Death Industrial fino a elementi accostabili alla Martial Music. A dispetto delle diverse recensioni che ho letto, io ho apprezzato proprio la perfetta sintesi sonora che questo artista realizza, a riprova non solo della sua vasta conoscenza musicale ma anche della volontà di dare un’impronta personalistica a sonorità che troppo spesso finiscono con il ricadere su sé stesse incapaci di evolversi. Si passa così dal clima claustrofobico e cupo delle prime tracce (I- II) dense di rumori metallici, voci lontane e inafferrabili sulle quali si addensano pulsazioni e distorsioni angoscianti all’esplosione demoniaca e tagliente della traccia III; spettacolare la traccia IV dominata da un elemento percussivo monotono e orrorifico che si staglia all’orizzonte mentre in primo piano suoni difformi emergono dal caos iniziale trovando una loro compattezza ed espressività; uno spaventoso stato di calma e attesa sembra sopravvenire con i brani conclusivi la traccia VI, dal forte sapore cinematografico, e la VII; ma il picco dell’album si raggiunge proprio con le ultime due canzoni sintesi delle diverse suggestioni sonore emerse nell’album e in cui emerge con più forza la presenza di voci umane disumanizzate e svuotate di senso come a descrivere uno stato di collasso mentale; Il brano conclusivo (IX) recupera un assetto composto e pungente introdotto da un elemento percussivo incalzante che si alterna a un fluire orgasmico di suoni.
-|-|-»Un lavoro denso e difficile che non lascia scampo… da non perdere soprattutto per chi non teme di confrontarsi con i propri incubi interiori..
»------------ English Version ------------«
Division One (Cold Spring, 2006) by Sistrenatus is a very finely accomplished debut album of the Canadian artist Harlow MacFarlane, who is known for having created a musical project called Funerary Call. This is a dense and harsh album that doesn’t give a break from the nightmarish obsessions of the musician but it synthesizes, in its 38 minutes, different musical influences that go from Black Ambient to Power Noise, from Death Industrial to Martial Music. In spite of the differing reviews that I’ve read, I appreciated above all the perfect sonorous synthesis made by MacFarlane which is not only an evidence of his deep familiarity with this music but it also proves his determination to give something personal and innovative to these sonorities which have been, for too long, reused in a sort of mechanical way without any development. In DIVISION ONE, we get through the claustrophobic climax of the previous songs (I-II) which are filled with metallic noises, distant and indefinable voices which thicken with distressing pulsations and distortions until one reaches a devilish explosion in the song III; the song IV is spectacularly dominated by a monotonous and horrific percussive element appearing on the horizon while in the foreground different sounds find their proper firmness and expressivity from the initial chaos; a horrifying atmosphere of expectation appears in the second part of the album from the songs VI, which could perfectly substituted a soundtrack from a horror film, and VII; in the two last songs, which represent the apex of the album, the dehumanised voices deprived of their meaning emerge from background and describe a state of mental collapse; the concluding song (IX) finds a sedate and acrid structure introduced by a martial percussive elements alternating with an orgasmic flow of sounds.
-|-|-» Division One is a dense and difficult work that doesn’t give any peace to the listener. Not to loose above all for who doesn’t fear to challenge his nightmarish dreams.. |
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—- IRFAN / SERAPHIM -—
Gli Irfan (dal Sufi: mistica rivelazione) nascono nel 2001 dall'unione di piu elementi provenienti da differenti esperienze musicali e 'Seraphim', è il secondo album (versione Digipack deluxe) dopo cinque anni ad affacciarsi dagli universi Bulgari (terra natia), persiani, iraniani. Pubblicati dall'etichetta francese Prikosnovenie sin dal loro debutto, le composizioni proposte e scaturite da un forte svisceramento interiore, hanno un sapore tipicamente ethereal, folkloristico, sacro.. con forti riconducibilità orientali e sensibilità medievali. Inevitabile accostamento deve esser fatto ai Dead Cand Dance (ne sono effettivamente pregni fino ed oltre le ossa) dove saranno brani come 'Invocatio' in cui l'indottrinata lirica la fa superbamente da padrona, o da 'Hagis Sophia' che li ritroverete estremamente identici, grazie anche all'acustica che verrà proposta con strumentazioni tradizionali bulgare, balcaniche, indiane, senza tralasciare quelle storiche piu ricercate. 'Vernal garden' scivolerà in suadenti paesaggi arabici come 'Los Ojos De La Mora' dai tratti particolarmente folcloristici. 'Star of the Winds' si allontanerà di poco da questi territori colmi di spiritualità tantrica. Con 'Invocatio II' si rinnova un momento d'alta coristica e i nove brani proposti in questo nuovo album terminano con 'Return to Outremer', ove maschili cori monastici accompagneranno l'esito di questo viaggio interiore.
