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» LA SPADA E LA CROCE
Mistica guerriera e ordini militari nell’Occidente medievale

L’uomo cristiano, come cittadino, ha un problema fondamentale con il quale confrontarsi: ha il diritto di combattere per il suo paese? La sua è una religione di pace mentre guerra significa massacro e distruzione. I primi Padri della Chiesa non avevano dubbi: per loro la guerra era una carneficina. Ma quando l’Impero si trasformò in Impero cristiano, i suoi cittadini avrebbero dovuto esser pronti a impugnare le armi per garantirne la sicurezza?
La Chiesa d’Oriente propendeva per una risposta negativa. […] Il soldato bizantino non veniva considerato un assassino benché la sua professione non gli conferisse alcun privilegio. La morte in battaglia non era ritenuta gloriosa, né la morte in battaglia contro l’infedele era considerata alla stregua di un martirio: il martire moriva armato solo della propria fede. […] La Chiesa bizantina ha sempre rifiutato di impartire una speciale benedizione alle campagne intraprese contro gli infedeli. In realtà i Bizantini avevano sempre privilegiato metodi pacifici in quanto preferibili dal punto di vista morale e generalmente più economici sotto il profilo materiale, anche se tutto questo implicava un difficile impegno diplomatico e il pagamento di somme di denaro. La guerra rimaneva l’ultima risorsa, quasi l’ammissione di un fallimento.
All’uomo occidentale, educato all’esaltazione del valore marziale, l’aspirazione dei Bizantini ad evitare spargimenti di sangue appariva come vigliaccheria e astuzia.
I teologi occidentali erano meno rigidi: sant’Agostino riteneva che le guerre dovessero essere intraprese solo sotto il comando di Dio. La società militare emersa in Occidente a seguito delle invasioni barbariche cercava inevitabilmente di giustificare il suo inveterato passatempo. La regola della cavalleria che si stava costituendo conferiva prestigio all’eroe militare, mentre il pacifista andava acquistando una cattiva reputazione, dalla quale non si sarebbe più liberato. La Chiesa poteva solo cercare di indirizzare questa forza militare per vie che si sarebbero volte a suo vantaggio. Una guerra per gli interessi della Chiesa diventava una guerra santa, lecita e persino auspicabile. Verso la metà del secolo IX, Papa Leone IV affermò che tutti coloro che fossero morti in battaglia per la Chiesa avrebbero ottenuto una ricompensa celeste. Alcuni anni dopo, Papa Giovanni VIII elevò i soldati morti in guerra santa al rango di martiri, i cui peccati sarebbero stati perdonati a condizione che essi fossero stati puri di cuore. Papa Niccolò I riteneva che quanti erano stati condannati dalla Chiesa, a causa dei loro peccati potessero impugnare le armi solo contro l’infedele.
Steven Runciman

