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-|-|-» [ RECENSIONI / Review ]

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- PSYCHO D-VEIN / FALLEN -

I bresciani PD-V (ex Spiral) compiono un ulteriore passo avanti nel proprio percorso compositivo proponendoci un cd dalle fosche tinte post punk 80's style deliziosamente minimalista ed incentrato verso strutture sonore molto Joy Division non tralasciando nodose ed intricate reti ispirative dal timbro Virgin Prunes. Il lavoro si articola in undici tracce nient'affatto elaborate ma, al contrario, molto dry ed anoressiche nelle strumentazioni e negli arrangiamenti, che tuttavia invocheranno all'ascoltatore il merito di essere apprezzate per il pregio evocativo che riescono a ricreare. Le interazioni basso / chitarra / voce ed una secca drum machine materializzano suggestive tracce dall'identita'dark wave nettamente percepibile. Potremmo accostare globalmente il PD-V's sound alle prime rudi tematiche espressive 4AD a cui facevano come termine di paragone bands come Rema Rema, Cupol o Birthday Party, il cui suono si reggeva su drumming nervoso e melodrammi vocali lisergici incorporati a chitarr e e bassi di assoluto schema after punk. La band potrtebbe raggiungere orizzonti ben piu'vasti e meritati integrando ancor piu' tecnica e pulizia al suono gia'comunque di buon livello ed un programma mirato a far conoscere la formazione alle masse ormai quasi totalmente insensibili a testimonianze soniche come questa. I PD-V sono attivi dal 2001 e da allora sottopongono il loro suono a frequenti giri di basso caricato da flangers arcigni, ma capaci anche di poliedrici episodi riflessivi ed eterei alternati a ballate eleganti; i molteplici esempi sono ampiamente dimostrati in questo 'Fallen' fortemente incatenato ad una scena early 80's che non accenna a diminuire di potenza ispirativa ma addirittura sembrerebbe rinascere perpetuamente dalle proprie ceneri ogni qualvolta una band ne incarni le fattezze. Un buon lavoro insomma, non eccelso ma di abile fattura, appassionato e distante allo stesso tempo, screziato da algide e scarne schegge percussive e dalla voce graffiante di Death Boy. Peccato che in redazione ci sia giunto il cd senza nessuna indicazione sui titoli o altro che potesse arricchire ulteriormente questo articolo, riteniamo cio'alquanto penalizzante e poco produttivo per una band che potrebbe essere valutata in altri piu'solidi termini. Potremmo mai perdonarli?
-|-|-» Non prodigiosi ma taglienti quanto basta. Pretendiamo obiettivi sempre piu'ambiziosi, il talento non manca..la title track del cd sì!

- MY BELOVED DEATH / THE THRONE OF DESOLATION -

Souls fonda i Life Enigma anch'essi scioltisi dopo brevissimo tempo. Eccoci dunque e finalmente ad analizzare questa ennesima proposta del proidigo spagnolo,un demo contenente cinque songs.Non vorrei contribuire all'affondamento definitivo del Damasiu's dream, ma questo disco non offre null'altro che il solito incomprensibile e vuoto involucro gotheggiante, forzatamente oscurato da ostentazioni pseudotenebrose, fraseggi criptici ed accordi pregni di desolazione da melodramma di second'ordine. Poca e scontata fantasia, pochissimo sentimento, oscura allegoria di forme e contenuti ma non tale da rendere apprezzabile questo lavoro che, nonostante una certa preparazione tecnica, scorre senza suscitare il benche'minimo picco emotivo. I 18 minuti e 23 secondi risultano tediosi, la monotonia e' rotta di tanto in tanto da qualche sporadico exploit vocale di Elodia, ma la persistente imperfezione relativa al mastering sfavorisce non poco lo slancio e la veemenza dell'intero demo. 'Putrid Seed' si ferma ad un passo dalla sufficienza, il drumming e'discretamente coinvolgente ma l'insieme successivo perde via via spessore lasciando l'ascoltatore indifferente. 'Faith's Anthem' riprova a colpire ma raccoglie solo i frammenti di un opaco riflesso gothico ovvio e nient'affatto appassionante. Il resto del demo e'incentrato su approssimativi temi foschi come copione impone e banali sillogismi abusati e rimescolati a cui risultiamo ormai refrattari. Siamo distantissimi dall'autentico concetto dark. Se il fururo lavoro in studio non si discostera'di parecchie lunghezze da questo indirizzo, saremo costretti ad archiviare definitivamente il caso.
-|-|-» Il loro destino artistico cammina su un evanescente filo di seta: considerando lo storico della band chi scommetterebbe sulla durata in scena dei My Beloved Death?

