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» POST ROMANTIC EMPIRE FESTIVAL I - 20/03/2004
... SIEBEN, HOWTHORN (Wakeford/Howden), BACKWORLD, LARSEN, LORY D, GESCOM, EDMX_DMX Crew..

Impero postromantico.
Una rete di idee, emozioni e virtù che attraversa e cinge l'arte contemporanea. Romanticismo come chiave di lettura dell'odierna avanguardia della retrovia: vecchi valori in forme nuove, tra nostalgia rinnovata e sperimentazioni posdatate. Il postmoderno che incontra il retrò e genera cortocircuiti inediti, musepremature eiaculazioni di un Impero che verrà. Sostanzialmente un nuovo modo di intendere l'esposizione musicale, che è poi, a ben vedere, quello di sempre riscoperto e reinventato radicalmente. Si torna indietro per andare avanti: 'to let the warm love in!', fa eco John Keats in "Ode to Psyche".
L'idea è apparentemente bizarra: un carrozzone di musicisti che raccolgono audience dissimili per inclinazione e proprio per questo difficilmente integrabili tra loro. Il filo conduttore, come suggerisce il nome stesso dell'evento, è il postromanticismo. Un sentimento che ha pervaso trasversalmente, a detta degli ideatori del concept PRE, il Novecento e le sue disparate formule artistiche, da Bowie a Johnny Cash, dal punk alla No Wave, dai Soft Cell alla degenerazione della musica elettronica. Distruggere le barriere artistiche postulate dall'industria discografica per creare un Oltreimpero per l'artista, che mai come oggi va riconosciuto nel musicista: poeta, pittore ed attore della società dei media.
Insomma, grandi contenuti e rispettabile ricercartezza per un evento dalle lungimiranti aspettative, che si concretizzerà, nel giro di un paio d'anni, con altri festival a Lisbona, Amsterdam, Berlino, Londra, ed infine con la creazione di un'etichetta discografica.
Assolutamente doveroso - prima di entrare nei dettagli del concerto svoltosi lo scorso 20 Marzo a Roma, presso l'Horus Club - il mio più sentito plauso agli ideatori del concept che è scettro e corona di Post Romantic Empire. Chi continua a conservare il coraggio di produrre il nuovo, scartavetrando dalla fredda cortina del postmoderno le pustole delle avanguardie stantie ed autoreferenziali, senza curarsi di andare contro alcune chiusure culturali che permeano gran parte degli artisti e dei fruitori di musica contemporanei, non può che essere supportato con ogni mezzo a disposizione.
Il messaggio è: chiudere in soffitta le etichette ed i confini creati dall'industria culturale, e riscoprire le affinità programmatiche, le associazioni ideali lory Dpiuttosto che ideologiche, indagare quella sfera effimera di estro e visioni che producono l'arte allo stato puro.

Come però avevo sommessamente intuito, appena appreso il programma della serata con la 'cesura' pragmatica, eppur obbligata, tra i live set industrial/ambient/folk di Sieben, Howthorn, Backworld e Larsen tra gli altri, ed i dj set del circuito Rephlex (tra idm, breakbeat, techno minimale, acid house e electro) non sarebbe stato affatto semplice riuscire a coinvolgere fino in fondo un'audience così eterogenea, nella contemplazione del 'diverso'. E ahimè, inutile nascondersi dietro un dito, così è stato. Con il giro di boa delle ore 23.00, al termine della performance di Sieben, il locale si svuota completamente di quanti accorsi per seguire le esibizioni pomeridiane e serali, per lasciare posto ad un'orda di gente che sopraggiungeva soltanto in quel momento, per ballare al ritmo di Gescom, EDMX e Lory D. Dal nero, tinta (quasi) unica, sfoggiato fino ad un'ora prima della mezzanotte, si passa ai mille colori del popolo dei party nei CSOA. Non c'è incontro/scontro tra quelle che, secondo gli organizzatori del PRE, sono audience percorse dallo stesso sentimento postromantico. Attitudine e umori differenti cangiano l'atmosfera dell'Horus Club in tutt'altra cosa. Per carità: le ottime proposte musicale mantengono comunque inalterata una situazione già di per sé stimolante, ma altra cosa rispetto a quanto assaporato nelle ore precedenti. Da questo punto di vista, almeno a mio modo di vedere, il primo appuntamento del PRE ha fallito, almeno nel suo obiettivo programmatico, causa mancata ricettività del pubblico. Ed è un peccato, veramente, perché la volontà di smuovere le acque in una certa direzione era più che palpabile. Jodorowsky avrebbe commentato, beffardo e laconico, che "il santo non può fare miracoli, se non c'è alcun Dio nei paraggi". Parole sante.

