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[ RECENSIONI / Review ]
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—- TENHI / AIRUT:AAMUJEN -—
Il piccolo folletto malefico che si annida in ogni recensore spera sempre un po’ di potersi trovare a elencare le pecche di un artista che pare non sbagliare mai. Anche perché si sa, la perfezione è noiosa. Ad un anno dal mozzafiato 'Maaäet', tornano i Tenhi con una ristampa accurata di vecchio materiale, 'Airut:Aamujen', e, lo ammetto, pur avendolo accolto a braccia aperte, non mi aspettavo che i Tenhi fossero capaci di tanta magia musicale, ma evidentemente ce l’hanno nel sangue (e non possiamo lamentarci, alla faccia del folletto malefico). 'Airut:Aamujen' ci appare di un bianco niveo nell’aspetto, e di una semplicità contenutistica e sonora che però è solo sapiente sofisticatezza. L’intro, 'Emerging', ci mette subito sulla strada giusta: sono loro, meravigliosamente loro, nell’impasto dei suoni lineari, freddi, quasi ossessivi, eppure capaci di penetrare a fondo. L’identità precisa della loro musica, minimale ed evocativa, fatta di giuste alternanze di suoni e silenzi, non significa mera replica di se stessi: ogni canzone è un continuum, ma è pur tuttavia originale.
La voce maschile, volutamente 'monotona' e molto meno presente rispetto a 'Maaäet', si accompagna, nella intensissima e ritmata 'Eloign', ad una eterea presenza femminile di indubbia qualità e delicatezza, e l’atmosfera è quasi da incantesimo. 'Apparition' è un altissimo esempio di classicismo musicale, che evoca immagini magistrali grazie alla lunghissima intro di solo pianoforte, all’ingresso efficacissimo della batteria e la totale assenza di voce: quasi un cortometraggio in musica. La lunghissima 'Fury revived' è un’altra piccola storia di oltre 8 minuti, acidissima e di una malinconia malata, a cui segue una sperimentalissima 'Burning', dalle sonorità prima quasi folk-blues, poi rock.
'Airut:Aamujen' è un album triste, di quella tristezza che cova dentro e trapana il cuore. Ossessivo nelle sue basi ritmiche, canta di fantasmi, grigiore, brevi momenti che si stemperano nel nulla ('A brief passing moment', come canta la track in chiusura). L’uso esclusivo della lingua finlandese, tipico dei Tenhi, rende l’impatto più alienante, e pur tuttavia trasmette la stessa musicalità di una filastrocca inventata lì per lì, solo per compiacere la melodia. Gli strumenti sono spesso ridotti ai soli pianoforte e batteria, e la loro sinergia rende appieno il sentimento di smarrimento e di auto-analisi. Energia nel poco, nel piccolo, nell’umano grigiore che si sperde di fronte al respiro freddo del Grande Nord.
-|-|-» In queste vecchie tracce dei Tenhi si gira per stanze, per vicoli, per case dove il sole non arriva. Tutto aleggia nella penombra e nel pulviscolo. Tutto si concentra sull’anima e sul cuore. Una ristampa quindi necessaria per far crescere l’amore e l’entusiasmo per questi grandissimi musicisti. |
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—- TOLL/ CHRIST KNOWS -—
L’inglese Cold Spring Records ci ha sempre reso facile la via verso la dedizione, certi delle loro decisioni, non ci stupisce affatto che abbiano scelto di proporre la ristampa di questo pezzo di vecchia storia Industriale inglese marcato Gary Mundy (già Ramleh), Matthew Frith e Tim Soar: ‘Christ Knows’ dei Toll (all’epoca in vinile per la storica etichetta ‘Broken Flag’ - 1986 - capitanata per l’appunto da Mr. Mundy, e che vedeva la partecipazione anche d’un paio di italiani nelle sue produzioni ‘decadentemente moderne’). Siamo alla fine del 2006, eppure vent’anni sembrano ieri.. (presente SPK?) ritrovati abilmente in un CD che pare quasi confondersi tra tutti gli altri, ma che lascerà colpiti vecchi e nuovi amanti del genere. Con la partecipazione di nomi come Tim Gane (Stereolab), Paul Lemos (Controlled Bleeding) e Pacific 231, il disco è stato completamente rimasterizzato nel febbraio 2006, e s’avvale delle dieci tracce originali più tre bonus tracks (‘Radio Moscow’, ‘There Must Be More Than This’ e ‘Forge’); non ritroverete la vecchia copertina sostituita (seppur accortamente citata all’interno), ma l’’assenza’ d’un vinile alto e spesso come quelli d’un tempo, nel suo ‘non-booklet’.