- EARTH CALLING ANGELA / HOPE SPRINGS ETERNAL -

Interessante iniziativa di digitalizzazione di vecchie tracce da parte degli Earth Calling Angela, gruppo goth londinese degli anni ’90 recentemente tornato alla ribalta grazie al web. Attualmente residenti negli States, i 3 membri degli ECA hanno deciso di distribuire nuovamente le loro vecchie incisioni su un supporto più congeniale, e festeggiare così 15 anni di sempiterna musica oscura. Gli ECA sono old-school goth. Senza compromessi. Ascoltandoli con un orecchio proteso al passato, non si può fare a meno di provare un certo nostalgico compiacimento: la voce maschile cavernosa, lamentosa, i giri ossessivi di chitarra, il suono sporco, e quell’atmosfera che unisce Sisters of Mercy, Fields of The Nephilim, Nosferatu, un soffocante Robert Smith, passando per tutto quello che c’è in mezzo… l’intero quadro non sarà originale, ma è decisamente gratificante. Non sarebbe corretto cercare innovazione in lavori del passato. Non sarebbe corretto cercare perfezione in lavori che hanno visto la luce in un momento culturale tecnicamente più imperfetto di adesso. Anzi, il difetto qui fa quasi parte del gioco. Anche quando la voce pecca di cedimenti (come in 'Godmother'- per il resto validissima canzone) o il suono è qua e là poco incisivo, troppo impastato. Suddiviso il 4 capitoli per i 4 anni di attività rappresentati, per un totale di 14 canzoni, l’album offre i suoi episodi migliori nelle tracks più recenti: 'Seduction' (ancora quasi attuale, basterebbero pochi arrangiamenti che le togliessero di dosso un suono troppo eighties per farne una hit di oggi), 'Hope springs eternal', 'Light' (ossessiva e pulsante), 'The Magician'. Del passato un episodio come 'Dead to the world' spicca felicemente su tutto il resto, una sorta di brano simbolo dello stile e delle capacità della band. Un’ottima retrospettiva, quindi, per un gruppo non famoso ma significativo e coraggioso. I consensi ottenuti attraverso 'vetrine' come My Space dimostrano come ci sia ancora attenzione per certe produzioni legate al passato. Si spera magari che queste operazioni di rispolvero preludano anche a nuova linfa vitale e a nuovi lavori sul genere.
-|-|-» Facilmente reperibile dal web, questo CD sarà quindi un ottimo souvenir per le vecchie leve del goth, così come un’interessante via all’approfondimento per quanti si avvicinano al genere, e vogliono andare oltre i soliti nomi.

»------------ English Version ------------«

This CD represents an interesting promotion for the band Earth Calling Angela, who decided to digitalize some old songs previously released only on demo-tapes. ECA, an English Goth band from the 90s, now living in the States, wanted actually to distribute its past music on a more modern medium, and so celebrate 15 years of eternal dark inspiration. ECA plays old school Goth without compromises. If you listen to this band with your ear bended to the past, you can’t but appreciate the deep and lamenting male voice, the obsessive guitar sounds, the rough atmosphere reminding of all the Goth Fathers, from Sisters of Mercy to Fields of the Nephilim, from Nosferatu to the most chocking Robert Smith, going through all that is in-between.. overall nothing original, but quite satisfying anyway. There’s no sense, in the end, in looking for innovation in past works. There’s no sense in looking for perfection in works that were conceived in a cultural period which was technically far from perfection. All the defects are a part of these works, even when the voice fails and laments too much as in 'Godmother' (which is anyway a very good song), or when the sound is a little bit too weak and foggy. The CD is divided into 4 chapters representing 4 years of activity, offering a total of 14 tracks. The best seem to be the most recent, and I quote 'Seduction' (which could be still a perfect today’s hit when 'cleaned out' of the most 80s features), 'Hope spring eternal', 'Light' (obsessive and almost pulsing song), 'The Magician'. Going back to the past we have to underline the presence of such a happy episode like 'Dead to the world', maybe the most symbolic track of the band’s style. This is therefore the perfect summary for a brave and meaningful band. All the success obtained throught a 'window' like My Space underlines that there is still a lot of interest in this kind of productions. We hope this is not going to be just a revamp for its own sake, but also a way to give new strength and life to goth music.
-|-|-» You can easily find this CD from the web. A good purchase for all the old Goths, but also a nice way to introduce the beginners to this music, going beyond the usual names.

