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» VISIONI DALL'OLTREMONDO
ED ESTETICA DELL'APOCALISSE
Viaggio sulla frontiera dell’immaginario gotico
“Quegli uomini si
sentivano troppo vicini ad
aspetti della natura e della realtà da sempre
proibiti e lontani da ogni umana esperienza.”
(“L’orrore di Dunwich” H.P.Lovecraft)
Lo
scorso 13 gennaio ero a Napoli, alla Città della Scienza,
un’accogliente area museale ricavata in un ampio padiglione
ristrutturato degli ex stabilimenti Italsider di Bagnoli.
Motivo della visita era la mostra Zoologia Fantastica che
si sarebbe conclusa da lì a qualche giorno ed in particolare
l’esposizione di cinquanta opere di H.R. Giger intitolata
Alien e i Biomeccanoidi, allestita come approfondimento alla
sezione dedicata ai mostri realizzati dall’industria
cinematografica. Purtroppo, al mio arrivo la parte dedicata
all’artista svizzero era già stata smantellata
e così non mi è rimasto che visitare la mostra
principale, che proponeva una galleria di stampe e riproduzioni
di animali fantastici sospesi tra mito e realtà, come
il drago e lo yeti, le cui legendarie origini si perdono nella
notte dei tempi. L’allestimento dei padiglioni seguiva
un ordine cronologico ed in quello finale era esposto un modello
del terrificante alieno del film Alien, scelto come rappresentante
d’eccellenza di quella nuova generazione di mostri prodotti
dal cinema horror e di fantascienza. Proprio quest’ultima
considerazione, cioè che la creatura gigeriana abbia
preso il posto nell’immaginario fantastico di quelle
“bestie” che hanno turbato i sogni dei nostri
antenati, mi ha stimolato a scrivere un articolo pensato come
un tentativo per comprendere quella metamorfosi culturale
e dei codici estetici da cui scaturisce questa nuova iconografia
del mostruoso e del bizzarro.
Un’indagine che si dispiega attraverso l’approfondimento
dei profili biografici ed artistici di cinque eminenti visionari,
tutti viventi e in piena attività, rappresentanti di
un’arte intesa come tramite privilegiato tra la dimensione
onirica e il mondo reale, tra l’irrazionale e il materiale,
tra la vita e la morte.
Esistono infatti individui, una categoria ben distinta di
persone, che vedono un mondo che la maggior parte di noi non
riesce a vedere, che percepiscono presenze che chi li circonda
non percepisce, che sentono voci che nessuno sente, che immaginano
paesaggi che la nostra dimensione non contiene. Personaggi
che a seconda della loro professione o della loro indole vengono
classificati come artisti, poeti, musicisti, scrittori, scienziati,
santi, eretici, pazzi e saggi. Visionari slegati dalle convenzioni
e dalle regole, che interpretano o reinterpretano ciò
che li circonda attraverso inquietanti e surreali deformazioni
del reale, trasformato e reso irriconoscibile da come noi
lo percepiamo e assimiliamo. Forse sono visioni provenienti
da passati vissuti chissà dove e quando, da universi
paralleli o da futuri non ancora immaginati, o più
semplicemente scaturiscono da sguardi talmente acuti da riuscire
a bucare il velo dell’apparenza e dell’ovvietà
per mostrarci gli incubi ed i mostri che si celano dietro
di esso. Questi uomini e queste donne possiedono la facoltà
di rendere visibili le angosce e le paure che si affollano
sempre più numerose nella coscienza dell’uomo
moderno, ormai naufragho in balia di se stesso in quest’epoca
di dubbi millenaristici, travagliata e scossa da una profonda
crisi d’identità e popolata da un’umanità
trascinata a forza nella danza frenetica del consumismo che
la alimenta e la consuma allo stesso tempo.
Ad una civiltà in decadenza che vede davanti a se una
prosperità con data di scadenza non rimane che fare
i conti con i propri errori e scoperchiare la botola che copre
il pozzo della propria coscienza, ed ecco che involontariamente
da questo processo nascono i moderni “aedi” destinati
a cantare le tragedie del nostro tempo, portatori predestinati
di quelle flebili e barcollanti fiaccole di verità
il cui incerto bagliore sfida le gelide e oscure profondità
del più gotico degli abissi, quello dell’animo
umano.
