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» LUMI NELLE
TENEBRE : LE CATACOMBE ED I SOTTERRANEI DI ROMA
“Che
succederà se, quando io sarò nella tomba, mi
sveglio prima che Romeo venga a liberarmi? Ecco un terribile
punto! Non sarò io soffocata dentro quella volta sotterranea
nella cui fetida bocca non entra un alito di aria pura, e
là dentro non morrò strozzata, prima che venga
il mio Romeo? O, se rimango viva, non è molto probabile
che l'orribile idea della morte e della notte, insieme col
terrore del luogo, di quel sotterraneo, che è un antico
ricettacolo dove per molte centinaia d'anni si sono ammucchiate
le ossa di tutti i miei antenati sepolti, dove l'insanguinato
Tebaldo, ancor fresco in terra, giace putrefacendosi; dove,
come dicono, a una cert'ora della notte hanno ritrovo gli
spiriti; ahimè, ahimè, non è egli probabile
che io, svegliandomi troppo presto, in mezzo a sozzi odori
e a strilli come quelli della mandragora strappata dalla terra,
che fanno diventar pazzi i mortali che li odono: oh, se mi
sveglio allora, non perderò io la ragione, circondata
da tutti questi orribili terrori?”
“Romeo e Giulietta”,
Atto 4°, Scena 3°
W. Shakespeare
Non è affatto piacevole svegliarsi
di soprassalto e ritrovarsi in una cripta medievale circondati
da scheletri, almeno questo era il pensiero che terrorizzava
Giulietta e che credo spaventi ancora la maggior parte della
gente. Il colpevole senza appello di tali turbamenti è
quell’immaginario collettivo occidentale che plasmato
nello scorrere dei secoli da dicerie, superstizioni, leggende
e racconti, ci consegna una visione raccapricciante e orrorifica
del luogo di sepoltura: la cripta è il rifugio del
vampiro, la prigione terrena delle anime dannate, l’archetipo
gotico per eccellenza, l’origine delle nostre fobie
più inquietanti. La Chiesa nel passato si è
servita della paura dell’aldilà per intimorire
e dominare, la cultura popolare ha sempre conservato una profonda
sensibilità per il soprannaturale, la letteratura ha
ricavato dai racconti macabri un prolifico filone, il cinema
ha usato a piene mani mostri, demoni e cadaveri vari rielaborando
all’infinito il genere horror. C’è forse
il sospetto che persista un’inconscia attrazione alla
necrofilia nei geni della nostra civiltà? O le mortifere
oscurità di un sepolcro stimolano irresistibilmente
qualche zona poco battuta del nostro subconscio?
Di sicuro chi è in cerca di forti emozioni “in
nero” o voglia improvvisarsi visitatore o esploratore
dei “luoghi della morte” non avrà difficoltà
ad imbattersi in una vera e propria mitologia del funerario
e del funebre che, attingendo e reinterpretando tradizioni
ed eventi storici più o meno attendibili, offre un
vasto repertorio di cimiteri infestati e necropoli maledette,
siano esse cripte transilvaniche dove ogni anfratto può
nascondere un famelico vampiro, lugubri obitori, camere segrete
all’interno di gigantesche piramidi od ossari conventuali
con file di mummie in bella mostra tra macabre decorazioni.
Tra le tante paranoie e cliché
gotici, le catacombe hanno sempre esercitato un forte fascino
su noi moderni perché considerate luoghi obliati e
pericolosi su cui fantasticare senza risparmio. La catacomba
è per antonomasia il luogo del mistero ed il meccanismo
narrativo gotico se ne è appropriato alla stregua dei
suoi simboli più conosciuti, come la cattedrale ed
il castello.
La sotterraneità dei siti abbinata alla loro natura
funeraria ne hanno decretato il successo come soggetti perfetti
per storie dell’occulto e del terrore; la loro fama
di immensi depositi di cadaveri sigillati in una millenaria
oscurità incute da sempre il timore della profanazione
a chi ne calpesti il suolo consacrato o ne violi i sepolcri;
infine, come il labirinto di Minosse, anche le catacombe celano
il loro Minotauro: quella paura di rimanere intrappolati e
sepolti vivi, cancellati per sempre dal mondo della luce,
dal mondo dei vivi.
Soprattutto Roma cela nelle sue viscere un dedalo inestricabile
di catacombe ed ambienti sotterranei di epoca romana e medievale,
un mondo sconosciuto che serpeggia sotto strade e palazzi.