- THE SAND / RED RIDING HOOD -

Concettualmente la 'sabbia' svolge un ruolo di importanza fondamentale nel progetto di Umberto Mrconi, alias The Sand: la sabbia come elemento onirico e scrigno di emozioni profonde, la sabbia interpretata come simbolo di transitorieta', e di tutto cio' che potrebbe essere definito instabile e perituro. Il progetto embrionale nato come 'Gruppo senza nome' e' attivo dal 1997 ma il primo demo ufficiale di 26 minuti uscira'solo nel 1998. L'estemporanea band si sciolse definitivamente lo stesso anno ma nel 1999 un frammento di essa diede vita all'esperimento che stiamo esaminando. Sempre funambolicamente in bilico tra dark e rock; The Sand edifica un sound molto ben personalizzato nell'insieme, con molteplici sfaccettature appartenente all'ortografia compositiva Sisters of Mercy, onnipresente in ogni suggestiva iniziativa sul generis .Dopo un buon 'The Memory of dead romances' ecco l'altrettanto oscuro 'Red Riding Hood', autoproduzione completata nel 2005 ed orientata sempre piu'verso una piu' nitida prospettiva dark-rock, impronta volutamente impressa da Umberto nel suo ultimo lavoro. I testi analizzano freddamente molteplici tematiche di graffiante attualita'quali speculazioni sulla catena alimentare, polemiche religiose dissertando su tutt'altro che improbabili e futuristici scenari post bellici. I testi sono cantati in lingua inglese, sorretti da vocals pregni di contrarieta'ed amarezza ed innalzati su tracciati percussivi psicotici come in 'The great Corpse Exploitation System', dove la drum machine si abbandona ad un abbraccio infinito con un acido guitar noise e sequencer lisergico .Le nove tracce della title track si articolano tra materia obscure rock e linee elettroniche ordite su schemi tipicamente 80's ('Webcam n.9') trapassando il muro dell'insanita'spirituale ('White Mantra') sfiorando con esiti pregevoli percorrenze vocali alla Ian Curtis (Lost Gods 2') ed infine introducendosi in un dedalo impenetrabile di oscurita'devastante citata da songs come 'The cruellest M onth' e l'apocalittica 'War Scenario' che incorpora a se'un tenebroso incedere meccanico congiuntamente ad una formidabile potenza evocativa. The Sand ha volutamente evitato brani strumentali o 'intro', introducendo una dichiarazione d'intenti espressamente coesa ed incorruttibile da miraggi pseudocommerciali. Tutto si svolge all'ombra dell'eclisse di luna, ispirandosi alle short stories di Angela Carter ed alla sua raccolta rielaborata di novelle 'The Bloody Chamber'. Sostanzialmente un bel disco che tutti gli amanti del genere dovrebbero possedere, difetta solo di una certa imperfezione del sound nel suo complesso, peraltro migliorabile mediante strumentazioni piu' modernizzate: dettaglio ampiamente perdonabile per intercessione di un impegno costante nel produrre songs mai fini a se stesse ma indirizzate per colpire e far riflettere. Auspichiamo una repentina ascesa di questo progetto italiano. Intanto la sabbia continua a scorrere implacabilmente dentro la clessidra, cos'altro ci riservera'in futuro questo ragazzo?
-|-|-» Liriche al massimo e puro impeto da controllare in modo piu'razionale. Se avesse militato negli anni 80's sarebbe gia' una leggenda.