Gli orrori genetici, i cimiteri/discariche, il dolore spettacolarizzato,
il sesso mortificato, le eperopoli avvizzite e gli orgasmi
informatici e cibernetici rappresentano l’immaginario
visivo che rigurgita come un fiume in piena dalle opere di
alcuni di quegli artisti che si fanno portavoci di questa
nuova estetica dell’apocalisse.
Come sempre il contesto in cui ci muoviamo è quello
dell’immaginario gotico ed in questa occasione ci accingiamo
ad intraprendere un percorso artistico ben definito, cioè
quello dell’illustrazione fantastica e fantascientifica
attraverso le opere di cinque tra i più importanti
artisti gotici contemporanei:
Z. Beksinski, E. Bilal, J. Bolton, G. Brom e H.J. Giger.
Ognuno di essi propone un suo particolare codice estetico
e contenuti distinti per quanto riguarda i riferimenti culturali
e stilistici, però il messaggio di fondo è un
solco comune di idee e sperimentazioni nel quale i caratteri
e gli elementi di similitudine sono molteplici e vari. Adottando
per praticità un criterio cronologico, iniziamo partendo
dal più anziano dei cinque.
Zdzislaw Beksinski nasce il
24 febbraio 1929 nella città polacca di Sanok, nella
regione dei Carpazi. Nel 1947 si iscrive alla Facoltà
di Architettura di Cracovia e dopo essersi laureato nel 1952,
lavora per tre anni come responsabile di cantiere. Abbandona
la professione dopo poco tempo per dedicarsi con sempre maggiore
impegno all’arte e nel 1958 inizia l’attività
di fotografo a cui da subito affianca le passioni per l’illustrazione,
la pittura e la scultura. I suoi lavori cominciano ad essere
conosciuti ed apprezzati e così nel 1964 viene allestita
la sua prima personale. Dal 1977 vive a Varsavia e da alcuni
anni all’uso del pennello ha sostituito quello della
computer grafica per la realizzazione delle sue opere.
Beksinski è uno dei più famosi artisti polacchi;
slegato da qualsiasi convenzione estetica contemporanea, ha
maturato il suo stile visionario e oscuro negli anni Sessanta
ed i suoi inquietanti dipinti si rifanno in parte all’esperienza
surrealista, soprattutto alla produzione del boemo Alfred
Kubin, mentre l’originale studio delle ombre e delle
luci li avvicina a quelli dell’inglese William Turner;
le sue creazioni possiedono un’estetica della bellezza
talmente potente da sopraffare qualsiasi considerazione sulla
negatività del soggetto rappresentato – come
per Giger per esempio. Per convenzione, il termine abitualmente
utilizzato per descrivere questo tipo di arte è quello
di Realismo Fantastico: le scene rappresentate sono cioè
dipinte in modo realistico, ma la realtà mostrata è
totalmente irreale, come se appartenesse a un sogno. I dipinti
quindi sono manifestazioni del subconscio, immagini riflesse
di visioni interiori, Beksinski stesso afferma a riguardo:
“desidero dipingere in un modo come se stessi fotografando
sogni” e ancora “quello che è importante
non è quello che è visibile, ma quello che è
nascosto [...] o in altre parole, quello che è rivelato
all’anima, non quello che gli occhi possono vedere”.
Le sue opere propongono visioni da incubo e paesaggi metafisici,
come immote desolazioni, mari in tempesta, rovine e cimiteri
spettrali, cattedrali fatte di ossa; tutte le scene sono caratterizzate
da una deformazione innaturale e da un’atmosfera grottesca
che trasmettono un senso di alienazione profonda. Ogni dipinto
sembra sussurrarci memento mori: ricordati che devi morire,
e questo messaggio viene rappresentato con efficacia dal più
diffuso simbolo religioso della nostra civiltà: il
crocifisso, che in Beksinski soccombe alla forza distruttiva
del tempo trasformandosi in un tronco putrefatto senza nè
gambe nè testa, appeso a deformi braccia. Infine, si
ritrovano quegli archetipi propri si del subconscio dell’artista,
ma che con il loro sinistro simbolismo esprimono anche
lo stato spirituale dell’uomo contemporaneo ed i suoi
impulsi più nascosti e primitivi: il terrore della
morte, la decomposizione e il decadimento del corpo, il fascino
della bellezza fisica e dell’erotismo, la solitudine.
