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» CADAVERE SQUISITO

di Poppy Z. Brite

@cadavere squisito“A volte una persona si stanca di portarsi addosso tutto quello che il mondo gli scarica sulla testa. Le spalle tracollano, la spina dorsale s'incurva in modo allarmante, i muscoli tremano di sfinimento. Ti muore dentro la speranza di trovare sollievo. E allora bisogna decidere se scrollarsi di dosso quel peso o sopportarlo sino a che il collo ti si spezza come un rametto secco in autunno.
Verso la fine del mio trentatreesimo anno mi trovavo in questa situazione. Benché meritassi tutto quello che il mondo mi aveva scaraventato contro - e, dopo la morte, tormenti di gran lunga peggiori di qualsiasi cosa ti possa riservare il mondo... lo scheletro torturato, l'anima immortale violata e lacerata - benché meritassi tutto questo e qualcosa di più, capii che non potevo più sopportare quel peso.
Insomma, mi resi conto che non ero costretto a portarmelo addosso. Mi resi conto che avevo un'alternativa. Dev'essere stato difficile perfino per Cristo sopportare i tormenti della crocifissione - il sudiciume, la sete, le tremende spine che penetravano nella carne gelatinosa delle sue mani - sapendo di avere un'alternativa. E io non sono certo Cristo, neanche di striscio.
Mi chiamo Andrew Compton. A Londra, tra il 1977 e il 1988, ho ucciso ventitré ragazzi. Avevo diciassette anni quando ho cominciato, ventotto quando mi hanno beccato. Per tutto il tempo in cui sono stato in prigione, sapevo che, se mai mi avessero rilasciato, avrei continuato a uccidere. Ma sapevo anche che non mi avrebbero mai mollato.”

In vent’anni di onorata carriera come lettrice, solo due libri hanno provocato in me un positivo senso di disgusto: “American Psycho” di Bret Easton Ellis e “Cadavere Squisito” di Poppy Z. Brite.
Entrambi parlano di serial killer. Serial killer molto violenti. Molto torbidi. Entrambi descrivono dal punto di vista di una mente malata. E pertanto non si perdono in moralismi.
Ma se dovessi stilare una classifica (banale, visto che avrei solo due candidati) direi che la Brite è riuscita ad andare oltre. Non solo perché parla di DUE serial killer con la passione per la vivisezione e il cannibalismo, ma perché li contorna di disgraziati prede della malattia, del delirio e della corruzione, sullo sfondo di una sordida e decadente New Orleans. E’ un libro che trasuda marciume e violenza. Che non lascia un briciolo di speranza. Che non offre uno sprazzo di luce. Ma che ha l’inevitabile fascino del lato oscuro della natura umana.
Andrew Compton e Jay Byrne sono i due “mostri” depravati che s’incontrano, si scontrano e poi si uniscono nel nome di un amore tinto dal sangue delle loro vittime. Entrambi squartatori e cannibali, insegnano l’un l’altro i segreti della loro sfrenata passione, offrendosi reciprocamente agnelli sacrificali ed eccessi di sesso e violenza.
Tran è la vittima prescelta, l’efebo capace di scatenare oltre ogni limite il desiderio macabro dei due amanti criminali. E’ la vittima perfetta, perché con un inconscio atteggiamento masochista, quasi si offre ai suoi assassini, non contemplando in quei giochi sanguinosi la possibilità di una morte reale.
Luke è l’ex amante di Tran, ossessionato anche lui dal giovane androgino, anche lui a suo modo dominatore violento, anima persa, vittima di se stesso.
Attorno a questo quartetto ruota tutto un mondo di omosessualità malata e perdente. Con un palese tocco di autocompiacimento, la Brite si addentra tra vicoli oscuri dove niente è sereno, pulito. L’unica pulizia, l’unica luce che troviamo è quella della villa di Jay, ma è una pulizia disinfettata, asettica, è la pulizia post mortem, quella atta a togliere il sangue e la sporcizia dei suoi macelli umani. E infatti, dietro tanta scintillante facciata, nell’angolo più nascosto del suo giardino, Jay nasconde l’immondizia, i poveri resti delle sue vittime, e i galloni di acido per scioglierli quando cominciano a diventare troppo ingombranti.
Se per anni questo libro è rimasto inedito, ci sarà un motivo. Le violenze che in molti romanzi, anche forti, vengono alla fine lasciate solo intendere, tutto il sangue e il dolore e la paura che vengono taciuti, qui sono l’80% di ciò di cui è composto il libro. Non sono quelle descrizioni da libro giallo, simpatizzanti con la vittima. Sono ciò che il “mostro” vede, sente e fa. Con tutto il gusto amaro e perverso che ci mette (non a caso, parte del libro è raccontato in prima persona da Andrew Compton). E sono pertanto devastanti. Talmente crude e grondanti (sangue, liquidi, brandelli e quant’altro) da paralizzare.
Dov’è il senso di un libro così? Dov’è la “letteratura” in tanta violenza? Innanzi tutto nel modo in cui è descritta, cruda, ma con un linguaggio poetico, intenso, drammatico, in cui la carne straziata si fa al tempo stesso cosa morta, anatomica, e tessuto pittorico, materia per un canto macabro, dove si cerca un’anima che chissà se c’è, ma certo non ha la visibilità del sangue.
E supposto che l’arte non debba avere un senso, se non auto-referenziale, né un vero e proprio messaggio, se non quello che ognuno che ne fruisce vi trova, possiamo dire che la Brite in questo romanzo ha scritto un cantico della mente umana deviata, dei bisogni e delle pulsioni che (grazie al cielo) non tutti abbiamo o non tutti esplicitiamo. Ma anche un tentativo abnorme ed estremo di ricercare lo spirito e di impossessarsene attraverso il dominio e la violenza sul corpo. E’ un libro sui limiti, e sul loro superamento. E’ un libro sui pensieri di morte e sul vivere la morte. Quasi tutte le vittime di Andrew e Jay sono giovani drogati, disperati, creature vittime e vittimistiche con l’idea della morte che alita loro sul collo, ma che ovviamente non hanno la benché minima idea di cosa possa significare morire affettati lentamente.
La Brite scrive spesso di omosessuali, e scrive spesso della tristezza di esserlo in una società che considera il sesso come un marchio, e l’omosessualità come una colpa o una “deviazione”. Senza dubbi la sua scelta è dettata anche dal fatto che l’omosessualità e l’androginia fanno molto bohémièn, e per quanto la signora si ribelli a questa idea, i suoi romanzi, “Cadavere Squisito” incluso, sono pieni di personaggi inquieti, dandy e maledetti. Forse in questo modo ghettizza i fantasmi, non li fa entrare troppo i contatto con il mondo reale (dove il “mostro” può essere veramente chiunque e abitarti accanto). Ma d’altra parte stiamo parlando di un romanzo dalle tinte goticheggianti, non di una cronaca o di un saggio. Possiamo perdonarla.

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Morgana (05)

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