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[ RECENSIONI / Review ]
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- LA MAMOYNIA / MONO EGO -
Ritornano i La Mamoynia, dopo l'omonimo debutto del 2004, con un nuovo lavoro intitolato 'Mono Ego' caratterizzato da un gradevolissimo equilibrio tra ruvidi moog ed altri synths analogici e bassi a corda, batterie volutamente lo-fi e un buon lavoro di engineering e registrazione. 'Mono Ego' è esplicitamente figlio dell'elettronica anni '80 ed in buona parte assimilabile al recente revival di quelle sonorità promosso da gruppi come Lali Puna, Ladytron, Freezepop... Ma i La Mamoynia non sono assolutamente un gruppo pop, anzi le canzoni di 'Mono Ego' vibrano mosse da dosi di sana energia post punk abbinata a delle interessanti e solide strutture darkwave con tracce di basso sovrapposte contemporaneamente che, qualcuno lo troverà strano, mi hanno ricordato i migliori New Order (quelli di Movement, per intenderci). Decadenza urbana, esplorazioni notturne in automobili su strade sopraelevate che si fanno strada tra i palazzi della periferia, muri macchiati da graffiti e freddi corridoi illuminati da luci al neon... sono questi gli scenari che 'Mono Ego' sembra suggerire. Citazione d'obbligo per i bellissimi arpeggi synth in 'Ich bin Niemand' e 'Ipocrisia'. Croce e delizia dei La Mamoynia è sicuramente la voce: un cantato molto particolare, assolutamente insolito per queste sonorità, sgraziato e grezzo, proclamante versi come slogan. Personalmente ritengo che possa anche funzionare in alcuni pezzi ma per un cd intero questa voce monocorde tende, forse anche per colpa di un mixaggio non impeccabile, ad annoiare.
-|-|-» E.. de gustibus non est disputandum.
»------------ English Version ------------«
After the self-titled debut in 2004, La Mamoynia is back with a new work called 'Mono Ego', built upon an interesting balance between moogs and other analogical synth sounds and electric basses, lo-fi drum machines and a good quality in terms of sound engineering and recording. 'Mono Ego' is a child of the 80s electronic scene, and it could be related to the recent 80s revival launched by such bands as Lali Puna, Ladytron, Freezepop... Yet La Mamoynia is all but a pop band, and the songs in 'Mono Ego' are rather moved by a vital post-punk energy and solid darkwave structures composed with the help of two electric basses which remind me, and someone may find it odd, of best New Order's days (Movement). Urban decadence, night car esplorations down suburban streets, cold corridors lightened by neon lights.. these are the landscapes 'Mono Ego' is suggesting. Special mention for the beautiful synth patterns in 'Ich bin Niemand' and 'Ipocrisia'. La Mamoynia is featuring a very pe culiar and unusual voice for this kind of music which the listener could either like or dislike completely. Rough and rude vocals singing/shouting verses like slogans. In my opinion this could work for some songs only but troughout all the record, such monotonous singing tends to bore me.
-|-|-» And
.. de gustibus non est disputandum. |
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- SEPTIMA LEGIO / SOTTO ALTA TENSIONE -
Esordio per i romani Septima Legio, con un lavoro che presumibilmente si proprone di celebrare la simbiosi Uomo-Macchina sotto la bandiera dell'elektrometal e, cito testualmente dal loro sito, d'iniziare una 'battaglia contro il predominio di standard informatici sempre piu' scadenti e massificati'. Il punto di partenza per questo tipo di ricerca musicale non possono essere altro che i Kraftwerk, assoluti precursori concettuali del genere: così i Septima Legio fanno ampio uso di suoni analogici, moogs e feeds per emulare in musica il linguaggio della macchina. Arpeggi di synths che scorrono freddi e veloci simili a meccanici passaggi di dati attraverso connessioni digitali, metafora di un uomo sempre più 'collegato' alla macchina al punto di non poterne più fare a meno e forse, in un futuro non troppo lontano già abbozzato da molti scrittori, di non riuscire più a distinguere se stesso da essa.. E, se non fosse ancora abbastanza, su questo tappeto di sinapsi di fibre ottiche dall'alto numero di BPM emerge una gelida voce umana costantemente filtrata al vocoder. A parte qualche sconfinamento in campo techno ('Reazione' e 'Solo rumore'), il finale epico-mistico con le percussioni marzial-elettroniche di L.O.K.I. sembra gettare un dubbio sull'identità dei ruoli: è il dio- macchina al quale si rivolge l'uomo-automa o è la macchina ormai umanizzata a tal punto da rivolgersi al suo (umano) creatore?
-|-|-» Un lavoro consigliato senz'altro ai cultori del genere. Per i miei gusti, invece, 40 minuti di vocoder e patterns musicali ripetitivi come il lingaggio informatico e sono decisamente troppi.
