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» THE MISSION
La Missione Infinita

alexander nox @ dside.itDopo i concerti italiani dei Mission, di cui si possono leggere le impressioni personali della band nel loro diario, riprendo a freddo l’argomento tra le mani, senza lasciarmi sfuggire il calore dell’evento. Parlo del concerto del Velvet, a cui ero presente, per cercare di ricreare in base alla playing-list, non solo la storia della band (una band che non è ‘quella degli ex-sisters' ma una band che ha creato il suono del gothic rock degli 80 e anche dei 90, e che, fortunatamente, continua a stupirci sempre con ottime prove) ma anche il senso della loro musica e le emozioni che la loro musica da anni ci dona.

Beyond the Pale
Così si apre Children, il secondo album ufficiale dei Mission (considerando il precedente God’s Own Medicine il primo, mentre The First Chapter semplice e splendida raccolta dei primi singoli), anno 1988, un disco prodotto dall’oscuro John Paul Jones (ovvero il bassista-tastierista dei Led Zeppelin, che negli anni successivi vedrà collaborazioni ancora più cupe, tra cui quella con Diamanda Galas). Qui JPJ, oltre a produrre l’album, suona anche le tastiere e si diletta, assieme a Wayne, ad arrangiarne i pezzi. Per certi versi il tocco zeppeliano si sente maggiormente in Tower of Strength, la Kashmir del gothic-rock, ma la mano di JPJ si percepisce un po’ dappertutto.
Beyond the Pale, i cui versi “Cold still waters running deep / Pale before the eyes / Ravaged / By the hands that feed / Thunder clouds the skies / Drifting with the tide / Floating with the stream / The howling winds have gathered strength / From a whisper to a scream / Sell me down the river / And out to sea / Cast me adrift and set me to sail / Just on last kiss before raising hell / Beyond the pale”, sottolineava quella condizione a metà tra misticismo e anticonformismo che regnava tra i missionari dell’epoca. Una voglia di urlare al mondo che ‘esistiamo anche noi, diversi, carichi di cerone, visionari’. Un brano che ti spinge ad allargare le braccia per accogliere tutta l’energia che i suoi versi e le sue note sprigionano.

Evangeline
Apre AurA, 2001, ed è anche il primo singolo estratto dall’album. All’epoca di Children la band aveva altri membri. In quasi 20 anni la band ha subito diversi cambi di formazione. Diciamo allora chi sono stati e sono ora i Mission. Inizialmente membri fondatori erano Wayne Hussey (voce e chitarra) e Craig Adams (basso), entrambi ex-Sisters of Mercy, cui si aggiunse Mick Brown (batteria, ex-Red Lorry Yellow Lorry), loro amico di Leeds, e dopo diversi provini per trovare il chitarrista, Simon Hinkler. Questa formazione copre gli anni 1986-1990. Dal 1990 al 1992 la formazione si riduce ad un trio, per la dipartita di Hinkler (che si getta in sfortunati esperimenti solisti negli Stati Uniti). Ma poco dopo l’uscita di Masque (1992), la band perde anche Adams (che confluisce nei Cult) e diventa un duo costretto a cercare nuovi membri con un annuncio sul Melody Maker. Nel 1993 i Mission rinnovano la formazione: i nuovi musicisti sono Mark Gemini-Thwaite (chitarra, ex-Spear of Destiny), Rick Carter (tastiere, ex-Pendragon) ed Andy Cousin (basso, ex-All About Eve). Questa formazione arriva fino allo scioglimento del 1996. La band si riforma nel 1999: la ‘resurrezione’ vede il fedele Mark Thwaite (nel frattempo chitarrista tournista con Tricky) assieme nuovamente a Craig Adams al basso, che dai Cult ha portato con sé il batterista Scott Garrett (tra l’altro anche nel progetto Colorsound che vede alla voce Mike Peters degli Alarm, al basso Craig Adams, alla chitarra Billy Duffy dei Cult). Questa formazione arriva fino al 2001: Mark Thwaite decide di abbandonare la band, e viene sostituito da Rob Holliday (ex-Curve, che partecipa anche al progetto 'Sulpher', collabora con Gary Numan e ultimamente impegnato in tour con i Prodigy: al momento infatti per il tour 2005 i Mission hanno ripreso il solito Mark Thwaite, che nel frattempo aveva fatto un breve tour col solista Peter Murphy). Alla fine del 2002 anche Adams decide di lasciare la band, per unirsi ai riformati Alarm di Mike Peters. Al suo posto viene assunto il tournista Ritchie Vernon, che entrerà a far parte stabile della band nel 2003, anno che vede la dipartita di Garrett e alle pelli il nuovo acquisto Steve Spring. Questa è la quarta ed ultima formazione dei Mission, se si esclude l’addio momentaneo (?) di Rob Holliday.
Evangeline è un brano che dovrebbe quindi mostrare tutto questo percorso musicale, tutto questo movimenti di uomini e di idee, mentre invece ricalca sonorità alla First and Last and Always. Un bel pezzo, sicuramente, ma che, se non fosse per la rivisitazione in chiave rock, potrebbe sembrare qualcosa di già troppe volte sentito: ricordiamo bands come i primi Rosetta Stone, The Prophetess o Funhouse, che rifacevano il verso ai Mission e ai Sisters. Wayne rifà il verso a sé stesso. E non gli dispiace affatto. Anzi, vuole seguire la scia del Bondage & Discipline, forse perché ha scoperto che nel frattempo il gothic (e con il gothic lui stesso) è cambiato e si è estremizzato: “Evangeline, Evangeline / Kiss the spike of a Louis fifteen / Evangeline, Evangeline / Bow down and worship the whiplash queen, / Evangeline”. Per fortuna il resto di AurA è sicuramente migliore del singolo.