- ASSEMBLAGE 23 / META -

Tom Shear l'anima, il sangue, la carne della piattaforma A23, disegna una piu'consapevole virata stilistica nel nuovo 'Meta' album che incorpora elementi dal ranging spiccatamente electro, come codificato nel dna del talentuoso progetto ma con piu'ricercati slanci interpretativi che stupiscono per ricercatezza e mestiere. Tenendo in rispettosissima considerazioni i precedenti lavori, diremo che questa nuova raccolta di brani assume una dimensione di svolta piu' netta, una tagliente rilettura del proprio copione perpetuamente replicato in passato arricchito ora di squisite ed a tratti oscure cadenze scaturite dai testi, dagli accordi e da un insieme che soltanto lo Shear's style poteva evocare. Gli artisti di simile calibro rischiano spesso di affossarsi in sabbie mobili di retoricita', pressati da contratti asfissiantie produzioni preconfezionate per la sola vendita su larga scala, ma A23 riesce malgrado tutto ad allestire un atelier sonico volta per volta sempre piu'denso di atmosfere catturanti e ritmiche straordinariamente agili ed articolate. 'Meta' che verra'pubblicato il 20 Aprile, sara' anticipato dall'avanguardia rappresentata dal mcd 'Binary' previsto per il 16 Marzo, apre con un perfetto disegno elettronico tracciante curve morbide di synths affidate alla regale 'Decades V2', opening track interstellare da club attack. La voce di Tom incalza risoluta attivando l'involontario movimento di ogni paio di gambe propense alla danza. 'Raw' si mostra costituita da iperstrutture electro, il carattere e'marcatamente A23 ma gia'incominciamo a denotare un iniziale flusso di nuovi segmenti espressivi apparentemente impercettibili ma, se confrontati alle precedenti elaborazioni, meno statici e recanti varchi artistici piu' maturi e consapevoli. 'Sorry' esplora paesaggi non propriamente innovativi, presentatndosi nientepiu' che un buon esercizio stilistico, mentre 'Ghosts' gioca con un percussioni potenti costituendo una song perfettamente bilanciata tra drum beats e vocals accattivanti. 'Binary' dalla ritmica ammiccante a qualche remota produzione di Bobby 'O', inibisce qualsiasi opposizione ad ogni frenetica cyberdance. Mr.Shear denota anche uno spiccato principio estetico consegnando ai nostri sensi una song che utilizza traiettorie melodiche immensamente incantevoli, parliamo di 'Damaged' malinconicamente coinvolgente e pervasa da un indicibile senso di sentimento e passione che fara' innamorare anche il piu' algido dei cuori cybernetici. High energy allo stato puro caratterizza 'Madman's Dream', inarrestabile meccanismo dancefloor di assoluto pregio, nel quale si intersecano elementi electro incorporati ad una vivacita' globale di sicuro effetto. 'Truth' innalza nebbie di vapore acido, la comunicazione evolve in un freddo fraseggio dall'incedere ritmico inesorabile. 'Crush' corre su moduli di perfezionata scuola A23, concatenandosi in seguito a qualcosa di molto simile ad un ultraterreno volo electropsichico descritto dalla solenne circolarita'di 'Old' song di chiusura, a mio avviso il pezzo piu'incantevole di tutto il disco.
-|-|-» Abbagliante opera e splendida celebrazione del rito elettronico. Rinunciate ad altro e reperitene una copia da amare fino a crollare esausti.