»------------ English Version ------------«
Debut cd for the Roman Septima Legio, a work that supposedly wants to celebrate the symbiosis between Man and Machine in the name of 'elektrometal' and, quoting directly their website, starting a 'battle against the dominion of the poor and massive informatic standards'. The musical starting point for such a project are obviously Kraftwerk, conceptual fathers of this genre. Septima Legio make wide use of moogs, analogical and feeding sounds in order to emulate the language of the machine. Fast and cold synths arpeggios as mechanical data transfers through digital connection, metaphor for a man getting closer and closer to the machine to the point at which he could not live without it or, as many fiction writers have already imagined, to the point that he can not even tell himself from it. And, if not enough, on the electrical texture of high BPM synapsis there is a cold human voice constantly filtered with Vocoder. The last song L.O.K.I., epic and mystical, has ekectro-martial percussion and casts a shadow on the role identities: is it the God-Machine that the Man is praying to or is it the Humanised Machine that is talking to its (human) creator?
-|-|-» A recommended work for who's really into this musical genre. To my tastes, 40 minutes of vocodered vocals and repetitive programmed musical patterns are too much. |
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- KEYNO YESNO SLONCE / demo -
KYS è il nome sotto cui pubblica un’ottimo musicista bulgaro di nome Veselin Mitov. Il CD in questione e un debutto prodotto dall’etichetta bulgara Corvus-Records contenente 5 tracce per un totale di circa 50 minuti. Nel sito potrete scaricare un mp3 di qualche minuto. Iniziamo con il dire che Veselin è un Ortodosso (come il 99% in Bulgaria), e che la sua musica credo possa essere descritta come 'mistico-rituale'. L’intero CD è suonato con strumenti tradizionali della cultura medio-orientale (sistri, campanacci, zampogne, percussioni, flauti di canna) e profondi cori di sapore liturgico-sacrale il tutto sostenuto da tenui bordoni di synth. Il CD in questione risente una fortissimamente della sacralità della 'Natura', nei suoni bucolici delle cornamusa bulgare, dei campanacci, di percussioni e di abbondanti campionamenti della pioggia e del vento dei monti Balcani. L’amore per la natura riflette una possente comunione con il trascendente, una religiosità e una spiritualità reale e vissuta, ben lontana da spiritualismi alla moda e da 'venti di dottrina' fatui e insulsi. Qui la sacra e millenaria religiosità ortodossa, con radici nella religiosità Ebraica, fa sentire tutta la sua possanza, la sua potenza la sua sacra verità. Il CD si apre con una lunga traccia di 20 minuti dove sul suono di un temporale vengono suonati dei campanacci. Su questi suoni si staglia un bordone cupo e ritualistico, si conclude la traccia con un vocalizzo lungo, malinconico e inquietante che si confonde con il richiamo di una zampogna. Segue nel brano successivo un lento incedere d’un coro sostenuto da percussioni e cornamuse bulgara. Il terzo brano è un lungo monologo di un flauto, (con una tromba turca? non so dire esattamente) che lascia il posto a un canto tradizionale. Il quarto episodio (un capolavoro) di 14 minuti e il più poderoso: un possente coro viene intervallato dallo stridere di corni e zampogne, accompagnato da percussioni tribali. L’ultima traccia e un solo di percussioni che svaniscono nel suono della pioggia. Fortemente sconsigliato agli idioti, ai modernisti e relativisti convinti, ai fan delle dottrine usa e getta. Per gli amanti della musica etnica ottimo. Ma se vi è mai capitato di volervi svegliare una mattina in un monastero ortodosso, posto al di sopra di un crepaccio e non essere raggiunti da nessuno e da nulla se non dal suono della natura e dello spirito…credo che questa musica possa essere di vero aiuto!
-|-|-» Comprate numerosi il CD (che si trova a prezzi molto bassi) senza remore!
»------------ English Version ------------«
KYSL is the name under the great Bulgarian musician Veselin Mitov produces his music. This debut CD, made up by 5 track for a total running of 50 minutes about, is produced by Corvus-Records, from the web-.site you can download a sampler of some minutes. Let’s start saying the Veselin is an orthodox and his music could be described as 'ritual-mystical'. The whole CD is played whit traditional instruments from Bulgaria and middle-oriental tradition (wooden flutes, bells, percussions, cymbals) and deep liturgical sacral choirs. A synth gloomy base always surrounds the atmosphere. The music feel the sacral presence of the Nature, in its bucolic Bulgarian bagpipes, cymbals, cow-bells and lots samplers of the rain and winds from the Balkan mountains. The Love for the Nature show the communion whit the transcendental element, a strong religiosity and a true deep spirituality quite far from the 'winds of new doctrines' and easy cheap spiritualism. Here the milliner orthodox religion, whit its root on Hebraism, shows all its power and holy truth. CD starts whit a long 20 minutes track where the sound of a storm open to the sound of cow-bells. A dark ritualistic synth base surrounds till the end where a chant comes in together whit bagpipe. Then follow a slow deep choir whit percussions and the omnipresent Bulgarian bagpipes. The third tracks is a monologue of a wooden flute mixed whit a traditional chant. The next track is a masterpiece: a mighty choir is interleaved whit screaming bagpipes above tribal percussions. The last track is a solo percussions which fades out into the sound of the rain. Highly Not recommended to idiots and modernism relativism stalkers. Highly recommended to lovers of ethnic music. But if you have ever dreamed to wake up in a monastery, high on the mountains, far from everyone and from every things, close only to the sound of the Nature and the Soul…I guess it could help you a lot!
