EVENTILOCALIBANDSINTERVISTERECENSIONIFOTOMP3ARTICOLIMEMORIELINKINTERACTFORUMNOTE&STAFF

-|-|-» [ RECENSIONI / Review ]

BACK

- THE MALKUTH / B-MINE06 -

The Malkuth è una nuova proposta italiana di musica electro-goth fondata da due elementi (Ed Vanth e Nakht De Vonne) che si presentano con un demo-cd intitolato ‘B-Mine 06’ contenente tre brani: ‘Lowell’, ‘Bohemien Boy’ e ‘Sad-Ich’. Vorrei cominciare col dire che il potenziale a livello di composizione c’è, ci sono spunti e passaggi interessanti, il problema principale è che questo lavoro si presenta come un progetto ‘Low Fi’.. esiste però una grande differenza tra il lavorare in ‘Low Fi’ e creare musica elettronica con strumentazioni grezze, caserecce.
I suoni (come la registrazione) sono infatti davvero insufficienti e penalizzano pesantemente gli spunti. Non voglio però disquisire se questa sia stata una scelta obbligata da forza di cose, portata da fretta, negligenza, o chissacchè.. (un demo è sempre un demo ma è anche pur sempre una presentazione) mi limito a dire che si sente ed incide.
Consiglierei quindi ai due volenterosi, di proseguire investendo anche in strumentazione e in sala di registrazione come meglio riescono e come son riusciti a fare per esempio, nel presentare una cover stampata su carta kodak che fa la sua figura (non fosse per la grafica e la risoluzione medio-bassa dei testi che fa perdere un’po di lucentezza a quello che la carta puo avvantaggiare) e la lettera di presentazione la quale (che questo sia d’aiuto alle neo.band) serve oltre a presentare un progetto, a donare quante piu informazioni possibile: più è redatta con cura come i Malkuth han saputo fare, maggiori saranno le informazioni che il recensore vi potrà trovare.
-|-|-» Ultimo consiglio che mi permetto di dare ai The Malkuth, come a chiunque spedisce demo alle redazioni.. ricordatevi sempre di scrivere sul CD il nome della band!

- H.E.R.R. / THE WINTER OF CONSTANTINOPLE -

Michiel Spapé è il compositore di quasi tutti e nove i brani; suo il progetto (riduttivo da chiamare neofolk) H.E.R.R., lavoro vincente, come molti di quelli proposti dalla nostra amata, impeccabile, Cold Spring Records. Dall’artwork delicato quanto incentrato, ‘The Winter of Constantinople’ si presenta graficamente come un'insieme di sculture di ‘trapassati’ artisti, assemblati dallo stesso Spapè con colori tenui e antichi.
Musicalmente parlando, non conosciamo ansia per questo progetto militarista, la musica scorre melodiosa quanto cupa, accompagnata da timpani, archi (di Oskar van Dijk) ed epiche narrazioni.. si spiegano le vele nemiche verso il territorio dimenticato di Costantinopoli con ‘The Fall Of Constantinople’ all’interiorizzato, ripetuto grido di ‘’Enemy, enemy at the gates!’’.. e con ‘Hopes Die In Winter’ viene alla luce una prima lunga narrazione (anche questa con voce di Troy Southgate) prosciugata da un lungo, penetrante organo rievocante. Solo con 'Hagia Sophia' c'imbattiamo in un’alleanza industriale a stralci mediorientali che vengono però, a breve distanza dimenticati, quando sono svelate le note di ‘Requiem’: curioso omaggio a Beethoven e Scarlatti. ‘A new Rome’ ‘’marching through the rain, we are soldiers again’’ ci apre poi i cancelli per una più medievaleggiante ‘Fruhling Erwachen’, e ancora un sinuoso cambio di rotta, l'abbiamo con ‘Oneindigheid’ dove un solitario pianoforte introduce al brano conclusivo narrato da Miklos Hofer.
-|-|-» Il lavoro mi è piaciuto molto e ne consiglio quindi l’acquisto a tutte le orecchie, da quelle piu ‘marcianti’ a quelle amanti di sonorità neo-classiche.