-|-|-» La voce di Denitza Seraphimova va ascoltata.. e non solo perche ricorda terribilmente Lisa Gerrad (per intonazione e tecnica) sposandosi perfettamente con i cori, le percussioni, le viole. La brillantezza dell'album magistralmente pulito, s'evince da ogni singola nota.. possiamo definirli quindi 'i migliori interpreti dei DCD'. |
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—- MICHIGAN / PULSE OF PAIN -—
L'attesa per questo nuovo lavoro degli svedesi Michigan era palpabile. La band rappresenta uno dei capisaldi più significativi ed apprezzati dell'intera galassia synthpop europea, fama mai smentita dai fatti e relativa al loro glorioso operato attivo dalla fine degli anni'90. L'electro trio è costituito da Peter Ehn (lead singer ) Jonas Oberg (keyboards-chorus) e Jesper Ljungberg (keyboards - programming ). 'Pulse of Pain' è caratterizzato da una selezione ritmica accattivante e da un suono completamente scorporato da imperfezioni ed inutili quanto deleteri appesantimenti di stile. Quest'ultimo sforzo è stato strategicamente preceduto da un tour tedesco come supporter band ai De/Vision e dal singolo 'The Nomad' pubblicato in Agosto e disponibile anche come traccia video. Si incomincia proprio da questa bellissima electrosong, prima delle dodici che compongono la title track, che estrinseca tutta la vitalità espressiva che un valido progetto deve assolutamente possedere. La versione cdm bran o rivela inoltre,tra le sei tracce, una rivitazione a cura degli Iris, dei Frozen Plasma e dei Code 64 by Alchem. 'Decadence' secondo episodio, esplora orizzonti electro culture mediante apollinee combinazioni vocali, tracciato percussivo lineare ed impianto tastieristico sapientemente dosato. 'Juveniles' crea interessanti policromie malinconiche sostenute dalla classica electroverve di scuola Iris. 'Valley of Death' è una gradevole ballata elettronica dalle melodie catturanti e dall'anima che suggerisce riflessione. Ben più rtmata 'Hang on' ostenta un refrain che svela l'evidente orientamento clubby, mentre la coriacea 'The Gravity' dalla drum machine cadenzata come una lenta marcia, non si attarda a rivelarsi in tutta la sua maestosità, complice un gioco di keyboards metalliche ed una programmazione curata al millesimo. 'Shine in Silver' è una matura gemma synthetica dal sound in grado di essere recepito anche al di fuori di un ambito prettamente circoscritto, bellissime intuizioni vocali, groov e danzereccio e di assoluta assimilabilità. La depechemodiana 'Mysterious (Infected World)', accredita le ottime capacità creative dei Michigan con una song affascinante e ben strutturata. Si prosegue con 'Loves a Disease', tracciata da cristallini flussi di sequencers ed eleganti coniugazioni electropop. 'Demons Inside' possiede un ambiguo ed oscuro fascino, l'ascoltatore resterà affascinato dall'estetica e dal modulo compositivo anch'esso post Depeche Mode. 'Pioneers' è un calcolato mid tempo dall'indole garbata, aggraziato ma non banale.Sezione ritmica programmata con electrobattute secche, sereni voli tastieristici e vocals malinconici germinano in questo brano educato e flessuoso. L'epilogo affidato al titolo omonimo 'Pulse of Pain', dispone una traccia introspettiva e nel contempo vivace nei tratti delimitati dal refrain principale; vividamente tangibile l'impronta ispirativa che caratterizza tutta la cerchia di synthbands stile Camouflage e Mesh, tuttavia i Michigan sanno gestire autonomamen te il suono imponendosi per vigore artistico ed una certa originale genialità che impedisce loro ancora una volta di sfiorare pericolosi ed urticanti tentacoli commerciali. Non esiste nulla di miracoloso in questa band, solo ingegno, preparazione tecnica e sapiente dosaggio delle armonie. Riflettendoci però meglio rettifichiamo quest'ultima considerazione: analizzando moltissime recenti, illustri produzioni di altre bands ed i discutibili risultati da esse ottenuti, potremmo definire i Michigan un vero e proprio miracolo dell'evoluzione synthpop, capaci come sono di ammaliare con quell'immediatezza e quella grandiosità di cui sono autentici maestri.