-|-|-» Hurry up and buy this outstanding (also low-price) masterpiece! |
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- RUKKANOR
/ DEORA -
Ecco qui il secondo CD del progetto polacco Rukkanor (alias Robert Marciniak), titolato 'Deora' e prodotto dalla War Office Propaganda. Questo è un concept CD riguardante le diverse religioni, i 'credo', relative guerre che ne possono collateralmente scaturire, e il ruolo della religiosità nell’umanità.
Rukkanor non appartiene a nessuna religione, ma a modo suo è un uomo religioso. Sente fortemente il problema e la necessità della religione; si avvia così ad esplorare un tema molto complesso.
In breve questo è il contenuto concettuale del CD. Rukkanor è usualmente etichettato come military sinfonico industrial…mhhh forse sì…ma forse non proprio. Grazie a dio non è l’ennesimo progetto che picchia tamburi di latta urlando idiozie sulla seconda guerra mondiale, e giocando con simbologie anacronistiche e volutamente controverse (troppo spesso rubate e mal interpretate per somma ignoranza, dal nostro passato recente!). Anche la sua musica e’ lontana da questo clichè. Infatti la sua musica è più completa e complessa, aperta a molte incursioni sonore.
Alla base di ogni brano c’è un’interessante e complessa tessitura ritmica che mischia post-industrial con percussioni realmente suonate, a volte vicine alle tabla indiane, a volte arabe e mediterranee (strano per un uomo che viene dalla fredda Polonia). Un gradevole miscuglio di percussioni programmate al computer e percussioni 'etniche' realmente suonate.
Sopra questa piattaforma vengono costruite parti orchestrali, fitte di samplers, a volte imperiose, maestose e sempre eleganti. Un ottimo clarinetto ci viene offerto in due brani dove si mescola perfettamente all’affresco sonoro (Deliverance, Across the desert). Canti liturgici tratti dal codice Gregoriano si affacciano per costruire visioni misticheggianti (Hosanna in excelsis, Defenders of faith). Molte melodie di estrazione araba si mischiano alla musica e perfino alle sacre melodie Cristiane. Non sono in grado di dire se siano presenti anche melodie ebraiche , ma di sicuro Rukkanor usa le sue basi musicali (sapientemente costruite) per metter in mostra e confrontare le diverse testimonianze delle principali religioni. Un incontro tra Cristianità, Ebraismo, Islam e il rituale mantrico Indiano.
Nessuna presa di posizione in favore o contro alcuna fede, ma una lunga galleria delle credenze e di 'credo': dall’India al medio oriente fino alla Santa Cattolica e Apostolica Chiesa di Roma per ritornare e concludere questo viaggio, e anche il CD a Jerusalem (Versus Jerusalem quarene terram sanctam!è l’ultima traccia): sacra terra per ognuna delle tre religioni monoteistiche.
Chi vincerà? Non è dato sapere…qui abbiamo solo musica e personali riflessioni. Il CD è accompagnato da un elegante digi, contenente 9 brani per circa 55 min. di musica ritual, mistica, moderatamente post-industriale, esoterica e a suo modo con ingerenze 'etniche'.
Una delle più amabili produzioni del genere: carne fresca e nuovi orizzonti nella scena.
-|-|-» Fortemente raccomandato non solo per gli adepti ma per tutti coloro che cercano della buona musica indipendente e vera!
»------------ English Version ------------«
Here is the second full length CD by the polish act Rukkanor (alias Robert Marciniak), titled 'Deora' released by War Office Propaganda. This is a concept CD about religions, faith, struggles among believers the role of beliefs on mankind.
Rukkanor has no religious position: he’s no Catholic, no muslin, no Jewish, no into particular religion, but a religious man on his own. He feel the problem and the need of religion, so he tries to explore this complex side on his way.
Shortly this is the conceptual aspect of the CD. On a musical level we can talk more. Usually Rukkanor is labelled as a military symphonic act…mhhh maybe… thanks to God he’s not the millions beating tin drums act, screaming about WWII, using controversial symbols. He’s far from the cliché in his music too!
In fact Rukkanor ‘s sound is more complete, open to different influences and no ugly boring marches for 'the new iron golden Europe'.
All the tracks are marked by an interesting and complex beating, it mixes some post-industrial style whit a lot of ethnic percussions, sometime close to Indian tablas, sometimes closer to Arabic sounds quite Mediterranean (strange for a man from the cold Poland). A very enjoyable mix of electro (sometimes even dance) drum-machine and ethnic drums.
