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» LUMI NELLE TENEBRE : LE CATACOMBE ED I SOTTERRANEI DI ROMA

@Marco Placidi (romasotterranea.it)“Che succederà se, quando io sarò nella tomba, mi sveglio prima che Romeo venga a liberarmi? Ecco un terribile punto! Non sarò io soffocata dentro quella volta sotterranea nella cui fetida bocca non entra un alito di aria pura, e là dentro non morrò strozzata, prima che venga il mio Romeo? O, se rimango viva, non è molto probabile che l'orribile idea della morte e della notte, insieme col terrore del luogo, di quel sotterraneo, che è un antico ricettacolo dove per molte centinaia d'anni si sono ammucchiate le ossa di tutti i miei antenati sepolti, dove l'insanguinato Tebaldo, ancor fresco in terra, giace putrefacendosi; dove, come dicono, a una cert'ora della notte hanno ritrovo gli spiriti; ahimè, ahimè, non è egli probabile che io, svegliandomi troppo presto, in mezzo a sozzi odori e a strilli come quelli della mandragora strappata dalla terra, che fanno diventar pazzi i mortali che li odono: oh, se mi sveglio allora, non perderò io la ragione, circondata da tutti questi orribili terrori?”

“Romeo e Giulietta”, Atto 4°, Scena 3°
W. Shakespeare

Non è affatto piacevole svegliarsi di soprassalto e ritrovarsi in una cripta medievale circondati da scheletri, almeno questo era il pensiero che terrorizzava Giulietta e che credo spaventi ancora la maggior parte della gente. Il colpevole senza appello di tali turbamenti è quell’immaginario collettivo occidentale che plasmato nello scorrere dei secoli da dicerie, superstizioni, leggende e racconti, ci consegna una visione raccapricciante e orrorifica del luogo di sepoltura: la cripta è il rifugio del vampiro, la prigione terrena delle anime dannate, l’archetipo gotico per eccellenza, l’origine delle nostre fobie più inquietanti. La Chiesa nel passato si è servita della paura dell’aldilà per intimorire e dominare, la cultura popolare ha sempre conservato una profonda sensibilità per il soprannaturale, la letteratura ha ricavato dai racconti macabri un prolifico filone, il cinema ha usato a piene mani mostri, demoni e cadaveri vari rielaborando all’infinito il genere horror. C’è forse il sospetto che persista un’inconscia attrazione alla necrofilia nei geni della nostra civiltà? O le mortifere oscurità di un sepolcro stimolano irresistibilmente qualche zona poco battuta del nostro subconscio?
Di sicuro chi è in cerca di forti emozioni “in nero” o voglia improvvisarsi visitatore o esploratore dei “luoghi della morte” non avrà difficoltà ad imbattersi in una vera e propria mitologia del funerario e del funebre che, attingendo e reinterpretando tradizioni ed eventi storici più o meno attendibili, offre un vasto repertorio di cimiteri infestati e necropoli maledette, siano esse cripte transilvaniche dove ogni anfratto può nascondere un famelico vampiro, lugubri obitori, camere segrete all’interno di gigantesche piramidi od ossari conventuali con file di mummie in bella mostra tra macabre decorazioni.

Tra le tante paranoie e cliché gotici, le catacombe hanno sempre esercitato un forte fascino su noi moderni perché considerate luoghi obliati e pericolosi su cui fantasticare senza risparmio. La catacomba è per antonomasia il luogo del mistero ed il meccanismo narrativo gotico se ne è appropriato alla stregua dei suoi simboli più conosciuti, come la cattedrale ed il castello.
La sotterraneità dei siti abbinata alla loro natura funeraria ne hanno decretato il successo come soggetti perfetti per storie dell’occulto e del terrore; la loro fama di immensi depositi di cadaveri sigillati in una millenaria oscurità incute da sempre il timore della profanazione a chi ne calpesti il suolo consacrato o ne violi i sepolcri; infine, come il labirinto di Minosse, anche le catacombe celano il loro Minotauro: quella paura di rimanere intrappolati e sepolti vivi, cancellati per sempre dal mondo della luce, dal mondo dei vivi.
Soprattutto Roma cela nelle sue viscere un dedalo inestricabile di catacombe ed ambienti sotterranei di epoca romana e medievale, un mondo sconosciuto che serpeggia sotto strade e palazzi. Comunque, dopo molti secoli dalla loro costruzione o escavazione, queste cavità si trovano ormai a notevole profondità rispetto all’attuale piano di superficie e ciò è dovuto principalmente ad un innalzamento del terreno causato da vari motivi, quali l’abbandono, la distruzione, l’incuria umana e gli agenti atmosferici come i terremoti e le inondazioni. Esami stratigrafici del suolo urbano, per esempio, hanno dimostrato che una insula romana -un edificio che raggiungeva normalmente i sette piani di altezza- può produrre nell’arco di diciotto secoli un accumulo di detriti di circa quattordici metri di spessore. Le invasioni barbariche poi, hanno determinato uno svuotamento della città la cui popolazione è scivolata dal milione e mezzo del periodo imperiale ai quindicimila abitanti dell’epoca medioevale, una drastica contrazione che ha portato all’inevitabile abbandono di molti quartieri e monumenti antichi che ben presto sono caduti in disfacimento inghiottiti dalla vegetazione.@catacomba