Severina
God’s Own Medicine, anno 1987, è il primo Long Playing dei Mission: su CD vede comparire Blood Brothers e Island in a Stream, due chicche inizialmente escluse dal vinile. Un video, quello di Severina, in cui il simbolismo onirico e a volte lisergico dei Mission ritorna in maniera consistente: il segno diviene simbolo e acquista un valore poetico. Le immagini si fanno lingua e superano il concetto stesso di sistema linguistico. Ma il simbolo è un elemento presente da sempre nella carriera artistica dei Mission. Dal velo nero con una croce stilizzata, con cui i Mission coprono la parte posteriore dello stage, alle copertine dei loro lavori, ai booklets. Simboli che hanno un significato particolare: spiritualità e sogno verso una Bellezza idealizzata con lo scopo di superare una realtà orribile: quella del Mondo e della sua Bruttezza. La Bellezza (ma anche l’Orrore) non è al di fuori di noi, ma nella nostra mente. Non solo. Nel testo cita anche Aleister Crowley. “She's got her head in the clouds / she's got the stars in her eyes / and she's dancing with a dream in her heart / she's got the wind in her hair / moonchild shining bright / and she's dancing, with a dream in her heart / She believes in angels / she believes in the will of the gods / and she's dancing amongst the magic dust / she believes in the midnight trance / she believes in 'love is the law' / And she's dancing amongst the magic dust”

Slave to Lust
Questo è a mio parere il più bel brano di AurA, dal vivo ancora più struggente. Il testo è non solo rivolto alla perdizione, ma è anche parodia del mondo della perdizione, e del suo antimondo fatto di detti di chiesa: “attento che se ti tocchi, diventi cieco”. Wayne costruisce proprio un mondo a sé, dove la perdizione si scontra con la regola e diviene a sua volta regola: ma regolarizzandosi perde il suo effetto e il suo alone mistico. Per esistere, la perdizione ha bisogno di un’opposizione stabile all’interno di un sistema, come alternativa alla normalità. Questo sesso diviene perdizione, è un sesso forte e infernale e si contrappone al sesso, allo stesso tempo reale e idealizzato, di Heaven Sends You, uno splendido brano contenuto in Grains of Sand, 1990, materiale proveniente dalle B-sides dei singoli e dalle studio-sessions di Carved in Sand, terzo disco ufficiale della band. Vorrei per questo mostrarvi convergenze e divergenze esistenti tra i due testi:

Heaven Sends You (1990)