- GOTH TOWN / THE CLOUDS -

Dark Wave di pregevole fattura quella che il quartetto partenopeo dei GT, offre ad un pubblico ormai sempre piu'impassibile dinnanzi alle bands italiche, seppur meritevoli, ma implacabilmente oscurate da politiche di distribuzione scarsamente divulgative e mezzi mediatici indifferenti o poco efficienti. Noi, per quanto ci concerne, cercheremo sempre di supportare le realta' piu' meritevoli, incoraggiando con critiche, auspicatamente costruttive, coloro che invece a nostro avviso appaiono non propriamente encomiabili. Il cd 'The Clouds' trae vita dall'astrazione relativa alla mutevolezza,alla potenza e da tutto cio'che si riferisca fisicamente e spiritualmente al concetto di 'nuvola'. L'ascolto delle dieci songs richiede partecipazione ed una sincera dose di trasporto emotivo, ogni singolo brano e' vissuto con forte coscienza decadente, l'intero disco restituisce in termini musicali quelle sensazioni assopite che necessitano di un elemento impetuoso che ne dissipi il torpore in cui si trovano prigi oniere. Il supporto vocal e'affidato alla tecnica dei singers Goth & Monique, in grado di riverberare appassionatamente catartici istanti di litanie autunnali ('The Angel of Mercy') con la complicita' della voce del singer Goth, complemento d'eccellenza ad una struttura sonora che ha ben poco da invidiare a certune produzioni europee. Pur non costituendo un magistero sonico di primissimo ordine questa band ostenta una piacevolissima ipotesi goth style costituita da armonie languide, fasci d'ombra sostenuti sempre da un'ottima conoscenza degli strumenti impiegati ('Fall Down') dove la matrice dark wave si accentua immensamente. Analizzando le trame nervose di 'Who wants the World' in cui risiede una deliziosa inventiva 'rock' che per nulla stona nel contesto, possiamo dedurre che i GT siano predisposti all'interazione verso forme multicromatiche del suono oscuro. Il drumming sostiene dignitosamente un passionale intreccio di keyboards d'atmosfera, rifrazioni di basso alternativamente morbide e m armoree, un violino struggente che diffonde nell'aria il sapore di plumbee piogge e foglie avvizzite ('Under my Stone') e per nulla scontate intuizioni che privano i GT di quelle dispersioni virtuosistiche operanti in molte altre realta' del filone gothic. Tenendo conto delle dovute proporzioni,potremmo accostare stilisticamente la band agli accenti malinconici dei Church piu'lividi, oppure alle ambientazioni notturne alla And also the Trees, giudizio che dovra' comunque tener conto di ogni obiettiva valutazione soggettiva. Il suono necessita di perfezionamenti, la pulizia delle tracce dovrebbe essere ulteriormente ottimizzata, ma cio'crediamo, non dovrebbe costituire un ostacolo insormontabile per chi, comprovabilmente, ha saputo creare un piccolo monile di arte autunnale. Bello ed intenso quanto basta per solleticare la curiosita'della platea.
-|-|-» Goth Town, illuminati da un preciso universo ispirativo che rivolge gli occhi al cielo, inseguono la solennita'del fuggevole elemento nebuloso. Possono spingersi ben oltre.

- SPANKING MACHINE / NOW LIE IN IT -

Discreta EBM quella proposta dall'ultra fetish band SM, nata in un punk club della West Coast nel 1990 ed evolutasi in seguito attraverso geometrie electro-trance di vario spessore, ostentando in ogni movenza un elevatissimo espressionismo erotic style che sembrerebbe far impazzire la vasta platea di seguaci. Mz. Victoria Kalimata, suadente vocalist ed eroina indiscussa nella line up, promette di ricreare con questo 'Now Lie in It' la perfetta colonna sonora per ogni quotidiana attivita'svolta dall'ascoltatore. E forse c'e'davvero di che crederle. Non aspettiamoci maestose cavalcate elettroniche o innovative danze robotiche, ma una apprezzabile body music graffiante, con evidenti inflessioni lascive che mai tradiscono il sigillo che caratterizza la band. 14 songs in questo cd che gravita su siderali sospensioni electroniche, abbandonandosi a suggestioni carnali, richiami licenziosi ed oblique, intossicate melodie decadenti. I synths, elaborati da Lord Spanky, proiettano lampi cybernetici quas i sempre senza risultare letali, che tuttavia utilizzano scie dance oriented ben strutturate da linee drum machines palpitanti e vivaci. 'Konstruct', opening track, si muove con una certa autonomia utilizzando strategie electro di buona fattura, 'Now lie in it' incita alle danze trafiggendo in piu' punti l'udito mediante alchimie di sequencers spediti e le coralita'sinuose di Victoria. Un guitar noise come preludio apre 'Emptional Vampire'e rimescola il concetto elettronico offrendo un ottimo esempio di inventiva, che in mani piu''preparate'si sarebbe trasformata in una piccola club hit. 'Favorite Slave' si agita su traiettorie algide, distanti, propulsa da un implacabile turbine di drum beats in presa diretta e canto pseudo allucinato. 'Game', 'Immaculate Phallusy', replicano l'energico refrain EBM che predomina in tutto il lavoro, 'Subduction' si espone forse un po' troppo oltre il limite della noia nonostante il tentativo di ammaliare con apparati ritmici discontinui e pause relativamente avvince nti. 'Vig ilance' si rivela piu' che altro un poco risoluto tentativo di attivazione ritmica, non scalfisce nulla eccetto il primo superficiale strato di interesse. 'Appeaiotomy' rilancia la sfida agganciando un buon brano intriso di sex appeal, synths fluttuanti, e drum flagellante. 'Rectify' e' un ottimo pezzo, forse il piu' valido dell'intero work, ma si tradisce abbattendo il suo fascino con un indecifrabile e poco convincente soffio vitale, e' ben sorretta da una ritmica avvincente ma non entra nella'anima, a nostro giudizio per una cronica carenza di struttura, di disciplina nell'esposizione e di potenza. Un vero peccato per una song dalla spiccata veemenza e charme. Un giocoso dance floor viene infine proposto mediante 'Another Conception (Erector Remix)' che sfreccia a velocita' high speed magnificando alla massima potenza l'impulso electro-fetish che risiede nei SM. Comprendiamo lo sforzo, la tecnica, ma non riusciamo a trarne grande profitto...
-|-|-» Se amate il latex, i corpetti in pvc ed il sexy industrial questa band fa per voi. Si astengano i puritani.