Credo che la migliore definizione dell’arte di questo
straordinario polacco sia quella proposta da uno dei suoi
amici più intimi: “Quando penso alle opere di
Beksinski arrivo alla conclusione che creando un’atmosfera
orrorifica e talvolta grottesca, questo artista stia costruendo
un’illusione che è forse il limite ultimo tra
l’esistenza reale e il passaggio nella non-esistenza
o, se volete, nell’eternità.” (Wieslaw
Ochman)
Hans Ruedi Giger nasce il
5 febbraio 1940 nella cittadina svizzera di Coira. Dopo il
diploma si iscrive nel 1962 alla Scuola di Arti Applicate
di Zurigo dove studia architettura e disegno industriale fino
al 1965. Nel 1964 pubblica le sue prime opere su riviste underground
come Clou e Agitation e l’anno successivo da alle stampe
la sua prima raccolta di lavori dal titolo Ein Fressenfur
den Psychiater (Un banchetto per lo psichiatra). Nel 1966
comincia a lavorare come designer d’interni e nel frattempo
inaugura la sua prima personale a Zurigo, poi nel 1968 abbandona
definitivamente la professione per dedicarsi esclusivamente
all’arte. L’anno seguente fa uscire il famoso
portfolio Biomechanoids 1969 e quattro anni più tardi
realizza l’altrettanto famosa copertina dell’LP
Brain Salad Surgery degli inglesi Emerson, Lake & Palmer.
Con il 1976 si inaugura un ventennio di fruttuose collaborazioni
per il cinema di fantascienza, e tra i titoli più famosi
ai quali Giger ha lavorato ricordiamo: Dune (1976), Alien
(1979) – per il quale vinse l’oscar per i migliori
effetti visivi, Poltergeist II (1985), Alien III (1990), Species
(1995). Nel 1997 Giger acquista il castello di St. Germain
a Gruyéres per costruirvi il suo museo personale che,
inaugurato nel giugno del ’98, raccoglie la più
vasta collezione delle sue opere. Attualmente vive e lavora
a Zurigo.
Allievo e amico di Friedrich Kuhn, anche H.R. Giger viene
considerato uno dei massimi esponenti del Realismo Fantastico
e un precursore di gran parte delle nuove tendenze estetiche
dell’ultimo Novecento. I suoi primi lavori, negli anni
Sessanta, erano principalmente disegni ad inchiostro e olio,
poi con il decennio successivo si specializza nella tecnica
dell’airbrush e le opere più conosciute di questo
periodo sono i paesaggi biomeccanici (Dreamscape) che rappresentano
le pietre angolari della sua fama. Necronomicon del 1977,
il suo terzo e più famoso libro di illustrazioni, è
stato il testo che ha ispirato Ridley Scott per la realizzazione
di Alien.
Pittore, scultore, designer; per Giger l’arte è
un’esperienza che va vissuta a trecentosessanta gradi,
ed eccolo quindi cimentarsi nelle cosiddette “arti applicate”:
nella musica, disegnando alcune tra le più belle copertine
di dischi per musicisti rock come Debbie Harry, Glenn Danzig,
i Carcass, e scolpendo l’asta da microfono di Jonathan
Davis, front-man dei Korn; nell’editoria, collaborando
a riviste di culto come per esempio la francese Metal Hurlant;
nel cinema e nel teatro, seguendo progetti scenografici e
di costumi.
L’iconografia futurista che contraddistingue le sue
opere si basa sulla “assimilazione”tra umano e
tecnologico, tra organico e inorganico, tra sesso e
metallo, ed esprime con ossessiva enfasi lo spirito di un
mondo tracollato sotto gli eccessi del progresso, un sinistro
futuro dove l’uomo e la macchina vivono una simbiosi
reciprocamente e tragicamente distruttrice.
Enki Bilal nasce il 7 ottobre
1951 a Belgrado, ex Yugoslavia, da madre ceca e padre bosniaco.