- ARCHON SATANI / MIND OF FLESH & BONES -

Ristampa rimasterizzata di un classico, quella del defunto progetto pubblicato nel 1993 con la Staalplat, degli svedesi Archon Satani, ossia Mikael Stavöstrand (Inanna) e Tomas Petersson (Ordo Rosarius Equilibrio) tramite la Cold Spring Records.
Cinque brani senza titolo nel lugubre viaggio ambient che discende senza fretta nel più profondo abisso, nessuna voce regalerà la sicurezza d’una presenza d’appoggio, tanto più umana.. è infatti solo un’entità, che di tanto in tanto tenta di risalire le pareti scarne del pozzo senza fondo, a ricordarci chi vi è laggiù, appena udibile, tra le sacrileghe percussioni rituali.
Il claustrofobico parto (influenzato dalle idee di Aleister Crowley e Anton La Vey), possiede suoni essenziali e puliti (e questa ‘famosa semplicità’ si riflette anche sul nuovo artwork: minimalista e privo d’informazioni che non siano il titolo o qualche nota doverosa) che a cadenza fissa avvolgono e trasportano chiudendosi infine, in lontani suoni metallici di fucine all’opera sotto un’insana pioggia battente.
-|-|-» Consigliato a chiunque volesse ottenere l'album in un sound più pulito, o a chi volesse scoprire un progetto storico Death Industrial, che darà modo di comprendere le suggestioni dei primi anni novanta, tutt’ora dominanti.

- EN VELOURS NOIR / DANS LES FLEURS DE VELOURS NOIR -

Nuovo lavoro per l'infaticabile Luigi Mennella, che ritorna a solo un anno di distanza dal mini-cd 'La Danse Interdite' riproponendo in parte ('La Chanson du peintre des Monogrammes', 'A prelude of correpsondances', 'Improvisations under spleen' o la superba 'Out of contexted-Romanticisim Sonata') le atmosfere malinconiche e profumate di tango che caratterizzavano il precedente cd, affiancate da composizioni più ambiziose e ricche di strumenti che iniziano spesso in tono sommesso per poi sconfinare grandiosamente in pieno territorio neoclassico con uso di archi e percussioni: l'emozionante 'Marriage in Blue', la splendida 'The Garland' nella quale affiorano addirittura - nelle giuste proporzioni - frammenti Deadcandenciani (non riesco a non pensare a 'The Carnival is Over') o l'eterea 'The Green Goddess' inizialmente intima e lirica composizione da camera che sfocia in un inatteso finale jazzato. Particolarità di En Velours Noir è l'assoluta lontananza da ogni forma di tecnologia e di musica contemporanea; pianoforte, bandoneon, violoncello ed archi che sembrano provenire da nessun luogo e da nessun tempo. Solchi e graffi che simulano vecchi vinili, voce filtrata da un riverbero assolutamente 'vintage' come a similare un canto proveniente da un vicolo, da un androne di una scala, da una stanza vuota. Nota di merito per il curatissimo artwork e soprattutto per il cd che, in superfice simula, anche al tatto, un vecchio 45 giri con veri solchi!! Ai testi originali composti da Mennella, si affiancano poemi di Baudelaire, Verlaine, Leopardi e Crowley.
-|-|-» Progetto coraggioso, toccante e necessario come la melanconia che non dovrebbe mai cessare di accompagnare alcune serate della nostra esistenza.