‘Broken Frame’ è uno dei brani meno sordidi e di sicuro interesse, mentre con ‘As We Live and Breathe’ riconosciamo i mattoncini impiegati per le basi d’una cultura che oggi amiamo solo ricordare, in tal modo. Quasi sette minuti per ‘Parched’ dai ricordi orientaleggianti, ma i minuti contano.. se a seguire c’è la splendida omonima ‘Christ Knows’ (4.07), non ci sono parole per questo brano che colpisce con un diretto allo stomaco e lascia che ogni lacrima che riga il viso sozzo, corroda di tristezza la sua strada, senza esitare, lentamente, penetrante fino alle ossa. Si riprende poi con ‘Unfinished’ dove le industrie metallurgiche sapranno riconoscere una casa, e ancora urla, bassi, distorsioni, ecletticismo, abrasività (‘Radio Mosquito’), atmosfere cupe.
-|-|-» La Cold non perde un colpo, siamo solo noi che riusciamo a dimenticare tra discoteche, abiti e pettegolezzi.. la nostra stessa Storia. Raccomandato per chi invece di parlare, sa comprendere davvero, le nostre radici. |
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—- ROSE ROVINE E AMANTI / RITUALE ROMANUM -—
RRA è il progetto solista intrapreso nel 2002 da Damiano Mercuri, che come afferma lui stesso sul suo sito, combina del «neo-folk italiano con un tocco di neoclassicismo sacrale, il tutto mischiato a del buon vecchio fumoso Cabaret Europeo». 'Rituale Romanum', prodotto nel 2006 per la nota etichetta britannica Cold Spring, è il primo vero e proprio CD-LP che vede la partecipazione di musicisti quali Josef K. (Von Thronstahl), i Belborn e la violinista Pamela Gargiuto. Ottime sono state anche all’estero le recensioni raccolte da questo lavoro, che hanno puntualmente evidenziato l’abilità dell’artista nostrano nell’adattare a sé un genere come il Neo-folk - assai spesso impoverito e riproposto pedissequamente senza alcuna inventiva - riuscendo a percorrere un cammino a metà tra tradizione e innovazione, grazie anche all’intreccio di strumenti classici come la chitarra acustica, il mandolino e il violino a sonorità invece più contemporanee e rockeggianti. I richiami al Medioevo e alle radici cristiane nell’album, dedicato alla cittadina tedesca di Aquisgrana, resa celebre da Carlo Magno che vi fissò la propria dimora, sono ricorrenti sia nei testi sia nell’assetto grafico della copertina - che ritrae simbolicamente la disfatta del male, incarnato in un essere dalla forma diabolica, per mano di un Santo dallo sguardo fiero, chiuso nell’armatura e con la spada sguainata. Anche musicalmente 'Rituale Romanum' risente molto di questi influssi, tanto che l’Intro ci fa penetrare da subito nel climax di un’epoca lontana che parla di lotte oscure, di cavalieri e di leggende. Si viene così catturati da brani delicati e emozionanti ma anche vitali e energici come 'perso nel cuore di una foresta nella nera Germania' (Nature is the perfume of Grace) con il canto di Mercuri, a tratti così somigliante a quello di Brendan Perry (DCD), cullato dagli arpeggi della chitarra e dal mandolino fino all’esplosione sul finale dell’elemento percussivo, sempre più sovrastante. Più ruvida e oscura è la successiva Soldato Cristiano (Let us Pray in Silence), nata dalla collaborazione con Joseph K. - che ritroviamo anche nel brano finale Aachen (Sacro Romano Impero) — centrata sui temi del Cristianesimo. In perfetto stile Death in June, ma senza mai rinunciare alla propria individualità, si vengono a comporre pezzi quali: 'La danza del colibrì (Power is blood) after Macbeth by W. Shakespeare', dal testo fortemente simbolico cantato in italiano, al cui svolgimento Mercuri riesce a regalare un sapore fresco e dinamico attraverso il susseguirsi di momenti musicali assai diversi, su tutti a emergere è il violino suonato con maestria dalla Gargiuto; 'Dersu Uzala (Acqua, Fuoco, Vento) (a complex fashion for a simple man) after Vladimir K. Arsen ev / A. Kurosawa' che contiene nel titolo un chiaro riferimento al omonimo film (1975) del regista giapponese Kurosawa; 'Noi non Dimentichiamo' (2 Novembre 2004) in cui tutto si fa più morbido e solo accennato dando vita a un toccante canto d’addio dedicato al regista olandese Theo Van Gogh, assassinato nel 2004; e il carattere essenzialmente Neo-folk è mantenuto anche nel brano 'La Famiglia' a cui collabora l’ottima formazione dei Belborn. Nella struggente 'Angel always stand for us (Don t be afraid!)' riappare il suono del violino e la voce di Damiano, che sembra far propri degli accenti alla Bowie, elabora quello che possiamo definire un soave incanto. Nella parte conclusiva di 'Rituale Romanum', con 'Adorazione dell’Europa' — riproposizione del brano dei Von Thronstahl dal loro album del 2003 'Bellum, Sacrum Bellum!?' - prevalgono delle atmosfere più vigorose e aspre, molto più affini a sonorità a noi contemporanee, con l’elemento percussivo a scandire con fermezza il canto di Mercuri. La conclusiva 'Aachen (Holy Roman Imperium)', che vede nuovamente la collaborazione di Josef K, ritorna ad atmosfere più pacate - recuperando alcuni passaggi del precedente pezzo 'Soldato Cristiano' e unendo in un solo canto lingue e voci diverse - dall’italiano, al tedesco al francese.