Da questi presupposti a Bernardo di Chiaravalle il passo è breve, ma andiamo per ordine.
copyright Dside.itAnno Mille, “e luce fu!” L’inizio del secondo millennio in Europa fu caratterizzato da una rivoluzione socio-culturale senza precedenti: dopo cinque secoli di crisi profonda si preannunciava ora un’epoca di cambiamenti radicali nelle strutture economiche, insediative, sociali, politiche e mentali della società occidentale.
Il Mille tracciò il solco: prima di esso solo il cadavere decomposto da tempo della civiltà romana, dopo di esso lo “scatto” in avanti di un’Europa in piena esplosione demografica ed espansione militare. Tra i fenomeni più rappresentativi di questo cambiamento, vi è la nascita di un sentimento religioso nuovo e di un cristianesimo più coerente e vicino agli insegnamenti apostolici. I due principali avvenimenti che causarono il diffondersi nella Chiesa di queste istanze innovatrici, possono essere identificati nella riscoperta di un modello di vita monastica più autentica e intransigente e nella predicazione dei religiosi più austeri contro la corruzione dei costumi del clero secolare: la riscoperta e l’imitazione dei modelli paleocristiani diventa il supporto ideologico per i nuovi orientamenti dottrinali. La tradizione eremitica riprende vigore in tutto il continente, anacoreti e asceti fondano nuove comunità o si votano ad un apostolato itinerante caratterizzato dall’assistenza ai malati, dal soccorso ai poveri e dalla predicazione ai fedeli e contro la corruzione del clero.
In effetti, la situazione dell’ordinamento ecclesiastico all’inizio dell’XI secolo appare quantomai compromessa: simonia, nicolaismo, concubinariato, nepotismo e abusi di vescovi e feudatari sono fenomeni all’ordine del giorno ed hanno già da tempo gettato la Chiesa in una profonda crisi morale e istituzionale. La prima reazione a questo stato di degrado arriva agli inizi del X secolo dal monastero francese di Cluny: questi monaci agostiniani “riformati” danno vita ad un nuovo ordine, quello cluniacense appunto, che in pochi decenni conosce quell’incredibile espansione che porterà alla creazione della prima grande congregazione di cenobi che la cristianità abbia conosciuto. L’esigenza di rinnovamento avvertita ed auspicata negli ambienti religiosi più rigoristi si concretizza già al passaggio del Mille in una fitta maglia europea di case monastiche, è l’alba della civiltà medievale dei monasteri e delle cattedrali. Le nuove congregazioni si distinguono subito per la loro energica azione: conquistano una certa autonomia dalle autorità secolari, recuperano beni e redditi, contrastano usurpazioni e rivendicano giurisdizioni, avviano a loro volta nuove fondazioni ed estendono il loro operato al riordino dei collegi canonicali delle cattedrali; tutto ciò è reso possibile soprattutto tramite il fondamentale appoggio della corona imperiale tedesca. Hanno inizio i dibattiti teologici contro la corruzione e il radicato malcostume clericale e, nella seconda metà dell’XI secolo, Roma diventa il fulcro dell’azione riformatrice: con i pontificati di Niccolò II, Alessandro II, Gregorio VII e Urbano II, la lotta contro la simonia va trasformandosi in una più radicale polemica contro l’intervento dei poteri laici nell’ordinamento ecclesiastico e diviene urto contro l’intero assetto della cristianità occidentale e in special modo contro il tradizionale rapporto fra il regno e il sacerdozio. Come ultimo atto, la “riforma gregoriana” (da Gregorio VII che ne fu il principale ispiratore e fautore) si farà fautrice della dottrina del “cesaropapismo”, allargando in questo modo le dimensioni dello scontro ad un conflitto papato-impero che si trascinerà tra precarie riconciliazioni e nuove crisi per tutto il Medioevo.

Tralasciamo l’aspetto politico e concentriamoci sull’analisi di quelli culturale e religioso per la comprensione dei fenomeni che determinarono il cambiamento degli schemi mentali. Quattro avvenimenti ci consentono di capire la portata di ciò che sta avvenendo in quegli anni; però, prima di affrontarli, apriamo un inciso su un antefatto fondamentale: il cristianesimo è una religione escatologica nella quale si attende una nuova venuta del Cristo. Già nei primi secoli dell’era cristiana, i fedeli credevano imminente la parusia, ovvero la seconda discesa del figlio di Dio tra gli uomini che avrebbe segnato la fine dei tempi e l’approssimarsi del giudizio finale. Da questa credenza scaturisce nei secoli successivi la dottrina del “millenarismo”, fondata questa sull’interpretazione letterale di un passo dell’Apocalisse e sulla convinzione di un ritorno del Salvatore sulla terra per creare un regno che sarebbe durato mille anni e a cui sarebbe seguito il giudizio universale appunto.
La tradizione millenaristica si estingue nel V secolo, ma riappare poi in forme mutate all’avvicinarsi dell’anno Mille, quando si diffonde la credenza popolare che fosse imminente la fine del mondo - mentre in alcune dottrine medievali sarà re-interpretata come l’aspettativa per l’affermazione di una Chiesa spirituale e purificata dalle contaminazioni terrene.

Quando i mille anni saranno compiuti, Satana verrà liberato dal suo carcere.
[Apocalisse 20, 7]