Tutti e sette i colli romani quindi celano al loro interno molte vestigia dell’età classica e conservano quasi intatta un’estesissima maglia di gallerie ed ambienti sotterranei comunicanti che possono essere dei semplici cunicoli per il drenaggio delle acque, cave di materiale edilizio, domus patrizie, luoghi di culto o molto altro ancora. La “Guida di Roma sotterranea” di Carlo Pavia cataloga circa centotrenta siti e, seguendo il criterio di suddivisione per tipologie adottato nel testo, agli edifici pubblici come le terme, le cisterne ed i palazzi, possono essere affiancati gli edifici sacri come i santuari pagani o i tituli cristiani, e gli ipogei sepolcrali come i colombari -necropoli costituite da camere sepolcrali con nicchie in cui venivano conservate le urne funerarie- i mausolei o le catacombe. Topograficamente, il terzo gruppo di monumenti è quello che annovera il maggior numero di ambienti sotterranei rinvenuti e tra di essi le catacombe rappresentano il caso più eclatante ed un fenomeno senza eguali per Roma. Infatti, anche se cimiteri sotterranei cristiani sono stati trovati in tutte le regioni nelle quali si è diffuso il Cristianesimo, nessun’altro luogo al mondo possiede un complesso tanto imponente di cimiteri che si ramificano per centinaia di chilometri, estendendosi oltre le mura aureliane lungo le strade consolari che si irradiano dalla città. I principali complessi catacombali di Roma ammontano a quarantaquattro e già la sola area del cimitero di Domitilla sulla via Ardeatina, uno dei più antichi, misura circa 56 Kmq -la sua arteria nord-sud con 206 metri di lunghezza risulta essere la galleria più estesa mai esplorata nel sottosuolo dell’Urbe.
Il nome catacomba è nato in maniera casuale, in quanto con il termine ad catacumbas (letteralmente “presso la cavità”) veniva identificata quella depressione posta di fronte al circo di Massenzio sulla via Appia, fra le due colline dove oggi si trovano il cimitero di Callisto e la tomba di Cecilia Metella. Il toponimo, dapprima generico, passò poi a designare il cimitero cristiano sorto nella seconda metà del III secolo e, visto che questo rimase nel Medioevo l’unico cimitero sempre conosciuto ed accessibile, il nome perse con il tempo il valore di toponimo e si generalizzò al tipo di escavazione, passando ad indicare gli ipogei sepolcrali della zona.

L’esistenza nel suburbio di aree funerarie collettive ed esclusive della comunità cristiana ci è attestata per la prima volta a Roma, a livello di fonti storiche, da un passo dei Philosophumena dell’antipapa Ippolito (170-175/235 d.C.); l’area funeraria è chiamata nel documento tò koimetérion (“dormitorio”), parola che rende bene il concetto che i cristiani avevano della morte: quello di un riposo temporaneo in attesa della resurrezione. Nessun gruppo cimiteriale può risalire avanti il 150 d.C. circa, prima che negli ipogei sotterranei i cristiani infatti seppellivano i loro defunti sicuramente nelle necropoli pagane sopraterra (sub divo) che nella maggior parte dei casi si trovavano oltre la cinta muraria cittadina -una severa legge romana disponeva: “hominem mortuum in urbe neve sepelito neve urito”.
Il sorgere delle catacombe costituisce la manifestazione di un processo di isolamento per distinguersi come comunità religiosa, al riparo dallo scherno degli avversari e dal pericolo di danni alle tombe. Comunque, la prassi di creare ambienti ipogeici da adibire ad uso funerario non è stata certo un’invenzione dei primi cristiani: essa era ben diffusa in varie civiltà e culture del mondo antico. Nell’ambito romano e laziale per esempio, sepolcri sotterranei furono creati dagli Etruschi, dai Sabini e dagli stessi Romani; in questa area geografica la sepoltura in profondità è stata sempre notevolmente facilitata dall’ottimo tufo locale -un tipo di tufo granulare detto comunemente pozzolana- facile da lavorare e piuttosto affidabile staticamente. Dal II secolo poi, l’incremento demografico e il diffondersi preponderante del rito dell’inumazione comportarono una sempre maggiore richiesta di spazi nel suburbio da adibire ad uso funerario e una conseguente, inevitabile lievitazione dei costi dei terreni; per far fronte a questa nuova situazione, tra la fine del I sec. e gli inizi del II sec. già alcune famiglie romane avevano nuovamente fatto ricorso alla inumazione sotterranea scavando piccoli ipogei al di sotto dei mausolei di superficie, singole tombe a camera o brevi gallerie. Lo sfruttamento del sottosuolo quindi forniva la possibilità di incrementare notevolmente lo spazio per le inumazioni con costi relativamente più contenuti. @catacomba