-|-|-» Senza dubbio una delle migliori pubblicazioni della Cold Spring del 2006! Un alternarsi di composizioni ottime sospese tra passato e presente ci avvolgono lungo tutto l’ascolto di questo lavoro. Da non perdere.. |
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—- SD6 / BETWEEN NOISE AND TRANSMISSION -—
La band americana che ci accingiamo a decrivere in questo specifico spazio merita una nota di approvazione suffragata da un CD di buona fattura che, senza pretese di sorta, ci invita ad una breve riflessione sul panorama electro oltreoceanico. Brandon Jerwa (vocals-programming), unitamente a Jessica Blackshear (vocals-keyboards-programming) e Nicole Edmonds (keyboards-programming), incarnano i SD6, formazione nata dal precedente capitolo sperimentale chiamato Omnibox che dissolvendosi diede vita all'attuale line up attiva dal 2002 in quel di Seattle. Si menzionano nella biografia ufficiale anche attive collaborazioni di innegabile prestigio come quella com Mr.Tom Shear alias Assemblage 23, Covenant, Melotron, Cesium 137 e Icon of Coil, edificando un portfolio traboccante di interessanti credits. Il disco non propina nevrastenie elettroniche o albe rosse da day after, ma è sicuramente in grado di offrire all'ascoltatore dieci songs che combinano elementi ricchi di personalita' e stile. Siamo ancora ben distanti dal decantare nuove e miracolate divinita' artistiche, tuttavia possiamo affermare con una certa dose di certezza, che gli SD6 sanno gestire il suono electro con una solida padronanza stilistica, incentrata sulle melodie catturanti e su ritmiche club oriented. Il CD debutto è tutt'altro che trascurabile, una danzabilissima electrodance che si fara'apprezzare per l'immediatezza con cui si offre e per la semplice struttura dei brani. 'Fallen', opening track, converge direttamente sull'A23's sound, drumming incalzante e vocals accattivanti ed apparato strumentale sostenuto da tastiere melodiose. 'Twilight' mostra un lato più dry nelle percussioni ed il refrain risulta difficile da evitare. Il terzo brano 'Believe' soffre di una certa ovvietà, incapace di comunicare null'altro che una synthpop song priva di nerbo. 'Untruth' colma in parte le precedenti lacune mediante un teorema ben cadenzato ma che si destruttura con un ritornello un po'troppo scontato e prevedibile. 'The World Divide' rivendica sonorita' synthpop molto USA's style, alla Neuropa o alla Kaj, mentre 'Nothing now' insegue le chimere plastificate del successo su larga scala, sciorinando una discreta song ben realizzata ritmicamente che fara'vibrare molti woofers e ballare parecchie centinaia di gambe nei clubs. 'We are as one' rimane contestualizzata nell'ambito easy sytnhpop rimanendo inoffensivamente statica pur recando un certo sottile fascino. Ben differente il concetto di 'Timestream', ottimo brano molto Pet shop Boys, riservato ad un pubblico di estimatori del genere electrosoft che gioiranno delle basi ritmiche non invasive, dei vocals dal timbro morbido assemblati ad accordi di keyboards allungati e caldi. 'Everywhere' spazia su tenui pulsazioni mid trance, promettendo uno slancio espressivo che inspiegabilmente non arriva. La decima traccia 'Free', riprova a giocare con le sequenze tecnologiche materializzando una song interessante, un dancefloor degno di essere considerato nelle tracklisting dei d.j's alternativi. I seguaci dell'EBM o dell'Electroharsh ne stiano debitatamente distanti, mentre le fazioni synthnoise si avvicinino senza timore a questo prodotto mai troppo peccaminoso, ma neppure troppo casto. Valutate attentamente la spesa attraverso l'ascolto di 30 secondi delle clips relative all'album 'Between noise and Transmission' presso www.sd6online.com.
