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» Considerazioni su IL SIGNORE DEGLI ANELLI- APOLOGIA DEL MITO E SUO EPITAFFIO, OVVERO QUANDO IL FANTASY SPOSA IL GOTICO

Il 22 gennaio 2004 uscirà in Italia l’ultimo capitolo della trilogia cinematografica de Il Signore degli Anelli, Il Ritorno del Re. Già presente nei cinema del resto del pianeta dal 17 dicembre, di questo terzo atto se ne è fatto un gran parlare sui media e tra gli appassionati per tutto il 2003: infatti, per il pubblico che non ha letto il libro sarà finalmente possibile portare a termine un’attesa durata tre anni e conoscere l’epilogo del viaggio della Compagnia dell’Anello; mentre per i tantissimi che già conoscevano la storia, il film verrà vissuto come l’evento tolkeniano più importante del nuovo millennio.
Di Tolkien e della sua opera credo che ormai si sia detto e ridetto tutto, o quasi, e penso che molti dei dsiders abbiano letto qualche racconto del professore di Oxford, quindi potrà sembrare una perdita di tempo scrivere un articolo, amatoriale per giunta, su di un argomento già più volte affrontato e sviscerato da ben più eminenti esperti e studiosi. Personalmente ho letto Il Signore degli Anelli diversi anni fa e successivamente altri libri, come Lo Hobbit, Il Silmarillion, Racconti Incompiuti ecc.; in tutti ho trovato sempre degli elementi narrativi che in un certo senso rappresentavano un avvicinamento dello stile tolkeniano ai topoi del romanzo gotico, e proprio su questo punto potrebbe rivelarsi interessante suggerire una rilettura della saga in chiave gotica appunto, evidenziandone il lato più oscuro e inquietante.
Con l’ausilio dei volumi antologici e di saggistica che possiedo, ho cercato di mostrare come Il Signore degli Anelli non sia, come talvolta superficialmente sbandierato, solo una metafora in chiave fantasy del Novecento, ma un romanzo complesso e dai significati profondi, nel quale religione, esoterismo, filosofia e mito si fondono dando vita ad un’opera letteraria unica, best-seller assoluto del secolo appena trascorso, fenomeno letterario di massa senza precedenti nella società moderna.

Non si sa bene né dove né quando, ma un giorno di quasi un secolo fa, forse in fondo ad una trincea fangosa sulla Somme, o in una austera aula del college di Oxford, o magari in un pub fumoso davanti ad una pinta di scura, un ragazzo di nome John, nato dall’altra parte del mondo, in Sudafrica, scrisse su un foglio la parola hobbit, una buffa parola che l’avrebbe reso famoso al di là di ogni sua immaginazione.
Chi fu quindi Tolkien e che cos’è Il Signore degli Anelli?
Tolkien fu uno stimato professore di Anglosassone presso una delle più prestigiose università d’Europa, fu un cattolico fervente e reazionario e fu uno scrittore, un poeta ed un filosofo allo stesso tempo; visse intensamente una vita all’insegna degli affetti familiari, dell’amicizia e di quelle passioni che inconsapevolmente lo avrebbero reso immortale. Sognatore fuori dagli schemi, avulso dalle logiche della carriera accademica, anticonformista garbato, scrittore più per proprio compiacimento che per fama, studioso prima per passione e poi per professione, membro fondatore del gruppo Inklings: un manipolo di amici e colleghi che tutti i martedì ed i giovedì si riunivano per discutere animatamente di filosofia, religione, letteratura. Un eterogeneo gruppo di personaggi che si stimavano e confrontavano, condividevano idee e ideali, sogni e teorie; fra di essi eruditi e visionari, professori e studenti del college, e tra di loro in particolare spiccano i nomi di Clive Staples Lewis: irlandese di Belfast, fondatore del gruppo e amico fraterno di Tolkien, professore anch’egli ad Oxford, amante della logica e della poesia; e di Charles Williams: brillante professionista, scrittore fecondo e profondo conoscitore dei miti arturiani, ex-membro della più potente loggia massonica d’Inghilterra a cui fu affiliato Aleister Crowley, conoscitore di riti magici. Gli Inklings hanno rappresentato un’irripetibile esperienza culturale e l’ambiente letterario nel quale Il Signore degli Anelli è stato generato ed ha preso forma, senza di essi forse non sarebbe neanche mai esistito come noi lo conosciamo.
Un romanzo complesso dunque, accompagnato da numerosi padrini e nato quasi per caso quale tentativo di dare un seguito al più modesto Lo Hobbit. Iniziato da Tolkien nel 1939 e finito solo 14 anni dopo, nel 1953, il libro rimase semi-sconosciuto per tutti gli anni Cinquanta e dovette aspettare la fine dei Sessanta per raggiungere fama mondiale con la pubblicazione delle prime edizioni economiche statunitensi che lo resero fruibile dal grande pubblico, al contrario delle precedenti e costosissime edizioni inglesi. La voglia di fuga e di evasione della generazione di giovani americani che manifestò nelle università contro il Vietnam e scatenò Woodstock decretò l’immediato successo di questo nuovo tipo di romanzo che raccontava la vita e l’uomo, i suoi drammi e le sue passioni, attraverso la fantasia più sfrenata e onirica. Sbaglia chi affrettatamente vuole trovare nella trama del racconto dei richiami agli eventi storici contemporanei alla sua stesura, Il Signore degli Anelli non fu concepito come una metafora od un’allegoria del capitalismo o della guerra fredda, ma le leggende contenute in esso parlano di valori senza tempo, non contaminate dalle ombre di un tragico presente.
The Lord of the Rings rappresenta l’ultimo capitolo dell’epopea della Terra di Mezzo e per certi versi la punta dell’iceberg dell’opera tolkeniana: infatti, a fronte di una produzione letteraria vasta e frammentata, composta da fiabe, racconti brevi, poesie e canzoni che non sono mai state date alle stampe dall’autore mentre era in vita, gli unici libri che questo consegnò all’editore Allen & Unwin furono Lo Hobbit nel 1936 e Il Signore degli Anelli nel 1953; postumo nel 1976 venne poi pubblicato, curato dal figlio Christopher, Il Silmarillion che raccoglieva le leggende della Prima Era; il professore di Oxford si era spento il 3 settembre di tre anni prima.