-|-|-» Ammirevole quanto basta per considerarlo uno dei migliori prodotti dell'anno. Impossibile non adorarli. |
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—- EX VOTO / DOLOROSO -—
I gotici per ‘ex voto suscepto’ originari di Los Angeles, navigano senza paura tra Death Rock e Gothic Rock con lontane venature wave ed electro da quasi vent’anni, dividendo il palco con nomi anche del calibro di Christian Death e partecipando a festival, pubblicando svariati album tra cui tributi a E.A.Poe, Bowie, Dracula, Damned, DCD, Bauhaus, Siouxsie.. compilation anche per la Cleopatra Records, Strobelight, Tragick. Insomma una carriera non indifferente che li rende parte dell’old school a tutti gli effetti seppur mantengano quel tocco genuino che permette di riconoscerli da subito.
E quale momento migliore, d’uno di pioggia come oggi, per ritrovarci a parlare della nuova release qual è ‘Doloroso’? Arrivato in promozionale nel migliore dei modi: cartellina nera lucida, materiale dettagliato, piccoli gadget, il CD è si meno ricco sia in booklet che in concept grafico ma contiene ben 17 brani. Tra questi spiccano le gotiche ‘Alena’ seconda versione..(in omaggio ai Sisters of Mercy!?), ‘Seven Sisters’ (che ricorda molto gli amati Xymox), ‘I Can See Right thru You’ dove la profonda voce coinvolge togliendoci dubbi sulla crocifissione nel caso qualcuno ne avesse avuti. E ancora: ‘Seven Seas of Misery’ dal testo molto sentito (è infatti stato scritto dopo la morte di un’amica a seguito d’un Live - voce/basso delle rockers Betty Blowtorch-) che ci riporta ancora una volta indietro negli anni; la melodica e delicata ‘Twenty-Seven Names for Tears’ ottima per una danza al chiaro di luna, è brano che si distingue più di tutti insieme a ‘Unspoken Words’ per ‘svampirsi’ un’po. Death rocker la ‘Spiritual Lies’ aggressiva e perpetua..e le più vicine al Gothic rock ‘El Diablo Bianco’ e piu melodiosamente ‘I Could have Been’. ‘Western Skies’ (peccato per alcune tonalità scelte di voce) e ‘She Got it Big’ sono invece tra le più febbrili: si rincorrono le chitarre con i rullanti mentre l’oscurità aleggia senza tregua, e, se amate i Christian Death, apprezzerete invece ‘Not a Single Tear’ (la chitarra riprende inizialmente ‘Teenage Kicks’ degli Undertones..e ho letto che tra le influenze ci sono anche loro, oltre che Nitzer Ebb, NIN, Virgin Prunes..). ‘Clean of Outside’ che solo inizialmente riprende i London After Midnight, non ha invece fatto particolarmente centro. Ma debbo dire che sia scontato trovare qualche brano poco apprezzabile su un CD di ben 17 tracce.. quindi tutto è perdonato.
-|-|-» Sonorità più vicine al Gothic più grintoso e severo in questo album.. se volete invece farvi un’idea complessiva vi consiglio ‘Anno Domini’ collezione dal 1992 al 1996, mentre per i fan sfegatati c’è ‘Light of Day’ introvabile rarità da catalogo. La notizia curiosa è che piove ancora.. infatti c’è nell’aria l’uscita di un nuovo album. |
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—- JOHN BARLEYCORN REBORN COMPILATION -—
Sebbene la Cold Spring Records sia per noi sempre certezza d'ottimo prodotto..non solo per la professionalità e le innate doti di selezione.. è d'obbligo offrire una riconoscenza ufficiale per questo progetto realizzato con la collaborazione della Woven Wheat Whispers (servizio di musica folk). La compilation uscita nell'Agosto del 2007, intitolata 'John Barleycorn - Reborn / Rebirth' è ambizioso e punta in alto. Trattasi di una raccolta di ben 33 brani, divisi in 2 CD, allegati ad un esplicativo e ricchissimo booklet che racchiude nel suo sapiente abbraccio numerosi artisti tra cui Sieben e Sol Invictus, seppur non da meno siano moltissimi altri nomi presenti, e magari sconosciuti ai piu, meritevoli d'attenzioni. Da non tralasciare poi, è la possibilità di scaricare altri 33 brani, gratuitamente..insomma..musica a non finire! L'idea di base è quella di esplorare una vasta area musicale folcloristica vicina all'era degli 'anni bui' (concetto comunque largamente elargito nel copioso booklet) con sonorità folk che vanno da quelle piu tradizionali a quelle piu vicine ai giorni nostri, neofolk, sperimentali.. e proprio perche il folk è qualcosa che esiste da sempre e ci lega nel sangue e nelle tradizioni (seppur solo aquisite o onorate) siamo certi apprezzerete questo (vasto) spicchio di mondo antico che vi trascinerà con le sue puristiche acustiche in un mondo ancestrale. D'altronde, è finalità comune quella dei partecipanti, di dedicare il lavoro a chi celebra e osanna tutt'oggi il folclore britannico.