Above this percussions Rukkanor built orchestral soundtracks filled whit samplers, sometime powerful, sometime majestic always elegant. Then a marvellous clarinet offer us great melodies well mixed (Deliverance, Across the desert). Liturgical chants from the holy Gregorian often come to built religious mystical landscapes (Hosanna in excelsis, Defenders of faith). Lots of Arabian chants are added and mixed even whit holy Christian chants. I don’t know if there’s also some Jewish vocals, but of course Rukkanor use his musical bases to put into all the musical witness of the main religions. A meeting point for Christianity, Islam, Hebraism and Indian ritual mysticism. No any position against or in favour of any Faith, but a long show and mix of different beliefs and believes, form India, to middle Orient to Holy Catholic Roma to return and to end this imaginary journey and CD to Jerusalem (Versus Jerusalem quarene terram sanctam! Is the last track): the holy ground for the three monotheistic religions. Who will win??? No answer, only music and some personal reflections for everybody.. CD comes in a stern smart digipack, made up by 9 tracks for a total running of 55 minutes about.
Ritual, mystical, moderately post-industrial, esoteric and in some way ethnic music, one of the finest release from this scene, new horizons for the genre and fresh flesh.
-|-|-» Highly recommended not only to the fetish military stalkers, but also to who is lookin’ for good independent music! |
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- PHANTOM VISION / INSTINCT -
Il Portogallo sta sfornando interessantissimi prodotti per quanto il riguarda il gothic rock, se solo fosse più facile reperirli. Quasi che l’asse delle sonorità oscure si stesse spostando verso l’assolata Europa del sud, sempre più spesso il Gothic non parla più la germanica lingua, se non nei testi delle canzoni (a volte, neanche in quelli). I Phantom Vision, ormai un gruppo chiave, con ben quattro cd all’attivo e numeroso presenze su compilations varie, sono un gruppo giovane e carismatico, che mastica perfettamente la vecchia lezione storica con quella moderna elettronica che ammicca alle dancefloor. Il loro ultimo lavoro è molto maturo e orecchiabile, meno tradizionale rispetto ai bellissimi 'Calling the fiends' e 'Traces of solitude', che pure presentavano tracce decisamente elettroniche. La parte strumentale, sempre preponderante rispetto al cantato, offre un pattern martellante, che entra in testa al primo ascolto, mentre i vocals di Pedro Morcego riecheggiano ora le più oscure voci dell’oltretomba canoro, ora fanno il verso al punk. Lo spettro dell’ aureo periodo musicale a noi così caro è affrontato a 360° con molto equilibrio, e alcune tracce si lasciano andare a veloci, interessanti incursioni negli anni ’80 più 'vivaci' (la splendida 'A living object' su tutte, ma anche la intensa 'Sea of tranquillity') mentre 'Everest', pur senza scadere nel futile, costituisce il pezzo electro-dance per eccellenza, un ritmo battente e un tappeto sonoro che invita solo a muoversi, muoversi, muoversi. Bagno al largo tra i padri del gothic con tracce come 'Time is the master', 'Until Heaven sleeps again' o 'Rest in pieces', tanto per citare alcuni tra i pezzi più significativi, mentre in 'Something (in your eyes)' si toccano anche accenni di folk.
Il titolo 'Instinct' si rivela a questo punto molto significativo: non solo un ritorno per istinto ad un genere che sembrava morto e sepolto, ma l’istinto e la passione di suonare e confrontarsi col passato e col presente. Si sente ancora molto amore in quello che i Phantom Vision suonano e realizzano. Non c’è che da sperare che il fuoco bruci ancora così per molto tempo ancora.
-|-|-» Piccola curiosità: tutti i lavori dei Phantom Vision si aprono con una brevissima traccia rumorosa inframmezzata da suoni distorti, echi e frastuoni. Quella che apre questo cd, dall’emblematico titolo 'Whistle in the mental Institute' è semplicemente agghiacciante. Buon ascolto, dunque! |
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- GARDEN OF DELIGHT / LUTHERION V02 -
Lavoro sinceramente spiazzante per la sua ripetitiva banalità, questo ultimo lavoro dei G.O.D. che fingono di essere i Lutherion, ma che alla fine sono la stessa persona, nelle vesti di Artaud Seth, e suonano perfino la stessa musica, almeno nelle premesse. Perché questa mascherata? Probabilmente per creare notizia su una separazione artistica tra i membri dei G.O.D. senza volersi staccare del tutto da un nome che ormai è un marchio di fabbrica.