In Tolkien il racconto avventuroso affonda le sue radici nei cicli poetici scandinavi e nei poemi epici germanici ed anglosassoni, come l’Edda di Snorri e il Beowulf, ed è sinonimo di valore e forza, ma allo stesso tempo anche di malinconia e decadimento: l’etica guerriera, con i suoi valori di eroismo, onore e lealtà, si contrappone in una disputa senza quartiere alla corruzione, al tradimento, alla paura.
Nella trilogia “tutto è l’ombra di quello che è stato” , questa è la chiave di lettura dell’intero romanzo e la frase che più efficacemente rappresenta lo spirito che accompagna la narrazione. Il viaggio dell’hobbit Frodo Baggins – il deus ex machina della storia – si svolge nella Terza Era -l’ultima- e attraversa una Terra di Mezzo che sta cambiando velocemente e drammaticamente, allontanandosi per sempre dall’ordine originario che gli dei avevano plasmato nei precedenti millenni. I personaggi principali più che vivere il presente ricordano il passato e in ogni dialogo, in ogni descrizione, c’è un riferimento a ciò che fu e che mai più sarà: leggende e rovine sono ciò che rimane di un mondo sempre più ostile e desolato. L’epoca del sogno sta scomparendo e la razza degli uomini, cinici e materiali, rimarrà forse l’unica e incontrastata padrona del destino del mondo e di se stessa.
L’uomo con la sua natura ambigua, debole e corruttibile, inquieta e ribelle, rappresenta l’ago della bilancia tra coloro che perseguono il disegno divino e coloro che intendono minarlo e sovvertirlo. I Nazgûl sono la personificazione della debolezza umana: antichi re degli uomini irretiti da Sauron ed alla fine divenuti suoi schiavi per brama di potere e di dominio; un potere che condanna invece di salvare, un bene da cui scaturisce sempre un male: da Isildur che non distrugge l’unico anello ma se ne impossessa, fino a Boromir che rimedia al desiderio di appropriarsene con il sacrificio in battaglia. L’uomo ingrato e pauroso che travisa il dono della dipartita dal mondo che gli dei gli hanno offerto, iniziando a temerla, esorcizzarla, bramando sempre di più quell’immortalità che invece lega per sempre gli elfi al divenire delle cose terrene, un’immortalità raggiunta alla fine solo attraverso la dannazione dell’anima asservita a Sauron, servo egli stesso di un antico padrone del mondo di nome Morgoth, decaduto e allontanato dal pantheon divino come il Satana biblico.
Ecco quindi il male che si perpetua senza sosta, ed era dopo era la distruzione del bello e dell’armonioso sembra inarrestabile sotto le lame degli orchi o tra gli ingranaggi delle fabbriche di Saruman. I popoli liberi che ancora si contrappongono agli eserciti vomitati dalla Torre Oscura combattono di nuovo uniti nella Guerra dell’Anello: le antiche alleanze tra nani, elfi ed uomini sono rinnovate e la lotta contro il signore di Barad-dhur ricorda a Gondor come a Lorien la grandezza ed i fasti del passato; però alla fine, cessato il clamore della battaglia, ciò che rimane è solo un sentimento di malinconia terribile e di incertezza per un futuro si liberato dalla minaccia di Sauron, ma forse già scritto e preannunciato dalla partenza degli elfi che abbandonano per sempre la Terra di Mezzo.