Comunque, dopo molti secoli dalla loro costruzione o escavazione,
queste cavità si trovano ormai a notevole profondità
rispetto all’attuale piano di superficie e ciò
è dovuto principalmente ad un innalzamento del terreno
causato da vari motivi, quali l’abbandono, la distruzione,
l’incuria umana e gli agenti atmosferici come i terremoti
e le inondazioni. Esami stratigrafici del suolo urbano, per
esempio, hanno dimostrato che una insula romana -un edificio
che raggiungeva normalmente i sette piani di altezza- può
produrre nell’arco di diciotto secoli un accumulo di
detriti di circa quattordici metri di spessore. Le invasioni
barbariche poi, hanno determinato uno svuotamento della città
la cui popolazione è scivolata dal milione e mezzo
del periodo imperiale ai quindicimila abitanti dell’epoca
medioevale, una drastica contrazione che ha portato all’inevitabile
abbandono di molti quartieri e monumenti antichi che ben presto
sono caduti in disfacimento inghiottiti dalla vegetazione.
Tutti e sette i colli romani
quindi celano al loro interno molte vestigia dell’età
classica e conservano quasi intatta un’estesissima maglia
di gallerie ed ambienti sotterranei comunicanti che possono
essere dei semplici cunicoli per il drenaggio delle acque,
cave di materiale edilizio, domus patrizie, luoghi di culto
o molto altro ancora. La “Guida di Roma sotterranea”
di Carlo Pavia cataloga circa centotrenta siti e, seguendo
il criterio di suddivisione per tipologie adottato nel testo,
agli edifici pubblici come le terme, le cisterne ed i palazzi,
possono essere affiancati gli edifici sacri come i santuari
pagani o i tituli cristiani, e gli ipogei sepolcrali come
i colombari -necropoli costituite da camere sepolcrali con
nicchie in cui venivano conservate le urne funerarie- i mausolei
o le catacombe. Topograficamente, il terzo gruppo di monumenti
è quello che annovera il maggior numero di ambienti
sotterranei rinvenuti e tra di essi le catacombe rappresentano
il caso più eclatante ed un fenomeno senza eguali per
Roma. Infatti, anche se cimiteri sotterranei cristiani sono
stati trovati in tutte le regioni nelle quali si è
diffuso il Cristianesimo, nessun’altro luogo al mondo
possiede un complesso tanto imponente di cimiteri che si ramificano
per centinaia di chilometri, estendendosi oltre le mura aureliane
lungo le strade consolari che si irradiano dalla città.
I principali complessi catacombali di Roma ammontano a quarantaquattro
e già la sola area del cimitero di Domitilla sulla
via Ardeatina, uno dei più antichi, misura circa 56
Kmq -la sua arteria nord-sud con 206 metri di lunghezza risulta
essere la galleria più estesa mai esplorata nel sottosuolo
dell’Urbe.
Il nome catacomba è nato in maniera casuale, in quanto
con il termine ad catacumbas (letteralmente “presso
la cavità”) veniva identificata quella depressione
posta di fronte al circo di Massenzio sulla via Appia, fra
le due colline dove oggi si trovano il cimitero di Callisto
e la tomba di Cecilia Metella. Il toponimo, dapprima generico,
passò poi a designare il cimitero cristiano sorto nella
seconda metà del III secolo e, visto che questo rimase
nel Medioevo l’unico cimitero sempre conosciuto ed accessibile,
il nome perse con il tempo il valore di toponimo e si generalizzò
al tipo di escavazione, passando ad indicare gli ipogei sepolcrali
della zona.
L’esistenza nel suburbio
di aree funerarie collettive ed esclusive della comunità
cristiana ci è attestata per la prima volta a Roma,
a livello di fonti storiche, da un passo dei Philosophumena
dell’antipapa Ippolito (170-175/235 d.C.); l’area
funeraria è chiamata nel documento tò koimetérion
(“dormitorio”), parola che rende bene il concetto
che i cristiani avevano della morte: quello di un riposo temporaneo
in attesa della resurrezione. Nessun gruppo cimiteriale può
risalire avanti il 150 d.C. circa, prima che negli ipogei
sotterranei i cristiani infatti seppellivano i loro defunti
sicuramente nelle necropoli pagane sopraterra (sub divo) che
nella maggior parte dei casi si trovavano oltre la cinta muraria
cittadina -una severa legge romana disponeva: “hominem
mortuum in urbe neve sepelito neve urito”.