John Barleycorn (John Grano d'Orzo), era una canzone tradizionale diffusa in Inghilterra e Scozia (che ritroverete nel suo testo originale nel booklet, assieme ad immagini accuratamente selezionate) incentrata sull'impersonificazione di quello che era lo spirito della birra e del whiskey, metaforicamente parlando lo Spirito del Grano, che da sempre accompagna la ruralità e le leggende, impersonificando il continuo rinnovo della vita rivisto nel ciclo della mietitura. Potremmo poi discorrere sul mito della fertilità, usi e costumi, sacralità, paganesimo, sul senso dei cicli o sul mero sostentamento, sulla simbologia..ma vi lasceremmo volentieri trarre considerazioni ed accostamenti personali durante l'ascolto dei racconti di tutti gli autori proposti nei tre CD.
-|-|-» Immancabile questa compilation..e non solo perche contiene moltissimi brani dalle piu sfumature ma perchè sarebbe un bellissimo regalo per celebrare l'antica festa pagana del Natale del Sole.. questo 25 Dicembre. |
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—- MASSIV IN MENSCH / MENSCHDEFEKT -—
Definire 'geniale' questo cd ci risulta francamente esagerato, possiamo altresì analizzarlo collocandolo infine in un omologatissimo contesto di cui il mercato electro sembrerebbe sovrabbondare. I MiM rappresentano comunque una delle band più quotate dell'intera galassia easy listening ebm-industrial grazie soprattutto alle doti artistiche del front man Daniel Logermann (vocals-programming), della programmazione software-hardware affidata a Mirco Osterthun con Sebastian Schollenberger ed all'additional vocalist Anna Maria Schollenberger. Il progetto percorre un tracciato ultratechno dalle per nulla offuscate simmetrie iperdance, generando un electrostyle proveniente dalle più disparate scuole ispiratrici, pur non nascondendo un'inclinazione sinistra verso formule spesso eccessivamente banali. 'Doktor Born' è un intro freddissima commentata in teutonico con un background tastieristico d'appoggio che cede, dopo breve tempo, il passo a 'Dark Rave', che codifica alla perfezione l'idea che il grupp o ha del concetto elettronico, ritmo incalzante, canto pressochè nullo o schematico,fasci di percussioni pulsanti. 'Mein letzes Bonbon' segue la scia technologica del precedente brano, scarne citazioni al femminile, sequencers alla massima espansione, effects e loops in gran rassegna. La voce di Anna Maria è protagonista in 'Vokuhila', classico episodio dance-ebm tedesco iper ritmato e di scarsa finezza,componibile da chiunque abbia un minimo di destrezza con Cubase. Nulla di particolare neppure in 'Le-Rav', solo un discreto esercizio electro basato perlopiù sui vocalizzi della singer e sul prevedibilissimo groove di supporto. Differente invece è l'impatto con 'Radius 17 M', song di traino dell'intero concept, vivace dancefloor germanica comunque non troppo distanziata da usitati stereotipi commerciali che troppo spesso ammiccano con le reali intenzioni della band. 'Schach Matt' è una traccia ripulita da ogni eventuale complessità,drumming in linea retta intervallato da pause riempite con melodici synths,ottimo per un rave con base in una megastruttura dismessa. Un drammatico piano introduce una ritmatissima 'A Gothic on XTC', scoppiettante song dalla spiccata propensione alle danze di gruppo e ,come del resto tutto il cd, quasi del tutto strumentale, contenitore di electromelodie di facile presa, drumming da 'discotecomane' per la gioia di nuove leve di giovanissimi technofili che troveranno questa traccia particolarmente gradita. Raffiche di drumbeats sorreggono la velocissima 'Kopfschuss', costituita da iperstrutturate digressioni techno a livelli adrenalinici da allarme rosso. 