Ma procediamo cronologicamente:
- nell’816 presso Aquisgrana, il vescovo di Metz, Crodegango, con l’Istitutio Canonicorum fissa un regolamento di vita canonicale (con il termine “canonico” si intende un ecclesiastico che faccia parte del capitolo di una cattedrale o di una collegiata) per tutte le comunità di chierici. Durante il Sinodo Lateranense del 1059, in piena riforma gregoriana, la regola ormai decaduta viene riordinata con particolare severità giungendo alla scissione dell’istituto canonicale in “secolare” e “regolare”. I canonici riformati divengono così membri del clero regolare, allentando il vincolo che li lega alle diocesi e cominciando a condurre un’esistenza austera che poco si differenzia da quella monastica. Particolare attenzione viene rivolta dai canonici all’esercizio dell’assistenza ai poveri e ai pellegrini con la costruzione di ospizi dove si pratica l’ospitalità cristiana a favore dei viandanti;
- nella seconda metà dell’XI secolo scoppia a Milano una rivolta contro gli abusi dei quadri ecclesiastici cittadini; questo movimento riformista spontaneo di clero e di popolo, che alle finalità religiose affianca anche un’aspirazione di riscatto sociale e antifeudale, viene chiamato Pataria. I “patarini” scatenano in quegli anni una vera e propria guerra civile contro l’alto clero lombardo filo-imperiale, apertamente appoggiati nella loro azione dai pontefici “gregoriani” - i tempi stanno veramente cambiando;
- nel 1098 un gruppo di monaci fonda il monastero di Citeaux in Borgogna, è la nascita dell’ordine cistercense. Circa trent’anni prima, Pier Damiani, uno dei grandi pensatori della riforma, aveva scritto una Regula heremitarum in cui proponeva una vera e propria teologia della vita solitaria all’insegna della spiritualità più rigorosa; sul finire del secolo i tempi erano maturi perché una piccola comunità di religiosi facesse proprio questo messaggio. Quello cistercense è dunque il principale “modello” di monachesimo riformato: austero e povero, che attraverso la stretta osservanza dell’antica regola benedettina rivalutava il lavoro manuale senza trascurare la parte mistica. La fondazione di Citeaux rappresenta l’attuazione concreta degli ideali riformatori;
- Concilio di Clermont-Ferrand, 27 novembre 1095, Urbano II esorta l’enorme folla assiepata intorno al sagrato della cattedrale ad accorrere in soccorso dell’imperatore bizantino contro gli invasori turchi; Gerusalemme, 15 luglio 1099, gli eserciti cristiani entrano a Gerusalemme, la Prima Crociata ha termine. In poco meno di quattro anni, moltitudini di pellegrini armati sono sciamati verso il Vicino Oriente per combattere gli infedeli: è un’impresa senza precedenti, caratterizzata dalla grande varietà delle classi sociali che vi partecipano, sostenuta da un’ideologia “pancristiana” e da una partecipazione “paneuropea”. E’ la cristianità tutta, dal mendicante fino al nobile, che si muove verso Levante; la crociata è il cammino della penitenza, il cammino senza ritorno verso l’Armagheddon a detta di molti.

E radunarono i re nel luogo che in ebraico si chiama Armaghedon.
[Apocalisse 16, 16]

copytight Dside.itAll’avvicendarsi del millennio e per tutto il secolo successivo, l’Europa conosce quindi un’irrefrenabile “fame” di spiritualità: un monachesimo militante si fa portavoce di un rinnovamento morale che scuote le fondamenta della Chiesa e, di riflesso, quelle dell’intera società; la fondazione di monasteri assume proporzioni eccezionali e gli abati cluniacensi e cistercensi si ergono a guide spirituali del “gregge” di Dio in terra.
La tensione messianica di un momento della storia universale che molti avvenimenti indicavano come l’avvento del “regno dei giusti” descritto nell’Apocalisse, finì per aprire nuovi sbocchi anche all’iniziativa laica, soprattutto nel campo militare: i cavalieri si trasformarono da assassini a combattenti per la “giusta causa”, da bellatores a milites Christi. Infatti, l’idea di “guerra santa” a difesa della cristianità fu utilizzata dai riformatori soprattutto per stimolare e sostenere quell’azione militare che in quegli anni appariva urgente e necessaria contro gli oppositori più pericolosi, gli scismatici, gli scomunicati e gli eretici, venendo così, da lì a poco tempo, quasi naturalmente allargata a comprendere anche gli infedeli al di fuori dell’ecumene cristiano. Bonizone da Sutri per esempio, uno dei più accesi sostenitori della pataria milanese, aveva elaborato un tipo ideologico di “combattente della fede” che non era più impersonificato dal monaco che lotta contro il Male con le armi della preghiera e della rinunzia, bensì dal guerriero che lotta con le armi temporali contro i nemici, a loro volta armati, della Chiesa.
In questo modo, la riforma assegnava ai laici nuovi compiti, prefissandosi il fine di conferire loro una specifica spiritualità: al monaco era demandato il compito di lottare contro Satana per la redenzione delle anime, ma spettava al soldato combattere la guerra per difendere la fede e convertire nuove genti al Cristianesimo. Sul finire dell’XI secolo, si assisté quindi ad un’enorme mobilitazione di armati per la crociata in Terra Santa ed alla nascita degli ordini monastico-militari, ovvero l’espressione più alta del misticismo guerriero cristiano.
Gli ordini militari furono l’evoluzione ultima di quelle confraternite spontanee di cavalieri che, aderendo agli ideali riformatori, si erano dati all’esercizio della povertà volontaria e alla tutela dei pellegrini. Consistevano in dei gruppi organizzati di uomini d’arme, di sacerdoti e di laici non insigniti della dignità cavalleresca, ma nei quali il primo gruppo era tuttavia l’elemento fondamentale e qualificante. I membri degli ordini militari vivevano in stabilimenti monastici che erano, in realtà, caserme-conventi; erano soggetti all’osservanza di una specifica “regola” e quindi erano dei “religiosi” nel senso “canonico” del termine, la vocazione dei quali era caratterizzata dall’unire ai voti essenziali dello status religioso i doveri derivanti loro dal servizio militare e dall’assistenza a pellegrini e ad ammalati appunto. I membri venivano indicati con termini quali monaci-guerrieri o milites Christi, “soldati di Cristo” – espressione questa ripresa dal linguaggio martiriologico paleocristiano.
Il “manifesto” ideologico degli ordini rappresenta uno dei trattati teologici più importanti elaborati dall’intellighenzia ecclesiastica medievale, un documento fondamentale della “svolta gregoriana”, che si è rivelato ai posteri come un elemento cristallizzatore di quelle pulsioni mistico guerriere cristiane che hanno condizionato il cammino della nostra civiltà fino ad oggi. Vediamo di che cosa stiamo parlando.