Il primo cimitero cristiano numericamente rilevante si può individuare nell’area funeraria di S. Sebastiano, al III miglio della via Appia; già in queste prime strutture si rilevano caratteristiche del tutto innovative rispetto alle coeve aree pagane: l’estensione estremamente più vasta degli ambienti, una pianificazione dell’escavazione finalizzata a prevedere, sin dall’inizio, la possibilità di successivi ampliamenti, l’utilizzazione intensiva e razionale degli spazi. Per lo scavo di un ipogeo si sceglieva generalmente la protuberanza di una collina, avendo cura di scendere ad una quota sufficiente a contenere l’altezza degli ambienti; si tenga presente che le prime gallerie iniziavano normalmente ad una profondità dai tre agli otto metri sotto il piano di campagna, ma esistono numerosi casi in cui si scavò un secondo, un terzo e persino un quarto piano fino a raggiungere una profondità di circa 20-22 metri. Il primo elemento costruito era la scala d’accesso; raggiunta poi la quota adatta allo scavo, gli operai -chiamati fossori- iniziavano lo sbancamento della terra; le camere ricavate non avevano né forma né dimensioni fisse, le pareti non superavano in media i due metri di altezza ed erano larghe normalmente 80-90 centimetri.
I sistemi sotterranei erano disposti a “graticola”, a “pettine” o a “spina di pesce”, con cunicoli che si aprivano ortogonalmente su lunghe arterie principali, mentre le denominazioni delle gallerie e delle camere erano rispettivamente cryptae e cubicula -presso i latini comunque il termine cryptae designava qualunque luogo sotterraneo costruito o scavato, quindi potrebbe anche riferirsi ad una stanza come impropriamente usato nel linguaggio moderno. Per la sepoltura dei defunti venivano utilizzate di regola le pareti sia delle gallerie che dei cubicoli, le tombe erano disposte su pilae verticali a gruppi di quattro o cinque ed ognuna poteva contenere uno o più cadaveri. Le sepolture si caratterizzavano per una marcata uniformità tipologica che si manifestava nell’adozione sistematica della tomba a loculo -il locus era costituito da una cavità rettangolare col lato lungo a vista; tale marcata uniformità era in linea con l’ideologia fortemente ugualitaria della nuova religione; tuttavia non mancarono spazi esclusivi riservati ad una committenza più elevata: piccoli ipogei famigliari, detti “di diritto privato”, caratterizzati dall’eleganza dell’architettura, dalla ricchezza delle decorazioni pittoriche e da sepolcri più elaborati del tipo ad “arca” -chiusi orizzontalmente da una tabula (la mensa) e sormontati da una nicchia ad arco (l’arcosolium)- ed a “forma” -cioè scavati nel pavimento. La chiusura dei loculi si effettuava mediante tegole, lastre di marmo o mattoni sui quali si incidevano o dipingevano iscrizioni e simboli; nella calce ancora fresca era anche usanza affondare monili ed oggetti cari al defunto, come fibule o bracciali. L’illuminazione nei cunicoli si otteneva con delle lucerne ad olio poste ad intervalli regolari.
A partire dal III secolo, l’accresciuto numero dei convertiti imprime uno sviluppo vigoroso delle necropoli sotterranee: i nuclei primitivi si espandono e regioni diverse si congiungono formando complessi molto estesi, mentre l’esaurirsi dello spazio disponibile porta all’abbassamento della quota dei pavimenti ed al rialzo del cielo delle gallerie. L’età costantiniana -prima metà del IV secolo- segna il periodo di maggiore sviluppo delle catacombe e vede l’edificazione, in prossimità di quest’ultime, di imponenti basiliche martiriali a pianta “circiforme” -la planimetria con navate laterali che giravano in senso continuo intorno a quella centrale richiamava quella dei circhi romani, da qui il significato del termine. Tali basiliche funerarie fungevano da cimiteri comunitari coperti dove oltre ai rituali liturgici si celebravano i banchetti funebri: il rito pagano del refrigerium (il pasto funebre) era ormai divenuto una consuetudine diffusa nella comunità cristiana.@catacomba