In questo secondo volume della saga Lutherion si fronteggia troppo apertamente il fantasma di quel genere ibrido e promiscuo che è il gothic metal, senza avere il coraggio di svoltare. Chitarre pesanti ma noiose, una voce che, troppo sopra le righe rispetto al solito mellifluo e inquietante cantato goth, risulta spesso fastidiosa un inadatta, il tutto a volte mescolato perfino ad un poco appropriato tappeto elettronico. Viene da chiedersi dove siano finiti gli interessanti G.O.D di 'Apocryphal', ma soprattutto perché si perseguano così tante idee senza svilupparne appieno una. La prima traccia 'From heresy' sembra una versione di 'Walk away' dei Sisters of Mercy ripasticciata in chiave metal, mentre 'Play Dead' vorrebbe essere la hit da dancefloor dell’album. Con 'Runchild' e 'Vast' si ritorna finalmente alla vecchia fonte di ispirazione, con ricordi vagamente nephiliani, e, nonostante la poche originalità, se non altro si ha qualcosa di apprezzabile da ascoltare. La lunghissima (ben 11 minuti) 'Saturation' è un pezzo rumoristico, prevalentemente strumentale, che sarebbe ottimo come colonna sonora di un film satanico, ma è stata la seguente 'Lux Occulta' ad essere stata scelta per una soundtrack, per l’esattezza quella del thriller 'Saw II': nel complesso, comunque due brani abbastanza scontati. Trascurabili anche i 3 remix di 'Play dead' che seguono in coda. Se siete invece fan del gruppo, potrebbe avere senso per voi acquistare la limited edition di questo cd per godervi il bonus con il concerto di Valencia del 30 luglio 2005.
-|-|-» Sebbene questo non basti a salvare in toto la qualità di un cd, almeno l’artwork è curatissimo e di altissimo livello, sia come immagini che come packaging. Peccato per tutto il resto. Ma d’altra parte pare che a casa dei G.O.D., in Germania, questi 'fritti misti' siano molto apprezzati, e ottengano meravigliose recensioni. Amen. |
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- BLUTENGEL / LIVE LINES DVD -
Strano (ma non più di tanto) l'incremento di popolarità che i Blutengel hanno raggiunto con il passare del tempo. All'antitesti del dark nella musica (un tecno-pop commerciale dalle melodie facili facili) e nei contenuti, con testi imbarazzanti, banali e ripetitivi sino alla noia (impresa ardua trovare una loro canzone nella quale non compaiano le parole 'blood' e 'die'), il gruppo si è comunque costruito con il tempo un seguito di adepti sempre più vasto grazie soprattutto all'abuso degli stereotipi iconografici goth banali (abuso di sangue finto, pose vampiresche ed erotiche) soprattutto in Germania, al punto da essere ormai presenza fissa ai festival e nelle scalette dei dj elettrodark. Fedeli alle strategie di marketing, anche i Blutengel realizzano il loro primo DVD, fedele resoconto del Demon Kiss tour del 2005.
E lo show documentato da Livelines è assolutamente fedele al 'progetto' Blutengel. Se la loro musica non spicca certo per originalità e contenuti, il loro 'live show' (se di live si può parlare) non brilla certo nè per le modeste doti vocali di Chris Pohl e compagne (che la dimensione live mortifica ulteriormente), nè per la loro presenza scenica. Sul palco non ci sono musicisti, ma si canta su basi preregistrate, senza sforzarsi neppure più di tanto di agitarsi al ritmo della musica. Pohl assume pose che rimandano ad un'improbabile vampiro di Murnau, le due donzelle ammiccano continuamente alla telecamera. Quest'immobilità è probabilmente funzionale allo scenario para-musicale, visto che l'attenzione del pubblico è distratta dalla saturazione di kitsch presente sul palco: una croce funeraria celtica, candele ovunque, l'asta reggimicrofono a forma (ovviamente) di croce - ma stranamente non capovolta - un finto cancello in ferro battuto, comparsanti che mettono in scena esilaranti performance nel segno dell'ovvio binomio eros e thanatos, amore e morte. Pseudomodelle in bikini che grondano di sangue finto, scenette di bdsm e fetish, un inquietante e kubrikiano monaco mascherato che sembra stato preso in prestito direttamente dalla casa delle orge di Eyes Wide Shut. Ma va detto che tutto questo funziona terribilmente, l'impianto luci è di prim'ordine e, nonostante la cassa della batteria batta spedita in 4/4 per quasi tutto il concerto, il pubblico, ipnotizzato da tutti questo, assiste immobile al rituale accennando solo qualche battito di mani nei pezzi più 'tirati'. Perchè i Chris Pohl è un ottimo manager, e sa benissimo cosa vuole il suo pubblico.