-|-|-» Piacevole intermezzo light attendendo la prossima mossa dagli States.Senza infamia nè lode |
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—- SINBEATS / SINBEATS -—
Ammetto di conoscere per la prima volta, solamente ora i Sinbeats, gruppo tedesco attivo sin dal 1990 con due dischi ('Get High' e 'Low') e svariati concerti alle spalle, che ritorna con un nuovo cd 'self-titled'. La loro musica si muove ai confini tra tra New-Wave darkeggiante (Chameleons, Psychedelic Furs, Echo & The Bunnymen, Sad Lovers & Giant, Mission ma anche gli Xymox più rock di 'Creatures') e Indie Rock (alcuni cambi d'accordi m'hanno ricordato i primi, splendidi lavori dei compianti Suede) facendo tesoro della formula che discende direttamente dal Postpunk: incisivi riff di chitarra, ritornelli che rimangono in testa sin dal primo ascolto, ritmi sostenuti e un delizioso velo malinconico ad amalgamare il tutto. Ed ecco che irresistibili scivolano via una dietro l'altra 'Down the line', 'Farewell', 'All your sundays' e 'Burning all stars'; atmosfere invece leggermente più Wave e glaciali per l'inizio di 'Annabel Lee' che sfocia in un finale Goth-Rock Sisteriano, mentre 'I want my analogue life' ha echi, nemmeno troppo remoti di Nick Cave.
-|-|-» Un disco decisamente ben composto e suonato, che forse perde un po' di smalto nel finale ma che consiglio senza dubbio a chiunque voglia passare un'oretta in compagnia di canzoni accattivanti che vi obbligheranno a muovere le gambe e a scuotere la testa a ritmo. |

Copertina non disponibile |
—- DIASYA / THE SHAPE OF SILENCE -—
Davvero impressionante questo demo dei Diasya, progetto strumentale di Libero Volpe (Infieri) datato 2003 che di recente s'è arricchito della splendida voce di Mariangela Labianca; un colpo basso per me che ho seguito con grande entusiasmo tutta la scena delle 'Heavenly Voices' sostenuta dalla defunta etichetta Hyperium a metà degli anni 90. E ciascuna delle composizioni di 'The Shape Of Silence' non sfigurerebbe affatto su una qualsiasi di quelle famose compilation che hanno portato alla luce gruppi allora emergenti come Stoa, Anchorage, Chandeen, Qntal, The Protagonist, Arcana, Speaking Silence. Fragili composizioni sviluppate combinando sonorità classiche ed elettroniche, come l'inizio pacato di 'Aerius', delicato risveglio invernale e preludio ad una giornata d'ozio o il clavicembalo che spalanca le melancoliche porte di 'Baroque'; scenari invece Deadcandenciani per 'Yrmn', infarcita di potenti percussioni e martellanti sequencers e menzione d'onore per la splendida 'Shape of Silence', un brano elettronico sostenuto da un basso Cureggiante dall'incessante incedere malinconico.
-|-|-» Il gruppo dà notizia di essere attualmente in studio alla lavorazione del primo album che, considerando le premesse, attendiamo con grande interesse. |

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—- PHANATOS / PART VII - IX -—
Un prospetto intitolato ‘Part I – IX’ (realizzato dal 2001 al 2005) diviso in tre pilastri, è il lavoro di Fredrik Andersson - Phanatos, e qui siamo per raccontare ‘VII – IX’: la conclusione(?) di questo primo progetto 'dark-ambient/filmtracks, che si definisce ‘Alchimia emozionale’, in bilico tra la scelta di Vita o Morte..o del mezzo, ancor più travagliato e a cui forse tutti siamo destinati.