'Codo (...duse im Sauseschritt), ripete lo schema incentrato su interazioni electro noise da discoclub commerciale così come 'Simsalabim' rimarca la propensione della band verso soluzioni a misura di d.j. 'Kunstmutter' non eccede in originalità proponendosi comunque come un buon pezzo da rispolverare ogni qualvolta si avverta l'urgenza di una frenetica electrodance collettiva. 'Der Mann an der Drehorgel' utiliz za traiettorie ritmiche martellanti e synths secchi per un altro episodio di dance elettronica mentre 'You're the greatest lover' dalla semplice e pizzicata armonia portante aggiunge al resto solo i vocals infettati di Daniel. Nessuno, o quasi, rimarrà mai estasiato da un prodotto così sfrontatamente easy style, tuttavia non escludiamo affatto che un nugolo di techno adepti si senta comunque gratificato dopo un ascolto di questo 'Menschefek'. Di canto nostro manteniamo in questo caso una posizione pseudoneutrale più comunque tendente al dissenso.
-|-|-» Per chi trova irresistibile ballare le proposte intermedie a Gigi d'Agostino, Scooter e una miscela imprecisata di rave-derivazioni. Gli accaniti cultori di tendenze meno ovvie dovranno assolutamente volgere l'attenzione altrove. |
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—- PHANATOS / OPUS 2 -—
Abbiamo conosciuto lo svedese Fredrik Andersson quando ci spedì parte del progetto realizzato tra il 2001 e il 2005 (‘Part I – IX’ e ‘VII – IX’) e oggi parliamo di 'Opus 2' l'ultimo capitolo della saga largamente preannunciato. Anche questo lavoro è stato scritto, composto e arrangiato da Fredrik che si occupa anche della pubblicità e dei contatti, mantenendo una visione univoca d'un certo tipo di 'cultura underground' e lui stesso afferma che la scelta è voluta proprio per mantenere il controllo e l'integrità del lavoro al 100% (opiniabile si, ma per noi nota degna di gran plauso!); a questo senso artistico s'aggiunge poi anche un concept grafico e poetico nel book di 24 pagine intitolato 'Tales of Love and Mystery' in un'edizione speciale e limitata.
Come gia ci aveva annunciato (e vi avevamo detto) otto sono i brani proposti che vedono stavolta anche la partecipazione femminile di karin Ljungberg alla voce. Il CD spalanca le porte del regno con un eccellente melodia fatta di piano (strumento portante e di spicco di tutte le composizioni), archi e melodiosi synth avvolgendoci da subito in un mondo ancestrale fatto d' ambient neoclassico, dark romantico, grazie anche ai monastici cori, ai giochi di note che riprendono i 'Middle Ages', loop naturali a rendere tutto più malinconico e suadente. Profonda è la voce dello stesso Fredrik che narra senza fretta alcuna d'amore, di morte, di speranza, seppur la metà siano brani puramente acustici. Di 'Opus 2' un unico dubbio attanaglia..visto che lo stile sarebbe perfetto per una colonna sonora..un film in fondo, non dovrebbe avere dei risvolti..di qualsiasi tipo? In otto brani troppo sottile è la linea che dovrebbe far trasalire le emozioni proposte. Ma forse questo film non narrava di battaglie, morti dolorose, eventi epici..e forse non era proprio intento di Phanatos, forse il suo intento era solamente quello di esternare emozioni rievocando paesaggi fantastici cosi come lui stesso li vede e li vive, permettendoci d'impregnarci della suo oscuro reame solo fin dove vuole lui. Ed è per questo che solo nella parte finale di 'Goddess' e in 'Awe and Woe' troviamo spalancarsi una seconda porta dedita a sonorità orientali (che gia avevamo scoperto in Part VII - IX').