-|-|-» Un prodotto ovviamente ben fatto, consigliato a chiunque non abbia potuto assistere ai loro recenti concerti sulla nostra penisola, a chi frequenta regolarmente i siti di 'gothic models' e, soprattutto, a chi non ha ancora capito cosa sia esattamente la musica dark: Livelines dovrebbe definitivamente chiarirvi le idee. Ricco il paniere degli extra: 40 minuti di backstage, videoclips e trailers vari. |
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- VITALY / THE DARKEST LOVE -
'Vitaly' è un progetto solista di Tommaso Vitali, già membro della power metal band fiorentina Seven Gates. Tutti i 4 brani del mcd 'The Darkest Love' sono stati da lui scritti e composti, con la partecipazione di Stefano Senesi come cantante. L'intenzione di Vitaly (leggo dal sito ufficiale) è di abbandonare temporaneamente le sonorità metal per esplorare territori più romantici e 'dark' (sic). Intento nobile, forse, peccato che a Vitaly manchi probabilmente un vero e proprio background musicale 'dark', e quindi non basti confezionare una bella copertina oscura con posa melanconica e rosa rossa ed intitolare canzoni in modo stereotipatamente 'dark' come 'The Darkest love', 'Church of Solitude' o 'In Blood we trust' e infarcire i testi di clichè vampireschi o necrofili per fare musica dark. Intendiamoci, il mcd è suonato e registrato davvero bene, Vitali si rivela ottimo polistrumentista e Senesi canta benissimo, ma il risultato è un rock energico (o un pop metal, se preferite) simile a tutto quello che oggi viene chiamato dark ma che dark non è: 69 Eyes, Him e compagnia bella o, se si vuole per forza restare in ambito dark, i Sisters più infelici, ossia quelli di 'VIsion Thing'. Le sonorità pesanti ed gli assoli delle chitarre sono dichiaratemente intrisi di metal, e le melodie sono decisamente troppo scontate. E fa un po' sorridere il 'mettere le mani avani' del gruppo sul proprio sito: 'voi che vi definite intenditori di musica, moderni, supermodernissimi, cercate di non giudicare un prodotto solo per il fatto che è simile ad un altro, ma per la sua sostanza, se è suonato bene o male: l’unica cosa che conta.'
Sull'ultima asserzione sono pienamente d'accordo, sul giudicare un prodotto in base ad eventuali somiglianze o etichette un po' meno.
-|-|-» Del resto, se si deve parlare solo di musica senza riferisi a nient'altro, che bisogno c'era, poche righe dopo, di specificare che 'il nuovo materiale è veramente dark oriented, consigliatissimo a tutte le gothic girls' ?!? Un tentativo (dark) mancato, e tuttavia un disco (di tutt'altro genere) ben realizzato. |
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- INTERIOR DEUS / demo -
Demo di debutto per gli Interior Deus, band romana formata dall'ex Simon Dreams in Violet Luigi Lai alla chitarra, Daniele De Angelis (già con i 17RE, tribute band italiana dei Litfiba) alla voce, e Daniele Briamonte al basso.
L'iniziale '(Waiting for) the night' è un viaggo a ritroso negli anni 80 a me più cari, con un intreccio di chitarra liquida e basso flangerato degno del periodo migliore degli And Also The Trees, mentre una drum machine minimale riporta alla mente i Cure di 'Seventeen Seconds' sulla quale si appoggia il cantato, un po' grezzo e migliorabile. 'Sunrise (in her black dress)' vira invece marcatamente verso territori più batcave e bauhausiani, le ritmiche si fanno serrate e le chitarre aggressive. Meno felice invece 'Luxuria', che dopo un bell'arpeggio di chitarra iniziale degenera nel gothic-kitsch, culminante nel ritornello del gridolino in falsetto 'luxuria' che forse solo qualcuno con il carisma di Marc Almond potrebbe permettersi di proporre. Peccato, perchè il lavoro in sottofondo di Luigi Lai alle chitarre è sempre piacevole ed interessante. Chiude il demo 'Live and die', che riprende la strada di 'Sunrise'.
-|-|-» Un esordio comunque promettente, con una migliore produzione ed una minor approssimazione delle parti vocali (magari evitando o riducendo gridolini isterici in falsetto) potrebbero riservarci ottime soprese in futuro. |

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- INFIERI/ Looking for the key + Moments of eternity demo -
Doppio mini demo-cd per Infieri, trio attivo dal 2001 composto da Andrea Tomasich (voce e programmazione), Libero Volpe (synths e programmazione) e Fausto Leonetti (basso e tastiere). In 'Looking for the key' il gruppo mostra tutto il suo amore per l'elettronica degli anni '80 senza tuttavia indugiare troppo nel 'già sentito' ed in soluzioni troppo banali ma rivisitando il tutto con sonorità assolutamente contemporanee. Linee di basso che viaggiano spedite e delicati tappeti di synths fanno da supporto ad atmosphere malinconiche che piaceranno a chi ama i Clan of Xymox più elettronici, i Depeche meno solari o anche i Frozen Autumn. Il brano 'The Key' mi ha portato alla mente i Camouflage migliori, quelli di 'Love is a shield' (o, per i pochi che li ricorderanno, i Silence Gift) mentre i ritmi si fanno più oscuri e serrati negli accordi in tono minore della successiva 'Eclissi'. Chiude il demo la strumentale 'Goodbye', che si addentra timidamente in territori ambient-elettronici. Sarebbe tuttavia riduttivo descrivere gli Infieri solo paragonandoli ad altri gruppi; il loro merito è di dosare nella giusta misura il freddo e la precisione dell'elettronica con romantiche e malinconiche atmosfere darkwave, evitando così di cadere, sin dal primo ascolto, nel frequentatissimo girone dei synthpop-cloni. Leggermente diverse, e meno convincenti, le atmosfere di 'Moments of eternity', con tre brani strumentali non proprio memorabili: l'iniziale 'Your Angelic Steps', che forse ambisce a scenari neoclassici, è una marziale ed epica cavalcata che ricorda lontanamente i Von Thronstahl; 'Through the immortal wind' è un momento molto etereo e delicato, ma anche alquanto sdolcinato e soporifero. Meglio la conclusiva 'Victory Flags', che ripropone le atmosfere malinconiche ed elettroniche di 'Looking for the key'.