- THIS EMPTY FLOW / THE ALBUM -

Lavoro che si regge su evidenti e tangibili arie simil Cure, simil Felt, simil Breathless, simil Slowdive, questo doppio dei finnici TEF, minuscolo ma estasiante gruppo darkpop attivo dal 1994 e dissoltosi nel 1997 al comando di Jori Sjoroos (voice-guitar-programming) e supportato inoltre da Niko Sirkia (keyboards-lyrics) e Aku-Tuomas Mattila (bass). Il double work ripropone la title track di 'Magenta Skycode' del 1996 rivisitata ed arricchita da materiali inediti, studio outtakes e demo tracks che cercano un sensibile astante per farsi apprezzare. La band vanta una peculiarita' tutt'altro che trascurabile: riesce a sopravvivere magnificamente negli anni nonostante la breve esistenza ed una discografia limitata a pochi ma significativi cd.'The Album', titolo essenziale e laconico, mantiene costante tutta la sua malinconica e romantica efficacia perlustrando palmo dopo palmo con dolce introversione i varchi ombrosi che riesce ad offrire. Il parallelo con i gruppi sopracitati ci appare quantomeno calzante, infatti la band appartiene a quell'oscura sorta di bands conforme ai paradigmi di scuola Robert Smith e Lawrence Hayward, traboccanti di struggenti arpeggi di chitarra come in 'Useless', song densa di disarmante delicatezza mudulare dove si intersecano lacrime ed esplosioni di phatos o con altrettanto affascinanti proposte costituite da 'Toward Distant' sostenuta da drum machine impeccabilmente adatta alle arie abbattute e decadenti che la song esalta impetuosamente. 'Distress' e'una precedente conoscenza, l'abbiamo tanto amata per la divampante energia e l'oscuro vigore canalizzato tramite sferzate trascinati di guitar noise ruvido ed atmosfere sporche da clinica psichiatrica. 'Sweet Bloom of night time Flowers' restera'perpetuamente un capolavoro di grazia ed infinito trasporto, rivestita in stile Felt (..'The stagnant Pool'..?) mostra liquescenti melodie che inondano i sentimenti, pervadendo i sensi di indicibile e discreta afflizione. 'Serpents' opening track inedita dal secondo volume trae il proprio modello ispirativo dalla sceneggiatura decisamente 'Disintegration' by Cure, apparato strumentale affidato a tastiere avvolgenti, vocals echeggiati e guitars dilatate. Le imperfezioni nel mastering non rendono merito ad una bellissima electro-demo-intuizione istituita da (but I am - Sill), intuitivamente innervata da peculiari tracciati new wave della trascorsa epoca. Osserviamo inoltre una risoluta analogia espressiva attinente ai Clan of Xymox nella rivisitazione estesa di 'Distress-version 0.1', credibile contributo romantic dark gestito con encomiabile capacita' ma spogliato della sua ipotizzabile seduzione da una pessima qualita'sonora, difetto largamente riscontrabile in moltissime produzioni TEF ufficiali e non. 'The Album' si propone ad una platea di accoliti e di prossimi eventuali estimatori come una sorta di apologia, una lettera di scuse con l'intenzione di riscattare la band dall'imperdonabile disgregazione che li ha sottratti alla nostra smisurata voglia di amarli.
-|-|-» Altorilievo dai colori notturni e compendio dall'intenso, imperfetto charme. Sarebbe semplicemente imperdonabile dimenticarli, facciamo sì che cio' non possa mai accadere.