-|-|-» Questo capitolo si chiude cosi, molto più rilassato, lineare, mistico e liquido del precedente. Non avrete brutte sorprese in tutti e 37 i minuti..sarà un dolce e malinconico viaggio. |
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—- PURE-H / SIGNIA -—
Pure-h è un progetto sloveno di musica elettronica sperimentale formatosi nel 1993 ed inizialmente partito con la classica unione di musicisti derivanti da altre band (jazz, rock, noise, industrial..) dediti però anche alla produzione e all’arte visiva. Uscito nel 2007 per la Pharmafabrik, Signia’ prende il titolo dal brano che apriva per ben 12 minuti, il CD ‘Anadonia’ (del 2005) ed è qui riproposto in un’Alta collezione di dieci versioni remixate e riarrangiate da artisti che vede nomi come Surgeon, KK Null, Chris Wood, Wodan, R. Dunlap, il compaesano Eraldo Bernocchi tra gli altri del genere. Troveremo IDM, Dark Ambient, Sperimentale con risvolti Industrial, stralci drum'n'bass, e chi ne ha ne metta poiché la sperimentazione non ha mai un inizio e una fine. Alterazioni sonore si susseguono senza sosta tramite le vibrazioni proposte da entità elaboranti da tutto il mondo. Un album dai molteplici risvolti ritmici, seppur di base sia l’oscurità che ci avvolge tutti, anche quando siamo spinti verso vibranti colori innaturali o ingannevoli visioni d’oltremare (come nella traccia di Moshang ‘Lazy Sunday’, l’unica a scostarsi un poco, per meno di 4'). Un’ora sedici minuti e ventitre secondi da scoprire.
-|-|-» Consigliato ad orecchie attente e pretenziose, abituate al risvolto più cupo dello sperimentalismo. Un nuovo album è previsto per il 2008. |
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—- WHITE ALIEN / ALBATRON -—
La Frost Fundation, label dal fine fiuto per i talentuosi progetti (Gloria Nuda...) promuove un'abbagliante opera made in Italy carica di micidiale energia dark rock-industrial che infetta già dal primo turno d'ascolto chiunque si accosti ad essa. Un cd dibattuto ed a tratti controverso, molto Nine Inch Nails/Ministry dal notevole potenziale attrattivo. La marcatura stilistica trasporta l'ascoltatore fin dal 2005 in una voragine sonica freddissima, tagliente, elaborata con strategie angoscianti ed appartenenti ad uno stato d'animo perturbato da inconfessabili nevrastenie e provocazioni sociopolitiche abrasive. Un primo eloquente esempio si denota in 'Hologram' intro track dalle chitarre granitiche accostate ad angolazioni percussive e tastieristiche che si innalzano fino a raggiungere la costellazione di Andromeda. Una non meglio identificata serie di confusi lamenti introducono 'Who are the Aliens?', song technorock ed ossessiva iperstruttura di altri mondi, drumming secco come una detonazion e di medio calibro, gli intubati vocals del singer Mannequeen7317 graffiano il suono, gli sporadici interventi chitarristici dall'abrasivo timbro orientano la song verso appartenenze di non facile ascolto. 'Staring at the Albatron' esonda in sfumature tastieristico-chitarristiche stranianti, arrangiamenti caustici, batteria dry, vocals filtrati, crudeli congiunti ad un suono dilatato. 'Post modern Agoraphoby' è supportata da incessanti microloops techno che sfociano improvvisamente in una gelida linea di chitarra elettrica che si accosterà per tutta la durata della song duellando con una algida voce aliena. Due minuti e quattro secondi di lentissimi ed oscuri synths cadenzati ossessivamente muovono 'Stranger', mentre 'Mechupid' sfoggia una livrea ed un'indole assai più aggressiva e priva di compromessi,electroguitar pulsante e trascinata, keyboards filtrate, vocalizzi sommersi da un sound d'acciaio. Techno-rock art ben congegnata quella di 'Untitled', scattante song dalle psicotiche manomissioni sonore affidate sempre alle chitarre durissime, sincronizzate con vocals robotici. Più fluida e meno intransigente 'Blood', dall'intro suggestivamente keyboard-piano, manovra lunghe scie tastieristiche miscelate a riff chitarristici sconvolti, vocalizzi da androide e drumming rarefatto, si rinvengono influssi electrodark che confluiscono nella simmetrica muraglia sonica con grazia disarmante. 'On_Iris' supporta un deflagrante guitar sound che spazza ogni millimetro della traccia con collerici accordi investiti da folate di technodrumming. 'Void' ,breve capitolo strumentale, viene introdotto e scorticato da un eterno synth abrasivo che disturba con electro interferenze tutto il solenne percorso guitar-keyboard. Scurissima è 'Fleyers', track dal suono di vetro,chitarra di alabastro dai pattern potenti e vocals intinti nel cromo, drammatica sequenza di cupezza proveniente da pianeti ghiacciati. 'Angels Crushed in Cosmin Wastes' è una superba suite technologica, programming sillabato, keyboard sibilante che ammanta un suono a tratti orchestrale, cellula ritmica ampia e coinvolgente. Il lato colto della trasgressione post industriale.