- KREUZMEG OST / EDELROST -

Release apocalittica e marziale per gli austriaci Kreuzweg Ost, con un cavaliere medievale in copertina a spalancarci le porte della tragedia umana ed uno scheletro düreriano che stringe in mano una clessidra a ricordarci la minaccia eternamente incombente della morte. I caratteri medievali usati per la grafica rendono davvero difficile la lettura dei titoli dei brani.. ad ogni modo l'iniziale 'Für Kaiser, Gott Und Vaterland' mescola sonorità neoclassiche con percussioni marziali e samples vocali che sembrano provenire da bollettini radiofonici di guerra degli anni '40, mentre 'Die Legion' riprpone gli stessi scenari in un'atmosfera orientaleggiante, infarcita dai soliti samples vocali e da violente esplosioni percussive che simulano deflagrazioni belliche. Molto evocative 'Zucht Und Hunger' - a mio parere l'episodio migliore del disco - trascinata da un lento loop downtempo sul quale s'inserisce un azzeccato motivetto di archi creando un'atmosfera veramente opprimente e clau
strofobica, e la lenta 'Eiserne Menschen' che scorre cadenzata ed implacabile come un bombardamento aereo sotto un cielo nero come la pece, per sfociare in un epico finale di archi. Difetto mortale di questo lavoro dei Kreuzmeg Ost è la lunghezza dei brani che mal si abbina alla penuria di idee. La maggior parte delle canzoni sono costruite su dei pattern di circa 30 secondi che si ripetono immutabili per i successivi 6-7 minuti: questo senz'altro aiuta ad enfatizzare la componente opprimente ed apocalittica inducendo un certo disturbo nell'ascoltatore, ma a lungo andare il meccanismo risulta troppo abusato e la tentazione di spingere il tasto 'skip' sul lettore cd diviene irresistibile. Peccato, perchè alcuni dei brani citati hanno delle potenzialità espressive notevoli.
-|-|-» Da rivedere.

- IN STRICT CONFIDENCE / EXILE PARADISE -

Nuova curatissima release per i tedeschi In Strict Confidence, che si cimentano con un ambizioso concept album incentrato sulla cacciata dal Paradiso Terrestre. Gli I.S.C. sono dei veri professionisti, meticolosi nella cura dell’aspetto musicale quanto di quello grafico, e 'Exile Paradise' si presenta innanzi tutto come uno splendido pacchetto in tre edizioni: normale, limited edition e de-luxe (con dvd), tutte impreziosite da vari disegni che illustrano a loro volta le canzoni e la storia narrata.
Deve essere per questa cura maniacale che gli I.S.C. non riescono mai a deludere veramente. I vecchi fan potrebbero rimpiangere le sonorità più aspre, oniriche, cattive e quasi 'industrial' di 'Love Kills', o certe virate geniali del già più commerciale 'Holy'. 'Exile Paradise' è un album che, per quanto easy, deve essere ascoltato più volte per poterne cogliere gli aspetti più originali, e farselo entrare in testa. All’inizio potrebbe risultare abbastanza scontato, molto orientato verso certe suoni anni ’80, evocate soprattutto dal controcanto femminile che emula alla perfezione la star tedesca del pop di allora, Sandra (ricordate 'Maria Magdalena'?). Successivi attenti ascolti illuminano una discreta intensità, e la linea tematica conduttrice ne esalta gli intenti. La voce femminile risulta alla fine necessaria nel gioco delle parti (Adamo ed Eva, il Dio maschio e la Peccatrice femmina), e per il genere di elettronica che gli I.S.C. suonano appare il timbro di voce più appropriato, per quanto povero di personalità. Vette oscure sonore in questo lavoro si raggiungono con 'Forbidden Fruit', 'Away from here' e 'Something to remember', mentre alcuni brani più light come 'Promise Land' o 'Fading Lisht' sono perfette anche per la dancefloor. Ottime le parti strumentali di raccordo e distensione della storia, con certi echi orientaleggianti, rinvigoriti dal suono elettronico.
Senza lasciarsi cogliere da forse sterili nostalgie e confronti con il passato, 'Exile Paradise' risulta essere un ottimo prodotto, stranamente fatto col cuore, per quanto 'sintetico' nei suoni. E se avete la fortuna di trovare la versione digipack in due cd avrete la possibilità di ascoltare tre tracce extra veramente valide per un totale di 15 minuti di bonus (non come molti bonus cd che contengono solo remix... decisamente un punto a loro favore).
-|-|-» In un contesto musicale in cui ormai tutti fanno electro, certi personaggi fanno ancora la parte del leone ed insegnano il mestiere: è proprio il caso degli I.S.C.