Una colonna sonora per pellicole che narrino di miti e chimere, visioni, oscure sensazioni, amori ambiti, spiragli di luce su pianure incontaminate. S’apre la splendida ’VII’ tra archi inquieti ed un tocco orientaleggiante a donare dinamismo alle visioni personali, e muta poi in possibili speranze, sebbene la voce tempestosa faccia riflettere sul fatto che un cielo è sempre un cielo, anche senza stelle (perdute, e non). Quindi l’Arpa accantona il breve intro d’un grammofono, aprendo la porta ad un altro mondo le cui strutture sono ancor più variopinte. Completa la ‘IX ’(6.46) una voce sussurrata ed il piano che trasporta su vasti laghi cheti, dove sulle rive è possibile notare lame abbandonate, contadini medioevali a lavoro vicino a limpidi ruscelli, il tramonto del sole.. ma è quando questo scende che l’organo ricorda: il Male non è ancora del tutto sconfitto, pulsa dal centro della Terra.. corali da cappelle interrate tentano di arginare questo evento e armonizzano infine un’ultima certezza:’ Until the day of my eternal rest, my head I lay upon your breast, tonight our lust ablaze the past, and we share love deep and vast’.. e quel che sarà, sarà.
-|-|-» La difficoltà di questo lavoro è quella di riuscire a seguire tutte le evoluzioni empatiche, essendo ricco di Input, non basta forse ascoltarlo 3, 4 volte per comprenderlo a fondo. Sul sito è possibile scaricare una speciale composizione ‘regalo’ di Natale, un’ottima idea oltre che interessante: uno ‘spaventoso’ Natale per cuori oscuri che non temono d’incontrare l’Uomo nero, invece che il barbuto uomo rosso. Attendiamo con curiosità l’imminente Capitolo che dovrebbe veder luce per il 2007: otto nuove composizioni. |

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—- SERO.OVERDOSE / EADING FOR TOMORROW -—
E' di nuovo la Germania, terra di incommensurabile electro-potenzialita, ad elevare al cielo un ennesimo capolavoro solido, tecnico ed assolutamente intrigante come conviene ad un'etichetta di eccezionale levatura quale Alfa Matrix, firmato Sero.Overdose. Li abbiamo conosciuti in precedenza distinguendoli per merito tra il marasma ribollente del calderone elettronico attraverso ottimi lavori quali 'Serotonin', oppure con il doppio 'No time for Silence'. Il nuovo CD, disponibile in versione regolare ed Double Limited Edition Box Set, è davvero eccezionale, magnificente. Il tempo, miglior elemento ispirativo, ha dato modo alla band capeggiata da Andre Hartung di perfezionare un dancefloor-sound eccitante e colmo di aperture melodiche impossibili da dimenticare, permeando tutta la lunghezza di 'Heading for Tomorrow' di meccaniche adesioni legate al complesso Electro-Minded, sprigionanti vampate di energia sonica dirette ogni punto cardinale. Esaminando la doppia versione comprendente ben nove bonus tracks possiamo esplicitamente dichiarare di essere innanzi ad uno dei migliori prodotti datati inizio 2007, affidato peraltro ad una electroband che ha saputo creare un full lenght praticamente quasi privo di futili e noiosi riempitivi tali da far eventualmente rimpiangere il denaro speso. Dodici brani nell'edizione standard e ventuno nell'extended, tutti recanti eccellenti ondate di ritmica danzabilissima e pulsante caratterizzate da output riflettenti fine tecnologia sintetizzata. Molti hanno fermamente creduto nei S.O e le aspettative non sono mai state smentite dai fatti, in quanto la band si è sempre resa protagonista di evoluzioni sonore di gran pregio, senza mai concedere un solo millimetro alla commercialita'. Di cio'siamo nei confronti band enormemente debitori. L'album si articola mirabilmente e con incredibile presa su tessiture fluorescenti di memorabile ardore futurepop,sottoponendo i sensi ad una sovraesposizione electro-sonica ultraterrestre.'Lost Alone',song d'apertura, rivendica influenze Mesh nell'esposizione vocale molto ben calibrata e sostenuta da beats intriganti. 'Fire' accellera con un up tempo straniante e sequenziato da additivi electropulsanti, mentre 'Tiny Snail' ostenta un ottimo concetto electrodance supportato da synthdrums e vocals che cavalcano un suono incontestabilmente di sicura presa emotiva. 'We' offre una nervosa punteggiatura ritmica in grado di smuovere le anime piu'statiche che divamperanno in seguito di freddo fuoco elettronico scaturito dalla ritmatissima 'Your Road', risoluta club oriented song studiata ad hoc per le esigenze danzabili più integerrime. Sollecitazioni neuro-sensitive rispondono a 'Time' come ad un comando perentorio, song percossa da un'ossessiva procedura ritmica ricca di connotazioni electro-beats. 'Tears in the Rain' rappresenta una sublime inquadratura techno meditativa, spettacolare nella scelta sia di pulizia sonora che di potenziale evocativo: questo brano dovrebbe essere ballato in ogni club senza eccezioni di sorta. 'Two faces' ripropone lo schema made in Mesh, così come 'Du' cantata in tedesco, propone un synthpop forse a tratti banale e sfruttato. 'Wut' esplode in tutta la propria grandiosita' con una bellissima electro-ellisse sospinta da pura high energy che rendera'inconcepibile il concetto di immobilita'. 'The Chamber' continua l'affascinante percorso ritmico dal drumming preciso con una convincente strategia sinthetica inquieta e vivace, vocals sempre gestiti alla perfezione ed arrangiamenti scorporati da ogni futilita'. 'Grab It' piccolo fulmine globulare, si inerpica nevrastenicamente su dinamiche electro piu coriacee dal notevole potenziale attrattivo. I nove bonus track portano la firma di remixers quali New Rain, Sound Tesselated, Chinese Theatre, Supertune, Groove X.A.C, Natural Glow, Renè e Sebastian Schleinitz, completando la title track di uno dei migliori prodotti electro che il laser del mio lettore abbia mai illuminato.