-|-|-» Band proveniente dallo sconfinato Universo con l'obiettivo perentorio di devastare il suono utilizzando come unica arma il protoplasma elettronico. Alieni quanto basta. |
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—- JOHN WATERMANN / CALCUTTA GAS CHAMBER -—
'Calcutta Gas Chamber' (Cold Spring, 2006) summa di suoni e rumori sprezzanti, taglienti e non formalizzati, dove l’elemento musicale vero e proprio è quasi totalmente assente, ci riporta alla concezione di Musique Concrètee di Pierre Schaeffer e alle sperimentazioni di artisti a lui contemporanei come Karlheinz Stockhausen. John Watermann (1935 Berlin - 2002 Brisbane-Australia) artista poliedrico, passato dalla pittura alla fotografia, dal cinema alla musica, sotto i nomi di Spinal Machine e Total Disease, ricrea così un’atmosfera intrisa di sofferenza e di morte suggeritagli da un viaggio in India in cui, come lo stesso sostiene, venne a conoscenza dell’esistenza di camere a gas in disuso usate illegalmente dal governo per il controllo delle nascite. Pur essendo quasi del tutto assenti informazioni relative all’uso e alla reale esistenza di tali strumenti di morte, resto significativo l’impulso di Watermann alla base di tale lavoro, pubblicato in prima battuta nel 1992 e ripubblicato nel 2006, grazie alla prolifica Cold Spring, di denunciare in modo assolutamente personalistico gli orrori e le brutalità commesse dall’essere umano nel corso della storia.
-|-|-» Un lavoro complesso e dal difficile ascolto ma che permette di confrontarsi con sonorità differenti da quelle a cui siamo abituati.. |
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—- CHRISTABEL DREAMS / CHRISTABEL DREAMS MCD -—
A testimonianza della validità di gothrock-bands italiche illuminiamo le scene ai Christabel Dreams, romani ed attivi dal 2005. Christian Gatti (vocals), Federico Viola (guitar), Emmanuele Viola (bass) ed Andrea Cruciani (drums) compongono un quadrato dai perimetri ardenti di ottimo fuoco artistico e cupi bagliori gothici. L'ensemble pur non appartenendo attualmente a nessuna privilegiata oligarchia nell'ambito underground,si muove in questo spazio con una certa mirabile autonomia. Influenzati visibilmente da contaminazioni post Sound-Sad Lovers & Giants-Lowlife, hanno impresso questa prova in quattro tracce di buona consistenza sonica registrata e mixata presso il Wolf Sudio by Gianmarco Bellumori dei More. La breve tracklist fa confluire inoltre, vivide manifestazioni darkrock, sculture sonore che riflettono i torbidi sogni, le nevrastenie e la passione per il concetto del decadente. 'Life that never was' esordisce con un bel giro di basso che crea la base di appoggio per un drumming rock-style, ove la chitarra di accompagnamento tratteggia il percorso vocale di Christian. Il refrain è di gran presa. Condivido la scelta acustica intrapresa dalla band, tuttavia l'introduzione di una keyboard avrebbe donato valore aggiunto ad una song dalle potenzialità indiscutibili. Un dialogo guitar-bass introduce 'Julia and the Alien', eccellente brano che sfoggia tutta la verve strumentale di cui la band dispone. Vocals evocativi che avranno comunque necessità di affinazione ulteriore, riescono tuttavia a sostenere un ruolo dominante e non privo di personalità. Guitar noise dilatato, sfrenate corse percussive ed irrequiete atmosfere edificano una traccia del tutto priva di lungaggini e sterili esercizi. L'intro di 'Sheila in the Daylight' rimanda a certune sonorità dei Modern English: la song è realmente bella, appassionata. Abbaglia l'anima attraverso nostalgici riflessi post punk e struggevolezza che nulla concede alla banalità. Non saremo mai disposti a perdonare ai CD l'omissione di una futura version della stessa, arricchita però da arrangiamenti più curati e degni di una song dal portamento così solenne, dove i meravilgliosi vocalizzi affidati al singer accentuano lo charme composito riflesso da bass line pulsante e guitar che duella con rullanti drum beats in crescendo. Ritengo questa traccia come fondamentale nelle referenze della title track. L'asse espressiva di 'The candles light' converge verso manifestazioni goth rockeggianti, apponendo il sigillo risolutivo alla presentazione del demo disc. Abbiamo facoltà di considerare i CD come sorprendenti outsiders all'interno di un circuito sempre più pervaso da inservibili schiamazzi, poca fantasia ed altrettanta scarsa intenzione di progredire. Meritano una label che li sappia valorizzare appieno, esaltandone e supportando le tangibili qualità salienti ricolme di buona conoscenza della tecnica sonora e ragguardevole spessore artistico. Che il tempo sia con loro.