Il sorgere delle catacombe costituisce la manifestazione di
un processo di isolamento per distinguersi come comunità
religiosa, al riparo dallo scherno degli avversari e dal pericolo
di danni alle tombe. Comunque, la prassi di creare ambienti
ipogeici da adibire ad uso funerario non è stata certo
un’invenzione dei primi cristiani: essa era ben diffusa
in varie civiltà e culture del mondo antico. Nell’ambito
romano e laziale per esempio, sepolcri sotterranei furono
creati dagli Etruschi, dai Sabini e dagli stessi Romani; in
questa area geografica la sepoltura in profondità è
stata sempre notevolmente facilitata dall’ottimo tufo
locale -un tipo di tufo granulare detto comunemente pozzolana-
facile da lavorare e piuttosto affidabile staticamente. Dal
II secolo poi, l’incremento demografico e il diffondersi
preponderante del rito dell’inumazione comportarono
una sempre maggiore richiesta di spazi nel suburbio da adibire
ad uso funerario e una conseguente, inevitabile lievitazione
dei costi dei terreni; per far fronte a questa nuova situazione,
tra la fine del I sec. e gli inizi del II sec. già
alcune famiglie romane avevano nuovamente fatto ricorso alla
inumazione sotterranea scavando piccoli ipogei al di sotto
dei mausolei di superficie, singole tombe a camera o brevi
gallerie. Lo sfruttamento del sottosuolo quindi forniva la
possibilità di incrementare notevolmente lo spazio
per le inumazioni con costi relativamente più contenuti.
Il primo cimitero cristiano
numericamente rilevante si può individuare nell’area
funeraria di S. Sebastiano, al III miglio della via Appia;
già in queste prime strutture si rilevano caratteristiche
del tutto innovative rispetto alle coeve aree pagane: l’estensione
estremamente più vasta degli ambienti, una pianificazione
dell’escavazione finalizzata a prevedere, sin dall’inizio,
la possibilità di successivi ampliamenti, l’utilizzazione
intensiva e razionale degli spazi. Per lo scavo di un ipogeo
si sceglieva generalmente la protuberanza di una collina,
avendo cura di scendere ad una quota sufficiente a contenere
l’altezza degli ambienti; si tenga presente che le prime
gallerie iniziavano normalmente ad una profondità dai
tre agli otto metri sotto il piano di campagna, ma esistono
numerosi casi in cui si scavò un secondo, un terzo
e persino un quarto piano fino a raggiungere una profondità
di circa 20-22 metri. Il primo elemento costruito era la scala
d’accesso; raggiunta poi la quota adatta allo scavo,
gli operai -chiamati fossori- iniziavano lo sbancamento della
terra; le camere ricavate non avevano né forma né
dimensioni fisse, le pareti non superavano in media i due
metri di altezza ed erano larghe normalmente 80-90 centimetri.
I sistemi sotterranei erano disposti a “graticola”,
a “pettine” o a “spina di pesce”,
con cunicoli che si aprivano ortogonalmente su lunghe arterie
principali, mentre le denominazioni delle gallerie e delle
camere erano rispettivamente cryptae e cubicula -presso i
latini comunque il termine cryptae designava qualunque luogo
sotterraneo costruito o scavato, quindi potrebbe anche riferirsi
ad una stanza come impropriamente usato nel linguaggio moderno.
Per la sepoltura dei defunti venivano utilizzate di regola
le pareti sia delle gallerie che dei cubicoli, le tombe erano
disposte su pilae verticali a gruppi di quattro o cinque ed
ognuna poteva contenere uno o più cadaveri. Le sepolture
si caratterizzavano per una marcata uniformità tipologica
che si manifestava nell’adozione sistematica della tomba
a loculo -il locus era costituito da una cavità rettangolare
col lato lungo a vista; tale marcata uniformità era
in linea con l’ideologia fortemente ugualitaria della
nuova religione; tuttavia non mancarono spazi esclusivi riservati
ad una committenza più elevata: piccoli ipogei famigliari,
detti “di diritto privato”, caratterizzati dall’eleganza
dell’architettura, dalla ricchezza delle decorazioni
pittoriche e da sepolcri più elaborati del tipo ad
“arca” -chiusi orizzontalmente da una tabula (la
mensa) e sormontati da una nicchia ad arco (l’arcosolium)-
ed a “forma” -cioè scavati nel pavimento.
La chiusura dei loculi si effettuava mediante tegole, lastre
di marmo o mattoni sui quali si incidevano o dipingevano iscrizioni
e simboli; nella calce ancora fresca era anche usanza affondare
monili ed oggetti cari al defunto, come fibule o bracciali.
L’illuminazione nei cunicoli si otteneva con delle lucerne
ad olio poste ad intervalli regolari.
A partire dal III secolo, l’accresciuto numero dei convertiti
imprime uno sviluppo vigoroso delle necropoli sotterranee:
i nuclei primitivi si espandono e regioni diverse si congiungono
formando complessi molto estesi, mentre l’esaurirsi
dello spazio disponibile porta all’abbassamento della
quota dei pavimenti ed al rialzo del cielo delle gallerie.