Seguendo l’esempio di Gerardo di Gerusalemme che, verso il 1100, insieme ad alcuni confratelli aveva fondato l’ordine religioso-cavalleresco degli Ospitalieri di San Giovanni di Gerusalemme, Ugo di Payns, giunto in Terrasanta al seguito delle schiere normanne, insieme a nove compagni fonda nel 1119 l’ordine dei Templari con lo scopo di attendere alla protezione dei pellegrini contro gli attacchi degli infedeli - nello stesso anno il papa dava il suo benestare alla regola cistercense, chiamata “Carta di carità” ed elaborata sulla base di quella benedettina.
Nove anni dopo, il 14 gennaio 1128, al Concilio di Troyes, la fraternità militare dei Templari veniva approvata dalla Chiesa e riceveva il nome di Militia – i suoi appartenenti da ora in poi saranno chiamati pauperes milites Christi. Il principale ispiratore della regola templare rispondeva al nome di Bernardo di Chiaravalle; in essa la povertà veniva raccomandata in massimo grado ed i punti di contatto con la regola benedettina – e quindi cistercense – erano quasi cinquanta.
Bernardo di ChiaravalleBernardo di Chiaravalle viene considerato la personalità più importante del monachesimo cistercense durante i primi decenni che seguirono la fondazione dell’ordine. L’abate francese è ritenuto il più grande trascinatore di folle del suo tempo e il più ardente ed eloquente sostenitore della seconda crociata (1146-1148), in sostanza una delle più carismatiche personalità religiose di tutto il Medioevo. Nella sua vasta produzione letteraria che conta centinaia tra sermoni, epistole e trattati, spicca un breve scritto intitolato De Laude Novae Militiate, composto approssimativamente tra il 1128 e il 1136 ed indirizzato al primo Maestro dell’Ordine templare, il già citato Ugo di Payns. In esso si espone, sulla scia del movimento crociato, una diversa e più alta via alla Militia Christi, mostrandone valenze religiose e possibilità ascetiche che la secularis militia aveva perso di vista.
Passando all’analisi delle argomentazioni ideologiche contenute nel De Laude, vediamo Bernardo rivolgersi ad un gruppo di cavalieri consacrati che, dietro suo personale suggerimento, si erano votati ad una testimonianza di charitas attraverso il compimento della “via militare”, per ammonirli a non perdere di vista lo scopo per cui si erano costituiti in una militia che rappresentava l’antitesi della milizia profana e per esortarli a fondare la coscienza della loro identità su una continua imitatio Christi spinta fino anche all’accettazione del sacrificio della vita.
Così facendo, Bernardo pone le basi dottrinali per una via ascetica militare cristiana.
L’abate indica la direzione ascetica e caritativa d’una via cavalleresca avulsa dalle logiche di interessi terreni, diametralmente opposta alla bruta espressione d’una volontà di potenza dettata invece dall’istinto e inquinata dall’orgoglio. Al di fuori del bellum justum non v’è giustificazione per l’esercizio delle armi, e non v’è bellum justum se non unicamente nella dimensione della charitas, in difesa dei deboli e degli oppressi, contro i soprusi dei violenti e dei nemici della fede. Nella sua funzione di difensore, il miles afferma la sua identità cristiana e pone la sua forza non a servizio di se stesso, ma degli altri. Bernardo stabilisce le seguenti relazioni tra la cavalleria profana e la cavalleria consacrata: saecularis militia: malizia, guerra come omicidio, condanna alla perdizione eterna; sancta militia: martirio come imitatio Christi, guerra come “malicidio”, salvezza eterna.
Il cavaliere, in quanto “malicida”, viene interpretato come “vendicatore da parte di Cristo nei confronti di coloro che operano il male, difensore del popolo cristiano” – anche se Bernardo non intende l’esistenza di una sancta militia finalizzata alla distruzione fisica degli infedeli, ma per impedire la loro eccessiva molestia e oppressione dei fedeli.
In alcuni passi del trattato si sottolinea la profonda relazione tra il combattimento esteriore contro i nemici visibili e quello interiore “contro la carne e il sangue e gli spiriti maligni del mondo invisibile”; quindi si afferma la preminenza del “retto conoscere” sul “retto agire” e si evidenzia la consequenzialità del recte agere come manifestazione del recte scire. Questa dottrina, detta delle “due spade”, fonda il recte scire su una conoscenza delle proprie imperfezioni umane che impegna la volontà nel loro superamento e la fede nell’aiuto divino senza il quale la vittoria nelle battaglie in spiritualibus sarebbe impossibile. Tale dottrina è la differenziazione tra combattimento esterno in difesa della fede e la lotta interiore sorretta dalla fede, in cui la contemplazione ha il primato sull’azione ma si manifesta attraverso quest’ultima.
La novità dell’ardita visione del teologo cistercense sta proprio nell’aver unito due vie: quella del cavaliere e quella del monaco, quella della spada e quella della croce.