I'll kiss the sleep from your eyes
I'll kiss you when the sun goes down
I'll kiss your until sunrise
I'll kiss the skin from your lips
And I'll kiss you on your fingertips
And I'll kiss you on the back of your neck
And I'll kiss you behind your ears
And I'll kiss away your tears and fears
And I'll kiss away those hurting years
And I'll kiss away those cruel dark hours
And I'll kiss the petals on your flower
I'll kiss you, I'll kiss you
I'll kiss you until heaven sends you
I'll kiss you between your toes
I'll kiss you on the bottom of your feet
I'll run my tongue across your back
I'll kiss you behind your naked knees
I'll kiss your breast, I'll drink your milk
I'll run my tongue between your lips
I'll kiss you, kiss you, kiss you on your sex
And I'll take you, take you, take you in my mouth
And I'll kiss you, kiss you until heaven sends you

(Slave to) Lust (2001)

First I'm gonna fuck you and then we'll make love
Baby it's been too damn long
I'll conquer every orifice, scream at the heavens above
Where have all the angels gone?
I want to take in my mouth, take you deep inside
Take you for a trip, take you for a ride
I'll feed your every hunger, do whatever you want me to do
It's not so strange how the medicine affects you
And I'll be a slave
I'll be a servant to lust
Slave to lust
I just want to leave this world for a little while
I want to feel like the God you want me to be
I want high ascension, fast love and exultation
I know you understand this need in me
I'm sick of masturbation, tired of playing with myself
Don't wanna go to hell, don't wanna go blind
As sure as the river flows and ebbs out to the sea
I'll give you everything I have if you blow my mind
And I'll be a slave
I'll be a servant to lust
Slave to lust
I'll be a slave to lust
Slave to lust
You being off your face can be a beautiful place
When you there with the one you love
And I always knew and I know you did to that too much is never enough
I'm a slave to lust
Slave to lust

Garden of Delight
Questo brano si trova sia sul primo lavoro God’s Own Medicine, sia nella raccolta dei singoli dell’anno 1986, dal titolo The First Chapter (1987). Le due versioni divergono sostanzialmente perchè la versione dell’LP è cantata su una base di violini, mentre la versione della raccolta, che è poi quella originale, è un pezzo molto più duro. È un brano che fa venire i brividi, sia musicalmente sia per i suoi versi, splendidi, che nascondono un erotismo alla fine anche poco velato: dopo una serie d’epiteti e di attraenti manifestazioni, Wayne chiama questa sua Musa a sé e le canta: “... So / Take my hand and lead me / to the garden of delight / take my hand and lead me / to the garden of delight”. È uno dei primi brani composti da Wayne per il suo progetto, e, al pari di The Crystal Ocean, Over the Hills and Far Away, Naked and Savage, Serpent's Kiss e Wake (tutti inclusi in The First Chapter), non perde mai lo smalto d’un tempo: più si ascolta e più appare nella sua sensuale bellezza. La Musa è nuda, balla, ride, il suo volto è dolce e bello, gli occhi dallo sguardo di cristallo che bruciano splendenti per la sua carne selvaggia e violenta. Il momento erotico si perde nel gioco di fuoco e nel ballo tra le fiamme: i corpi voluttuosi sono ricoperti di bruciature che non si rimargineranno mai più. Amore sensuale che trasforma la terra in Paradiso e porta Wayne nel Giardino delle Delizie, dove, nuovo Adamo, addenta la mela e ne paga, felice, le conseguenze.

Breathe Me In
Il nuovo singolo dei Mission, contenuto nella versione live nel DVD Lighting the Candles (2005) e nella versione studio nel singolo uscito in edizione limitata (3000 copie) che, oltre alla title track nelle versioni radio edit e full version, vede al suo interno Light the Candles (il cui video è invece su DVD) e due brani dal vivo, cioè Butterfly on a Wheel e Tower of Strength (entrambi tratti dal DVD). Se dovessi dare dei voti: ad Evangeline un sei striminzito, a Breathe Me In invece un bell’otto. Se questi sono i presupposti, il nuovo lavoro dei Mission sarà un’opera miliare nella loro carriera. Dal vivo il riff di chitarra non rende come su DVD o su singolo, ma nel complesso il brano è gradevole e struggente (la voce di Wayne rende struggente anche un brano ironico e parodico come Mr. Pleasant).