-|-|-» Un gruppo dalle ottime potenzialità e da seguire da vicino, a partire dal loro full cd appena uscito e chiamato 'Stolen sky', che speriamo di poter recensire presto su queste stesse pagine! |
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- EREBUS / SON OF CHAOS AND NIGHT -
Erebus è un progetto dark-ambient di Vanni Fabbri, dove percussioni metalliche cadono lente e cadenzate come pesanti gocce d'acqua in una stanza vuota, rimbombanti nell'eco del silenzioso buio di 'what if i become a spectre?'. La metafora liquida non è casuale, visto che in quasi tutti i brani si fa riferimento all'acqua, sia come monotono ed allucinante sgocciolamento notturno e ciclico incedere ('It is snowing on my lava'), che come gelida cristallizzazione del presente nell'eterno ('Wall of ice'). L'acqua viene così idealmente trasformata da pura fonte di vita ad elemento sporco, inquinato ed inquinante il pensiero, un lento fluire di oggetti/ricordi strani, di rifiuti e di astratte presenze ambigue. A questi momenti evocativi e meditativi fanno da contrappeso brevi episodi decisamente noise, spesso una sola nota distorta che si prolunga ossessivamente per qualche minuto.
-|-|-» Un soffocante e lento incubo sonoro nei meandri più oscuri della musica (e della coscienza) o, a seconda dei gusti, 25 minuti di noia assoluta. In ogni caso, da ascoltare di sera e con i titoli dei brani sotto mano. |
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- CANAAN
/ THE UNSAID WORDS
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A tre anni dall'uscita del meraviglioso 'A Calling to Weakness', l'attesa d'ascoltare il nuovo lavoro di Mauro Berchi e compagni era davvero tanta, così come le aspettative. E se il precedente lavoro era uno splendido grido di dolore, 'The Unsaid Words' è il disco della maturità o, secondo le parole di Mauro, un canto di consapevolezza della propria condizione sofferente di 'straniero': nel proprio corpo, nella propria vita, nel mondo intero. 'The Unsaid Words' prende forma proprio là dove 'ACW' terminava, è ideale continuazione di quel 'This world is not my home' cantato in 'Frequency Omega'. Un non sentirsi a casa propria, come scriveva Heidegger in 'Essere e Tempo', che dev'essere concepito come 'il fenomeno originario'; non una semplice fase di spaesamento, quindi, ma un radicamento indissolubile in questa alterità. E solamente attraverso l'autoinganno questo spaesamento si risolve nel ritrovamento di una condizione apparentemente rasserenante e tranquillizzante. Ma dietro questo velo di apparenza, oltre questa maschera, gli occhi in realtà non vedono e le bocche non parlano. Le parole non dette, appunto. Una consapevolezza che si traduce in musica mediante il procedimento di sottrazione: tutto quello che non è necessario è stato eliminato e gli spazi vuoti assumono un significato fondamentale: le chitarre spesso si muovono su partiture minimali, la voce di Mauro 'canta' come mai non aveva fatto prima, le tastiere giovano di una produzione decisamente migliore del disco precedente; la musica, ormai definitivamente libera da alcune sonorità di derivazione doom/metal che avevano caratterizzato gli esordi del gruppo, procede sugli splendidi percorsi darkwave maturati in 'A Calling to Weakness'. L'inizio di 'This World of Mine', spalanca epicamente le porte del proprio inferno esistenziale, un mondo personale solo in apparenza 'meraviglioso', perchè basta poco per portare alla luce incubi, dolore e demoni latenti che gridano e graffiano dal profondo, nel quotidiano. Le chitarre sono pesanti, c'è poco spazio per il fraseggio e sono gli accordi pieni a strutturare la canzone. La consapevolezza si fa amara nella successiva 'The Possible Nowheres', un'amara confessione tra deliziosi intrecci di chitarre e tastiere, un momento di consapevolezza al termine di una notte insonne dove Mauro canta 'Tutto quello che inizia ha una fine da qualche parte/tutto quello che finisce è iniziato, da qualche parte': la felicità è destinata irrimediabilmente a finire e, seguendo la logica, anche il dolore. Eppure questo non provoca nessun conforto, ed alla fine della notte, nonostante le soluzioni possibili sembrino molte, in verità ogni luogo è 'nessun luogo'. 