-|-|-» Deponiamo nei Cristabel Dreams precise apettative. Il nostro terzo occhio li osserverà implacabile. |
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—- JACQUY BITCH
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STORIES FROM THE OLD YEARS -—
Scaturito dalla frammentazione dei Neva questo allucinato artista francese è riuscito ad assemblare un gran bel lavoro di arte electro-batcave, concependo un album suasivo quanto basta per considerare più che convincente lo sforzo operato. Licenziato dalla Alone Prod il cd segue il precedente 'Haine' del 2003 e configura una line up disposta con Jacquy alla voce, Allen Marteens al basso e Vox alla chitarra. Pur non eccedendo oltre nessuno dei limiti qualitativi a cui siamo esercitati, il buon Jacquy, lasciatosi alle spalle un trascorso capitolo dalla scarsa risonanza, propone tredici tracce gradevoli ed a tratti perfino distinte. La opening track è affidata alla breve 'Mon Royaume' dalla keyboard tratteggiata, voce sepolcrale ed infine una tenue scia di chitarra strascicata che anticipa di qualche secondo 'L'Adieu', tradizionale goth-rock song innocua riservata agli irriducibili del generis. 'Mjolnir' introduce una drum machine ed un synth che sostiene assieme ad un buon gioco di guitar i vocal izzi taglienti del singer,originando una traccia di apprezzabile spessore e di suggestiva imponenza. 'Cimetière', altrettanto,spazia in arie cariche di imperiosa energia gothica, senz'altro un capitolo rappresentativo nell'intera concezione strutturato su refrain d'assalto e guitar noise incalzante. 'Dètresse' si erge sopra una muraglia chitarristica continua scandita da drumming secco,trascorre senza lasciare nulla di sè. Diversa è 'Louchald', song che possiede una personalità meno anonima articolata com'è tra vocals pressanti e trascinanti fiumi chitarristici. 'Birdy' riflette il sodalizio electro-gothic su cui è incentrato gran parte di 'Stories from the old Years', affidando le trame vocal-guitar ad un percorso ritmico di sintesi danzabile e vivaci sequencers. 'Mymy' rilancia la formula aggressiva edificata su chitarra furoreggiante sempre in primo piano e vocals acuti, mentre 'Sans Retour' propone un dark-rock ardito e di rispetto. 'Voyage' merita un elogio per saper ricreare distinte for me da melodramma goth unitamente ad elettronica ben dosata sempre saldata alle liriche laceranti di Mr Bitch. 'Indiffèrence' non propone nulla di piu' che un sufficiente esercizio di rock tenebroso e ripetitivo, diversamente da 'My Friends' che coinvolge gia' dalle prime lineari note tastieristiche atte ad introdurre il turbine guitar-drum a sostegno della voce di Jacquy che domina la song con assoluta padronanza e carisma. 'Les enfants damnés' garantisce dannazione e tormento in quantità cospicua tassellando un discreto mosaico di abrasivo guitar noise perennemente accorpato agli accenti del protagonista. Le scelte stilistiche compiute da JB rilevano una maturità ben acquisita oltre che un mirabile gusto per l'oscuro, espressione di cui dà gran sfoggio in tutta la lunghezza dell'album. Non sensazionale, non eroico ma sicuramente ragguardevole.
-|-|-» Avviciniamoci senza timore ed ascoltiamo le vecchie storie visionarie raccontate da Jacquy. Forse ha qualcosa di concretamente interessante da riferirci. |
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