Fabienne
Le parole “kiss-moon-stars-clouds-sky-tongue-heart-heaven-love” associate a nomi di donna non comuni sono un topos ricorrente nelle liriche di Wayne. Questo brano, tratto da Children, è uno dei miei preferiti di quest’album: canta nuovamente la passione dell’artista nella bivocità della parola-simbolo amore-erotismo, contrapponendo la purezza della ‘donna angelicata’ (probabilmente per amore di preraffaellitiche liriche ottocentesche) al pallore crepuscolare della ‘luce lunare’. È un brano che corre e poi rallenta, per mettersi nuovamente al trotto e saltare l’ostacolo della realtà raggiungendo la luna: il suo scopo è quello non di baciare la luna, ma di ripeterne l’intenzione così tante volte che, alla fine, l’immaginazione potrà prendere il sopravvento sulla realtà. Fabienne permette a Wayne: a- con la sua mente, di sognare ed estraniarsi dal mondo, b- con il suo corpo, di godere fisicamente delle gioie del mondo. Fabienne è una creatura bivoca, è un Giano bifronte, è un simbolo, un’allegoria.alexander nox @ dside.it

Butterfly on a Wheel
La ballata missionaria per eccellenza. Uno dei pochi brani che ebbe, insieme a Deliverance (sempre tratto da Carved in Sand, 1990) e a Hands Across the Ocean (Grains of Sand, 1990) un successo inaspettato, e una risonanza a livello mondiale. In Italia Video Music dava speciali sui Mission, e i loro video passavano a rotazione. Il video di Butterfly on a Wheel, un po’ come fu quello di Stay with Me, è legato alla psichedelia, ma, mentre Stay with Me era una classica ballata gotico-psichedelica, e il video riproponeva quei modelli simbolici propri del gothic, con ragnatele e pipistrelli finti in un’oscurità palesemente ostentata, Butterfly on a Wheel si spiega come una farfalla tra sgargianti colori per accompagnare l’animo ci chi l’ascolta verso la sublimazione (ma anche la disillusione) dell’amore spirituale. Il testo è una vera e propria poesia sui colori del mondo che cambiano le stagioni e allo stesso tempo le stagioni che cambiano i colori del mondo, e la vita che passa nel fluido vitale di un amore platonico e irreale. È un amore che non sboccia, ma si rifrange in un’immagine iconica: “Love breaks the wings of a butterlfy on a wheel / Love will break the wings of a butterfly on a wheel” a sua volta contrapposta all’immagine conclusiva: “Love heals the wings of a butterfly on a wheel / Love will heal the wings of a butterfly on a wheel”. Il binomio amore-sofferenza si risolve nel suo opposto, in una composizione taoistica: parte dell’amore si discioglie nella sofferenza, così come parte della sofferenza si discioglie nell’amore.

Family
Un nuovo brano, che probabilmente farà parte del lavoro in uscita nel tardo 2006. Troppo pochi elementi per un commento serio, se non il fatto di esserne rimasto positivamente colpito.

Naked and Savage
Nel DVD appena uscito c’è un video di repertorio in cui la band ‘risuscitata’ propone nel 1999 questo brano dal vivo, ed un Craig, invecchiato ma ancora pasionario (e probabilmente brillo), fa il verso a Wayne, con quell’ “oh oh” che è il vero controcanto del brano. Ancora una volta un brano che non perde il suo smalto, un brano che, anche dopo poco meno di un ventennio, riesce a far rinascere lo spirito originario dei Mission: creare atmosfere rarefatte tra raggi di luce lunare e oscurità profonde. Dietro alle parole, iconiche, simboliche: un rituale in un bosco, alle prime luci dell’alba, la Natura ancora dormiente. Alla ricerca delle antiche radici dell’Europa, di quelle radici pagane che hanno fatto grande l’Antichità. Rituali antichi, forse ancora più antichi dell’Europa stessa, forse ancora più antichi dell’uomo e della stessa natura. Rituali fatti da uomini che si accoppiano con la Natura, nudi e selvaggi.