'Niente', 'mai', ed 'in n essun luogo' erano appunto le sentenze scolpite in 'ACW' che ritornano, ossessivamente, anche in 'The Unsaid Words; ecco, nere come la pece, scorrere 'Never again' e la conclusiva 'Nothing left (to share)'. Mai e nulla, appunto. Ma è in 'Senza una risposta', magistralmente affidata all'intepretazione di Gianni Predetti dei Colloquio che il disco raggiunge probabilmente il suo apice espressivo; un vagabondare senza metà tra una realtà sfuggente, invisibile, perennemente in ritardo, trattenuti dal passato, dal radicamento nel proprio spaesamento: essere nel cuore di nessuno o tra le braccia di qualcuno assume allora lo stesso significato, i sentimenti e le azioni non coincidono mai, il presente è sempre lontano, ed anche quando ci si illude di aver trovato il proprio posto ecco che 'la vita morde forte alle spalle/e quando sorride fa soltanto del male/Inganna, confonde, poi ti mente/accarezza poi disprezza/cancella tutto quando vuole/senza darti una risposta/senza darti un'altra volta'. Seguono una dopo l'altra altre superbe ballate come la triste 'Fragile', basata sul contrasto tra statuaria immobilità della propria condizione sofferente attraverso la negazione di qualsiasi desiderio (e dunque l'apparente assenza di dolore) ed il continuo frangersi di questo fragile equilibrio raggiunto. Splendidi passaggi in minore sottolineano ancora una volta la propria estraneità (d)alla vita: 'Fragile/immobile/in una gelida notte/non sento nulla/mentre trattengo il respiro e vedo la mia vita distrutta e ridotta in cenere (...) una vita che non capisco più'. Oppure 'In a never fading illusion', altro lento manifesto, o forse epitaffio, d'alienazione e alterità: 'Il mondo è immobile davanti a me ma non riesco a toccarlo/il mondo lampeggia davanti ai miei occhi nudi/ma non riesco a vederlo/il mondo ha il rumore assordante di un vetro che si rompe/ma non riesco a sentirlo/il mondo mi danza attorno/ma non riesco a muovermi'. Commuovente sino alle lacrime, preambolo dai remoti vissuti Pink Floydiani prima del finale nichilista: non importa dove io sia, cosa io sia diventato; non importa. 'Il rimpianto' è di nuovo affidata alla voce di Gianni Pedretti, ideale continuo, per tematiche e suoni, di 'Essere Nulla' da 'A Calling to Weakness': eppure ancora una volta il dolore e le lacrime del passato ('Chi vuol morire lentamente?') sono sublimati all'esterno, nei freddi occhi di un osservatore esterno. Davanti allo specchio ci siamo sempre noi ma, come teorizzato da Lacan, la nostra immagine è assalita dal nostro stesso sguardo sino a frantumarsi, a diventare estranea a noi stessi, a spalancare le porte dell'angoscia: 'Mi guardo, straniero e distante/un unico momento immaginando il niente/rido di me e dei miei desideri/rinchiusi in una gabbia affollata di ieri'. La title-track è paradossalmente uno dei momenti più energici di tutto il disco: introdotta da un delicato arpeggio di chitarra e da cori monastici in sottofondo si sviluppa attraverso alcuni cambiamenti di ritmo sino all'epico finale in cui un ultimo grido viene rivolto verso l'esterno: 'dicono che ci sia posto per ogni cosa/che ci sia tempo per ogni cosa/che ci sia un bisogno per ogni cosa/e allora dimmi dov'è il mio/perchè tutto quello che io sento/è l'assordante silenzio delle parole che un tempo avevano un suono/le uniche parole che un tempo avevano un significato'. Di nuovo siamo riportati ad Heidegger, all'angoscia che ci soffoca la parola. 'Poichè l'ente nella sua totalità si dilegua e poichè così proprio il niente ci assale, tace al suo cospetto ogni tentativo di dire 'è'. (...) La voce silenziosa dell'angoscia ci prende nello sgomento dell'abisso: nello spalancarsi gratuito della presenza, nel suo farcisi incontro senza possibilità d'appigli, al di fuori di ogni schema casuale, nella sua inspiegabilità e indeducibilità'. Le parole mai dette, le parole mai trovate, le parole perdute in noi stessi o semplicemente le parole mai esistite? La risposta non ci è data. Il risultato è sempre lo stesso, e tuttavia non ha nessuna importanza. Quello che rimane è un uomo alienato, distante anni luce da se stesso e dalla sua vita: non a caso, sul retro del cd viene ritratto, in una stanza vuota dalla prospettiva allucinata, un uomo senza volto che sembra uscito da un dipinto di Francis Bacon, il pittore dell'alterità, del dissolvimento dell'identità.
-|-|-» Dopo 'Closer' dei Joy Division e 'Pornography' dei Cure i Canaan hanno dato forma ad un nuovo capolavoro esistenziale. Un disco necessario, doloroso, che obbliga l'ascoltatore ad un pericoloso faccia a faccia con se stesso. Musica e parole provenienti direttamente da quel binomio, cuore ed anima, che dovrebbe essere sempre all'origine di qualsiasi tipo di espressione musicale. Il dark non è affatto morto, ci vorrebbero solamente più dischi come questo a ricordarlo. |
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