Nel 1961 si trasferisce con la famiglia a Parigi, dove inizia
a scoprire e ad interessarsi al fumetto e al cinema e dove
nel 1972, dopo soli tre mesi di frequenza alla Scuola Nazionale
Superiore di Belle Arti, vince un concorso organizzato dal
famoso giornale Pilote. Fino all’anno successivo si
impegna in un lungo apprendistato fatto di illustrazioni isolate,
copertine e storie brevi, durante il quale sostituisce Jacques
Tardi alla serie Legendes d’aujourd’hui ed ha
quindi la sua prima possibilità di mettersi in luce
e di sviluppare il suo stile; e così nel 1975 vede
la luce il suo primo vero lavoro intitolato L’appel
d’étoiles. A partire dal 1979 inizia a disegnare
una serie di cui è anche sceneggiatore e che diventerà
La Trilogia Nikopol, cominciata con La Foire aux Immortales,
conclusasi nel 1992 con Freddo Equatore, passando per La Femme
Piège nel 1986. Nel 1980 rivolge la sua attenzione
al cinema collaborando con il regista A. Resnais per la realizzazione
del manifesto, delle scene e dei costumi del film La vie est
un roman e del manifesto del film Mon oncle d’amérique.
Nel 1989 firma la regia del suo primo lungometraggio Bunker
Palace Hotel e l’anno successivo realizza le scene,
i costumi, la locandina e il manifesto dell’opera teatrale
di S. Prokofiev Romeo et Jiuliette per l’Opera di Lyon.
Nel 1996 esce il suo secondo film intitolato Tykho Moon.
Per focalizzare al meglio la personalità eclettica
e visionaria di Bilal e gli elementi cardine della sua poetica
dell’immagine, ho reputato opportuno citare due illuminanti
stralci dall’intervento di Luigi Pedrazzi presente sul
sito della Hazard Edizioni:
“Negli sconfinati e misteriosi territori della fantasia
Enki Bilal si trova perfettamente a suo agio; ma non è
solo questa la ragione del fascino che avvolge ogni sua opera:
sono le crepe, le incrostazioni, le ferite non rimarginate,
le bende e i cerotti, a trasmettere l’intuizione di
un perenne e inesorabile decadimento, a portarci in un mondo
che vive la vigilia della distruzione come uno status di continuità.
Frammenti che sostengono frammenti, fratture, suture, croste,
culture mutilate che si incrociano con religioni immaginarie,
storia, profezia, allucinazione. Bilal muove con spietata
determinazione un universo fragile e incoerente.[...] Anche
Bilal, come altri autori, si caratterizza per aver lavorato
oltre che per il fumetto anche per il cinema, per il teatro,
per la
musica, ma è la prospettiva, il punto di partenza che
lo rende immediatamente riconoscibile. E’ un giovane
serbo che nella Parigi degli anni Ottanta e Novanta si muove
in quella babele di razze e di culture che sono oggi le grandi
metropoli. Bilal scava nella realtà con ferocia e crudeltà:
è la sopravvivenza, la lotta per la vita che spesso
diventa sopraffazione ciò che lo circonda. Assiste
al crollo del suo paese e del grande ordine mondiale quasi
con indifferenza, rappresentandone l’aspetto irreale,
visionario, barocco, ma senza passione, un universo livido
e disperato, riempito di macchine, uomini e animali che spesso
si confondono in un unico grande caos di riferimenti, di simboli,
di situazioni. Dal recupero bizzarro della mitologia egizia
alla assolutà libertà nel colore, dalle barocche
e flaccide ambientazioni alle bellissime figure femminili,
Bilal riesce a esprimere un’eleganza estetica mirabile,
ma immersa sempre in un territorio creativo in cui il bello,
il brutto, il bene e il male non hanno dimensione e non si
riconoscono”.
John Bolton è nato a Londra dove
attualmente risiede. Dopo aver conseguito il diploma di illustrazione
e design, ha collaborato con diverse riviste e nel 1980 ha
iniziato a lavorare sui comics americani. Da allora ha disegnato
per tutti i maggiori editori di fumetti ottenendo numerosi
riconoscimenti internazionali e, tra le tante, si ricordano
le importanti collaborazioni con Clive Barker, Neil Gaiman,
Sam Raimi e Anne Rice per la realizzazione di graphic novel
e libri, e quella con la casa editrice White Wolf per le illustrazioni
dei volumi del gdr Vampire The Masquerade. L’amore per
la pittura risale alla sua infanzia ed è indissolubilmente
legato al suo interesse per i più barocchi e bizzarri
elementi dei generi horror e fantasy, binomio questo che contraddistingue
tutta la sua produzione artistica. Abile maestro del colore,
le sue tinte evocative aprono una porta verso un mondo caratterizzato
da ambientazioni decadenti, mistiche e surreali; un universo
crepuscolare e gotico che rapisce il lettore con le sue intense
atmosfere. Le eteree e conturbanti donne vampiro resuscitate
da John Bolton sono le icone artistiche che meglio rappresentano
il suo stile inconfondibile.Purtroppo qui si esauriscono le
mie informazioni su questo schivo e geniale artista londinese:
a lungo ho setacciato il web in cerca di notizie, recensioni
e interviste, ma niente da fare; così il materiale
a mia disposizione per tracciarne almeno un profilo decente
si è ridotto ad un paio di note biografiche presenti
sul suo sito e su un portfolio pubblicato dalla SQP. Personalmente
ho avuto la fortuna di incontrarlo a Lucca Comics, nel novembre
del 2001, ed è stato un piacere scambiarci alcune battute
mentre con abili e rapide matitate mi disegnava lo schizzo
di rito.