Con gli anni ’60 del IV secolo, l’epoca d’oro dell’escavazione ipogeica sembra volgere al termine: liberi dal timore delle persecuzioni, i cristiani cominciano a preferire la sepoltura sopraterra all’aperto o nelle basiliche martoriali e le catacombe iniziano ad essere frequentate quasi esclusivamente a scopo devozionale dai pellegrini in visita alle tombe dei martiri. Nei primi decenni del V secolo cessa l’utilizzazione funeraria dei cimiteri sotterranei e nel VII secolo vengono definitivamente abbandonate le necropoli suburbane ormai esposte ad ogni sorta di insidie a causa delle continue invasioni di Unni, Alani, Vandali, Goti e Longobardi che per quasi due secoli devastarono Roma ed i territori circostanti. Si trasportano le reliquie dei santi all’interno delle mura e cominciano a formarsi i cimiteri urbani, mentre sulle catacombe scende per quasi mille anni il velo dell’oblio fino a quando, il 31 maggio 1578, una voragine provocata da un gruppo di operai intenti a cavare pozzolana in una vigna ai margini della via Salaria, non rivelò le gallerie del cimitero dei Giordani. Fu la prima catacomba rinvenuta nell’età moderna e nella storia dell’archeologia e l’enorme impressione suscitata dal ritrovamento di un monumento antico rimasto intatto e sepolto per così tanto tempo diede il via alle esplorazioni della Roma sotterranea, esplorazioni che da allora non sono mai cessate e che hanno svelato molti dei misteri del passato.
Nel 1955, in un cantiere edilizio a via Latina, durante la posa delle fondamenta di un palazzo, venne casualmente perforata la volta di una cavità sotterranea; fu così che riaffiorò da un’oscurità vecchia diciassette secoli quella che viene considerata la più bella catacomba romana mai rinvenuta fino ad oggi. Questo sepolcro di diritto privato, rinominato “ipogeo di via Dino Compagni” (databile nel periodo 320-370 d.C.) si trova ad una profondità di circa 20 metri e la scala di entrata è celata sotto un anonimo chiusino di ferro posto sul marciapiede; questa è stata la prima catacomba che il sottoscritto abbia mai visitato e non mi è mancata nell’occasione un pò di emozione e di timore mentre con la mia torcia elettrica da giovane goth-marmotta sprofondavo per un pertugio strettissimo e ripidissimo in un luogo dove i concetti di suono, di luce e di aria non esistono e tutto è stato congeniato per rimanere obliato e sigillato per l’eternità.

Roma città dai mille misteri svelati e ancora da svelare in molti casi; l’archeologia, soprattutto nel secolo appena trascorso, ha compiuto eclatanti scoperte che ci hanno mostrato un mondo arcaico e talvolta inquietante che sembra non essere mai appartenuto alla nostra civiltà, un mondo di pratiche e rituali di cui ormai si è persa la tradizione ed il significato forse per sempre. Una città tanto antica quanto enigmatica quindi, che non è solamente, come vorrebbe farci credere, la città del Rinascimento e del Barocco, di Michelangelo e del Bernini, ma è anche la città antica e medievale, quella dei Lupercali e delle Sibille, delle porte alchemiche e dei papi satanisti. Una città dove vi può capitare, mentre siete in automobile per esempio, di essere inghiottiti da una voragine che dal manto stradale vi può trascinare vostro malgrado in un mondo tenebroso e sconosciuto, vecchio di duemila anni.

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Bibliografia:

W. Deichmann, Archeologia Cristiana, Roma, ed. L’Erma di Bretschneider, 1993;
C. Pavia, Guida di Roma sotterranea, Roma, ed. Gangemi, 1999;
A.R. Sforza, I luoghi magici di Roma, Torino, ed. Della Valle, 1971;
P. Testini, Archeologia Cristiana, Bari, ed. Edipuglia, 1980;
P. Testini, Le catacombe e gli antichi cimiteri cristiani di Roma, Bologna, 1966.

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Kombinat 72 (04)

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