- MESH / WE COLLIDE -

Hanno azzeccato la formula del future pop e non la mollano, gli inglesi Mesh, autori di alcune delle più valide canzoni nell’ambito, ma che con questo nuovo album continuano semplicemente a ripetersi. E’ difficile valutare lavori come questi, curati in ogni aspetto. Non puoi accusarli di sciatteria, di suoni non convincenti, di dabbenaggine musicale. Forse, o soprattutto, perché fatti di suoni che hai già in testa da un po’: quelli degli album precedenti, e degli album dei loro emulatori. Come una promessa che non riesce a trovare completamento, i Mesh restano in bilico tra electro e pop, virando sempre più volentieri verso suoni più commerciali ed orecchiabili, tanto per accaparrarsi una fetta di mercato più ampio (scelta neanche più di tanto discutibile dopo che giganti musicali dell’elettronica come gli Apoptygma si sono venduti perfino al mondo della pubblicità televisiva). La miscela tocca a volte episodi imbarazzanti, anche testuali, come in 'This is what you wanted' o 'Step by step', mentre alcune tracce che vorrebbero essere delle ballads strappalacrime strappano solo qualche sbadiglio (vedi 'Room with a view'). Facili motivetti musicali quasi anni ’80 ('My hands are tied') compattano il tutto ai pezzi più trainanti e validi ('Crash', 'Open up the round'..), ancora in un riconoscibile stile Mesh, per quanto scontato.
-|-|-» Se la musica e i suoi prodotti avessero una stagione, potremmo dire che questo è un fresco album estivo (Ah, l’estate! Quanti danni!) che rischia facilmente di essere dimenticato sotto una pila di prodotti simili, senza anima e senza mordente.

- RESURRECTION EVE / ASCENSION -

Viene dall’Australia questa band Electro – Goth che trova recensione per la prima volta in Dside con il suo terzo CD ‘Ascension’, seppur ben sia di nostra conoscenza la casa discografica con cui si presentano, dodici brani per la Endless Records. L’artwork non sarà sicuramente acclamato, quindi passiamo direttamente alla musica: si parte con una splendida ‘Through The Darkness’ dove il ripetuto testo ‘I’ll guide you, through this darkness...to the light’, è compensato largamente dalla melodiosa voce di Jordan Robbins, la quale si sposa perfettamente con le sonorità synthpop che ritroviamo anche nel secondo brano ‘Wine’. Ancora una volta sarete rapiti dall’interpretazione di Jordan e dalle sue doti... qualità che raramente si trovano in band del genere. Dopo questi primi due assaggi (ottimali per un dancefloor melodico) cominciamo la discesa tra riflessi più oscuri, passando per la bella e disperata ‘Save Me’ lungo ‘Love’, ‘Embrace’, ‘Ascension’ e sviando brevemente verso ‘Death’: brano strumentalmente secco della durata di un minuto. ll viaggio purtroppo dopo un ottimo inizio va scemando, a parte per l’improvvisa ‘Hope’, dove un piano spalanca le porte ad una magistrale orchestra, e nuovamente si riesce a tornare in carreggiata per ben sette minuti.
-|-|-» E’ chiaro che la voce del Sig. Robbins insieme alle due o tre ‘hit’ portino questo CD ad essere soddisfacente, ma non nascondo che un paio di brani li stavo quasi per saltare...