Gerald Brom nasce il 9 marzo
1965 ad Albany in Georgia, Stati Uniti. Figlio di un pilota
militare, trascorre la sua infanzia tra gli USA, il Giappone
e le
Hawaii; si diploma a Francoforte in Germania e, dopo aver
frequentato per due anni l’Accademia d’Arte ad
Atlanta, all’età di vent’anni inizia a
lavorare come illustratore. Quattro anni più tardi
ottiene un contratto con la TSR, storica casa editrice di
gdr, e fino all’89 è impegnato nel progetto Dark
Sun: ambientazione per Dungeons&Dragons che introduce
un mondo desolato e ostile, popolato da razze mutate e deformi
e dominato da fazioni tribali violente e dittatoriali. Dal
1993 lavora come libero professionista, spaziando dalle collaborazioni
per le illustrazioni di romanzi (M. Moorcock, T. Brooks, E.R.
Burroughs), a quelle per gdr (TSR, White Wolf, FASA), per
giochi per pc (Doom2, Diablo2, Heretic) e per film (Sleepy
Hollow, Ghosts of Mars).
Brom vive con la sua famiglia a Seattle ed è considerato
uno dei più popolari e talentuosi artisti fantasy dell’ultima
generazione; i suoi lavori sono caratterizzati da immagini
inquietanti e bizzare, bellissime e sconcertanti al tempo
stesso. La sua arte trae ispirazione dall’opera di altri
artisti contemporanei come Frazetta, o da maestri del passato
come Waterhouse e Mucha; oppure dalla letteratura, attraverso
i racconti dei già citati Burroughs e Moorcock; come
anche dalla musica, ascoltando le canzoni dell’amato
Nick Cave. Il feticismo gotico poi è l’elemento
più ricorrente ed il marchio estetico che contraddistingue
molti dei suoi lavori: dipinti che compongono una galleria
di mostri, creature disumanizzate, martoriate, riconvertite
a strumenti di morte, algide donne-killer ricoperte di nerissimo
latex e mortali congegni, cyborg esangui ed androgini fuoriusciti
da obitori incustoditi come i vampiri di un tempo dalle cripte.
Cinque artisti, cinque mondi,
cinque culture, cinque distinte visioni della più grande
fobia dell’uomo contemporaneo: se stesso; un confronto
improponibile senza quei filtri e quegli intermediari che
hanno nei secoli giustificato tanti errori e tante tragedie
scaturite dal suo operato, dal suo libero arbitrio. Niente
etica, né Stato, né Dio, solo l’uomo e
il suo Eden fatto di tubi e scatole, macchine e congegni.
Niente poesia, né natura, né amore. Non c’è
redenzione alcuna in questa apocalisse tecnologica, non c’è
riscatto nè speranza, solo oblio e dolore, e la certezza
di un lento e inesorabile declino, dell’autodistruzione
e dell’annientamento della civiltà come oggi
la conosciamo e dell’uomo nelle sue attuali sembianze.
C’è chi ha gia visto, scrutato nel futuro, come
Cassandra che attende la tempesta sulle mura di Troia; c’è
chi ha già visto, nel Novecento appena trascorso, l’anticamera
di ciò che molti chiamano inferno, che alcuni chiamano
futuro, e che io chiamo un non-futuro, una “parusia
infernale”, un abominio di ferro e carne.
Non solo l’evangelista Giovanni ha descritto la fine
del mondo, non solo Dante ha immaginato l’aldilà,
non solo Bosch ha dipinto la follia. Incubi d’oro!
**Gothic Beauty #11, winter
2003
In Quest #13, may 1996
The Paper Snarl Fanzine
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