-|-|-» Bravissimi e quanto mai indispensabili. Un applauso. |

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—- RELIQUARY / WINTER WORLD -—
Un basso pungente su atmosfere Dark ed oniriche con una voce da soprano a insidiarsi tra i brani: ecco la ricetta degli statiunitensi Reliquary alfieri del tipico american goth senza troppi compromessi.
L' unico difetto di questo combo americano sta proprio nella voce a volte un po' troppo monocorde che tende ad appesantire la percezione di un lavoro che si articola su tredici brani.
Non mancano però ottimi episodi tra i quali la funerea 'Destroy' e la vivida 'Tell Me' che rappresentano pregevoli affreschi improntati ad un dark genuino e sincero: atmosfere di prima maniera che sanno quindi conquistare con la loro suggestione emotiva.
Intrigano molto anche la deprimente 'Beyond Ddreams' e la cupamente elettronica 'Dreams Torn Away' in cui flirtano tastiere e chitarre rarefatte à la Mephisto Walz.
Meno interessante la riproposizione di 'Lakme', opera già abbondantemente saccheggiata da pubblicitari di ogni risma.
Apprezzabile infine la cover degli Smiths 'Last Night I Dreamt...' di cui è stata adeguatamente conservata la componente malinconica e struggente.
-|-|-» 'Winter world' è nel complesso un lavoro con diversi lati positivi che lascia trasparire possibilità di interessanti sviluppi futuri a patto che ci si muova maggiormente nella direzione di una ulteriore personalizzazione del sound della band magari introducendo anche qualche variante vocale per non rischiare la monotonia. |

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—- APOPTYGMA BERZERK / SONIC DIARY -—
'Sonic Diary' è una raccolta di cover che ha il compito di confezionare in un unico ensemble tutti gli episodi in cui gli Apop si sono cimentati con brani altrui. A mio modo di vedere l' esperimento è ben riuscito e nella maggior parte dei casi il lavoro è fluido e piacevole con punte di talento e abilità nell' arte di reinterpretare brani spesso del tutto al di fuori dalle sonorità dei classici Apoptygma. 'Cambodia' apre davvero alla grande: chi avrebbe detto che da questa hit obsoleta di Kim Wilde sarebbe emerso un dancefloor-killer così convincente? In 'Bend and break' a dominare è invece l' impostazione vocale di Steffen davvero ispirato e all' altezza dei suoi migliori episodi. Notevole anche l' interpretazione di 'The Damned Don't Cry' in cui le atmosfere eighties si stemperano in un' aura di Synthpop e di irresistibile gusto retrò. Meglio dell' originale anche 'Shine On', altro cavallo di battaglia che si era già espresso ampiamente alla sua uscita nel 2005. Un po' in secondo piano invece la reprise di 'A Sstrange Day' che ad eccezione di qualche passaggio accattivante non riesce a far suo il pathos e l' energia del brano originale che vedeva all' epoca i Cure in un vero e proprio stato di grazia.