- KRIEGSFALL / U -

La Cold Spring gioca la carta degli 'eccellenti' sconosciuti e fa uscire questo progetto ungherese di industrial-folk cupo e minimale. 'U.' è già disponibile da circa un anno nel catalogo dell'etichetta inglese, ma solo ora riesco a scriverne e senza troppo dispiacermene devo confessarvi. Infatti non è sicuramente la 'chicca' ingiustamente rimasta nascosta troppo a lungo sotto la pila polverosa dei cd da recensire, ne tantomeno possiede i requisiti per diventare un ascolto da scoprire a più riprese, ma molto più semplicemente mi trovo di fronte ad uno dei tanti -troppi- cd dal suono turato, blindato in clichè già sviscerati altrove, a tratti sottofondistico, capace di esprimere una propria personalità solo in alcuni, sporadici passaggi, come nel caso di 'the great man II. - realisation', unica traccia in cui il ritmo neuronale si fa più spinto, intenso, e finalmente sentiamo echeggiare il passo dell'oca tra macerie fumanti e pozze di pioggia acida.
-|-|-» Un'opera prima è sempre un esame difficile, un'inizio e mai un traguardo. Il seme è stato gettato, la piantina è cresciuta non troppo vigorosa, attendiamo che l'albero produca non più frutti acerbi, altrimenti avvizzisca senza agonia.

- THE SOIL BLEEDS BLACK / MIRROR OF THE MIDDLE AGES -

L'ascolto di questo album ha suscitato in me un sentimento di sconforto misto ad indignazione, sconforto perchè le 12 tracce che lo compongono non hanno benchè minimamente stuzzicato il mio orecchio di recensore nemmeno per un istante, indignazione perchè questo cd di musica medievale, ideato e realizzato anche non troppo bene a mio giudizio, fa suo un approccio alle sonorità medievali intese più nella loro accezione storico/folkloristica e non fantastico/romantica.
Le percussioni sono latitanti mentre troviamo onnipresenti un flauto ed una chitarrina tristerelli e monocorde. Le voci non sono carismatiche, non hanno la teatralità e la cantilenalità sufficienti a trasmettere personalità ad una musica che ha fatto ridere e piangere per secoli. Quando ascolto un cd di musica 'medievale'",o che si definisce tale, devo vedere spalancarsi il cielo della mia stanza e scorgere all'orizzonte schiere di stendardi gonfi nel vento polveroso, non sbronzi e grassi contadini che tastano culi nelle osterie; devo spiare dame che in chiostri segreti cercano la mandragora, non immaginarmi bucolici quadretti con contadinelle di bianco vestite.
-|-|-» Essendo una produzione americana, da quelle parti il cd può avere un proprio valore esotico/pedagogico trattandosi di un bagaglio musicale distanti anni luce. Per il resto, qualsiasi etichetta gli si possa affibiare: ethereal o medieval, neo-classical o neo-folk, o tutte quante assieme, molto meglio spendere altrove i propri risparmi, per esempio acquistando un cd di Branduardi.