Serpent’s Kiss
Il primo capitolo dei Mission è chiaramente legato ad immagini bibliche (di un Wayne compositore), che tendono a contrapporsi però a quelle dell’immaginario collettivo giudaico-cristiano (che appartengono all’infanzia di Wayne). Le immagini di Wayne sono: il Giardino delle Delizie, la Natura primordiale, il Bacio del Serpente. Ma è un bacio molto sensuale, erotico, è un bacio che si lega alla mela colta, alla lussuria velata. Basta leggere alcuni versi per rendersene conto: “Foreign tongues in familiar places / Surrender the thrills to the very core / Forever young and blessed with nameless graces / A love that kills and promises more”. È il momento della Prima Volta: la perdita della verginità come un fiore colto all’improvviso. Un fiore che, da una primordiale purezza, si ammala di fluidi demoniaci e si abbandona al sabbath infernale. Ancora una volta noi, il pubblico, ci abbandoniamo alle note di questo brano, allargando le braccia per accoglierle in noi, e con la mente insieme a Wayne sul palco cantare parola per parola tutta la canzone.

Deliverance
I Sisters coverizzarono Gimme Shelter dei Rolling Stones, i Mission creano ex-novo la loro Gimme Shelter. Corre l’anno 1990, e questo brano diverrà uno dei tormentone di Video Music. Un brano ricco di pathos, specialmente nel finale, un finale lungo che vorrebbe essere senza fine e protrarsi all’infinito. Ma il tempo idilliaco della musica non è quello della vita reale: la musica potrebbe continuare per sempre, la vita dell’uomo ha un inizio e una fine. E la fine, come in tutti i versi dove c’è sempre l’ ‘io’ del poeta-soggetto e il ‘tu’ dell’ascoltatore-oggetto, recita così: “Give me, give me, give me, deliverance / Brother, sister, give me, give me / Deliverance, deliver me”. Ma qui la parola chiave, un altro topos missionario, è “Forever and again” (che fa il verso a quel Forever more, retro del 12’’ di Severina e poi riarrangiato, col titolo Evermore & Again, in Blue, 1996, l’album più brutto dei Mission). È proprio questo il senso della canzone: un alone di misticismo, di sogno, di fantasia, di magia, di gioco sacrale che deve continuare, assieme alla musica, perdendosi nell’Assoluto, separandosi per sempre dal Contingente (Weltanschauung un po’ baudelairiana). I Mission rimangono il gruppo del simbolo, che cerca di riunire nella musica la concretezza di un presente tangibile e di un infinito in cui ci si perde (sempre però in quei momenti di passaggio dalla luce al buio e dal buio alla luce, quei brevi momenti di mezzo che sono il luogo in cui si sviluppa la parola magica di Wayne)

Fine della prima parte del concerto, e dopo una breve pausa si riprende con:

alexander nox @ dside.itWake
Il sonno, la realtà onirica, che si oppone all’irrealtà della morte. Qui il mondo si perde nel grottesco, nel parodico: è una canzone di morte che scompare nel sogno, eppure alla parola “risveglio” si rinasce a nuova vita. L’opposizione sogno-morte unita a quella del risveglio-vita è il fondamento dell’energia vitale dell’amore: è per lei che c’è il risveglio, senza di lei solo morte. Una ‘lei’ che non è mai nominata, ma solamente ipostatizzata nei pronomi: “we-your-you” e nel sostantivo con aggettivo possessivo “my precious”. Una persona, un’ideale, la vita stessa...