-|-|-» Ottima prova da parte degli Apoptygma che dimostrano di essere tuttora vitali e significativi nel panorama electro odierno anche se un conto è emergere con una cover e un conto è dare segni di vitalità con un brano di propria produzione... |

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—- CLIENT / ZEROX MACHINE -—
Il count-down per le Client e'scattato. Il declino sta inesorabilmente intaccando l'espressivita'artistica del trio. Il 'declino' che citiamo non riguarda affatto la tenuta tecnica della band ma sottointende con cio'un progressivo allontanamento da soluzioni compositive interessanti che lasciano posto ad idee esangui, preconfezionate e per nulla eccitanti. Le Client rispolverano una hit semidimenticata degli Adam & the Ants del 1979 debitatamente riedizionata attraverso scontate alchimie electro-guitars, supportata da un videoclip banale quanto inutile, incentrato insistentemente sull'ostentazione piu'o meno velata delle grazie estetiche appartenenti a Sarah Blackwood, (ex Dubstar), Emily Mann e Kate Holmes, (ex Frazier Chorus e Technique). Non bastano testi inneggianti al fetish style, oppure ad espliciti riferimenti a tematiche sexy: la band britannica e' fortemente colpevole della svolta ultracommerciale che portera'probabilmente una insperata fortuna economica ma inesorabilmente ad un a caduta di stile che difficilmente perdoneremo loro. Il maxy single nella versione US Exclusive, presenta sei episodi di cui ben cinque sezioni prefissate 'Zerox' riepilogate anche da Jonny Slut, da Robert Goerl e Covenant oltre ad una poco convincente 'Loose Talking' che tenta invano di forzare quella cristallizzazione assoluta che imprigiona tutte le song della tracklist. Nella versione opening le chitarrine eseguono riffs privi di ogni centralita'e la vocina di Sarah potrebbe trovare collocazione adeguata in qualsiasi side B di Blondie; pochi e sparsi sequencers, arie circoscritte in un pallido contesto electro-new wave poco piu' che 'carino' ma distantissimo dal contrapposto concetto electro che il grande Andrew Fletcher, tastierista talentuoso dei Depeche Mode e scopritore delle Client, ebbe a suo tempo a sperare. 'Zerox Machine' e'disponibile anche in formato vinile 7' limited edition, destinato ad una schiera di irrriducibili masochisti ammaliati perdutamente dagli sguardi e dalle sinuose fattezze del trio. Potremmo considerare questo nuovo mcd come un transitorio errore di percorso, confidando in prossimi e ben piu'onorevoli contesti. L'album, il terzo del repertorio Client, e'previsto entro il prossimo Aprile. Temiamo fortemente per esso.
-|-|-» A rischio e pericolo dell'acquirente. L'avvertimento è d'obbligo. |
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—- HERR /
VONDEL’S LUCIFER – FIRST MOVEMENT -—
Dopo l’ottimo esordio con 'The Winterf of Constantinople' (2005), gli H.E.R.R. (Heiliges Europa Römisches Reich), formazione anglo-olandese capitanata da Michiel Spapé, ci regalano un’altra perla con 'Vondel's Lucifer– First Movement (2006)', prima parte di un’opera in due tempi ispirata al Lucifer (1654) dell’autore olandese Joost van den Vondel (1587-1679). Vissuto in un periodo storico attraversato da profondi scontri religiosi, egli si batté a lungo per la difesa della libertà di fede e in tarda età per non chiari motivi, in un paese che considerava come sua religione ufficiale il Protestantesimo, si convertì al Cristianesimo rendendosi così inviso a molti suoi contemporanei. Lucifer, la più celebre delle sue composizioni, racconta la ribellione degli angeli, sempre più soffocati da una sorta di gelosia provata nei confronti degli esseri umani, creature predilette dal Creatore. Sembra che Milton per la stesura del suo Paradise Lost (1667) fosse stato fortemente influenzato proprio da questo componimento di Vondel, ma presumibilmente entrambi i testi hanno risentito di un contesto culturale affine e dell’influenza predominante delle Sacre Scritture.
Nel pieno rispetto dell’autore olandese, gli H.E.R.R. compongono un concept-album articolato in tre atti tesi a illuminare una figura così controversa come quella di Lucifero. Nel 'Prologo' viene raffigurato l’atto della creazione degli esseri umani, immersi in un’atmosfera di benessere e perfezione assoluta: «We are the primal couple, the parents of humanity. Innocent hearts untouched by angels. The Mother and Father who stand naked in the womb of Paradise. The Him-Her and the Her-Him, the Anima and the Animus». Il 'Primo Atto' segna l’ingresso sulla scena di vari personaggi, rappresentati con profonda sensibilità dai diversi artisti, tra i quali: Troy Southgate che presta la voce a Apollion; Holger F. dei Belborn nel ruolo di Gabriel e Miklós Hoffer in quello di Lucifer. Gli angeli cominciano a essere sempre più incuriositi e nello stesso tempo spaventati dalle enormi potenzialità dell’essere umano, dotato perfino della possibilità di riprodursi. “The Meek Shall Inherit the Earth” interpretato da Maria Southgate, chiude quest’atto in modo emozionante. Lucifero, protagonista assoluto dell’opera, fa la sua comparsa all’apertura del 'Secondo Atto', accompagnato da sonorità che si fanno più drammatiche e roboanti come a voler marcare la personalità ribelle dello stesso che lo porterà ad armarsi contro Dio. Da subito, infatti, nel pezzo “First Prince in Some Lower Court” si esplicita la sua resistenza al volere divino: «To be the first prince in some lower court is better than within the Blessed Light to be the second. The second, or even less». Il brano “To Calm this Restless Discontent” cerca di ritrovare una quiete ormai perduta, la spaccatura si è fatta insanabile e la musica non può essere altro che tensione crescente, come raccontato nel 'III' e ultimo Atto quello più propriamente musicale dell’intero CD.