- BRANCHES / DISTANCE -

Ascoltare questo debutto dei Branches significa praticamente ripassare in rassegna tutti i gruppi che hanno dato vita ed hanno fatto splendere la new wave della seconda metà degli anni 80; precisamente, quel sound ormai maturo e depurato da tutte le 'rugosità' del postpunk che si muoveva a cavallo tra elettronica, dark e melodie pop orecchiabili. Lungi dal proporci un revival astutamente riattualizzato con elementi che tanto vanno di moda oggi (leggi: chitarre metal), i Branches ci restituiscono semplicemente la musica esattamente come era in quegli anni. Esercizio di stile? Forse, ma il risultato è dannatamente emozionante. A partire dalla splendida autoreferenziale 'Branches' (quasi delittuosa confinarla a brano strumentale), che fonde alla perfezione echi di psichedelici synth pinkfloydiani, moogs, batterie metalliche e un 'liquido' binomio chitarra-basso reminescente dei Cure di Faith. Tutti i brani sono trascinati da batterie/drum machines essenziali e rigorose (come era negli anni 80), dalle precise linee di basso di Giovanni Scuderi, che si collocano a metà strada tra Simon Gallup e Peter Hook (il non plus ultra del bassista dark, insomma) e i sontuosi fraseggi elettronici di Francesco Forestiere spazianti tra minimalismo, pathos Cureggiante e deliziosi riff che pagano tributo ai Depeche Mode o agli OMD. 'Distance' è in perfetto equilibrio tra brani veloci e spumeggianti come 'My time is Falling out', 'Show me your face' caratterizzata da delicati arpeggi di chitarra e il solito basso pulsante, 'No direction' (quasi una outtake dal periodo Disintegration/Wish dei Cure: mi viene in mente la sontuosa 'Too late') e pezzi lenti, meditativi e davvero suggestivi come la splendida suite che dà il titolo all'intero lavoro (frammenti di Xymox, Frozen Autumn), 'From somewhere' e 'The Lure' (ove l'influenza delle ballate à la Cure - Sinking su tutte - è evidentissima). Menzione a parte merita la stupenda 'Where the dawn cames late', un crepuscolare viaggio a capofitto di oltre sette minuti fino all'essenza stessa della musica darkwave, oscura e romantica al tempo stesso, che si dilegua tra struggenti chitarre Cureggianti e gelidi synths. E se è vero che l'elemento meno convincente di 'Distance' è la voce (un cantato reminscente dei primi Cure o degli olandesi Essence.. che poi è la stessa cosa), a volte troppo 'nascosta' sotto la musica e poco incisiva, l'ascolto in cuffia ne migliora decisamente la percezione evidenziando anche la cura meticolosa che il gruppo ha messo nella scelta dei suoni e nel missaggio delle canzoni. Un plauso anche alle partiture chitarristiche di Enrico Russo, discrete ed essenziali ma sempre presenti, anche in sottofondo, secondo il credo professato dal guru dei Cocteau Twins Robin Guthrie. Un consiglio? Ascoltate con attenzione questo lavoro dei Branches, e divertitevi idealmente a scorrere, con la mente, tutte le immagini dei gruppi storici degli anni 80 oltre a quelli già citati in precedenza che la loro musica vi suggerisce (Presence? Ultravox? Talk Talk? new wave francese?).
-|-|-» Un'operazione nostalgica irresistibile, e un ascolto obbligato per chiunque aveva ballava 'In between days' già nel 1985.

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