Blood Brothers
Questo brano fa parte di God’s Own Medicine, e non si può non spiegare citandone parti di testo. “I gave you flowers and you gave me faith” è una delle frasi più oscure di Wayne, in cui il simbolo è presente e in cui d’umano c’è poco. La geometricità del verso sottolinea le parole “flowers-faith”: la fede diviene regalo, non scelta. Ma non è una persona viva, quella cui si rivolge Wayne. O forse nemmeno una persona, probabilmente un’azione: il portar fiori come consuetudine d’addio, il saluto ultimo ed eterno alla salma, e la speranza, la fede, che questa non sia la fine. E poi il ricordo della vita: “We are minds and hearts that move as one / Chameleon, warrior, gypsy and brave / But turn our eyes to the heart of the rising sun”. Ancora chiara la geometricità dei tre versi, divisi ognuno in quattro parti, per cristallizzare il significato dell’essere umano come unità di una dualità bifronte, bivoca: mente-cuore, camaleonte-guerriero, zingaro-coraggioso; la mente è camaleontica e libera come uno zingaro, mentre il cuore ha il coraggio di un guerriero: entrambi, mente e cuore, sono volti al cuore del sole nascente. Immagini di un paganesimo pre-cristiano, ancestrale, mitico, epico, in cui il guerriero, fratello di sangue, dona la propria vita per il suo compagno d’armi: allo stesso modo il cuore-guerriero dà il suo coraggio alla mente libera e camaleontica. È un testo oscuro. Allegorico. Un testo che nasce da viaggi lisergici, alla ricerca dell’unità simbolica. Alla fine diviene però una risposta positiva a The end dei Doors: “Father, you’re a good man and honest man, a saint not heard / Mother, I wish I could tell you I love you / Sister, you're a goddess and I want you to take me to Heaven / Blood brother, You're a hand in my heart and your innocents lay battered and bleeding / God, I feel so strong but I just want to break down and cry / Father, I feel so strong but I just want to break down and cry / Brother, I feel so strong but I just want to break down and cry / Father, I feel so strong but I just want to break down and cry / God, I feel so strong but I just want to break down and cry”

Wasteland
“I still believe in God, but God no longer believes in me...” Con queste parole comincia God’s Own Medicine. È chiaro che per capire queste parole bisogna risalire alla vita di Wayne Hussey. Wayne è nato e cresciuto in una famiglia di mormoni. Gira un divertente aneddoto a riguardo. Recentemente, durante la tournée negli States, i Mission hanno suonato a Salt Lake City, capitale dell’Utah, lo stato dei Mormoni. Ad una radio locale avrebbe rilasciato un’intervista in cui avrebbe affermato: “This is a mormon state and tonight you're gonna see this mormon in a right state”, ma poi alle 3 di notte sarebbe stato avvistato per le strade della città in un carrello della spesa, urlando (ubriaco) “Arrest me, arrest me, i wish to be excommunicated”. Questo è Wayne Hussey e il suo rapporto con la religione. La chiave tematica di Wasteland, e forse dell’intero primo lavoro, è il verso: “Heaven and Hell, I know them well / But I haven't yet made my choice”. È la posizione dell’indeciso, che, invece di prendere una decisione definitiva, ha intenzione di godere di quel poco che gli riserva la vita ‘su questa vasta terra’.

Fine primo bis, pausa e secondo bis:

Tower of Strength
La nuova versione di Tower of Strength è particolare. Comincia con un campionamento, in cui una voce femminile, che sta tra Ofra Haza e Liza Gerard, intona un lamento. Molti si chiedono da quale brano sia tratto questo campionamento. La risposta è semplicissima: proprio dal ritornello della versione originale, quella di Children. Basta risentire con attenzione il brano per rendersi conto che quello è il contro-coro al “ ...to me” di Hussey. Questa nuova versione procede da sé, base senza musicisti, poi entra Wayne, senza chitarra, che comincia a cantare, successivamente entrano chitarrista e bassista, e dopo circa un minuto, anche il batterista: il pezzo esplode in un tripudio. Ognuno dei presenti vorrebbe urlare al mondo: “You rescue me / You are my faith / My hope / My liberty / And when there is darkness all around / You shine bright for me / You are the guiding light / To me / To me / To me / You are a tower of strength to me”. Ma quella torre di forza è il Dio dei Mormoni? O il Misticismo e la Bellezza della musica, fonte di felicità e protezione dal Mondo Terribile che ci circonda? Ma ora basta pensare! Chiudo gli occhi e mi lascio trasportare dalle note di questa melodia verso l’Assoluto; così, nell’Infinito, mi perdo, mi dissolvo.

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Alexander Nox (05)

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