Pur potendo cogliere tanto nella scelta tematica che nella profondità dell’approccio musicale della band, l’influsso dei Current 93, gli H.E.R.R. se ne discostano non cercando quell’enfatizzazione vocale caratteristica essenziale dello stile di David Tibet. Prediligono invece utilizzare delle voci narranti che si limitino alla sola lettura, come a non volerci distogliere dalla tensione crescente provocata dallo sviluppo degli accadimenti. La stessa musica viene ad avere una funzione ancillare rispetto al testo ed è finalizzata ad accrescere e intensificare proprio la stessa dimensione del racconto.
-|-|-» Un opera complessa dunque, in cui la musica si piega al narrare poetico e coinvolgente, un concept-album da ascoltare molte volte per cogliere il senso profondo celato negli interstizi dei versi poetici. Attendiamo impazienti la seconda parte di questo splendido lavoro..
»------------ English Version ------------«
After the excellent debut with the album 'The Winterf of Constantinople' (2005), the H.E.R.R. (Heiliges Europa Römisches Reich), a band Anglo-Dutch headed by Michiel Spapé, give us another jewel with 'Vondel's Lucifer– First Movement' (2006), first part of a work in two volumes inspired by the book of the Dutch author Joost van den Vondel (1587-1679) — Lucifer (1654). Vondel, who lived in a historical period of religious clashes, struggled for the defence of the freedom of faith and in late age for non clear causes, in a country that considered Protestantism as its official religion, he was converted to Christianity to the dislike of his contemporaries. Lucifer, the most famous of his compositions, narrates about the rebellion of the angels, suffocated by jealously toward the human beings, that were the creatures most loved by the Creator. It said that Milton for the layout of his Paradise Lost (1667) had been strongly influenced from this composition of Vondel, but both texts have shown traces of a similar cultural context being contemporary and influenced by the Holy Scriptures.
In the full respect for the Dutch author, the H.E.R.R. composed a concept-album articulated in three acts trying to illuminate the controversial figure of Lucifer. In the 'Prologue' the act of the creation of human beings is immersed in an atmosphere of absolute comfort and perfection: «We are the primal couple, the parents of humanity. Innocent hearts untouched by angels. The Mother and Father who stand naked in the womb of Paradise. The Him-Her and the Her-Him, the Anima and the Animus». The 'First Act' marks the entry on the scene of various characters, represented with profound sensibility from different artists, among the like: Troy Southgate as the voice of Apollion; Holger F. of the band Belborn in the role of Gabriel and Miklós Hoffer as Lucifer. The angels from this part of the story start to be at the same time curious and frightened by the enormous potentiality of the humans being gifted by the possibility to be reproduced. “The Meek Shall Inherit the Earth” interpreted by Maria Southgate closes this part in a touching way. Lucifer, the absolute protagonist of the entire work, appears in the opening of the 'Second Act' accompanied by sonorities that are made more dramatic and thundering so as to mark his rebellious personality that brings him to a conflict against God. In fact, in the piece “First Prince in Some Lower Court” he explains his resistance to divine desires: «To be the first prince in some lower court is better than within the Blessed Light to be the second. The second, or even less». The passage “To Calm this Restless Discontent” tries to find a calmness but it’s lost forever. The rebellion is done while the music displays increasing tension and becomes predominant as the 'III Act' shows.
We could find the influence of the band Current 93 in the thematic choice and in the musical approach followed by this group, but the H.E.R.R. are not looking for the emphatic usage of the vocal style of David Tibet, instead they preferred just to narrate the story so as to not lessen the increasing tension provoked by its development. At the same time the music serves an ancillary purpose in respect of the text and it is used to increase and intensify the dimension of the narration.
-|-|-» 'Vondel's Lucifer– First Movement' (2006) is an album which has to be listen to a few times to discover the profound meaning. We’re waiting impatiently for the second part of this wonderful composition..
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