L’età costantiniana -prima metà del IV
secolo- segna il periodo di maggiore sviluppo delle catacombe
e vede l’edificazione, in prossimità di quest’ultime,
di imponenti basiliche martiriali a pianta “circiforme”
-la planimetria con navate laterali che giravano in senso
continuo intorno a quella centrale richiamava quella dei circhi
romani, da qui il significato del termine. Tali basiliche
funerarie fungevano da cimiteri comunitari coperti dove oltre
ai rituali liturgici si celebravano i banchetti funebri: il
rito pagano del refrigerium (il pasto funebre) era ormai divenuto
una consuetudine diffusa nella comunità cristiana.
Con gli anni ’60 del
IV secolo, l’epoca d’oro dell’escavazione
ipogeica sembra volgere al termine: liberi dal timore delle
persecuzioni, i cristiani cominciano a preferire la sepoltura
sopraterra all’aperto o nelle basiliche martoriali e
le catacombe iniziano ad essere frequentate quasi esclusivamente
a scopo devozionale dai pellegrini in visita alle tombe dei
martiri. Nei primi decenni del V secolo cessa l’utilizzazione
funeraria dei cimiteri sotterranei e nel VII secolo vengono
definitivamente abbandonate le necropoli suburbane ormai esposte
ad ogni sorta di insidie a causa delle continue invasioni
di Unni, Alani, Vandali, Goti e Longobardi che per quasi due
secoli devastarono Roma ed i territori circostanti. Si trasportano
le reliquie dei santi all’interno delle mura e cominciano
a formarsi i cimiteri urbani, mentre sulle catacombe scende
per quasi mille anni il velo dell’oblio fino a quando,
il 31 maggio 1578, una voragine provocata da un gruppo di
operai intenti a cavare pozzolana in una vigna ai margini
della via Salaria, non rivelò le gallerie del cimitero
dei Giordani. Fu la prima catacomba rinvenuta nell’età
moderna e nella storia dell’archeologia e l’enorme
impressione suscitata dal ritrovamento di un monumento antico
rimasto intatto e sepolto per così tanto tempo diede
il via alle esplorazioni della Roma sotterranea, esplorazioni
che da allora non sono mai cessate e che hanno svelato molti
dei misteri del passato.
Nel 1955, in un cantiere edilizio a via Latina, durante la
posa delle fondamenta di un palazzo, venne casualmente perforata
la volta di una cavità sotterranea; fu così
che riaffiorò da un’oscurità vecchia diciassette
secoli quella che viene considerata la più bella catacomba
romana mai rinvenuta fino ad oggi. Questo sepolcro di diritto
privato, rinominato “ipogeo di via Dino Compagni”
(databile nel periodo 320-370 d.C.) si trova ad una profondità
di circa 20 metri e la scala di entrata è celata sotto
un anonimo chiusino di ferro posto sul marciapiede; questa
è stata la prima catacomba che il sottoscritto abbia
mai visitato e non mi è mancata nell’occasione
un pò di emozione e di timore mentre con la mia torcia
elettrica da giovane goth-marmotta sprofondavo per un pertugio
strettissimo e ripidissimo in un luogo dove i concetti di
suono, di luce e di aria non esistono e tutto è stato
congeniato per rimanere obliato e sigillato per l’eternità.
Roma città dai mille
misteri svelati e ancora da svelare in molti casi; l’archeologia,
soprattutto nel secolo appena trascorso, ha compiuto eclatanti
scoperte che ci hanno mostrato un mondo arcaico e talvolta
inquietante che sembra non essere mai appartenuto alla nostra
civiltà, un mondo di pratiche e rituali di cui ormai
si è persa la tradizione ed il significato forse per
sempre. Una città tanto antica quanto enigmatica quindi,
che non è solamente, come vorrebbe farci credere, la
città del Rinascimento e del Barocco, di Michelangelo
e del Bernini, ma è anche la città antica e
medievale, quella dei Lupercali e delle Sibille, delle porte
alchemiche e dei papi satanisti. Una città dove vi
può capitare, mentre siete in automobile per esempio,
di essere inghiottiti da una voragine che dal manto stradale
vi può trascinare vostro malgrado in un mondo tenebroso
e sconosciuto, vecchio di duemila anni.
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Bibliografia:
W. Deichmann, Archeologia
Cristiana, Roma, ed. L’Erma di Bretschneider, 1993;
C. Pavia, Guida di Roma sotterranea, Roma, ed. Gangemi, 1999;
A.R. Sforza, I luoghi magici di Roma, Torino, ed. Della Valle,
1971;
P. Testini, Archeologia Cristiana, Bari, ed. Edipuglia, 1980;
P. Testini, Le catacombe e gli antichi cimiteri cristiani
di Roma, Bologna, 1966.
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