Un mondo, quello descritto da Tolkien, dominato dalla paura e dalla morte, dove non esistono più posti e regioni sicure, dove il maligno spia e trama quasi incontrastato, dove ormai solo gli hobbit sfuggono al suo sguardo perché considerati insignificanti nella lotta per il dominio, e paradossalmente questi pacifici mezz’uomini sono anche le uniche creature che resistono all’influsso dell’Oscuro perché il candore quasi fanciullesco che le caratterizza è l’arma più forte contro la malvagità che invece avvelena le altre razze.
Un mondo al crepuscolo quindi, dove la speranza ha abbandonato il popolo degli elfi e la corruzione del maligno è sempre all’opera fra le stirpi degli uomini; una vicenda segnata da un’ombra che tutto ricopre e infestata, capitolo dopo capitolo, da raggelanti visioni di morte e desolazione degne del migliore tra i romanzi gotici. Certo Tolkien non indugia morbosamente sul raccapriccio ed il disgusto come farebbero un Poe o un Lovecraft, però le pagine dei suoi scritti trasudano letteralmente di scene e situazioni che trasmettono al lettore una sensazione quasi claustrofobica della onnipresenza di una volontà malefica attivamente all’opera, che tutto infetta fin dove si estendono i suoi tentacoli di tenebra.
In primis, i paesaggi rendono chiaramente l’idea della corruzione della natura, caratterizzati da desolazioni e paludi costellate di rovine: come il circolo di pietre di Amon Sûl - il Colle Vento dove Frodo viene pugnalato dal Nazgûl, o le enormi statue degli Argonath -il Cancello dei Re sul fiume Anduin; e di luoghi stregati: come le Paludi Morte di Nindalf –gli Acquitrini attraversati da Frodo, Sam e Gollum dove sono imprigionati spiriti di morti, e le tenebrose foreste come il Bosco Atro de Lo Hobbit o la Vecchia Foresta –dove gli hobbit scampano all’incantesimo del Vecchio Uomo Salice.
Poi troviamo le creature che popolano la Terra di Mezzo, da quelle più ripugnanti: come i ragni giganti e gli orchi; fino agli antichi orrori che dimorano ancora nel mondo: come il Balrog che combatte con Gandalf sul ponte di Khazad-dûm, e il guardiano tentacolare –kraken- che emerge dal laghetto davanti al cancello di Moria.
Gli spettri, i non-morti, sono un altro elemento importantissimo dell’immaginario tolkeniano: i Nazgûl, re degli uomini decaduti e diventati servitori di Sauron –“spettri con le ali” li chiama Gollun, sono orrendi cavalieri neri che rappresentano la morte dell’anima, il non essere per sempre; i goticissimi spettri dei Tumulilande –passaggio del libro purtroppo non inserito nel primo film di P. Jackson; la Grigia Compagnia guidata da Aragorn verso la battaglia finale nel terzo libro.
I regni e le razze in guerra, sbiadite realtà di un passato di grandezza ormai divenuto mito: gli elfi malinconici e rassegnati, gli uomini decaduti e deboli; mentre di contro invece c’è Mordor, infernale fucina di orchi.
Infine l’unico anello ed i suoi portatori, consumati, irretiti, soggiocati dal suo potere: un potere imprigionato in un gioiello forgiato dal maligno, che accresce la sua forza attraverso l’avidità e la stoltezza di coloro che vogliono dominarlo.

Malinconia, disperazione e paura in molti passaggi trascinano la narrazione in un mondo popolato di ombre e piagato dalla morte, da incubi divenuti reali e da maledizioni che trovano compimento; e tutto ciò non può che riallacciarsi alla grande tradizione del romanzo gotico ottocentesco, che traeva la sua linfa creativa proprio da questi malsani temi.
La versione cinematografica screma, taglia, rimpasta e riscrive per consegnare agli spettatori un prodotto confezionato con maestria ed accuratezza, e sia per le atmosfere che per gli avvenimenti riesce ad affrescare con efficacia la storia ed i personaggi. Così, tranne che per alcune –anche se non irrilevanti- inesattezze rispetto al testo originale, la trilogia filmica può dirsi portata a termine con successo, irrimediabilmente a discapito però dell’impostazione solenne e tragica che lega indissolubilmente The Lord of the Rings ai poemi epici medievali ed al romanzo fantastico di stampo gotico.
Sicuramente la filastrocca con la quale Tom Bombadil scaccia lo spettrro dei Tumulilande non è mai stato uno dei passaggi più memorabili della trilogia, ma rende efficacemente l’idea di quel mondo crepuscolare e ostile che Frodo dovette suo malgrado attraversare durante il suo pericoloso viaggio con l’unico anello al collo:

Và via, vecchio Spettro dei Tumuli, sparisci rapido al sole!
Diradati come la fredda nebbia, ululando più triste del vento,
Lontano dalle montagne, nelle terre squallide e brulle!
Non tornar mai più qui! Lascia vuoto il tuo tumulo!
Sii perso e dimenticato, più buio dell’oscurità,
Là dove apriranno i cancelli quando il mondo corretto sarà!

Buona visione!

Carpenter H.., Gli Inklings – Tolkien, Lewis, Williams & Co., Milano 1985;
Grotta D., Vita di J.R.R. Tolkien, Milano 1983;
Gulisano P., Tolkien, il mito e la grazia, Milano 2001;
Monda A., Simonelli S., Tolkien, il signore della fantasia, Milano 2002;
Tolkien J.R.R., La realtà in trasparenza, lettere 1914-1973, Milano 1990;
Albero e foglia, Milano 1989.

Kombinat-72 (04)

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