Se invece vogliamo parlare, più crudamente, delle singole esibizioni, non posso che premiare pressoché tutti i musicisti che ho avuto modo di apprezzare nelle dodici e più ore di maratona musicale. Premetto che non ho avuto la possibilità di seguire l'esibizione di Fire At Work + Mr Greeks + Anticracy e Noosfera causa solito traffico pomeridiano sul Grande Raccordo Anulare, aggravato tra l'altro dalla manifestazione pacifista che nelle stesse ore paralizzava la capitale; rimando perciò ad altra sede ogni commento sulle suddette band. Il primo set cui ho il piacere di assistere, è quello dei torinesi Larsen. Splendidi. Atmosfere dilatate, chitarre ossessive che disegnano soffici geometrie, ed una fisarmonica che avvolge rumori e silenzi in un'unica banda Larsendi lievi dissonanze. Post-rock che si perde nella sperimentazione e nella ricerca romantica dell'atmosfera, per ritrovarsi nelle coordinate di certi Swans, spettro e vessillo dei musicisti torinesi, che con Michael Gira e Jarboe hanno collaborato più volte ed in situazioni differenti. Un'esibizione di grande spessore, tra malinconia e magnetismo.
Pochi attimi e fa il suo ingresso sul palcoscenico uno dei nomi più attesi, il signor Joseph Budenhozer, in veste più scarna e sommessa del solito. Backworld, che su disco si avvale di svariate collaborazioni, ha scelto per questo nuovo tour, di accompagnare le liriche delle sue ballate folk, esclusivamente dalla semplice radicalità di una chitarra acustica. Errore, grave errore. I brani di "Anthems From The Pleasure Park", e l'ultimo "Seeds Of Love", senza gli arrangiamenti delle versioni in studio perdono in atmosfera e, non potendo neanche contare sul fattore novità, appaiono particolarmente poveri e privi di originalità. Talvolta sembra di ascoltare un Johnny Cash in edizione economica; altrove, quando aleggia lo spettro di David Tibet, o salgono i Larsen sul palco ad affiancare il menestrello statunitense, le dolci nenie di Joseph non suonano neanche così male. Forse un po' sotto le aspettative ma comunque uno show gradevole. Lo spettacolo vero comincia quando i signori Wakeford e Howden salgono sul palco e danno inizio alla performance del loro nuovo progetto, Howthorn. Matt Howden ed il suo violino offrono fin dal principio uno spettacolo sublime, accompagnato da un Tony Wakeford al basso che si diletta anche in sporadici interventi vocali. Le coordinate artistiche sono grossomodo le solite associabili ai nomi dei due artisti: folk inglese rimodellato dalle mirabolanti evoluzioni di violino, campionate e sovrapposte ad altre tracce fino a creare polifonie dissonanti, e progressioni armoniche molto elaborate, che in alcuni arrangiamenti mostrano anche un retaggio jazz. L'esibizione del duo è senz'ombra di dubbio eccellente; sono i primi tra l'altro, a ricevere un bagno di applausi così visceralmente sentito.