Dovendosi confrontare con un mondo attraversato da continui conflitti e dovendo far fronte a molteplici e dirette responsabilità sul piano temporale, la Chiesa medievale non poté astrarsi dal problema della guerra, al quale tentò di fornire invece una risposta cristiana plausibile: il “misticismo guerriero”.
Dagli ambienti monastici riformati scaturirono quindi speculazioni ideologiche per la creazione di un’organizzazione extra-nazionale coattiva e militare, sostenuta dal potere temporale e intesa come componente organicamente costitutiva della christianitas - la figura del miles, nuovo martire di Cristo per l’affermazione della fede, diverrà per alcuni secoli specifica della vita religiosa del laicato.
Dalla schiere dei pellegrini-soldati che parteciparono alla Prima Crociata, nacquero poi le congregazioni monastico-militari: queste rappresentarono il risultato ultimo dell’evoluzione della figura dei bellatores – di cui il De Laude si fa portavoce – divenuti ora i difensori della cristianità nel mondo, mentre la “guerra come apostolato” diviene la loro principale caratteristica - la formula della “giusta causa” giustificò il ricorso alle armi ed alla violenza. Inoltre, gli appartenenti agli ordini militari possono essere considerati dei “canonici regolari” aventi fine militare, poiché si obbligarono a praticare la castità, la povertà e l’obbedienza, e ad intervenire, per quanto possibile, all’ufficio canonico.
La predicazione di monaci ed eremiti prima, il pellegrinaggio penitenziale verso la crociata dopo, contribuirono in maniera fondamentale a forgiare i nuovi martiri-guerrieri. La “società dei giusti” non poteva combattere guerre sbagliate, ma la Storia le darà ben presto torto: le crociate si trasformeranno in un inutile bagno di sangue e la fine di questo mondo non è ancora giunta.

Aspettavamo la pace, ma non c’è alcun bene.
[Geremia 8, 15]

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Bernardo di Chiaravalle, L’elogio della nuova cavalleria, ed. M. Polia, Rimini, Il Cerchio, 1988;
Comba R., L’età medievale, Torino, Loescher Editore, 1990;
Prawer J., Colonialismo medievale – Il regno latino di Gerusalemme, trad. it. F. Cardini, Roma, Jouvence, 1982;
Runciman S., I crociati alla conquista della città santa – Epopea e storia della prima Crociata (1096-1099), Torino, Edizioni Piemme, 1998;
Tabacco G. – Merlo G., Medioevo, Bologna, Il Mulino, 1996;
AA. VV., Dizionario degli istituti di perfezione.

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