- DAWN DESIREE' / DANCING, DREAMING, LONGING... -

Dopo la cattiva sorpresa del cd dei The Soil Bleeds Black, eccomi qui a recensire un altro parto della statunitense Fossil Dungeon. 'Dancing, Dreaming, Longing..' risale a due anni fa ed è un solo project della bella Dawn Desireé appunto. Otto il numero dei brani, quaranta minuti circa la durata, la voce c'è, il resto manca. Manca soprattutto la concretezza ed il coraggio di 'proporre', ed il sospetto è che tale lacuna più che dalla mancanza di idee o chiarezza delle stesse, sia da implicare ad una certa ruffianeria di fondo studiata a tavolino e dettata da scopi meramente commerciali. Mi spiego meglio: ascoltate questo disco e vi troverete sicuramente un pezzo ethereal, un altro classicheggiante, uno elettronico a 120 bpm per i dancer più tosti, un'altro elettronico a 100 bpm per quelli più mosci, nonchè gorgheggi vari nella migliore tradizione DCD. La carta della eterogeneità e del crossover tra stili, se giocata con intelligenza talvolta può arricchire un lavoro e divertire l'ascoltatore con il suo caleidoscopio sonoro, tal'altra può generare confusione e far perdere interesse.
-|-|-» 'Dancing, Dreaming, Longing..' è un disco altalenante che non risparmia all'ascoltatore passaggi non totalmente mediocri, ma comunque anonimi, e sorprende con sprazi di luce inattesi. Easter egg del cd, l'inaspettata -perchè chiude il lavoro- e bellissima 'My Wings', forse perchè la Gerrard aleggia, o forse perchè solo qui troviamo la 'vera' Dawn Desireé.
Non bastano booklet ammiccanti per costruire una carriera che si ricordi. Ci vediamo alla prossima, Dawn.

- FALLING YOU / TOUCH -

Falling You è il progetto in versione digipak di John Michael Zorko in collaborazione con alcune dotte voci femminili come Dru Allen (This Ascension), Victoria Lloyd (Claire Voyant), Erica Mulkey e altre, per la Fossil Dungeon. Le atmosfere di 'Touch' (vincitore come miglior album vocale del 2005) ricordano quei disturbati sogni ad occhi aperti che si fanno d’estate nelle vaste lande isolate, quando il sole brucia le iridi, e anche socchiudendo le palpebre, l’astro di luce acceca ogni visuale trasportandoti per istanti senza tempo, in quello stadio intermedio tra veglia e sogno. Le eteree e superbe voci femminili spirano su magici panorami surreali per tutti quei lunghi istanti, di tanto in tanto le basi ambient sono colpite da interferenze meccaniche che ci ricordano l’esperimento di Zorko in atto. In ‘Moth and Flame (sadness of the witch)’ cogliamo la chiara presenza di strumentazioni etniche, violoncello e chitarra acustica che litigano per quelle interferenze di cui sopra, e durante tutti e 68 i minuti galleggianti, più volte possiamo saggiare rifacimenti etnici anche dalle tonalità vocali, contaminazioni dub, assoli e riverberi; malinconia, ombra, poesia e innocenza, come fossero ricordate da entità incorporee.
-|-|-» 'Touch' è un progetto ambizioso e attentamente eseguito da dover ascoltare in assoluta tranquillità per magari, approfittare per conoscere meglio se stessi, o almeno, dedicarsi un'po di tempo.

- SCREAMING FOR EMILY / SCRIPTURES -

Questa ristampa ci porta al lontano 1987 quando ormai il Goth lentamente iniziava progressivamente a sgretolarsi in Italia mentre negli USA seguitava ad avere un discreto seguito.
Gli Screaming For Emily si distinguono per un sound tipicamente eighties (e non potrebbe essere altrimenti visto il loro periodo storico...) adatto ai dancefloor pre-1990 ma non disdegnabile a tuttoggi. Le linee vocali sono convincenti e s' intrecciano col tipico incedere dalle matrici oscure nell' ottima 'The Love': facile immaginare che sia stato un discreto hit per i gotici della East Coast di un ventennio fa. Più ingenua 'Last Goodbye' col cantato a la Danse Society che resta un po' prigioniera di sonorità retro e old-style. '"From Your Heart è un altro episodio saliente e si distingue per un susseguirsi malinconico di melodie che vanta una pregevole caratterizzazione mentre l' epilogo sofferto di Just A Lie chiude una ristampa che ha un suo perchè vista la sua capacità di regalare uno sguardo sulla scena americana meno nota.
-|-|-» Una testimonianza di un goth sound ormai un po' dèmodè ma con qualche sua peculiarità

| DSide.it | Goth, EBM, Industrial, Neofolk.. in Italia - ©2000- 2010 all right reserved