Solo pochi minuti di pausa e Matt Howden torna sul palco in versione solista, con il suo celebre solo-project Sieben. Che dire? Si tratta certamente di uno dei progetti più audaci ed innovativi degli ultimi anni in quest'ambito e pare che finora abbia raccolto i più che dovuti riconoscimenti anche da un pubblico estraneo a Sol Invictus. Il giovane inglese si mostra particolarmente compiaciuto della calda accoglienza del pubblico romano; non lesina sorrisi, ringraziamenti e tantomeno i virtuosismi cui ci ha abituato: pizzica, strofina, morde le corde del suo violino; percuote la cassa acustica fino ad ottenere partiture ritmiche da risuonare in loop; gioca con la voce, finendo talvolta altrove, rispetto alle sue solide fondamenta di folk inglese (ha una cadenza che talvolta ricorda tutt'altro alla lontana Björk). Ogni brano è accompagnato da un silenzio quasi sacrale che esplode puntualmente in un applauso tumultuoso; Howden ha stregato tutti quanti, non c'è altro da dire.HowThorn

Giro di boa.
Cambiano le luci, cambia la gente, cambia l'atmosfera. Qualcuno prova anche a rimanere una mezzora, ma non resiste evidentemente alla pur ottima electro/technopop di EDMX (DMX Crew) probabilmente per andare ad affolare uno dei soliti 'rituali' del sabato sera dei goth romani (come se ce ne fossero tanti a Roma...). EDMX suona molto old-fashioned; nel suo curriculum ci sono fra gli altri, remix a Kraftwerk e Cylob, ed una passione più che evidente per la techno ed EBM anni ottanta. Tra fantasmi di Front 242 prima maniera e passaggi più squisitamente techno, il musicista inglese riesce ad aprire le danze con un piacevolissimo tuffo nel passato, con la testa nel presente.
Entra in scena Lory D, resident del PRE e vera e propria leggenda dell'underground romano e di quella techno che all'estero chiamano "sound of Rome". Il suo è un set a dir poco eccellente: suoni sofisticati e ritmiche accattivanti, tra minimal techno astratta e malata, passando per il Detroit sound e una dark electro ai limiti con l'ambient. Talvolta c'è lo spettro di Aphex Twin, ma è impossibile non notare comunque un background che affonda le radici nei primissimi anni Novanta, quando da Londra iniziavano a far capolino la prima acid house e l'hardcore sound.
Lory D lascia la consolle a Gescom dopo circa un'ora e mezzo di delirio hi-tech, ma le due ore del set del collettivo Skam non si rivelano altrettanto eccitanti. Gescom, che raccoglie tra le sue file anche Sean Booth e Rob Brown, oltre ad un'altra ventina di dj che partecipano attivamente alla crescita del progetto, si muove grossomodo sulle stesse coordinate dei ben più noti Autechre, sebbene rispetto alle ultimi produzioni del duo inglese è possibile notare una minore evanescenza ed astrattezza di certe elucubrazioni sonore. Il sound è comunque particolarmente complesso, pressoché imballabile, e se all'inizio può risultare eccitante lasciarsi cullare dalla cacofonia dei ritmi spezzati e suoni dilatati fino all'esasperazione, a lungo andare fa capolino la noia, e l'incontenibile desiderio di un po' di volgare (ma sana) 'cassadritta' per riaccendere neuroni e salivazione. E' tardi ed ormai manca solo il dj set di Ceephax Acid Crew, aka Andy Jenkinson, fratello minore di Tom/Squarepusher; la curiosità di vedere all'azione questo talento dell'acid old school è tanta ma le gambe sono stanche ed il cervello non più reattivo come ad inizio serata. Evidentemente non sono l'unico a vertere in tali condizioni, considerato l'abbondante flusso di gente verso l'uscita al termine proprio dell'esibizione di Gescom.

HowthornIn conclusione, tengo a sottolineare come sul piano dell'offerta artistica, il PRE non può che aver superato brillantemente la prova. Musicisti di qualità, organizzazione perfetta, ed un'atmosfera estrosa e vivace come raramente è possibile ravvedere ormai negli stanchi ambientini goth e dintorni.
Ancora una volta, sottolineo l'amarezza per quegli intenti programmatici che, almeno per questa volta, non possono ritenersi soddisfatti. Ma l'esperienza del PRE è solo all'inizio, e chissà che quest'audace volontà di rinnovamento non trovi i tanti agognati frutti nel prossimo futuro.

PostMordernXS (04)

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